I decreti legislativi in materia in materia di orientamento
e modernizzazione dei settori agricolo, forestale e della pesca

 

I commenti agli articoli


Le note che seguono analizzano, per ciascun articolo dei decreti, riguardanti l’agricoltura e le foreste, gli aspetti rilevanti, i punti qualificanti ottenuti, anche su nostra richiesta, e quelli non esauditi.
Alcune regioni hanno minacciato ricorsi, vuoi per vizi di eccesso di delega, vuoi per una supposta invadenza nelle materie delegate che sono già alla potestà delle regioni. Certo è che sarà necessaria una vasta opera di regolamentazione secondaria in materia di previdenza e di fisco. A ciò non sarà estranea una verosimile fase di contenzioso con le amministrazioni interessate per l'applicazione delle norme, che salvo disposizioni contrarie, decorrono tutte dal 2001.
Gli articoli contengono, inoltre, richiami a successivi atti da parte del Governo o delle Regioni su cui sarà necessario concentrare la nostra attenzione politica.
Dai Decreti, tuttavia, resta esclusa una serie di materie che la Legge 57/2001 indicava. Oltre alla già ricordata materia del lavoro (lettere z, aa, dell'articolo 8, comma 1) per la quale il Governo ha deciso, politicamente, di affrontare la questione su altri tavoli, la delega non è stata esercitata per la riduzione degli obblighi amministrativi (lettera i) e per la semplificazione delle norme e procedure (lettera dd) per le quali materie la più vasta opera di semplificazione amministrativa e di sburocratizzazione in atto (sportello unico, autocertificazione, testo Unico in materia di semplificazione) include a pieno titolo anche l'agricoltura. Le politiche relative ai giovani (lettera bb) per le quali le ultime norme contenute nella Finanziaria per l'anno 2001 e quelle relative alla successione hanno quasi completato il sistema di incentivi e di agevolazioni.
Non sono state, inoltre, trattate le materie relative alla internazionalizzazione delle imprese (lettera v, cc);la promozione dei prodotti tutelati ( lettera ff); non è stata tenuta presente l'esigenza di modificare la Legge 88/88 sugli accordi interprofessionali (lettera q); la realizzazione di strumenti finanziari innovativi (lettera t). Per alcune di queste materie ha pesato la già ricordata impossibilità di prevedere norme e impegni di carattere finanziario Tant'è che nel testo finale degli articoli 7 ed 8 della legge 57/2001 non si leggono più le parole "incentivare" o "sostegno", ma "promozione".
Al contrario, sono state inserite alcune materie quali quelle contenute al capo II del decreto legislativo in materia di contratti agrari e per l'agriturismo. Su queste due materie si è sfruttata la possibilità politica di attingere a testi di disegni di legge sui quali le Camere avevano già espresso pareri positivi, all'unanimità, anche se solo in sede di Commissione.
Per ogni articolo è indicata la lettera, o le lettere, del comma 1, dell’articolo 8, della legge 57/2001, a cui l’articolo del decreto fa riferimento nell’esercizio della delega.


CAPO I
SOGGETTI E ATTIVITA’


Articolo1 - L’imprenditore agricolo (lettere a, b, c)


L’articolo 1 del decreto legislativo prevede la integrale sostituzione dell’articolo 2135 del codice civile con un nuovo testo.
In via generale deve essere considerato che l’articolo, nonché la sua collocazione all’interno del codice, mantengono la stessa impostazione precedente, mentre sarebbe senza dubbio risultata più chiara una sua scissione in due parti: una di definizione del concetto di “attività agricola” e una di definizione dell’imprenditore agricolo, quale soggetto che esercita l’attività agricola.
Così non è stato e le attività economiche riconducibili alla agricoltura sono desumibili, indirettamente, in quanto svolte dall’imprenditore.
L’impostazione richiamata è stata, in gran parte, causa di quello che può essere ritenuto il maggior limite del decreto in parola: contenere in varie parti del proprio testo più disposizioni, tutte riconducibili alla “definizione generale” non raccolte in una sequenza logica che ne avrebbe facilitato la lettura e l’interpretazione.
Di seguito si riporta il testo dell’articolo 2135 del codice civile e quello che risulta dopo le modifiche:


Articolo 2135 Codice civile (prima delle modifiche)
Imprenditore agricolo


“E’ imprenditore agricolo chi esercita un’attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento del bestiame e attività connesse.
Si reputano connesse le attività dirette alla trasformazione e all’alienazione dei prodotti agricoli, quando rientrano nell’esercizio normale dell’agricoltura.”


