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ATTUALITA' Sviluppo
e competitività Questi gli obiettivi prioritari della Conferenza nazionale sull’impresa agricole promossa dalla Confederazione italiana agricoltori in programma a Roma martedì prossimo 4 dicembre. I lavori, che si svolgeranno presso l’Hotel Sheraton a partire dalle ore 9.30, vedranno la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche, economiche e sociali che si confronteranno su un tema sempre più centrale per il nostro sistema produttivo: appunto, l’impresa. Le proposte e le indicazioni della Cia verranno illustrate dal presidente Massimo Pacetti. La presentazione sarà tenuta da Paolo Surace, responsabile dell’Osservatorio economico della Confederazione. L’argomento della Conferenza verrà analizzato in tutti i suoi particolari da sei studi sull’impresa che saranno svolti dal prof. Francesco Adornato, dell’Università di Macerata, dal prof. Roberto Pasca di Magliano, dell’Università di Roma “La Sapienza”, dal prof. Roberto Fanfani, dell’Università di Bologna, dal prof. Luciano Iacoponi, dell’Università di Pisa, dal prof. Stefano Zan, dell’Università di Bologna e dall’avvocato Enrico Scoccini, del Foro di Roma. Alla Conferenza interverrà, tra gli altri, il ministro delle Politiche agricole e forestali, Giovanni Alemanno.
In
Liguria convegno
sulla legge di orientamento L’argomento non era dei più semplici e il taglio che si è voluto dare ai lavori, esaminando la legge da diverse angolazioni, poteva apparire più da “seminario per pochi” che da dibattito nel quale coinvolgere le aziende agricole. In realtà, la partecipazione al convegno è stata soddisfacente sotto il profilo numerico, ma soprattutto è stato notevole il livello di attenzione con cui gli intervenuti hanno seguito tutto il dibattito. Ha aperto e presieduto il convegno il presidente della Cia delle Liguria, Ivano Moscamora, che ha ricordato come i diversi tipi di impresa che esistono nella nostra agricoltura (da quelle efficienti a quelle che svolgono una funzione di presidio territoriale) trovano nella “Legge di orientamento” miglior definizione, anche se le norme non mettono a regime tutti gli strumenti necessari. Gianna Benedetti, presidente provinciale della Cia di Savona, nel suo intervento, ha riassunto il percorso che è stato fatto per arrivare all’approvazione del Decreto 228/2001. “L’obiettivo -ha detto- era quello di rivedere taluni concetti, quali la definizione di imprenditore agricolo ed il campo di azione dell’impresa allineandoli ai nuovi orientamenti della politica dell’Unione europea”. L’intervento di Carmine Masoni, della Cia nazionale, ha affrontato alcune parti del decreto 228/2001 e delle novità che sono state introdotte, in particolare, sotto il profilo civilistico. La nuova definizione di imprenditore agricolo e di attività agricola, la definizione delle attività connesse, le nuove regole per la vendita diretta dei prodotti agricoli, la pluriattività e il ruolo multifunzionale dell’agricoltura sono state il gruppo di questioni affrontate nel suo intervento. Collegandosi agli articoli della legge illustrati da Masoni, Francesco D’Harcourt, responsabile fiscale della Cia di Savona, ha sviluppato un ragionamento sugli aspetti fiscali. “Ad oggi -ha detto- non ci sono norme specifiche, di cui pure ci sarebbe bisogno, quantomeno per semplificarne gli aspetti burocratici collegati, e sarebbe, pertanto, auspicabile che per alcune situazioni venga introdotta la possibilità di utilizzare un sistema forfettario”. Dopo il dibattito, Alfonso Pascale, vicepresidente nazionale della