11 Novembre 2020 | dal Territorio

Cia Padova: no a denominazione latte su bevande vegetali

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Crisi nera per i 905 allevamenti della provincia, i produttori rischiano di lavorare in perdita

“Non basta la chiusura dei bar e ristoranti alle 18, col concreto rischio di una serrata definitiva da qui a pochi giorni, a mettere in crisi il settore lattiero-caseario. A questo si aggiunge l’uso della parola latte sulle confezioni in tetrapak delle bevande vegetali. Le autorità competenti intervengano immediatamente”. L’allarme viene lanciato da Cia-Agricoltori Italiani Padova, preoccupata per una crisi del comparto che sembra senza fine. Gli ultimi dati, diramati da Veneto Agricoltura, sono per nulla rassicuranti. Nel 2019 i 905 allevamenti della provincia hanno prodotto, complessivamente, 211.373 tonnellate di latte (l’1,83% del totale nazionale, 12.000.000 di tonnellate, un valore che di certo non è marginale), registrando un calo del 2,5% rispetto al 2018.

“Non vi sono ancora numeri ufficiali relativi al 2020 -spiega il direttore di Cia Padova, Maurizio Antonini-. Tuttavia, già fin d’ora possiamo dichiarare che non stiamo assistendo ad un’inversione di tendenza”. Stando alla società di ricerche inglese Euromonitor, nel 2021 le bevande vegetali (quali di soia, riso, mandorle, avena, cocco, orzo e miglio) toglieranno al latte vaccino addirittura il 21% del mercato. “Molte aziende produttrici utilizzano sulle loro confezioni la dicitura latte”. Al fine di perseguire l’obiettivo della massima trasparenza è in fase di approvazione un emendamento ad uno specifico regolamento della Comunità Europea che tutela le denominazioni da “qualsiasi indicazione o pratica commerciale che possa indurre in errore il consumatore sulla vera natura o composizione del prodotto”. In pratica, viene ribadito che i prodotti sostitutivi del latte vaccino devono essere definiti bevande vegetali, senza eccezioni. “I consumatori vanno messi nelle condizioni di capire se stanno acquistando del latte vaccino oppure un altro tipo di bevanda”.

“I produttori di latte stanno attraversando una congiuntura difficilissima, anche a motivo della seconda ondata”. Il colpo del definitivo ko alla filiera potrebbe venire inferto dal contratto siglato alcune settimane fa da Italatte (gruppo Lactalis) in Lombardia: il prezzo viene fissato inderogabilmente a 0,35 centesimi al litro. A destare una profonda preoccupazione è la clausola secondo la quale l’allevatore, per vedersi corrisposto nel 2021 questo prezzo di base, sarà tenuto a conferire mensilmente a Lactalis lo stesso quantitativo di latte del 2020. Nel caso di eccedenze nei mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile, novembre e dicembre, il prezzo verrà decurtato 0,06 centesimi al litro. “Questo evidenzia la debolezza del sistema latte italiano -precisa Antonini- anche quando si parla di prodotti a denominazione d’origine. Oltre ad una generale mancanza di potere contrattuale da parte degli allevatori”. A sua detta, “risulta inaccettabile proporre contratti di fornitura che tengono conto della negativa congiuntura economica dello scorso febbraio, ma non dell’andamento decisamente più favorevole del mercato dell’ultimo periodo: gli addetti ai lavori hanno registrato una lieve ripresa delle quotazioni”.


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