Articolo 2135 Codice civile (dopo del modifiche)
Imprenditore agricolo


“E’ imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, silvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.
Per coltivazione del fondo, per silvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.
Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.”
Il nuovo primo comma, sostanzialmente, ricalca la vecchia stesura con, però, un’importante precisazione costituita dalla sostituzione dei termini “allevamento del bestiame” con “allevamento di animali”. Può sembrare un aspetto marginale, ma gli esperti sanno che proprio sul termine “bestiame” sono corsi fiumi di inchiostro e da esso è derivata una miriade di problemi per tanti allevatori, con la conseguenza che si è dovuto, nel tempo, provvedere ad emanare leggi e leggine che consentissero di ricomprendere, di volta in volta, talune specie di animali allevate, anche importanti, nel concetto di “bestiame”.
Del tutto nuova e senza dubbio positiva, è la precisazione che “Per coltivazione del fondo, per silvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo del ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine”.
Innovativo è certamente il richiamo al bosco, alle acque dolci, salmastre o marine (acquacoltura), che vanno ad aggiungersi al fondo agricolo e, completandone il concetto, assumano una condizione di centralità potenziale nel riconoscimento della qualifica di imprenditore agricolo.
Difatti, la norma non si focalizza sull’esistenza concreta dell’elemento oggettivo, bensì ne riconosce la presenza per situazione riflessa, vale a dire per il solo fatto di essere elemento che in situazioni di normalità diviene strumentale alla coltivazione, alla silvicoltura e all’allevamento di animali. Va da sé perciò, ed in particolare per l’allevamento di animali e di vegetali, che il legislatore ha confermato lo status di imprenditore agricolo a colui il quale si dedica a tali attività anche in assenza di terreno, inteso come fondo, bosco, acque dolci, salmastre o marine.
Se questo non genera particolari sorprese riguardo all’allevamento di animali, dove già la precedente definizione di imprenditore agricolo ne riconosceva titolo all’allevatore senza terra, assume forza innovativa in proposito alla coltivazione di vegetali, per cui il soggetto che vi provvede, pur non utilizzando il fondo (è il caso di allevamenti di piante in coltura idroponica) quale elemento strumentale, beneficia della condizione di imprenditore agricolo, conseguenza dell’effetto traslativo provocato dal bene prodotto.
Ancora può importante è il richiamo al “ciclo biologico”: infatti, in passato, molta discussione, al fine di distinguere l’esercizio di attività agricola da quelle meramente commerciali, si è incentrata su quello che poteva essere il concetto di allevamento, riferito sia alle specie animali che vegetali. “L’accrescimento” delle specie allevate, così come era stato, più o meno, intenso fino ad oggi, viene abbastanza chiaramente definito con lo “sviluppo del ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso”. Ciò significa essenzialmente questo: non necessariamente il bene, di carattere animale o vegetale, deve aver completato un ciclo biologico, mentre è determinante che esso sia divenuto, in qualche misura, diverso da ciò che era al momento in cui è iniziata la fase di allevamento da parte dell’imprenditore.
La parte del nuovo articolo 2135 del codice civile riferita alle cosiddette “attività connesse” è quella che ha suscitato maggiori discussioni e, probabilmente, la meno riuscita in termini di facilità di comprensione.
Innanzitutto, va sottolineato che quella di “attività connesse” non costituisce una ulteriore definizione che si aggiunge alle fondamentali. Il termine “connesse” sta proprio ad indicare che esse non possono essere esercitate da soggetti diversi dall’imprenditore agricolo che esercita una o più delle attività di coltivazione del fondo, silvicoltura e allevamento di animali. Esemplificando, l’attività di vinificazione, cioè di trasformazione dell’uva prodotta dall’imprenditore in vino, è senza dubbio “attività connessa”, mentre non lo è l’attività dell’imprenditore che gestisce un enopolio e trasforma in vino l’uva o il mosto prodotti da altri.
Infatti, il nuovo secondo comma inizia proprio affermando che le attività subito dopo elencate si intendono sempre “connesse” quando sono svolte dall’imprenditore agricolo che esercita le attività di coltivazione del fondo, silvicoltura e allevamento di animali.
Secondo l’elencazione contenuta nella norma, queste attività sono quelle “dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione” dei prodotti. A proposito di questi ultimi la norma, logicamente, precisa che le attività connesse, come prima elencate, devono avere “ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali.”
Qui è utile sottolineare che viene introdotto il concetto di “prevalenza”, fino ad ora presente in una parte della legislazione riferita alle attività agricole e mai esplicitato chiaramente. Questo consente all’imprenditore agricolo il ricorso al mercato per acquistare prodotti da destinare alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione, sempreché non siano prevalenti rispetto a quelli ottenuti dall’imprenditore attraverso la coltivazione del fondo o del bosco e l’allevamento di animali e integrino il prodotto originario al fine di realizzare un migliore prodotto finale.
Siccome fra le attività connesse trova giusto riconoscimento anche la commercializzazione, viene naturale la considerazione sul fatto che, ad esempio, un produttore di fiori può acquistare da terzi fino al 49% del prodotto necessario e poi ricollocarlo sul mercato, unitamente al proprio (che rappresenta almeno il 51%), mantenendo la qualifica di imprenditore agricolo, anche se ciò non modificherà l’assoggettamento fiscale che, in ogni caso, rimarrà diverso a seconda che il prodotto derivi dall’attività di produzione o provenga dall’esterno.
Dirompente, rispetto alla precedente impostazione normativa del Codice è l’ultima parte del terzo comma in esame dove, e per la prima volta, viene ricompresa, tra le attività connesse a quella agricola, la prestazione di taluni servizi. Recita infatti la parte richiamata “…nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzo prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge”.
Emerge, di nuovo, il concetto di prevalenza, nel senso che, anche nel caso di fornitura dei beni e servizi qui presi in esame, devono essere utilizzate prevalentemente risorse e attrezzature normalmente impiegate nell’attività esercitata. La disposizione risolve numerosi problemi che erano emersi quando, al momento della collocazione sul mercato di taluni prodotti tipicamente agricoli, il committente o acquirente richiedeva anche la prestazione di taluni servizi: è il caso del vivaista che impianta un giardino privato o assolve, oltre alla fornitura di essenze vegetali da lui prodotte, anche alla manutenzione delle stesse e dell’ambiente in cui vengono collocate (aree pubbliche). Più complesso è comprendere cosa debba intendersi per “ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale”, anche se, da questo punto di vista, una prima risposta è insita negli articoli 14 – Contratti di collaborazione con le pubbliche amministrazioni- e - 15 – Convenzioni con le pubbliche amministrazioni - .
L’articolo 1 del decreto legislativo si articola in due commi: un primo, quello di cui fin qui ci si è occupati e che sostituisce l’articolo 2135 del codice civile e un secondo, riferito alle cooperative tra imprenditori agricoli e loro consorzi.
La norma in questione, infatti, estende la definizione di “imprenditore agricolo” anche alle cooperative di imprenditori agricoli ed ai loro consorzi quando utilizzano, per lo svolgimento delle proprie attività, prevalentemente, prodotti dei soci, ovvero, forniscono, prevalentemente ai soci, beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico. Il riferimento è chiaro, sia ai servizi che la cooperativa può prestare ai propri soci che ai beni che può fornire agli stessi (quelli che una volta si definivano “acquisti collettivi”) oltre che, naturalmente, alle attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione dei prodotti conferiti dai soci.
Riconducibili alle definizioni fin qui prese in esame è quella contenuta nel decreto legislativo, sempre emanato in forza della delega contenuta nella “legge di Orientamento”, riferita all’attività di pesca che riconduce la definizione di imprenditore pescatore a quella di imprenditore agricolo, equiparandolo in tutto ad esso. Inoltre deve essere richiamata la norma contenuta all’articolo 8 del decreto legislativo riferito alle attività di silvicoltura e forestazione che equipara agli imprenditori agricoli anche le cooperative e i loro consorzi che forniscono in via principale, anche nell’interesse di terzi, servizi nel settore selvicolturale, ivi comprese le sistemazioni idraulico-forestali.
E’ probabile che la questione dell’interpretazione del concetto di “prevalenza”, più volte indicato nei vari articoli, possa sollevare più di un interrogativo che potrebbe rendere opportuna (se non necessaria) un’interpretazione autentica del concetto di “prevalente”.
Il problema non è di poco conto perché la portata della norma è abbastanza dirompente e va ben al di là della disciplina delle cosiddette “filiere corte”.
L’articolo in questione interessa un vasta “zona d’ombra” che si colloca tra le imprese agricole esclusive e le imprese di trasformazione medio grandi e comprende migliaia di imprese agricole ed artigiane che rappresentano una percentuale tra il 10 ed il 20 per cento della produzione alimentare italiana. Un’interpretazione estensiva del criterio di prevalenza potrebbe, per esempio, consentire alle piccole imprese agroalimentari di trasformarsi in imprese agricole, ed a molte imprese agricole di dilatare la loro attività (in termini di fatturato) perdendo la caratteristica di “agrarietà”. Un effetto collaterale di tutto ciò (ripeto, in assenza di una rigorosa interpretazione) sarebbe, tra l’altro, il differente regime fiscale e contributivo applicabile a medesime attività, con palesi ripercussioni sul piano della concorrenza.


Articolo 2 - Iscrizione al Registro delle Imprese (lettera d)


Gli imprenditori agricoli, per essere riconosciuti come tali, oltre ad avere le caratteristiche e i requisiti di cui all’articolo 2135 del codice civile, devono anche essere iscritti nel registro delle imprese, anche esso previsto e disciplinato dal codice civile (articolo 2188 e segg.).
Il registro si articola in una parte ordinaria e in una serie di “sezioni speciali”.
Tutti gli imprenditori agricoli sono obbligati alla iscrizione nel Registro delle imprese, con esclusione dei “piccoli imprenditori”. Tali sono, secondo l’articolo 2083 del codice civile, i coltivatori diretti del fondo e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia. Va però tenuto presente che la legge che ha materialmente istituito il “Registro delle Imprese”, la legge n. 580 del 29 dicembre 1993, ha istituito delle “sezioni speciali” destinate ai “piccoli imprenditori” e agli altri soggetti originariamente non obbligati alla iscrizione nel Registro.
Così, gli imprenditori agricoli sono iscritti:
- al registro delle imprese, quando sono costituiti in forma di società regolare (di capitali, cooperativa o di persone);
- alla sezione speciale degli imprenditori agricoli, quando sono costituiti nella forma di ditta individuale (o di impresa familiare) ed hanno le caratteristiche del piccolo imprenditore, come sopra ricordate; altrimenti devono essere iscritti alla parte ordinaria;
- alla sezione speciale delle società semplici.
L’iscrizione degli imprenditori agricoli in una delle due sezioni speciali del Registro delle Imprese loro destinate, aveva la funzione di certificazione anagrafica e di “pubblicità notizia”. Ora, l’articolo 2 del decreto legislativo, dispone che l’iscrizione degli imprenditori agricoli nelle sezioni speciali del Registro delle imprese, oltre alle funzioni di certificazione anagrafica e alle altre previste dalle leggi speciali, ha anche la funzione di cui all’articolo 2193 del codice civile. Da ciò discende che la funzione pubblicitaria delle sezioni speciali per gli imprenditori agricoli, è analoga a quella prevista per gli iscritti nella parte ordinaria del Registro.
L’articolo 2193 del codice civile richiamato nella norma, al primo comma, dispone infatti “I fatti dei quali la legge prescrive l’iscrizione, se non sono stati iscritti, non possono essere opposti ai terzi da chi è obbligato a richiederne l’iscrizione, a meno che questo provi che i terzi ne abbiano avuto conoscenza”. Il comma successivo precisa ulteriormente: “L’ignoranza dei fatti dei quali la legge prescrive l’iscrizione non può essere opposta dai terzi dal momento in cui l’iscrizione è avvenuta”.
Siamo di fronte ad una risposta significativa rispetto alla necessità di riconoscere efficacia legale alla iscrizione nel Registro delle imprese da parte degli imprenditori agricoli o piccoli imprenditori al pari di quanto previsto a favore dei soggetti iscritti nella parte ordinaria del Registro. Gli effetti dovrebbero essere oltremodo positivi, in particolare sul versante della sburocratizzazione.
Preoccupa, se pur velatamente, l’accostamento sempre più frequente dell’imprenditore agricolo a quello commerciale; in particolare per possibili, ancorché remote, conseguenze sul piano del diritto fallimentare e penale. In ogni caso si tratta di aspetti importanti i cui effetti dovranno essere approfonditi anche al fine di comprenderne la carica positiva.