Confederazione ha chiuso, con il suo intervento, i lavori del convegno. Nel richiamare la sua recente presenza in Liguria, per partecipare al convegno della Cia sul Distretto Floricolo del Ponente, Pascale ha ricordato l’importanza degli strumenti di concertazione dello sviluppo locale e della programmazione negoziata, avvertendo che la Cia non sarà disponibile ad accettare passi indietro e rischi di ricentralizzazione degli interventi. Pascale ha poi ricordato come il giudizio della Cia sulla Legge di orientamento sia articolato. “Nel prendere atto che il decreto attuativo affronta e risolve, seppure in parte, alcuni problemi che erano da tempo sul tappeto, bisogna avere presente che altre questioni non sono ancora state affrontate: la riconduzione delle diverse definizioni soggettive a quella di imprenditore agricolo, così come è definito dal regolamento comunitario sullo sviluppo rurale, la revisione delle norme sugli accordi interprofessionali, la semplificazione delle procedure amministrative, il coordinamento delle nuove norme coi regimi previdenziali e fiscali”. “La Cia -ha proseguito il vicepresidente- nel condividere la decisione del Governo di chiedere una nuova delega per ammodernare il quadro giuridico dell’agricoltura, ha sollecitato l’inserimento anche di tali temi nel provvedimento, facendone oggetto di concertazione al Tavolo agricolo”. Nel sottolineare l’importanza di un rinnovamento delle regole e delle istituzioni per l’imprenditore e l’agricoltura, Pascale ha preannunciato che la Conferenza nazionale sull’impresa agricola, in programma a Roma il 4 dicembre, sarà un momento di riflessione su questi temi: bisogna superare angusti steccati e rigidità normative per fare in modo che l’intervento pubblico possa meglio aderire alle specificità dell’insieme del tessuto imprenditoriale agricolo, a partire dalla condizione sociale dell’agricoltore, dal livello di efficienza della sua impresa e dal suo rapporto con il territorio; inoltre, è necessario che la specialità dell’agricoltura non si risolva in ghettizzazione e marginalità, ma nell’inserimento pieno delle esigenze del settore nelle politiche economiche orizzontali da adattare al variegato mondo delle imprese con la necessaria flessibilità. Cia
di Agrigento: riunione Alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, Giovanni Greco, presidente della Cia provinciale ed esponenti di numerose aziende vitivinicole locali.
Cuneo:
Turismo verde Scopo del progetto è quello di aprire, presso le sedi delle varie associazioni che vi hanno collaborato, uffici che faranno da punto di riferimento per quanti, pensionati e no. arrivando dal resto dell’Italia, vorranno avere indicazioni utili sul territorio di montagna, collina e pianura della provincia, informazioni sui posti da visitare, sui prodotti da acquistare, sui luoghi in cui alloggiare e sui pacchetti turistici a prezzi contenuti. Con tale iniziativa, la Cia di Cuneo vuole sottolineare l’importanza di questa fattiva collaborazione che mira a promuovere uno stretto rapporto tra città e campagna, al fine di creare le condizioni per una maggiore conoscenza del mondo agricolo, dei suoi prodotti di qualità, delle sue aziende e per la valorizzazione e la difesa dell’ambiente naturale. Per la Confederazione italiana agricoltori, parteciperanno alla presentazione del progetto Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo verde, Peppino Cancelliere, presidente regionale della Cia del Piemonte, Sergio Pelizzoli, responsabile regionale di Turismo verde del Piemonte, e Gianfranco Falco, presidente provinciale della Cia di Cuneo.
