Iniziative
Petit Paysan, un eroe singolare
28 Novembre 2017

Un film di Hubert Charuel. Genere Drammatico - Francia, 2017, durata 90 minuti. Distribuito da No.Mad Entertainment.

In partnership con

Cia-Agricoltori Italiani

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale” (IZSAM)

Con il patrocinio di

Slow Food Italia

Unacma

 

SINOSSI

Giovane allevatore di vacche da latte, Pierre è legato anima e corpo alla sua terra. L'amore per i suoi animali rappresenta il pendolo della vita di Pierre, scandita dal rapporto conflittuale con la sorella, veterinaria incaricata al controllo sanitario della regione. Ma il futuro dell'azienda familiare è messo in pericolo quando un'epidemia vaccina si diffonde in Francia, finendo per colpire una delle sue vacche. Pierre sarà trascinato in un vortice di colpe e speranze, spingendosi sino ai limiti estremi della legalità pur di salvare i suoi amati animali.

A metà fra il dramma rurale ed il thriller sociale, Petit paysan è il film d'esordio di Hurbert Charuel presentato a La Semaine de la Critique del Festival di Cannes, pluripremiato al Festival du film francophone d'Angoulême e insignito del Premio Foglia d’Oro al Festival France Odeon di Firenze.

 

NOTE DI REGIA, INTERVISTA A HUBERT CHARUEL

 

Vieni da una famiglia di allevatori?

I miei genitori hanno una fattoria, come i loro genitori prima di loro. La loro fattoria si trova a Droyes, fra Reims e Nancy, a venti chilometri dal paese più vicino, Saint-Dizier. Sono sopravvissuti alla crisi casearia grazie al duro lavoro, a piccoli investimenti e prestiti. Ci vuole molta intelligenza e duro lavoro per sopravvivere.

Hai mai pensato di prendere in mano la fattoria?

Nel 2008 io e mia madre abbiamo avuto un incidente d'auto. Sono stato con lei per sei mesi. Durante quei sei mesi di disciplina ultra- rigorosa, ero al meglio della forma fisica e mentale! Sono stato bene, me la sono cavata con le vacche, tanto che l'ispettore lattiero- caseario ha detto ai miei genitori: "È un vero guardiano!"

La stessa «routine inebriante» che Pierre vive nel film.

Assolutamente. Alla fine ho capito che mi sentivo bene perché sapevo che sarebbe finita. Sono figlio unico. Mia madre é andata in pensione poche settimane fa. Quindi sono l'unico figlio che non prenderà le redini della fattoria dei suoi genitori. Petit Paysan parla della grande pressione che si vive in un’azienda agricola: si lavora sette giorni alla settimana, bisogna mungere le vacche due volte al giorno, tutto l'anno, tutta la tua vita. Il film tratta anche dei rapporti con i genitori che sono sempre fra i piedi, sul peso di quel patrimonio. I gesti sono sovra-ritualizzati. Si va a mungere come se si andasse a pregare, di mattina e alla sera. Essere un produttore di latte è una vocazione.

Com’è nata l’idea del film?

La crisi della mucca pazza ha lasciato un’impressione indelebile in me. Ho un ricordo vivido di un servizio in tv sulla malattia. Nessuno capiva cosa stesse accadendo. Hanno ucciso tutti gli animali... E mia madre disse: “Se succede alla nostra fattoria, mi uccido”. Come Pierre, i fattori chiamano spesso il loro veterinario, hanno bisogno di essere rassicurati. E la mucca pazza era una malattia inusuale che i veterinari non sapevano gestire. Non sapevano come veniva contratta. Tutti stavano impazzendo. Era pura paranoia.

Alla Fémis film school avevamo un compito di sceneggiatura, sotto la guida della sceneggiatrice americana Malia Scotch Marmo che mi disse: “hai qualcosa, devi solamente scriverla”. Dopo aver finito la scuola ho incontrato Stéphanie Bermann e Alexis Dulguerian della Domino Films che erano interessati alla sinossi. Dopo due anni e mezzo di scrittura è venuta fuori la sceneggiatura.

Diresti che Pierre sei tu?

