13 Maggio 2026

Cia Veneto: agrifotovoltaico sì, ma non a ogni costo. Lettera del presidente Puppin

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La transizione energetica deve essere un'opportunità per le aziende agricole venete e non una “resa” ai grandi fondi d'investimento. Per questo, Cia Veneto – attraverso una lettera aperta a firma del presidente regionale Giorgio Puppin, dà i numeri e lancia le proposte per difendere suolo e paesaggio.

“Il Veneto si trova davanti a un bivio energetico che segnerà il volto del territorio per i prossimi decenni. L’agrifotovoltaico, ovvero l'integrazione di pannelli solari e attività agricola, non è un tabù, ma una risorsa che richiede regole d’ingaggio chiare”. Così parte la missiva di Puppin, che continua: “Se da un lato i benefici per il reddito agricolo e la resilienza delle colture sono potenzialmente elevati, dall'altro il rischio di una ‘colonizzazione speculativa’ delle campagne è reale. La domanda che la politica e le categorie devono porsi non è più ‘se’ farlo, ma ‘come’ farlo senza svendere l'identità regionale”.

LA STRATEGIA DELLA DEMOCRAZIA ENERGETICA – “Per smontare il mito dell'invasione necessaria, basta guardare ai numeri. Per raggiungere nel 2030 l’ambizioso obiettivo che il Veneto si è dato in merito alla potenza fotovoltaica installata (anche assumendo fosse solo agrifotovoltaico prodotto su suolo agricolo e quindi non considerando la quota di energia prodotta da pannelli installabili su tetti, capannoni ed aree non coltivabili), servirebbe impiegare tra i 7.000 ed i 10.000 ettari, ovvero appena l'1% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) veneta. Una quota che sembra enorme se concentrata in pochi mega-impianti, ma che diventa irrisoria se distribuita”, continua la lettera.

“Considerando che in Veneto operano circa 80.000 aziende agricole, basterebbe che ognuna destinasse quote vicine ad appena lo 0,10% della propria superficie ai pannelli per raggiungere l’obiettivo energetico regionale. Questa provocazione numerica (che ovviamente non rappresenta comunque una proposta operativa) è la prova di quanto sia insensato puntare su progetti colossali che divorano interi paesaggi. La vera strada è la diffusione equilibrata: è necessario imporre un massimale di estensione per azienda che, pur garantendo le necessarie economie di scala per rendere l'investimento profittevole, assicuri che l'attività agricola resti prevalente. L'energia deve essere un complemento al reddito per le famiglie agricole oggi strozzate da margini sempre più risicati,  ma certamente non il pretesto per trasformare un agricoltore in un puro produttore elettrico”.

IL RISCHIO SPECULATIVO E IL NODO DEL CONSUMO DI SUOLO – “Il vero pericolo non è la tecnologia, ma il modello di business -scrive il presidente di Cia Veneto-. Grandi multinazionali straniere, prive di legami con il territorio, guardano alle pianure venete come a semplici asset finanziari. Il rischio è il proliferare di progetti ‘stravolgenti’, impianti colossali che nulla hanno a che fare con l'agricoltura e che servono solo a generare profitti da esportare altrove. In una regione già martoriata dalla cementificazione, il suolo agricolo deve essere considerato una risorsa finita. Prima di sacrificare un solo ettaro di terra fertile, è doveroso guardare alle ‘aree di risulta’. Svincoli stradali, fasce ferroviarie, cave dismesse e aree industriali abbandonate offrono in Veneto un potenziale di circa 5.000 ettari di aree libere e già compromesse. Utilizzare queste zone invece dei campi coltivati non è solo buonsenso, è un dovere etico”.

TURISMO E PAESAGGIO: UN ASSET DA PROTEGGERE – Il Veneto, si legge ancora nella missiva di Puppin, “è la prima regione turistica d’Italia, un primato costruito sulla bellezza e sulla coerenza del suo paesaggio rurale. L’impatto visivo di strutture industriali fuori scala rappresenta una minaccia diretta per un settore che vale miliardi di euro. Il turista che sceglie le nostre terre cerca l'equilibrio tra uomo e natura, non distese sconfinate di silicio. Un progetto energetico che ignora la tutela paesaggistica è, di fatto, un progetto che danneggia l'economia locale”.

L’URGENZA DI UNA REGIA NAZIONALE: BASTA CON IL FAR WEST – In questo scenario, “il ruolo dei Comuni emerge come l'elemento di maggiore criticità. Ad oggi, l’assenza di un quadro normativo nazionale uniforme lascia i Sindaci e gli uffici tecnici privi di ‘bussola’. Gli enti locali si trovano a valutare progetti complessi senza criteri univoci sulla localizzazione, la cumulabilità degli impianti o la compatibilità paesaggistica -conclude il presidente di Cia Veneto-. Questa incertezza espone i territori a contenziosi amministrativi infiniti e decisioni incoerenti tra comuni limitrofi. È urgentissimo provvedere alla definizione di una legge nazionale che definisca criteri rigidi e metta l’agricoltore al centro della decisione. L'agrifotovoltaico deve essere un sarto che cuce un abito su misura per il Veneto, non un rullo compressore che ne cancella la storia e la bellezza”.