La
fine della mezzadria: una battaglia vinta Anche questo testo “Al contadino non far sapere - Le lotte mezzadrili a Osimo”, che raccoglie le testimonianze di Guido Maggiori, dirigente -ora ottantenne- dei mezzadri in una zona tipica delle Marche, come Osimo, si inserisce in questo filone. Si tratta di una linea prevalentemente rievocativa, che utilizza soprattutto la memoria dei protagonisti per ricostruire una vicenda complessa e decisiva per l’ammodernamento dell’agricoltura italiana, come quella della lotta per la riforma dei contratti agrari e del superamento dei contratti di mezzadria e colonia, condotta, per lunghi anni, accanto a quella contro il latifondo e per la riforma fondiaria, dalle forze democratiche e repubblicane. Questi lavori, in verità, presentano non pochi pregi, ma anche alcuni difetti: i pregi, derivano dal fatto che i protagonisti, raccontando vicende vissute, riescono quasi sempre a ricostruire situazioni reali specifiche evocando il clima politico-sociale del tempo in modo diretto e, perciò, efficace, arricchendo, così, la nostra conoscenza di situazioni e fatti non sempre adeguatamente noti; i difetti, per conseguenza, scaturiscono dal fatto, non sempre evitabile, di enfatizzare aspetti del problema particolari di una zona considerandoli come elementi centrali e determinanti, annebbiando così, certo involontariamente, il valore generale della lotta per la riforma dei patti agrari -col superamento della colonia e mezzadria- come leva per l’evoluzione non solo dell’agricoltura, ma dell’intera società italiana. In ogni caso, questi “racconti” -credo che così si debbano chiamare tali lavori- arricchiscono la conoscenza dei diversi aspetti di una questione vasta e complessa come quella agraria, con i risvolti relativi alla mezzadria e di realtà e atteggiamenti che confermano, sempre, la necessità, urgente e inderogabile, nonché la giustezza, il valore delle lotte condotte per spezzare il latifondo e migliorare i rapporti tra proprietà e impresa con la riforma agraria nei suoi aspetti fondiari e contrattuali. Ciò detto, conoscendo meglio -attraverso questi lavori- il “come eravamo” ieri e mettendolo accanto al “come siamo” oggi, diventa facile il confronto e difficile, per chiunque, porsi la domanda: meglio o peggio? Questo interrogativo non ha senso: peggio ieri e meglio oggi. Non c’è dubbio alcuno. ooo Forse è utile, in proposito, qualche rapida considerazione, di ordine storico. Utilizzo testi apparsi in quel periodo. Ho sotto mano, ad esempio, il n. 3 della collana “Quaderni della Cgil”, intitolato “la situazione nelle campagne”, stampato nel 1955. In esso si può leggere, tra l’altro, che la struttura dell’agricoltura italiana si può approssimativamente dividere in quattro grandi ripartizioni, a seconda che vi prevalga una tipica situazione economico-agraria data non solo da un determinato tipo di azienda agricola, ma anche dall’esistenza di un particolare ambiente economico-sociale. E’ possibile, così, definire -si legge in questo volume redatto, collegialmente, da Giuseppe Avolio, Idomeneo Barbadoro, Carlo Fermariello, Fernando Montagnani, Mario Potenza, Duccio Tabet, Dario Dosi, con il coordinamento dell’ufficio economico della Cgil- grosso modo: a) la prima zona a prevalente azienda capitalistica; b) la seconda zona a prevalente mezzadria appoderata; c) la terza zona a prevalente agricoltura estensiva; d) la montagna alpina e appenninica, copre, invece, la quarta zona. Nel testo vi è, quindi, una descrizione sommaria delle caratteristiche delle diverse zone, che si può così riassumere. a) La zona a prevalente azienda capitalistica comprende la pianura sinistra del Po, a carattere irriguo, e la bassa pianura emiliana e veneta. Qui vi è la più alta concentrazione di aziende a salariato, le quali, tuttavia, si possono anche rintracciare in molte altre parti del territorio nazionale, e, particolarmente, nella campagna romana, nella Campania, nel Tavoliere pugliese e nella Sicilia. La pianura