Articolo 3 - Attività agrituristiche


Il decreto legislativo introduce tre disposizioni importanti che, in parte, precisano e ampliano la definizione delle attività agrituristiche, come disciplinata dalla legge n. 730/85 e tendenti ad accentuare la valorizzazione del territorio e la fruibilità delle risorse naturali, paesaggistiche e culturali da parte dei cittadini tutti e, in particolare, delle giovani generazioni e dei portatori di handicap.
Infatti, il comma 1 dell’articolo 3 riconduce all’esercizio di attività agrituristiche, ancorché svolte all’esterno dell’azienda, l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche, di pratica sportiva, escursionistiche e di ippoturismo, finalizzate ad una migliore fruizione e conoscenza del territorio.
Importante è l’esplicito richiamo, tra le attività agrituristiche che possono essere svolte dall’imprenditore agricolo, anche a quelle che hanno quale scopo la degustazione dei prodotti aziendali, ivi compresa la mescita del vino che, altrimenti, andrebbe soggetta alle norme specifiche contenute nella legge n. 268/99.
Viene, inoltre, precisato che il concetto di “stagionalità dell’ospitalità agrituristica”, non è riferito al periodo temporale dell’anno in cui l’attività viene svolta, ma alla durata del soggiorno dei singoli ospiti.
Con il comma 2 viene precisato che possono essere addetti ad attività agrituristiche, oltre ai titolari e ai soci delle imprese, anche i familiari di essi, come individuati all’articolo 230-bis del codice civile (coniuge, parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo) e i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, determinato e parziale. Tutti questi soggetti sono considerati lavoratori agricoli ai fini della vigente disciplina previdenziale, assicurativa e fiscale.
Infine, il comma 3 richiama disposizioni di carattere urbanistico-architettonico; in primo luogo, vengono estese le norme in materia di superamento delle barriere architettoniche alle opere e ai fabbricati destinati ad attività agrituristiche e viene confermata in modo inequivocabile l’esenzione dal pagamento degli oneri della legge “Bucalossi”, vale a dire degli oneri di urbanizzazioni previsti dalla legge 10/77, riconoscendo ai fabbricati destinati ad attività agrituristiche, le stesse condizioni, e non poteva essere diversamente, riservate ai fabbricati rurali.


Articolo 4 - Esercizio dell’attività di vendita (lettera s)


Secondo la definizione e i criteri direttivi contenuti nella legge delega approvata dal Parlamento, nel decreto legislativo, sono state riscritte, ordinare e semplificate le norme che disciplinano la vendita diretta dei prodotti agricoli da parte dei produttori.
Al comma 1, è stabilito che gli imprenditori agricoli iscritti nel registro delle imprese, possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio dello Stato, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende o dalle aziende dei soci, fatto salvo, ovviamente, il rispetto delle disposizioni in materia di igiene e sanità.
Tradotto in termini più semplici, l’imprenditore agricolo che intende vendere direttamente ai consumatori i prodotti realizzati sulla propria azienda, deve rispettare soltanto due condizioni:
- osservare scrupolosamente le norme in materia di igiene e sanità;
- vendere, prevalentemente, prodotti provenienti dalla propria azienda.
La norma vale anche per le società e le cooperative, a condizione che i prodotti venduti provengano prevalentemente dai soci.
A questo punto, però, si rende indispensabile richiamare il contenuto del successivo comma 8 dello stesso articolo e i fondamenti della normativa fiscale. Infatti, oltre alle due condizioni prima richiamate, se ne determinano altre che, nel caso in cui l’attività di vendita diretta di prodotti non propri assuma importanza in termini economici, possono far scattare i meccanismi che regolano il commercio. Il comma 8, infatti, stabilisce che “Qualora l’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti non provenienti dalle rispettive aziende o dalle aziende dei soci nell’anno solare precedente sia superiore a lire 80 milioni per gli imprenditori individuali ovvero a lire 2 miliardi per le società, si applicano le disposizioni” contenute nella legge del commercio (decreto legislativo n. 114/98).
Le disposizioni fiscali, sia in materia di Iva che di imposizione diretta, pur prevedendo il concetto della prevalenza, lo limitano ai beni e ai servizi che occorrono per conseguire un miglioramento dei prodotti agricoli, mentre assoggettano sempre ai regimi “ordinari” o “commerciali” quando si è in presenza di “beni nuovi acquistati per la rivendita”.
Venendo alle altre fattispecie elencate nel decreto legislativo, è previsto che:
a) la vendita diretta di prodotti agricoli effettuata in forma itinerante, può avvenire a condizione che ne sia data comunicazione al Comune del luogo in cui ha sede l’azienda di produzione, dopo trenta giorni dal ricevimento, da parte del Comune, della comunicazione; detta comunicazione deve contenere le generalità del richiedente, l’indicazione dell’iscrizione nel Registro delle imprese, gli estremi di ubicazione dell’azienda, la specificazione dei prodotti di cui si intende praticare la vendita e le modalità con cui si intende effettuarla, ivi compreso il commercio elettronico;
b) la vendita al dettaglio di prodotti agricoli in forma non itinerante su aree pubbliche o in locali aperti al pubblico è soggetta alla preventiva comunicazione indicata al punto precedente che, però, deve essere indirizzata al Sindaco del Comune sul cui territorio si intende operare la vendita; per la vendita al dettaglio in aree pubbliche mediante l’utilizzo di un posteggio, la comunicazione deve anche contenere la richiesta di assegnazione del posteggio;
c) è consentita, secondo le regole fin qui richiamate, anche la vendita diretta, da parte degli imprenditori agricoli, di prodotti derivati, ottenuti a seguito di attività di manipolazione e trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici, finalizzate al completo sfruttamento del ciclo produttivo dell’impresa;
d) le attività di vendita diretta non possono essere effettuate da quegli imprenditori che abbiano subito condanne con sentenza passata in giudicato per delitti in materia di igiene e sanità o di frode nella preparazione degli alimenti, nel quinquennio precedente all’inizio dell’attività di vendita; il divieto ha efficacia per un quinquennio dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna; nel caso delle società, il divieto vige qualora i singoli soci delle società di persone e gli amministratori delle persone giuridiche abbiano riportato le condanne sopra richiamate.


CAPO II
CONTRATTI AGRARI, INTEGRITA’ AZIENDALE E DISTRETTI


Articolo 5 - Modifiche alla legge 3 maggio 1982, n. 203 (lettera e)


E’ impropriamente definito, nel titolo, quale modifica alla legge sui contratti agrari, la legge 203 del 3.5.1982.
Il contenuto di tale articolo contiene un'integrazione alla legge 203/82 e non comporta, quindi, una variazione o sostituzione di alcuna parte di essa: la prelazione nell'affitto si aggiunge al corpo legislativo vigente senza apportare modifiche al suo impianto.
L'articolo fissa una procedura precontrattuale dell'affitto, per la quale:
- il locatore, in prossimità della scadenza del contratto, in caso intenda riaffittare il proprio fondo, è tenuto a comunicare all'affittuario uscente le offerte ricevute;
- questi, in caso accetti le condizioni presenti in esse, comunica la propria intenzione al locatore ed acquisisce il diritto a stipulare un nuovo contratto, in conformità ad esse, in quanto titolare di una preferenza legale.
La procedura citata ha un campo d'applicazione che eccede di 6 mesi la scadenza del vecchio contratto, nella stima concreta del tempo delle decisioni negoziali del proprietario, già locatore.
In caso di elusione delle comunicazioni all'affittuario uscente, questi conserva il diritto di prelazione entro il termine di un anno dalla scadenza del contratto non rinnovato,ed in caso lo eserciti, si instaura un nuovo rapporto di affitto alle medesime condizioni del contratto concluso dal locatore o proprietario, già locatore, con terzi .
In riferimento ai tempi d'azione dell'esercizio del diritto si rileva una consonanza con quelli propri del diritto di prelazione nell'acquisto: in entrambe le fattispecie si tiene in debito conto un prolungamento, extra contrattuale di un anno, del valore possessorio dei titolari dei diritti a garanzia della stessa applicazione del dettato legislativo.
Nei lavori preparatori, in sede ministeriale, la Cia ha difeso il nuovo diritto quale attuazione della Legge delega, in particolare del punto e) dell'articolo 8, che verte "sulla conservazione dell'unità aziendale, sull'ammodernamento strutturale dell'impresa e sulla ottimizzazione del suo dimensionamento”.
Infatti, la continuità dell'impresa dell'affittuario uscente ed il riferimento alla dimensione fisica dell'azienda rappresentano la "ratio" del neo istituto: in esso si coniugano due esigenze primarie, la preferenza accordata all'imprenditore già concessionario con esigenze di consolidare ed estendere la maglia poderale e la libertà negoziale del proprietario di confermare la scelta dell'affitto quale forma di conduzione del proprio fondo.
Si rileva, per inciso, che, in anticipo sull'operato del legislatore, la Confederazione italiana agricoltori, la Confagricoltura e la Proprietà fondiaria hanno firmato il 16.12.1996 l'accordo collettivo nazionale sui contratti agrari, in cui è richiamato "il diritto di prelazione nell'affitto".


