dal Territorio
Cia Umbria: birrifici artigianali, in regione solo 15% è agricolo
24 Febbraio 2020

Solo il 15% dei 35 birrifici artigianali umbri possono classificarsi come “agricoli”, vale a dire produttori di birra con una percentuale di materia prima propria non inferiore al 51%. Negli ultimi 10 anni anche l’Umbria si è scoperta terra di birrai, seguendo il trend italiano che ha registrato numeri sempre più importanti in termini di produzione, consumo e fatturato. L’Umbria vanta ottime birre, pluripremiate, ma spesso prodotte da piccoli birrifici con malto e luppolo francese, canadese, belga. È arrivato il momento di fare un passo avanti per collegare la produzione brassicola a quella agricola regionale, aprendo un varco verso la filiera del malto e del luppolo.

È la posizione di Cia-Agricoltori Italiani Umbria all’indomani del protocollo d’intesa che Cia nazionale ha siglato con UnionBirrai. “Stiamo lavorando a disegni di legge regionali -ha spiegato il consigliere di Unionbirrai Andrea Soncini- per creare un progetto pilota. Il nostro scopo non è quello di creare bollini di qualità, ma di costruire una struttura omogenea sul piano nazionale, per poi permettere a livello regionale di regolamentare le singole discipline”. Per Cia Umbria occorre lavorare sul passaggio da ‘birrificio artigianale’ a quello ‘agricolo’, così da aumentare l’offerta di lavoro e la forza economica delle stesse aziende agricole, venendo incontro alle esigenze dell’intero indotto della birra.

Ancora oggi, il consumatore non conosce bene la differenza tra birra industriale, artigianale e agricola. Il Ddl del 2016 ha definito birra artigianale quella prodotta da piccoli birrifici indipendenti, nella quantità di non oltre 200.000 ettolitri l’anno, e non sottoposta a pastorizzazione e microfiltrazione. Il birrificio agricolo è ancora più stringente nella definizione. Il Decreto Ministeriale n. 212 del 2010 considera la birra un prodotto agricolo a tutti gli effetti. Questo perché la sua produzione è strettamente collegata al mondo dell’agricoltura, con percentuali di materia prima prodotta in proprio non inferiore al 51%, come già detto. Si possono poi aggiungere elementi aromatici unicamente con i prodotti regionali, ad esempio lo zafferano o il miele umbro, ma non si possono usare in alcun modo prodotti conservanti.

Il birrificio artigianale può, invece, acquistare malto dove preferisce senza limiti percentuali, ed è quindi fortemente dipendente dall’estero. Va ricordato, infine, che il birrificio agricolo può godere di alcuni vantaggi: l’accesso ai finanziamenti della Comunità Europea a favore del sostegno dell’agricoltura (compresi gli impianti di produzione) e un regime fiscale agevolato (Iva al 10%). È indispensabile lavorare alla connessione tra birra agricola e territorio, come Cia Umbria sta già facendo, ad esempio, partecipando ai workshop sulle tecniche colturali e le prospettive di mercato del progetto “Luppolo made in Italy”, finanziato dalla Misura 16.2.1 sulla cooperazione e innovazione delle Reti di nuova costituzione del Psr Umbria. La nascita della filiera del malto umbro è un atto di coscienza e responsabilità verso lo sviluppo economico e turistico della nostra regione.

(Fonte dati birrifici artigianali in Umbria: Registro Imprese Camera di Commercio e microbirrificio.it)


Tags: #birra #agricoltura

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