irrigua della Valpadana si estende per oltre un milione di ha. Essa presenta gli ordinamenti colturali più avanzati. Tra i tipi di aziende agrarie esistenti nel nostro Paese qui prevale la media e la grande. Vi si coltivano cereali (riso, granoturco, grano, ecc.) mentre, per l’allevamento del bestiame, intensa è anche la produzione dei foraggi. Connessa alla produzione del latte prospera una attiva industria casearia. La figura dominante è quella dell’affittuario capitalistico; il lavoro è fornito in prevalenza da salariati fissi e avventizi; i terreni sono solcati da numerosi canali di irrigazione; nel vercellese, nel novarese e, in parte, nel milanese e nel pavese, si pratica la coltura del riso. Caratteristiche alquanto diverse presentano terreni di pianura dell’Emilia e del Basso Veneto, dove la mancanza di canali di irrigazione è parzialmente surrogata da lavorazioni profonde dei terreni. Grandi e grandissime proprietà esistono alle foci del Po, nel Ravennate e nel Polesine, in parte ridotte di estensione dai provvedimenti di riforma fondiaria. b) La zona a prevalente mezzadria appoderata comprende le colline emiliane, toscane, marchigiane, umbre e la fascia costiera abruzzese. Nelle colline emiliane e toscane vi è una elevata media di concentrazione della proprietà. Si tratta di grandi e medie proprietà sovente organizzate in fattorie, dotate di un numero variabile di poderi, nei quali esistono le case coloniche e tutte le attrezzature che normalmente accompagnano il mezzadro “classico”. Nei poderi sono praticate colture legnose (vite, olivo, frutta) ed erbacee (seminativi); abbastanza elevato è l’allevamento del bestiame che ha, tuttavia, caratteristiche diverse di quello della Valpadana, essendo insieme da lavoro e da carne. Nelle aziende sono anche sviluppati gli impianti per la trasformazione dei prodotti agricoli, oleifici, cantine, ecc. Zone appoderate esistono anche nelle colline piemontesi, venete e bergamasche, dove spesso il contratto di mezzadria è misto all’affitto dei prati, mentre il bestiame è di proprietà del contadino. c) La zona a prevalente agricoltura estensiva comprende la Maremma tosco-laziale, il Tavoliere pugliese, la Fossa Premurgiana pugliese, la Bassa Lucania, la Piana di Sibari e il Marchesato di Crotone in Calabria, gran parte della Sicilia centrale e della Sardegna. Grano e pascolo sono colture tradizionali ed antichissime; prevale la grande proprietà, anche se essa è stata intaccata negli ultimi anni dai provvedimenti di riforma. L’arretratezza di questa zona è causa della grande miseria delle popolazioni; il bestiame è scarso e tende ancor più a diminuire dove sono introdotti trattori; l’albero è rado o del tutto inesistente; egualmente scarse sono le case coloniche. A fianco di queste regioni agrarie -si rilevava sempre in questo “quaderno”- esistono -sia pure su di una superficie più ristretta- i terreni trasformati dal lavoro dei contadini, a prevalente coltura arborea e arbustiva. A seconda delle località vi si pratica la coltura degli olivi, dei mandorli, delle viti, degli agrumi. Si tratta, spesso, di terreni situati in forte pendenza e di scarsa fertilità naturale, ma trasformati dal duro lavoro di generazioni di contadini, i quali hanno dato nuova vita alle fasce costiere della Puglia, di parte della Calabria e della Sicilia. d) La montagna alpina e appenninica comprende due zone montane: quella dell’arco alpino e la montagna appenninica del Centro e del Mezzogiorno. Nell’arco alpino, pascoli e prati, il bestiame e i seminativi, costituiscono, assieme al legname dei boschi, le basi dell’economia pastorale-agricola ivi predominante. La montagna appenninica ha caratteristiche alquanto diverse, sia per ambiente che per densità di popolazione. I seminativi, che si estendono per il 6 per cento della superficie agraria nella zona delle Alpi, si estendono nella zona appenninica per il 38 per cento, occupando terreni che hanno in genere caratteristiche favorevoli soltanto a