Articolo 6 - Utilizzaaione agricola dei terreni demaniali e patrimoniali indisponibili (lettera e)


In esso si conferma l'applicazione della vigente legge sui contratti agrari a tutte le concessioni fatte da enti pubblici.
In effetti, entrambe le leggi richiamate nell'articolo, la 11/71 e la 203/82, già stabiliscono che le norme sull'affitto dei fondi rustici regolano tali concessioni.
Nello specifico l'articolo 22 della legge 11/71 è richiamato nell'articolo 51 della legge 203/82 ed estende la disciplina dei contratti agrari alle concessioni dei beni pubblici con destinazione agricola, in merito all'utilizzazione, senza entrare nel regime di circolazione e destinazione di essi .
Nei limiti e nei caratteri di tale utilizzazione la normativa rimane identica, quale sia lo strumento che fa nascere il rapporto, concessione o affitto .
Nella prassi corrente vi sono stati limiti al rispetto del dettato legislativo e la giurisprudenza in merito, Consiglio di Stato e Cassazione, ha stabilito che l'applicabilità agisce riguardo al canone non includendo gli altri aspetti della legge 203/82.
Pertanto con l'articolo 6 in cui è richiamata la legge sui contratti agrari nella sua generalità, è chiaramente esplicitato che vengono estese alla fattispecie tutti i contenuti di essa per il superamento delle difficoltà applicative riscontrate in passato.
In concreto, il precedente assoggettamento al capitolo del canone pur significativo non era esauriente per la regolamentazione essenziale della concessione, in quanto, a titolo esemplificativo, il capitolo della durata, logicamente connesso al canone, rimaneva fuori dalla trattazione insieme ad altre disposizioni utili ai concessionari.
In sintesi, è fissata al primo comma l'applicazione generale della normativa dei contratti agrari alle concessioni dei beni pubblici; al secondo comma la libertà di circolazione e di destinazione di detti beni; al terzo comma l'adozione del regime dei miglioramenti con un limite, corollario del teorema contenuto al secondo comma, per cui non sono ammesse operazioni nel caso l'utilità conseguente ecceda i tempi contrattuali; al quarto comma sono confermate le procedure di assegnazione secondo l'articolo 51 della legge 203/82, ricorrendo alla pratica già invalsa, anche in tali circostanze, dei patti in deroga.
Nell'ambito delle nuove norme, la prelazione nell'affitto di cui all'articolo 5 si applicherà anche alle concessioni dei beni pubblici offrendo un oggettivo vantaggio ai concessionari uscenti, in particolare nelle realtà territoriali in cui opera un accordo collettivo, che comporta la mediazione ottimale sulla ragione economica del contratto.


Articolo 7 - Prelazione di più confinanti (lettera e)


Si fissa il criterio preferenziale dei soggetti titolari del diritto di prelazione nell'acquisto di fondi rustici. In esso è recepito legislativamente quanto la giurisprudenza ha correntemente espresso in merito al fattore età, quale riferimento di preferenza in caso di più soggetti confinanti.
A riguardo è richiamato il regolamento comunitario che elenca i requisiti utili per ricevere gli aiuti per il primo insediamento dei giovani agricoltori.
Sempre in tema di diritti fondiari, si rileva che, ai sensi dell'articolo 9, i soci di società di persone, in possesso della qualifica di coltivatore diretto, mantengono le prerogative legali proprie della persona fisica, compreso quindi il diritto di prelazione per l'acquisto, anche se scelgono l'assetto societario per svolgere l'attività.


Articolo 8 - Conservazione dell’integrità dell’azienda agricola (lettera e)


Si dispone l'applicazione a tutto il territorio nazionale, delle disposizioni della legge sulla montagna.
Nello specifico, l'articolo 4 della legge 97/94 stabilisce che gli eredi coltivatori hanno diritto all'acquisto delle porzioni dei fondi, alla scadenza dell'affitto
instauratosi per legge all'apertura della successione.
Nel richiamo all'articolo 5 si acquisisce la procedura per l'acquisto della proprietà in merito alla dichiarazione dell'avente diritto, alla valutazione economica dell'operazione ed al controllo della destinazione agricola del fondo ai fini delle agevolazioni sul prezzo.
La Cia, in sede ministeriale, ha espresso il parere che sarebbe stato opportuno richiamare la normativa sulla montagna con una variazione sulla durata del contratto d'affitto, fase obbligata e propedeutica alla successiva vendita obbligata, da parte dell'erede non coltivatore all'erede coltivatore, dai 15 anni del modello legislativo, alla durata media dei 5 anni previsti nell'accordo collettivo nazionale.


Artcolo 9 - Soci di società di persone (lettera a)


Articolo 10 - Attribuzione della qualifica di impreditore agricolo a titolo principale (lettera a)


L’esercizio della attività agricola in forma societaria ha sempre creato problemi a causa di una arcaica concezione, per altro indotta dalle stesse contraddizioni del codice civile, per cui la forma giuridica è prevalente rispetto all’attività svolta effettivamente e dal settore economico in cui la società agisce. Lo si è appena visto per il Registro delle imprese, che iscrive le società regolari nella parte ordinaria, indipendentemente dalla loro ampiezza effettiva. Ed è emerso con chiarezza nel lungo dibattito, chiusosi di recente, sulle società a responsabilità limitata artigiane per le quali si è resa necessaria una specifica legge.
Va subito rilevato che, per espressa disposizione legislativa, le modifiche e le norme introdotte, non hanno effetto ai fini dell’applicazione del Testo Unico delle Imposte Dirette. Lo afferma il comma 2 dell’articolo 10. Va detto che si tratta di un limite grave, anche se bisogna dare atto agli estensori della norma che non avrebbero potuto fare altrimenti in quanto ogni intervento che determinasse riduzione di gettito o aumento di spesa era stato tassativamente escluso dalla delega approvata dal Parlamento.
Le norme in esame riguardano sia le società di persone che di capitali e sanciscono, tardivamente, il riconoscimento della necessità che anche gli agricoltori possano utilizzare strumentazioni giuridiche più avanzate, sin qui scoraggiate, rispetto a quelle fino ad oggi consentite.
A proposito delle società di capitali, l’articolo 10 stabilisce che queste sono considerate “Imprenditore agricolo a titolo principale” (la modifica interviene sull’articolo 12 della legge 9 maggio 1975, n. 153), qualora il loro Statuto preveda quale oggetto sociale, l’esercizio esclusivo della attività agricola e, inoltre, qualora oltre il 50 per cento del capitale sociale sia sottoscritto da imprenditori agricoli a titolo principale. La disposizione prevede anche che tale condizione deve permanere e deve in ogni caso essere assicurata anche nel caso in cui avvenga la circolazione di quote azionarie. A tale scopo la disposizione stabilisce che negli statuti delle società possa essere prevista l’introduzione di un diritto di prelazione a favore dei soci che hanno la qualifica di imprenditore a titolo principale. Per garantire la permanenza del requisito di Imprenditore a titolo principale in capo alla società, la disposizione prevede anche l’obbligo per il socio che dovesse perdere la qualifica di Imprenditore agricolo a titolo principale di darne comunicazione all’organo di amministrazione della società entro il termine di quindici giorni da quando il fatto si è verificato.
La norma, di per sé, non costituisce una novità, in quanto recepisce gli orientamenti comunitari e alcune disposizione legislative adottate dalle regioni in seguito a pronunciamenti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Alla disposizione va riconosciuto il merito di consentire una individuazione chiara di regole, non particolarmente restrittive, che possono essere gestite con facilità. Purtroppo, ancora, non viene prevista la possibilità di utilizzare società di capitali per i coltivatori diretti, problema che, come è stato richiamato, è stato risolto per gli artigiani. Oggi il problema è quasi marginale ma è prevedibile che, con l’ingresso in agricoltura delle nuove generazioni e di soggetti che, non legati da vincoli di parentela, intendono gestire una impresa agricola con il proprio lavoro, presto dovranno essere individuate soluzioni adeguate.
Le società cooperative, secondo una definizione che precisa meglio quanto contenuto nell’articolo 1, sono considerate imprenditori a titolo principale quando utilizzano prevalentemente prodotti conferiti dai soci ed almeno la metà dei soci è in possesso della qualifica di Imprenditore a titolo principale.
In relazione alle società di persone, le norme da esaminare sono due: quella di cui qui si tratta e l’altra riferita ai soci, contenuta nell’articolo 9.
Cosi come per tutti gli altri tipi di società, anche per le società di persone rimane fermo l’obbligo che nello statuto o atto costitutivo, sia previsto, nell’oggetto sociale, l’esercizio esclusivo dell’attività agricola. Ai fini del riconoscimento del requisito di imprenditore a titolo principale, inoltre, è stabilito che almeno la metà dei soci sia in possesso della qualifica di Imprenditore a titolo principale. Importante è anche la previsione che, per le società in accomandita semplice, il riferimento è rivolto ai soci accomandatari, essendo generalmente i soci accomandanti soggetti che si limitano a partecipare alla società fornendo capitale e non prestando direttamente la loro opera.
Il già richiamato articolo 9 infine, completa il quadro normativo relativo alle società di persone operanti in agricoltura. Dispone infatti l’articolo in esame che “ai soci di società di persone esercenti attività agricole in possesso delle qualifica di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo a titolo principale, continuano ad essere riconosciuti e si applicano i diritti e le agevolazioni tributarie e creditizie stabiliti dalla normativa vigente a favore delle persone fisiche in possesso delle predette qualifiche”.
Ciò che aveva cominciato a delinearsi, con fatica, per le società semplici, dopo la massiccia operazione di “regolarizzazione” seguita alla attuazione del Registro delle imprese, diviene finalmente una realtà: le imprese agricole costituite in forma di società di persone, hanno gli stessi diritti delle imprese individuali; per meglio dire, i soci delle società di persone operanti in agricoltura, a parità di caratteristiche soggettive, hanno gli stessi diritti dei titolari di ditte individuali.
Come noto, la normativa previdenziale stabilisce che la qualifica di “coltivatore diretto” è riconosciuta a condizione che il titolare e i propri familiari concorrano alla gestione dell’azienda con almeno un terzo della manodopera necessaria, oltre a dedicarsi professionalmente e manualmente all’attività. L’articolo 9 del decreto legislativo si occupa anche di questo aspetto e stabilisce che i soci delle società di persone mantengono la qualifica previdenziale e, ai fini del raggiungimento, da parte del socio, del fabbisogno lavorativo prescritto, si computa anche l’apporto delle unità attive iscritte nel rispettivo nucleo familiare.