Il personaggio reagisce e parla in modo diverso, ma ovviamente Pierre conduce la vita che avrei vissuto io se non avessi deciso di fare film.

La sua connessione intima con gli animali e il rapporto con i genitori sono quelli che ho io. Il film è stato girato nella fattoria dei miei. Pierre possiede trenta vacche, proprio come i miei genitori. Mia madre ha davvero molto a cuore le sue vacche: se una di loro si ammala o richiede trattamenti speciali e costosi, lei non si tira indietro. Pierre le somiglia… ma è sempre una fattoria, la produzione di latte è migliore se tratti bene il bestiame. È una cosa ambivalente: vuoi davvero bene ai tuoi animali e allo stesso tempo li sfrutti.

 

Che risultato volevi ottenere con la prima scena? Onirica e allo stesso tempo impressionante. Pierre sogna che I suoi animali sono in casa.

Imposta immediatamente il tono tutto in una volta: una scena stramba, singolare. Mostra che il film non sarà solo realistico, ma che si svolgerà anche attraverso la mente del protagonista.

La scena mostra quanto Pierre sia davvero ossessionato: le sue vacche prendono tutto lo spazio, tutta la sua vita, giorno e notte.

Racchiude il film stesso: la storia di qualcuno che si barrica in casa insieme ai propri animali. Si sente bene solo quando è con le sue vacche, tollera le persone, ma non è ciò che lo tiene in vita. Sarà il viaggio dell’intero film: Pierre dovrà imparare a farcela da solo, senza le sue vacche.

Cosa ci dici del vicino che è così orgoglioso del proprio robot?

Da un lato c’è la fattoria di Raymond, che è la riflessione di Pierre, solo cinquant’anni più grande. E dall’altro c’è una fattoria con un robot dove il benessere delle vacche è quasi automatico. Conosco una fattoria così, dove c’è solo una stazione radio 7 giorni su 7, 24 ore al giorno perché gli animali sono attratti dal suono. La radio è vicina al robot che le nutre e le munge. Gli animali saranno più felici, avranno maggiore autonomia ma l’obiettivo è sempre la produzione.

Ben presto non ci saranno più fattorie gestite da uomini. Le vacche di Pierre hanno un nome, ben presto avranno solo dei numeri. Anche se il film sconfina nella fantasia, è stato pensato per rendere conto di questa evoluzione. Gli spettatori potranno pensare che Pierre venga contagiato dalla malattia, ma i sintomi sono piuttosto psicosomatici. I fattori vivono sotto stress. Ne conosco alcuni che prendono anti depressivi, altri che soffrono di psoriasi.

Come hai trasformato un film realistico in un thriller psicologico?

Attraverso la scrittura, le riprese ed il montaggio! Ci è venuta questa idea di passare dal naturalismo a una vena più thriller e di giocare con i codici del genere. La storia si sviluppa seguendo una falsa pista: per salvare le sue vacche, Pierre deve avere una vita sociale, vedere gli amici, addirittura uscire a cena con la panettiera.

Durante le riprese abbiamo cambiato le inquadrature e la luce: il film comincia con un’atmosfera calda e solare per poi bagnarsi in una luce più industriale e artificiale.

Le scene degli “omicidi” sono emblematiche, per la loro lunghezza, per il montaggio ed il ritmo. La prima volta, Pierre fa su e giù dentro casa chiedendosi che arma usare... Ha bisogno di tempo. Prima del secondo omicidio, l’inquadratura rimane completamente vuota mentre il personaggio esce per agguantare il fucile. Quando Pierre ritorna in campo, è completamente cambiato, è diventato un assassino. La musica composta da Myd, del Club Cheval collective, consente questo passaggio dal realismo al genere. Pierre è spesso solo e la musica è anche un modo per entrare nella sua mente.

Come hai scelto gli attori?

In Petit Paysan volevo mischiare attori professionisti con la gente comune. Mi piace lavorare in questo modo per creare un’atmosfera di verità.