pascolo e al bosco. ooo Questa realtà, com’è facile capire, condannava l’agricoltura italiana ad una condizione di arretratezza bloccando lo sviluppo di imprese moderne e disponibili alle innovazioni. Grande proprietà assenteista e contratti agrari feudali erano i principali ostacoli posti davanti all’azione delle forze democratiche e all’iniziativa delle organizzazioni dei coltivatori per il rinnovamento dell’agricoltura e il progresso nelle campagne. E, infatti, caduto il fascismo, l’antica e mai sopita lotta dei “contadini” italiani contro il latifondo e gli iniqui contratti riprese con rinnovato fervore e slancio in tutte le regioni; in alcune, ponendo al centro la liquidazione del latifondo; in altre, le esosità del contratto di affitto; in altre ancora, il superamento della colonia e mezzadria. In verità, nell’intento di venire incontro alle più urgenti e giuste richieste dei “contadini”, i primi governi dell’Italia liberata, soprattutto per iniziativa degli uomini di parte popolare, emanarono una serie di leggi che, accogliendo, in parte, le rivendicazioni dei contadini, assestavano i primi colpi alla prepotenza e all’ingordigia dei padroni. Si cominciò a lavorare per una riforma agraria generale adeguata ai tempi e, attraverso le varie leggi di proroga -susseguitesi dal ’44 in poi- fu, intanto, sancito, per la prima volta nella storia italiana, il principio del diritto del contadino alla stabilità sul fondo, cioè il diritto a non essere ricattato e perseguitato con la minaccia della “disdetta” e dello sfratto arbitrario. Il potere padronale di “escomio” fu limitato a pochi, gravissimi e ben previsti casi. In particolare, per il mezzadro, fu affermato il diritto ad elevare la sua quota di prodotto. Questo principio trovò un primo accoglimento nella legge Gullo dell’ottobre 1944. Tale legge, anche se si applicò prevalentemente nella ripartizione dei cereali, introdusse, però, il principio che i contratti in generale, ma, in particolare, quelli di mezzadria impropria e colonia, basati sulla divisione dei prodotti, dovevano essere mutati e resi più giusti per i coltivatori. La legge che ridusse del 30 per cento i canoni in cereali, diede poi il primo avvio alla limitazione obbligatoria della rendita ed alla riduzione generale degli affitti -ingiusti ed esosi- che arrivano fino a pretendere oltre il 60 per cento del prodotto lordo vendibile di un fondo a favore del proprietario concedente. Le lotte dei mezzadri toscani, emiliani, marchigiani e umbri portarono, nel 1945-1947 a modificare sostanzialmente il contratto classico di mezzadria: il 50 per cento nella divisione dei prodotti venne abbattuto per sempre; si introdusse il principio delle migliorie obbligatorie; si affermò il diritto alla condirezione aziendale; si abolirono gli obblighi e le prestazioni servili. Il governo fu costretto a sancire le conquiste dei mezzadri e venne il famoso “lodo De Gasperi”. Tale fu la forza espressa dai contadini, tale la equità, la giustezza delle loro rivendicazioni, che quando, nel 1947, fu elaborata la Costituzione della Repubblica italiana, la necessità di stabilire “più equi rapporti sociali” nelle campagne trovò solenne riconoscimento nell’art. 44, accanto a quella di una profonda riforma fondiaria, basata sulla limitazione generale e permanente della proprietà terriera. Il dettato della Costituzione è così chiaro ed impegnativo che tutti i partiti, nelle elezioni della prima legislatura (18 aprile 1948), sentirono il bisogno di inserire nei loro programmi la realizzazione di una seria riforma fondiaria e dei contratti agrari, che consolidasse ed allargasse le conquiste dei contadini -qui sommariamente accennate- e le portasse avanti, verso la instaurazione di nuovi rapporti sociali nelle campagne basati sulla giustizia e sul rispetto della dignità della persona umana. E, tuttavia, furono necessari anni ed anni di iniziative e di lotte per ottenere non già una legge di riforma agraria generale, ma una legge parziale, la