Articolo 11 - Attenuazione dei vincoli in materia di proprietà coltivatrice (lettera e)


Nel merito dell’articolo:
- il periodo di decadenza dei benefici è ridotto dai 10 ai 5 anni;
- l'estinzione del mutuo o la vendita del fondo può aver luogo decorsi 5 anni;
- i parametri dei due comma precedenti non si applicano in caso di trasferimenti di proprietà o di uso a parenti stretti, aventi la qualifica di imprenditore agricolo,ed anche in tutte le alienazioni conseguenti l'attuazione di regolamenti comunitari atti a favorire i giovani o a promuovere il prepensionamento;
- la riduzione del vincolo di indivisibilità dai 30 ai 15 anni e la revoca di esso in caso di mutata destinazione agricola del fondo;
- gli effetti dell'attenuazione dei vincoli favorevolmente si applicano anche agli atti di trasferimento antecedenti di 5 anni l'entrata in vigore del decreto.
La retroattività, limitata a 5 anni, di queste nuove misure favorirà coloro che hanno maturato tale periodo all'entrata in vigore del decreto.
L’articolo interviene a modificare la legge 604/54, in tema di agevolazioni tributarie per la formazione e l’arrotondamento della proprietà diretto coltivatrice.
In primo luogo viene ridotto da dieci a cinque anni il periodo di decadenza durante il quale l’acquirente coltivatore diretto, pena il recupero dell’imposta in misura piena, non può alienare il fondo o cessare di coltivarlo, definizione che equivale a dire che non è possibile neanche trasferirne la conduzione ad altri. Sempre a questo proposito, va puntualizzato che la norma, così modificata, può applicarsi anche per le situazioni pregresse, per le quali non è intervenuto un accertamento definitivo; difatti, trattandosi di norma tributaria, sottostà alle disposizioni introdotte con i Decreti legislativi 471, 472 e 473 del 1997 in materia di riforma del Nuovo Sistema Sanzionatorio, in cui fa capolino un nuovo istituto, vale a dire l’istituto del favor rei, definibile come opportunità per il contribuente di applicare, in termini sanzionatori, la legge più favorevole fra quella in essere al momento in cui è stata commesso il reato e quella vigente al momento dell’accertamento.
Sulla valenza degli effetti, si ha una immediata conferma proseguendo nell’analisi delle ulteriori modifiche apportate. In particolare, viene affermato che, dagli ultimi cinque anni precedenti la data di entrata in vigore della norma, l’acquirente non incorre nella decadenza dei benefici anche qualora, entro i primi cinque anni, alieni il fondo o conceda il godimento dello stesso a favore del coniuge, dei parenti entro il terzo grado e degli affini entro il secondo grado.

Articolo 12 - Operazioni fondiarie dell'Ismea (lettera e)

La disposizione prevede il trasferimento delle risorse, annualmente previste, a favore degli Enti regionali di sviluppo ( articoli da 12 a 15 della Legge 590/65) per le operazioni di acquisto di terreni a favore di coltivatori diretti, mezzadri e coloni, nelle disponibilità dell'Ismea. Va ricordato che l'ISMEA ha, in virtù della riforma degli Enti collegati al Mipaf, assorbito le attività della ex Cassa.
Le risorse, così trasferite, saranno utilizzate dall'ISMEA per soddisfare la riserva, fino al 60%, per ciascun esercizio finanziario, delle disponibilità per la "...priorità nel finanziamento delle operazioni di acquisto o ampliamento di aziende" (articolo 4, comma 1, legge 441/98) a favore di:
- giovani agricoltori, con età inferiore a 40 anni, con qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale o di coltivatore diretto, iscritti nelle gestioni previdenziali;
- giovani di età inferiore a 40 anni, che si impegnino a acquisire la qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale o di coltivatore diretto, nei ventiquattro mesi successivi all'operazione di acquisto agevolata e ad iscriversi nelle gestioni previdenziali;
- giovani agricoltori, di età inferiore a 40 anni, che subentrano per successione nella titolarità delle aziende a seguito di liquidazione ad altri aventi diritto delle relative quote (diritto agli eredi).
L'ultimo periodo dell'articolo 12 dispone che all'ISMEA non venga applicata la normativa prevista dalla Legge 720/84, in materia di tesoreria unica per enti ed organismi pubblici. Con tale disposizione l'Ente disporrà di una maggiore velocità nel reinvestimento delle risorse e una minore rigidità nella liquidazione degli importi derivanti dai contratti assunti.


Articolo 13 - Distretti rurali ed agroalimentari di qualità (lettera o)


Sono definiti distretti rurali i “sistemi produttivi locali caratterizzati da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione tra attività agricole ed altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali”. Questa nozione fa pensare che possano essere definiti distretti anche le aree a forte specializzazione agricola indipendentemente dalla presenza di un forte legame con altre attività locali. Un’interpretazione riduttiva che, al contrario, concepisse il distretto solo come sistema agroalimentare escluderebbe aree ad altissima vocazione produttiva e specializzate in produzioni agricole di alta qualità pur senza la presenza di imprese di trasformazione o distributive locali. Ad esempio, la zona di Ribera per le arance, la Val di Non per le mele.
Il testo, comunque, rinvia a disposizioni regionali l’individuazione dei distretti. Ma ancor più è necessario che il Mipaf definisca i criteri mediante i quali sarà, successivamente, possibile la localizzazione. Si pensi alla confusione che si ceerebbe se ogni Regione delimitasse i distretti sulla base di criteri non omogenei. Quando furono concepiti i distretti industriali fu l’Istat a studiare criteri che, tuttavia, non sono applicabili ai distretti rurali. Da ciò deriva la necessità di una nostra iniziativa per sollecitare sia il Ministero a definire i criteri, sia le Regioni a delimitare i distretti.


CAPO III
RAPPORTI CON LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

 

Articolo 14 - Contratti collaborazione con le pubbliche amministrazioni (lettere l, ee)


Articolo 15 - Convenzioni con le pubbliche amministrazioni (lettere l, ee)


Il testo rinvia la decisione alle istituzioni locali ed all’iniziativa degli imprenditori agricoli. A dire la verità, i richiami legislativi contenuti negli articoli in questione si riferiscono ad accordi di collaborazione con soggetti privati ed associazioni senza scopo di lucro al fine di favorire l’innovazione dell’organizzazione amministrativa e di realizzare maggiori economie nonché una migliore qualità dei servizi prestati. Poiché si parla di produzioni e tradizioni alimentari locali (articolo 14) e di manutenzione del territorio (articolo 15) le amministrazioni interessate dovrebbero essere, per le aree di rispettiva competenza, le province e le comunità montane, piuttosto che le regioni alle quali, in queste materie, compete una funzione di indirizzo e di iniziativa generale.