Abbiamo incontrato molti attori per la parte di Pierre, e poi la mia casting director, Judith Chalier, mi ha presentato Swann. Siamo andati subito d’accordo e lui ha compreso il personaggio e il tono del film. Era una scelta obbligata. Lo stesso è successo con Sara Giraudeau. Il suo personaggio era piuttosto irascibile sulla carta, ma Sara le ha conferito dolcezza. Quando abbiamo fatto delle prove con Swann e Sara il loro rapporto è divenuto reale, attraverso il loro scambio di battute e i loro silenzi.

Poi ci sono gli attori non professionisti, come nei miei cortometraggi. Prima di tutto i membri della famiglia. Mia madre fa la parte dell’ispettore, mio padre è il padre di Pierre e mio nonno è il vicino Raymond.

Segue delle linee guida per la direzione degli attori? Swann sembra molto calato nella parte di Pierre.

Abbiamo cominciato a lavorare dapprima con Swann leggendo la sceneggiatura durante un workshop all’Angers Film Festival: il vero lavoro è cominciato lì, rinchiusi in una stanza per tre giorni con Claude e Swann. È stato molto importante per Swann venire a contatto con l’ambiente ed il procedimento della mungitura. Così è andato a fare un corso nella fattoria dei cugini di mia madre. Ha vissuto e lavorato come un allevatore per una settimana. I cugini non volevano lasciarlo andare:“è forte…ne abbiamo bisogno!”

È complicato girare un film con delle vacche?

Certo, soprattutto se ce ne sono trenta! Una vacca è come un bambino di cinque anni, tranne che pesa 900 chili e non va a scuola. Ci vogliono dieci minuti per mungere una vacca, quindi non potevamo tenerne una legata per venti minuti con quel caldo, non era bene per lei. Gli attori sono più tolleranti, ma loro sanno bene perché sono lì, mentre gli animali non lo hanno chiesto. Il rispetto per gli animali era di primaria importanza per me.

C’erano cose che semplicemente non potevamo fare. Oltretutto, quando un animale è stressato puoi vederlo sullo schermo. Volevo raccontare la storia di un fattore che vive in armonia con i suoi animali.

Il modo in cui una delle vacche guarda Pierre quando si sveglia dice moltissimo.

È una sorta di miracolo. Eravamo a venti metri di distanza e in un’unica ripresa la vacca ha guardato Swann. Dio sa perché. È stata pura magia. La mandria è essa stessa un personaggio. Quando Pierre uccide una delle sue vacche lo spettatore deve avvertire che si tratta di un omicidio, che gli costa moltissimo, tanto quanto uccidere un essere umano. E mentre la storia va avanti anche le vacche devono diventare mostruose. Sono un grande peso sulle spalle di Pierre. Attraverso l’uso di un obiettivo a focale corta, le abbiamo rese ancora più mastodontiche e invasive sullo schermo.

Qual è l’ultima vacca che Pierre guarda alla fine del film?

Soltanto una vacca che gli capita di incrociare. Se avessi fatto finire il film in quel momento, lo spettatore avrebbe pensato che Pierre si era impiccato. Il suicidio di un fattore è di per sé topico.

Sapevo che non ci sarebbe stato un lieto fine. È una tragedia ma il personaggio non si uccide alla fine. È già una piccola vittoria. La lotta che Pierre mette in atto durante tutto il film gli permette di rimanere in piedi e non arrendersi.

 

In “Petit Paysan” il regista ci racconta che le mucche di Pierre vengono colpite dal morbo HDF - febbre emorragica dorsale – patologia che in natura non esiste. Il riferimento è chiaramente alla BSE - encefalopatia spongiforme bovina – malattia drammaticamente nota come “morbo della mucca pazza” che ha sconvolto l'Europa di qualche anno fa e lo stesso regista che ne è rimasto profondamente colpito.

Di seguito alcuni cenni sulla BSE:

Nei primi anni del terzo millennio scoppia la crisi della mucca pazza. La BSE viene identificata in quasi tutti i Paesi della Unione Europea esclusa la Svezia, viene segnalata anche in Paesi extracomunitari quali Giappone, Canada e Stati Uniti. In Italia la prima segnalazione è del 16 gennaio 2001.