legge “Stralcio” di riforma fondiaria nel 1952 e, successivamente, nel 1964, col primo governo di centrosinistra, la legge di riforma dei patti agrari, che stabilì il divieto di stipulare muovi contratti di mezzadria e colonia. In verità, bisogna riconoscere che fu un errore separare l’azione per la riforma fondiaria da quella dei contratti agrari. Ma le condizioni del tempo erano difficili dopo la sconfitta della sinistra alle elezioni del 18 aprile sul piano interno e l’instaurazione della “guerra fredda” con la divisione del mondo in blocchi contrapposti a livello internazionale. Proprio questo clima di divisioni indusse la sinistra a votare contro la legge “stralcio”, che essa stessa aveva sollecitato, la quale, pur con tutti i suoi limiti e difetti, andava invece votata perché, in ogni caso, dava la terra ai contadini e consentiva una successiva azione di miglioramento. Ma, anche allora, le cose non sempre andavano per il verso giusto. ooo Vediamo ora com’era la situazione nei rapporti reali tra proprietari e affittuari, tra proprietari e mezzadri. Sarebbe certamente interessante -ma non opportuno in questa sede- descrivere nel dettaglio alcune situazioni specifiche, per dimostrare la natura arretrata, lesiva dei diritti più elementari alla persona umana e soffocatrice di ogni possibile sviluppo produttivo, sociale e democratico del Paese. E’ sufficiente, tuttavia, citare solo alcuni casi per dare un’idea precisa della realtà. Anche qui faccio riferimento ad un opuscolo, “La lotta per la riforma dei contratti agrari”, realizzato dalla direzione del Psi -con la collaborazione di Giuseppe Avolio- in occasione della “Convenzione democratica per la riforma dei contratti agrari” tenuta a Cosenza il 2 giugno 1954. Si prenda, ad esempio, un contratto registrato a Napoli il 3 marzo 1949, “registro atti privati numero 10812, vol 1949”. Esso è uno degli esempi più tipici dell’enorme arretratezza dei rapporti contrattuali esistenti nelle campagne del Mezzogiorno d’Italia. Tra le altre clausole strozzinesche, attraverso le quali il contadino Mele Vincenzo viene legato a condizioni inumane di servilismo, vi è quella che di seguito trascriviamo e che meglio di ogni nostra parola serve a sottolineare la gravità vergognosa del regime dell’affitto esistente nel Mezzogiorno, non solo per i canoni leonini, che lo stesso codice vieterebbe, ma perché nel complesso, vengono offesi i diritti più elementari dell’uomo. Ecco i termini testuali: “qualunque miglioria, abbellimento, piantagione, costruzione, che si potrà fare da me sottoscritto nel fondo locatomi dovrà rimanere alla fine del presente affitto a beneficio della proprietaria sig.ra Perrone-Capano, senza che si potesse da me sottoscritto pretendere indennizzo alcuno sotto qualsiasi rapporto e per qualsiasi causa, nessuna esclusa o eccettuata. Si rinuncia fin da ora, da me sottoscritto, a qualsiasi escomputo possa eventualmente competere in dipendenza di casi fortuiti o di forza maggiore, previsti, prevedibili od imprevedibili, di cui negli articoli 1617 e 1637 C.C., essendosi di ogni alea tenuto conto nella determinazione dell’estaglio complessivo”. Così, mentre a qualsiasi condizione bisogna pagare il canone e comperare al mercato la derrata che per una qualunque ragione non è stata prodotta, perché sulla tavola della padrona non manchi la frutta profumata o l’insalata novella, il fittavolo non ha il benché minimo diritto sul fondo che conduce, neanche per “qualunque miglioria, abbellimento, piantagione, ecc.” che egli abbia apportato, e deve “rinunciare a qualsiasi escomputo … essendosi di ogni alea tenuto conto nella determinazione dell’estaglio complessivo”. Dizione, davvero inusitata, che calpesta perfino il dettato del Codice Civile. Ma, nell’opuscolo, sono segnalati altri casi in cui le cose peggiorano: ecco, ad esempio, i contratti di falsa mezzadria vigenti nella zona di “Mercato Sanseverino, Fisciano, a pochi chilometri dalla città di Salerno. Qui al colono che ha in