CAPO IV
RAFFORZAMENTO DELLA FILIERA AGROALIMENTARE


Articolo 16 - Interventi per il rafforzamento e lo sviluppo delle imprese gestite direttamente dai produttori agricoli (lettera g)


Articolo 17 - Trasferimento di adeguato vantaggio economico ai produttori agricoli (lettera h)


Il testo, in sostanza, stabilisce una priorità, nel regime di aiuti in questione, a favore delle imprese gestite direttamente dai produttori agricoli; esso, inoltre, tenta di definire il concetto di “partecipazione adeguata e duratura dei produttori agricoli ai vantaggi economici dell’iniziativa … anche attraverso contratti di filiera e accordi interprofessionali”. L’articolo 17 si limita a specificare che il vantaggio economico è assicurato con la dimostrazione dell’adempimento degli obblighi derivanti dai contratti stipulati anche nel rispetto di accordi interprofessionali. Non si obbliga alla stipula di contratti ma solo al loro rispetto, se stipulati; tanto meno essa obbliga a sottoscrivere accordi interprofessionali. Inoltre non si dice nulla sui contenuti degli accordi che dovrebbero essere rispettati, quindi si suppone che l’essenziale obbligo sia quello di rispettare il prezzo pattuito. In verità, trattandosi di un contratto, il riferimento aappare riduttivo. A ciò si deve aggiungere la considerazione che gli accordi interprofessionali, negli ultimi anni, sono diventati sempre più rari. Molti di quelli sottoscritti non sono seguiti da contratti, altri discendono da un regime di aiuti comunitari che vincola al rispetto del prezzo garantito. L’articolo 13 del decreto legislativo n. 173/98, che stabilì il piano di interventi per il rafforzamento della filiera, fissò, tra gli obiettivi, la valorizzazione delle produzioni agroalimentari tipiche e di qualità. L’obiettivo qualità dovrebbe essere posto come uno dei contenuti di accordi interprofessionali, requisito necessario per l’accesso ai benefici del programma di intervento.
La formula adottata è, in ogni caso, abbastanza generica. La legge stessa demanda alle amministrazioni competenti (nazionali e regionali a seconda della dimensione del progetto) l’individuazione dei termini e delle modalità che consentono di soddisfare il criterio di adeguato vantaggio. Potrà essere quella l’occasione e la sede adatta per rendere il vincolo più stringente.


Articolo 18 – Promozione dei processi di tracciabilità (lettera p)


L’articolo pone le basi per un’azione ministeriale finalizzata alla promozione di sistemi di tracciabilità sia nelle filiere agricolo-alimentari vegetali e zootecniche, sia nella produzione dei mangimi.
Per sistema di tracciabilità si intende l’identificazione documentata di tutte le attività, le materie prime e, soprattutto, gli operatori che hanno concorso alla produzione di un bene alimentare dal “campo al bancone di vendita”.
In generale, sono state accolte le indicazione della Cia.
Alcune perplessità nascono dall’unificazione tra le filiere agricolo-alimentari e quelle mangimistiche. Forse, per queste ultime, è da considerare l’opportunità che il sistema di tracciabilità sia obbligatorio. Si tratta, infatti, di filiere agricolo-industriali specifiche, produttrici di mezzi tecnici per l’agricoltura ed al centro, in questi ultimi anni, di diversi problemi ed emergenze, che hanno arrecato notevoli danni ai produttori zootecnici.
Per quanto riguarda, invece, le filiere agricolo-alimentari, i contenuti appaiono, nel complesso, positivi:
- il sistema di tracciabilità è volontario;
- viene promosso da accordi volontari di filiera;
- quando implementato necessita di certificazione di parte terza (con riferimento alla norma UNI);
- può essere fortemente valorizzato da interventi “premiali” da parte delle istituzioni: incentivi, campagne di informazione pubblica, servizi, defiscalizzazioni.
I sistemi di tracciabilità, come da sempre indicato dalla Cia, possono rappresentare strumenti di grande sviluppo dei sistemi agricoli, in quanto:
- creano relazioni di fiducia tra produttori e consumatori.
- favoriscono le politiche di qualità legate al territorio;
- si fondano sull’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti della filiera a partire dall’origine delle materie prime;
- fanno uscire l’agricoltura dall’anonimato;
- possono favorire un maggiore equilibrio nei rapporti di forza intersettoriali.
Con l’articolo si identificano e valorizzano i ruoli dei diversi soggetti interessati in un quadro di riferimento unitario.
E’ importante soprattutto sottolineare le relazioni tra accordi volontari e norme volontarie.
Gli accordi volontari tra le forze sociali hanno tre principali obiettivi:
- promuovere concretamente la realizzazione di sistemi di tracciabilità di filiera, basati sulla norma UNI;
- orientare l’applicazione effettiva della tracciabilità, individuando nella specifica filiera elementi concreti che la norma UNI, di valenza generale, non può comprendere (per esempio: quali flussi tracciare - solo le materie prime o anche gli additivi ed i coadiuvanti tecnologici, gli imballaggi - come indicare il territorio di origine, come trattare le importazioni);
- assicurare un raccordo con le politiche e le istituzioni.
In sede CNEL, ad esempio, la Cia ha, nei giorni scorsi, firmato una dichiarazione di intenti in questa direzione, insieme alle altre principali componenti organizzate della filiera, e sono state attivate azioni specifiche per realizzare accordi volontarie per alcune importanti settori produttivi.


Articolo 19 - Commissione interministeriale per la sicurezza alimentare (lettera h)


L’articolo, pur presente in riferimento alla legge di delega, è stato ulteriormente sollecitato nei pareri delle Commissioni di Camera e Senato e risponde a problemi reali ed urgenti:
1. creare un maggiore coordinamento tra i vari Ministeri che si occupano di vigilanza e controllo della sicurezza igienico sanitaria;
2. analizzare l’opportunità di costituire un Autorità nazionale indipendente ed autorevole, che interfacciandosi con l’omologa Autorità europea, abbia compiti di analisi del rischio e di intervento rapido, nelle emergenze. Il Libro Bianco separa non ha caso l’analisi dalla gestione del rischio.
La Cia in varie circostanze, ha ribadito la necessità di accelerare l’applicazione del Libro Bianco, di armonizzare la normativa italiana con quella europea e di istituire un’Autorità nazionale.
Permane una perplessità: esisteva la necessità di creare una Commissione interministeriale, operante a tempo determinato, che analizzasse questi problemi e proponesse delle soluzioni, con un’apposita relazione al Governo in un decreto o è attività ordinaria del governo e delle Camere?


Articolo 20 - Istituti della concertazione


L'articolo è stato introdotto sulla base del parere formulato dalle Commissioni agricoltura, in sede di formulazione del parere, con un richiamo esplicito al comma 3, lettera a), dell'articolo 7 della Legge 57/2001, che recita: "promuovere, anche attraverso il metodo della concertazione, il sostegno e lo sviluppo economico e sociale dell'agricoltura...".
Viene disposto che, con cadenza almeno trimestrale, sia convocato il Tavolo agroalimentare, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri presso la Presidenza del Consiglio, per la definizione delle politiche agricoloalimentari. E' una sorta di maggiore istituzionalizzazione del tavolo e delle sue attività nell'ambito della politica di concertazione.
Ai lavori del Tavolo viene prevista anche la partecipazione di tre rappresentanti del Consiglio Nazionale dei Consumatori, eletti dal Consiglio stesso. Il Consiglio Nazionale dei Consumatori, istituito presso il Ministero dell'Industria, in futuro delle attività produttive, è partecipato da rappresentanti delle Associazioni e Unioni dei consumatori riconosciute ai sensi della Legge 281/98.
Il comma 2 dell'articolo rinvia ad un successivo Decreto del Ministro delle Politiche Agricole la definizione delle modalità per l'esercizio della concertazione in sede ministeriale.


Articolo 21 - Norme per la tutela dei territori con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità (lettera o)


Anche l'articolo 21 è stato inserito su richiesta delle Commissioni parlamentari. Il testo del parere recita: "In attuazione del medesimo principio di delega, si preveda una particolare tutela per i territori su cui insistono produzioni di qualità e biologiche, recuperando i contenuti del testo unificato in materia...".
Il testo a cui si fa riferimento nel parere è quello risultante dalla unificazione di più disegni di legge (de Ghislazoni Cardoli, Scarpa Bonazza Buora, Pecoraro Scanio) nei quali si indicavano, nelle more della disciplina per l'individuazione delle aree in cui localizzare impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, particolari norme a salvaguardia delle aree in cui insistevano produzioni agricole di particolare qualità e tipicità. I testi erano stati presentati anche sulla scorta delle proteste innescate dalla ventilata localizzazione di un impianto di rifiuti in una zona pregiata per la produzione di vino ( Montalcino).
Il testo dell'articolo richiama le disposizioni a cui le Regioni, le Province e gli enti locali, oltreché lo Stato, si debbono attenere nella predisposizione dei piani per la individuazione della localizzazione di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, definendo i territori non idonei, per la presenza di particolari caratteristiche e produzioni da tutelare.
La tutela deve essere riferita:
- alla tipicità, alla qualità, alle caratteristiche alimentari e nutrizionali, alle tradizioni rurali per le produzioni DOC, DOCG, DOP, IGP e IGT.
- alle aree in cui si ottengono prodotti biologici ai sensi della normativa vigente;
- alle zone con interesse specifico per le attività agrituristiche.
Si tratta di norme di principio e di indirizzo che, tuttavia, data la estrema diffusione di produzioni tutelate, delle attività agrituristiche e di produzione con metodi dell'agricoltura biologica sul nostro territorio, non sarà ininfluente sulle scelte nella localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti.