BSE significa letteralmente: Bovine Spongiform Encephalopathy. Si tratta di una malattia del gruppo delle Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili (TSE), o malattie da prioni, che colpisce prevalentemente bovini, ed è causata da un agente infettivo non convenzionale: è ormai generalmente accettato che questo agente infettivo non sia un virus, bensì una proteina modificata rispetto alla forma “non patologica”, definita “prione”.

La malattia prende il nome dalle lesioni encefaliche, che appaiono all’esame microscopico come aree otticamente vuote che ricordano appunto l’aspetto “di spugna”. Gli esami dei tessuti cerebrali delle mucche con la forma conclamata di malattia, mostrano chiaramente la presenza delle tipiche lesioni spongiformi, causate dall’accumulo nei neuroni della forma patologica (PrPsc, acronimo da Prion Protein Scrapie) di una proteina, detta PrPc, fisiologicamente presente nelle cellule nervose bovine come anche in quelle degli altri animali e dell’uomo.

La malattia colpisce maggiormente le mucche da latte, che si ammalano con maggior frequenza all’età di circa 5 anni. Dal punto di vista clinico i sintomi rilevabili sono prevalentemente di tipo neurologico, tra cui prevalgono modificazioni del comportamento, della sensibilità, del movimento. Nella maggior parte dei casi, questi sintomi sono i primi a comparire. La mucca diventa ansiosa, nervosa e aggressiva, sembra intimorirsi dall’avvicinamento dell’uomo e reagisce in modo eccessivo agli stimoli esterni (per esempio durante la mungitura, oppure quando qualcuno si avvicina eccessivamente o in modo improvviso). A questi comportamenti si possono associare sintomi che rivelano un coinvolgimento del sistema nervoso autonomo, come la diminuzione della frequenza di ruminazione e del battito cardiaco, e la caduta della produzione lattea.

Man mano che la malattia progredisce i deficit nella capacità di movimento e nella postura si fanno più accentuati: le mucche tendono a rimanere con la testa abbassata, vanno soggette a tremori involontari e l’andatura si fa barcollante. Incespicano e cadono spesso sulle zampe posteriori, fino al punto in cui non riescono a mantenere la posizione eretta. Tutto il film gli permette di rimanere in piedi e non arrendersi.

La BSE è stata diagnosticata per la prima volta nel Regno Unito nel 1986. Si riteneva fosse una malattia specifica della specie bovina, finché non furono descritte, a partire dal 1990, nuove forme morbose analoghe nel gatto e in alcune specie di felidi e di ruminanti selvatici di giardini zoologici inglesi, alimentati con carni e mangimi con componenti di farine di carne ed ossa di ruminanti. Fin dal 1988 erano stati sollevati sospetti di un legame tra la BSE e la somministrazione di farine animali negli allevamenti bovini inglesi. Sospetti che nello stesso anno sfociarono nella messa al bando ufficiale di questi prodotti dall’alimentazione dei ruminanti del Regno Unito, seguita da analoga decisione comunitaria dal 1994.

Nel Regno Unito si sono contati fino ad ora circa 190.000 casi di BSE: il picco si è riscontrato nel 1992 con oltre 37.000 nuovi casi, contro i poco più di mille del 2000. A luglio del 2001, nel resto della Comunità Europea sono stati diagnosticati circa 2000 casi di BSE. Attualmente si ritiene che la crisi sia stata innescata dal “riciclaggio” del prione attraverso l’utilizzo di carcasse di bovini affetti da BSE nella produzione di farine di carne ed ossa destinate all’alimentazione animale.

Per quanto riguarda l’origine della malattia fra i bovini, ci sono diverse ipotesi. Il modello accettato dalla maggior parte degli esperti è di tipo multifattoriale: l’aumento della proporzione di farine di carne che venivano usate nella dieta delle bovine da latte, il riciclo delle carcasse infette, nonché le modifiche nella tecnologia di produzione delle farine a partire dal 1981-82, avrebbero innescato e favorito l'amplificazione fra i bovini di un agente raro e non ancora identificato, oppure di un ceppo dell’agente della scrapie delle pecore.

 


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