consegna un vigneto e deve lavorarlo tutto l’anno non gli resta che raccogliere l’uva quando è matura e portarla fino a casa del padrone. Egli non ha diritto alcuno al prodotto. Neppure una bottiglia di vino gli spetta! Ha solo il diritto di grattare la terra sotto le viti per cavarci quel poco che gli può consentire di sfamare -e non sempre a sufficienza- se stesso e la famiglia e poter coltivare così il vigneto del padrone! Oggi si stenta a credere che esistessero situazioni così dure. Ma questa era la realtà. In un altro contratto, in provincia di Avellino, era addirittura fatto obbligo alla moglie dell’affittuario di “allattare” il figlio del padrone. Una condizione di subordinazione sociale e civile davvero inconcepibile ai nostri giorni. Nelle campagne dell’Abruzzo -a riprova di ciò- si canta ancora oggi una canzone che stigmatizza, con l’immediatezza semplice del più schietto realismo popolare, l’ingordigia insaziabile dei proprietari terrieri: “oh, mamma, mamma, quante saucicce! - Sta zitta figlia, ca nun so’ le nostre. - Ci aveme ne patrone tante triste - non ce la daje la parte nostre”. ooo Questa era la situazione per i coltivatori nelle zone di affitto. Ma com’era la situazione per i mezzadri nelle zone di mezzadria classica? Mutata mutandis, la situazione era, nella sostanza, la stessa! Le medesime angherie, i soprusi, le soperchierie legate anche alle caratteristiche del contratto di mezzadria. Secondo il contratto il mezzadro deve risiedere nell’azienda e tutta la sua famiglia è obbligata a partecipare, nelle forme adeguate, all’attività di coltivazione e di allevamento. Il proprietario può arrivare nella casa occupata dal mezzadro in qualsiasi ora, del giorno e della notte. Una clausola della mezzadria classica, tra le ultime a morire, autorizzava il padrone a disporre anche della quota parte del prodotto spettante al mezzadro. Pressantemente richiesti, in tutte le zone, erano poi gli adempimenti degli altri obblighi: le regalie e le prestazioni di carattere servile: soprattutto uova, pollame, frutta, per quanto concerne le regalie e la pulitura del cortile della casa padronale con le altre incombenze connesse, per quanto riguarda le prestazioni di carattere servile. Su questi aspetti è stato scritto molto e noti sono a tutti fatti e aneddoti particolari e relativi a tutte le zone agrarie a prevalente conduzione mezzadrile. Le angherie erano infinite e, quasi sempre, sopportate, con “pazienza”, per paura dell’escomio, che era la spada di Damocle pendente sempre sulla testa del mezzadro per tenerlo “buono” e sottomesso. E tutti, nobili e no, essendo “padroni” si comportavano, sempre, con altezzosità e disprezzo. Purtroppo, non ho sotto mano alcun testo di contratto di mezzadria classica relativo alla regione Marche. Penso, però, che si possa far ricorso ad altri mezzi per avere un’idea della realtà. Ho davanti a me una biografia di Giacomo Leopardi che, ogni giorno che passa, si scopre essere stato non solo un grandissimo poeta, ma una delle teste pensanti più importanti che abbia avuto l’Italia; in questo volume, la madre del poeta, contessa Adelaide Antici, è ricordata come una delle “padrone” più esigenti dell’intera regione Marche. Essa aveva predisposto addirittura un “marchingegno” per misurare la circonferenza delle uova, che le venivano portate a casa, ogni mattina, dalle mezzadre. La biografia del poeta, scritta da Michele Saponaro e pubblicata da Mondadori nel 1952, ricorda le difficoltà economiche di casa Leopardi per le mediocri doti di amministratore di Monaldo, padre di Giacomo, incapace di dirigere la baracca, Saponaro, ad un certo punto, così scrive: “Egli, Monaldo, affidò alla moglie i quaderni dei conti, in cui il suo cervello negato alle cifre non sapeva più raccapezzarsi, e prese per sé classici di lingua latina, di cui si volle paladino. Adelaide si annodò le chiavi alla cintola, ed egli fece una provvista di penne d’oca. Sentì disposizione alla poesia e al teatro. Adelaide