Articolo 22 - Sorveglianza rinforzata (lettera n)


E’ senz’altro opportuno accrescere la sorveglianza per monitorare l’importazione in Italia di materie prime e mezzi tecnici contenenti organismi geneticamente modificati e per verificare se viene rispettata l’attuale normativa europea ed italiana sull’indicazione in etichetta di tali organismi.
E’ anche apprezzabile l’intento di creare un maggiore coordinamento tra Regioni, Mipaf e Sanità per migliorare l’efficacia e l’efficienza delle azioni di sorveglianza.
Si tratta di un problema complesso, che coinvolge diversi soggetti istituzionali, ma che necessita anche di rilevanti specifiche tecniche:modalità di campionamento, metodiche analitiche, disponibilità di laboratori attrezzati, creazione di un sistema informativo unico.
In questo quadro, un decreto del Mipaf, se opportunamente concertato, può rappresentare un primo passo importante.


Articolo 23 - Prodotti di montagna (lettera g)


L’articolo riprende, senza risolvere, la problematica della menzione “di montagna” su taluni prodotti agicolo-alimentari. Il problema è molto sentito anche dalla Cia, ma così come proposto non consente di fare passi in avanti e si mantengono in essere tutti i problemi con l’Unione europea.
Il problema poteva, come proposto dalla Cia, essere meglio affrontato con riferimento a quando indicato nell’articolo relativo ai sistemi di tracciabilità.
I prodotti di montagna – meglio se specificati di quale territorio particolare – non sono altro che prodotti ottenuti con materie prime provenienti da determinate zone montane e trattati in aziende situate in determinate zone montane.
Collegandoli ai sistemi di tracciabilità si sarebbe raggiunto lo scopo di identificare questi prodotti e di certificarli, senza creare nuovi sistemi di riferimento.
Il rapporto, inoltre, con il sistema di normazione volontaria e con la certificazione di terza parte dovrebbe anche facilitare il superamento dei contrasti con l’Unione Europea.


Articolo 24 - Indicatori di tempo e temperatura (lettera p)


La problematica è complessa e lo scarno articolato non aiuta a definire i termini del problema.
Non è chiaro se si tratta di indicazioni di tempo e temperature da apporre in etichetta o degli “indicatori”, marcanti il mantenimento della cosiddetta catena del freddo.
Relativamente al primo problema, tutta la materia, è trattata dal Decreto legislativo 109/1992 e successive modifiche ed integrazioni.
In particolare, il decreto stabilisce per quali prodotti deve essere indicata la data di scadenza (consumarsi entro…) o il termine indicativo di conservazione (consumarsi preferibilmente entro…). Lo stesso decreto indica quali prodotti sono esclusi (per esempio l’ortofrutta fresca) e stabilisce come indicare eventuali specifiche per particolari condizioni di conservabilità.
L’intento è positivo: tutto ciò che migliora l’informazione al consumatore e accresce l’educazione alimentare dei cittadini va nella direzione di creare maggiore fiducia tra produzione e consumo, con vantaggi effettivi anche per il mondo agricolo.
E’ necessario però che il decreto da emanare sia frutto di una approfondita analisi dei problemi e sia concertato con il mondo produttivo per evitare burocratizzazioni eccessive ed adempimenti impropri che finirebbero per vanificare gli aspetti positivi. Anche in questo caso si dovrebbe cambiare la logica dell’intervento cogente: invece che molte regole (e deroghe); poche regole fisse ed una certa libertà di azione volontaria, purchè finalizzata ad etichette veritiere e verificabili (sottoposte a vigilanza pubblica).
Il discorso è diverso se si intende introdurre in Italia l’uso degli indicatori. Si tratta di marcatori che virano di colore, in modo irreversibile, a determinate temperature. In questo modo il consumatore può controllare se è stata mantenuta la catena del freddo, nel trasporto e nelle distribuzione. Alcuni Paesi hanno provato ad introdurre queste tecnologie (Francia), ma i risultati non sono stati positivi per l’inaffidabilità della tecnologia.


Articolo 25 - Organizzazioni interprofessionali (lettera q)


La legge modifica in alcune parti l’articolo del decreto legislativo n. 173/98 che per primo disciplinò le interprofessioni. La novità è che le interprofessioni possono, ora, costituire fondi o imporre contributi e regole obbligatorie per tutte le imprese aderenti. Il problema è che alle interprofessioni non aderiscono imprese, ma organismi di rappresentanza, le associazioni industriali, le Unioni. Quindi l’interprofessione può solo imporre obblighi ai propri associati, le organizzazioni, i quali, a loro volta, dovranno trasferire quest’obbligo alle imprese aderenti e garantire che esse lo rispettino. Cosa che puntualmente non avviene. Il vero problema, che si sarebbe dovuto affrontare e non lo si è fatto, è quello di introdurre nel nostro ordinamento il principio della parafiscalità, peraltro già utilizzato dai Consorzi di bonifica per l’esazione dei contributi consortili.
Nuovamente, già l’aveva fatto il decreto legislativo 173/98, la legge rinvia ad un successivo decreto del Ministero dell’agricoltura, di concerto con quello dell’industria, sentite le Regioni, per la fissazione dei criteri al fine di:
1- individuare le organizzazioni componenti;
2- definire le modalità per il riconoscimento, i controlli e la nomina degli amministratori;
3- definire le condizioni dell’erga omnes.


Articolo 26 - Organizzazioni di produttori (lettera u)


La riorganizzazione del sistema associativo dei produttori è tema da lungo tempo oggetto di discussioni fra le organizzazioni professionali e le strutture economiche del mondo agricolo e di proposte legislative.
Negli ultimi mesi, anche in base alla nuova regolamentazione comunitaria, era stata predisposta da parte degli uffici del Mipaf una bozza di decreto inteso a fissare criteri e modalità per il riconoscimento e i controlli delle organizzazioni dei produttori (OP) costituite o da costituire nei settori produttivi diversi da quello ortofrutticolo, e delle loro unioni nazionali, comprese quelle relative al settore ortofrutticolo.
La legge 57/01, così ha fissato i criteri per la delega al Consiglio dei Ministri su questo argomento: “attribuzione di caratteri imprenditoriali a tutte le forme di concentrazione dell’offerta nel rispetto del controllo democratico da parte dei soci e nel divieto di abuso di potere nelle gestione da parte dei medesimi”.
Il testo del decreto, poi approvato, riprende in modo assai parziale la prima bozza del Mipaf.
Sono definiti gli scopi delle organizzazioni dei produttori e delle loro forme associate che sono principalmente quelli della programmazione produttiva, della concentrazione e commercializzazione dell’offerta.
Inoltre si stabilisce che, ai fini del riconoscimento, esse devono assumere forma giuridica societaria e che gli statuti devono prevedere alcuni obblighi per i soci, fra i quali “far vendere almeno il 75% della propria produzione direttamente dall’organizzazione “ e contenere disposizioni volte a garantire ai soci il controllo democratico dell’organizzazione.
Alle regioni spetta il riconoscimento delle OP mentre al Mipaf quello delle unioni e delle associazioni nazionali dei produttori.
Infine viene determinato un periodo di 24 mesi dall’entrata in vigore del decreto, affinché le associazioni di produttori riconosciute adottino delibere di trasformazione in una delle forme giuridiche previste.
Nel corso delle riunioni in cui è stato possibile discutere nel merito il testo, la Cia ha avanzato perplessità e proposte di modifica su alcuni aspetti del decreto, solo in parte accolte nella stesura definitiva.
Una prima osservazione generale riguarda il fatto che la norma avrebbe dovuto prevedere quale funzione (missione) la politica agricola intenda far svolgere alle Organizzazioni dei produttori ed alle Unioni.
In particolare mentre si condivide la scelta di indirizzare le OP verso funzioni propriamente economiche attraverso l’organizzazione, la programmazione e la commercializzazione del prodotto attraverso adeguate forme societarie, appare difficilmente sostenibile l’opzione di fissare vincoli troppo rigidi, quali ad esempio l’obbligo di commercializzare il 75
% del prodotto dei soci. In questo modo, infatti, non si tiene conto né delle diverse realtà territoriali, né delle varie tipologie produttive.
La Cia ritiene necessario che ciascuna Organizzazione di base sia messa in grado di scegliere, con la necessaria flessibilità, la forma giuridica che meglio si adatta alle sue finalità, tenuto conto della rilevanza delle proprie attività e della possibilità di accedere ad aiuti. La Cia ha sostenuto, inoltre, che nessuna forma giuridica societaria debba essere prevista a priori per le Unioni Nazionali non avendo necessariamente, tra le loro finalità, la commercializzazione dell’offerta dei prodotti.
Accanto a ciò, andrebbe verificato un altro aspetto: la previsione dell’esercizio del voto plurimo dei Soci che, ovviamente, dipende dalla scelta della forma societaria.


Articolo 27 - Requisiti delle organizzazioni di produttori (lettera u)


Con l’articolo 27 ed il relativo allegato, vengono fissati i requisiti minimi delle OP ai fini del riconoscimento in termini di numero dei produttori e di volume di produzione commercializzabile (5% della produzione della regione).


Articolo 28 - Programmi di attività delle organizzazioni di produttori e delle loro forme associate (lettera u)


L’articolo 28 prevede che le OP e loro forme associate costituiscano un fondo di esercizio per realizzare programmi rivolti al miglioramento della qualità, alla promozione, alla realizzazione di accordi interprofessionali, alla certificazione, alla utilizzazione di tecniche ecocompatibili.


Articolo 29 - Aiuti alle organizzazioni di produttori ed alle loro forme associate


L’articolo 29 stabilisce che alle OP, ed alle loro forme associate, possono essere concessi aiuti di avviamento e ampliamento dell’attività da parte delle Regioni e del Mipaf.


Articolo 30 - Adeguamento delle borse merci (lettera r)


Alle Camere di Commercio è demandata la definizione delle norme tecniche da sperimentare per un periodo di dodici mesi, successivamente al quale il Ministero delle attività produttive emanerà un regolamento di funzionamento delle borse merci telematiche.

Articolo 31 - Programmazione negoziata


Anche quest'articolo non era presente nelloi schema di decreto inviato alla Conferenza Stato-Regioni e alle Commissioni. E' stato aggiunto direttamente dagli Uffici ministeriali.
Con esso si prescrive che nel Documento di programmazione agroalimentare e forestale (DPAF), previsto dalla Legge 449/99 ("Razionalizzazione degli interventi nei settori agricolo, agroalimentare, agroindustriale e forestale") all'articolo 2, comma 4, e nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) che il Governo presenta annualmente al Parlamento, entro il 30 giugno, vengano definite, per i periodi di riferimento (triennale per il DPAF e quadriennale per il Dpef), gli obiettivi da perseguire attraverso gli strumenti della programmazione negoziata.
Gli strumenti sono quelli definiti dalla Legge 662/96, articolo 2, comma 203, e sono nell'ambito delle Intese istituzionali di programma, gli accordi di programma quadro, i patti territoriali, i contratti di programma e i contratti di area. Con il Decreto legislativo 173/98 (il cosiddetto Tagliacosti) all'articolo 10, comma 1, i patti territoriali, i contratti di programma e i contratti di area sono stati estesi, tramite delibere CIPE, alle imprese agricole e della pesca.
E' previsto, al comma 2, che il CIPE, con proprie delibere, provvederà ad individuare la quota da destinare agli obiettivi della programmazione, nell'ambito delle risorse assegnate annualmente nella legge finanziaria.


CAPO V
DISPOSIZIONI DIVERSE


Articolo 32 - Procedure di finanziamento della ricerca (lettera m)


Prevede la possibilità di snellire le procedure di finanziamento degli Istituti di ricerca e sperimentazione agraria, coordinati dal Mipaf (decreto legislativo 454/99). Tutto ciò che è diretto ad accrescere l’efficacia e l’efficienza della ricerca in agricoltura è da considerarsi positivo, anche se la riforma di questo settore è stata appena abbozzata, molto aspetti sono contradditori e la Cia ha più volte sottolineato la necessità di interventi molto più incisivi riguardo soprattutto il rapporto tra domanda ed offerta di ricerca, il coordinamento delle attività e la divulgazione dei risultati.


Articolo 33 - Disposizioni per gli organismi pagatori


Questo articolo è stato introdotto dal Mipaf a seguito di richiesta delle Commissioni agricoltura di Camera e Senato che, nei loro pareri, hanno chiesto che fosse introdotta nello schema del decreto, in riferimento alle lettere h) e dd) dell’articolo 8 della Legge di delega una disposizione con la quale “...sia assicurata la necessaria indipendenza dell’organismo pagatore dell’Agea rispetto all’organismo di coordinamento...”. Tale richiesta era suffragata dalla emergenza Bse, che aveva gravato di ulteriori compiti l’Agea stessa, con il rischio di comprometterne l’efficienza e la rapidità di erogazione degli aiuti “...qualora non venga garantita l’autonomia dell’organismo pagatore.”

L’articolo 33 contiene due aspetti distinti:
- la sospensione dell’erogazione dei premi a beneficiari, per i quali sono in essere controlli o indagini per indebite percezioni di aiuti e premi nazionali e comunitari;
- il ruolo del Comitato previsto all’articolo 10 del decreto legislativo 165/99.
Relativamente al primo punto si tratta di una procedura già di fatto in vigore. Ribadirla con atto ufficiale legislativo è senz’altro opportuno. Occorrerebbe, però, specificare meglio due aspetti:
- quali sono gli organismi di accertamento e controllo che possono dar vita alla sospensione (magistratura, Organi di polizia giudiziaria o altro);
- quali sono le modalità con le quali i beneficiari degli aiuti possono dimostrare la definitiva risoluzione dei problemi e, pertanto, riavviare l’erogazione dei premi (l’attuale riferimento a presentazione di idonea garanzia appare eccessivamente generica).
Per la soluzione di questi aspetti problematici è opportuno promuovere da parte dello stesso Ministero e/o dell’Agea un’apposita circolare applicativa.
Il secondo punto è più complesso.
L’Agea è un Ente pubblico non economico che svolge funzioni di Ente pagatore accreditato dalla Unione Europea.
L’Unione Europea ha richiesto che, qualora in Italia si attivassero più Enti Pagatori, uno di questi assuma anche il ruolo di coordinamento in modo da avere un interfaccia nazionale unico.
L’Agea, sulla base del decreto legislativo 165/99 svolge queste due funzioni che sono distinte, ma anche fortemente interagenti ed integrate, mediante una serie di fattori:
- unicità di leaderschip (Consiglio di Amministrazione)
- funzioni comuni (personale, affari generali, ed altro).
La norma attribuisce al Comitato previsto dal decreto legislativo 165/99 (denominato dei “saggi” con compiti essenzialmente di monitoraggio, anche se non molto chiari) funzioni di gestione per quanto riguarda l’Ente pagatore.
La disposizione dell’articolo è poco chiara, sicuramente rischia di complicare invece che di semplificare le attribuzioni di responsabilità, con il pericolo concreto di ridurre la funzionalità dell’Agea a danno, in primo luogo, degli agricoltori che sono i beneficiari finali degli aiuti.


Articolo 35 - Ambito di applicazione


Si tratta di una norma canonica che è ormai presente in tutti i testi di legge che hanno attinenza con il settore agricolo. Deriva sia dalla devoluzione di compiti e funzioni dallo Stato alle regioni e sia dalla necessità di tener conto delle differenze in merito agli Statuti delle Regioni a legislazione speciale (Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) nonché delle Province Autonome di Trento di Bolzano.

Articolo 36 - Disposizioni finanziarie (lettera gg)


In quest'articolo vengono elencate le norme del Decreto per le quali si è resa necessaria una copertura finanziaria. Dal momento che la legge 57/2001, all'articolo 8, comma 1, lettera gg) recita che la copertura finanziaria delle azioni va ricercata nel Bilancio dello Stato "... evitando che nuovi o maggiori oneri ricadano comunque sui bilanci delle regioni e degli enti locali.", la quantificazione degli oneri derivanti da ciascuna delle azioni contenute nel Decreto è stata fatta utilizzando, già a partire dal 2001 e per gli anni a seguire, risorse destinate ad azioni per l'agricoltura. Si tratta di due norme in particolare:
- l'articolo 25 della legge 17 maggio 1999, n. 144 (rifinanziata dalla Legge di Bilancio per il 2001) che assegna risorse al Mipaf per l'attuazione di alcuni articoli del Decreto legislativo 173/98 (Tagliacosti), per gli anni 2001 e 2002;
- a partire dall'anno 2003, il Decreto legislativo 27 maggio 1999, n. 165 ( attività dell'AGEA) utilizzando le risorse stanziate dalla Tabella C della legge finanziaria del 2001.
Gli oneri quantificati dalla norma sono pari a 83,895 miliardi per l'anno 2001 e 95,895 miliardi a decorrere dall'anno 2002.

 

Prospetto di spesa degli articoli relativi ai decreti legislativi in materia di orientamento
in agricoltura,  foreste e pesca (Miliardi di lire)

2001

2002

2003

Agricoltura

83,895

95,895

95,895

Art. 1, comma 2 (Cooperative)

68,963

68,963

68,963

Art. 3 (Agriturismo)

7,052

7,052

7,052

Art. 8
(Conserv. aziende)

12

12

Art. 9
(Soci società)

0,056

0,056

0,056

Art. 10
(I.A.A.T.P. società)

7,824

7,824

7,824

Foreste

11,166

11,166

11,166

Art. 8
(Coop. Agro-silvo-pastorali)

11,166

11,166

11,166

Pesca

2,025

2,025

2,025

Art. 2 (Impr. Ittico)

1,700

1,700

1,700

Art. 3
(Attività connesse)

0,325

0,325

0,325

Totale

97,086

109,086

109,086

 

Hanno collaborato alla stesura dei testi: Ufficio fiscale, Clelia Piccirilli, Giuseppe Cornacchia, Enzo Mastrobuoni, Paolo Surace e Carmine Masoni. Tutta la parte relativa al Decreto in materia di forestazione è stata redatta da Domenico Mastrogiovanni

 

Torna al sommario