discuteva con i fittavoli in tinello, egli nello studio scriveva centurie di versi e li chiudeva nel cassetto. Adelaide misurava col cerchiello a una a una le uova fresche che ogni mattina le recavan le massare dai campi, inflessibilmente scartando quelle che risultavano deficienti di calibro; egli empiva quaderni di tragedie e commedie: Montezuma, il Convertito, il Traditore, l’Assalto ovvero li francesi battuti; ma stampò solo il Montezuma, e per le altre forse non pensò mai a un capocomico.” Questo atteggiamento dei padroni -qui sobriamente descritto da Saponaro- è continuato, più o meno allo stesso modo, fino al secondo dopoguerra, anzi fino agli anni ’70-‘80, quando, finalmente, con la legge venne liquidata la mezzadria e connesse angherie. ooo A causa di questa realtà strutturale, arretrata, con la presenza della grande proprietà, spesso assenteista e di forme diffuse di latifondo, con una ragnatela di contratti agrari vessatori, che mortificava e bloccava ogni spirito di intrapresa, sia degli affittuari che dei coloni e mezzadri, l’agricoltura italiana non riusciva a decollare. Negli anni ’50, infatti, pur utilizzando circa 28 milioni di ettari e impiegando nell’attività agricola il 42 per cento delle forze di lavoro, l’Italia, con 47 milioni di abitanti, si collocava agli ultimi posti nella graduatoria mondiale per consumo di carne e di zucchero. In quel periodo, ogni agricoltore dava da mangiare a 5 cittadini. Attuata la riforma fondiaria, rinnovato il contratto di affitto e liquidata la mezzadria, la situazione è completamente mutata: oggi utilizziamo circa 15 milioni di ettari per l’attività di coltivazione e di allevamento; in agricoltura è impegnato il 4-5 per cento delle forze di lavoro; l’Italia registra 58 milioni di abitanti e si colloca ai primi posti in una graduatoria mondiale per consumo di carne e zucchero. Con meno terra e meno addetti produciamo 3 volte di più del tempo in cui c’era ancora il latifondo, la mezzadria e i contratti d’affitto capestro, e, rapportato al numero degli addetti, 6 volte di più. Si è sviluppata una nuova categoria di imprenditori, capaci e agguerriti, che sanno utilizzare i più moderni ritrovati della scienza e della tecnica in modo da diminuire la fatica, aumentare la produzione e la produttività, migliorare la qualità e la tipicità legata al territorio, garantendo la sicurezza alimentare ai cittadini. L’agricoltura italiana è, oggi, la prima in Europa. Qualche esempio. Secondo gli ultimi dati consolidati, nel 1998, l’Italia ha realizzato ed esportato 13 milioni e 600 mila tonnellate di prodotti ortofrutticoli, più della Francia -6 milioni- e della Spagna -8 milioni e mezzo- le quali hanno il doppio del nostro territorio. L’agricoltura italiana, grazie alla presenza di questi nuovi imprenditori provenienti dalle zone di mezzadria classica, ma anche di colonia e di piccolo affitto, ha superato la Francia per valore aggiunto, sia pure di poco e da poco: Italia 21,01; Francia 19,09. Ciò non significa che non ci siano problemi: ce ne sono, ce ne sono! Ma sono problemi relativi alla prima agricoltura e non alla cenerentola dell’Europa. ooo La condizione sociale e civile dei produttori è completamente mutata: “le massare” non si devono recare più ogni mattina a casa del padrone e portare uova fresche rispondenti alle misure richieste. Ci si può liberamente allontanare dalla cascina per andare in paese senza la paura di incontrare il “fattore”, il quale ti ordinava: “và a casa subito, che c’è da fare giù per il campo. Và a casa”, come ricorda Maggiori nel suo racconto, pieno di episodi analoghi, che fanno esclamare a qualcuno: “ma è servitù della gleba”. Ora queste condizioni non ci sono più. E non si deve attendere anni per ottenere la costruzione di un “gabinetto di decenza”, come allora si diceva, all’interno dell’abitazione. Ecco, allora, la conclusione. Lottando per spezzare il latifondo e per liquidare i contratti agrari capestro, abbiamo dato una spinta non solo all’evoluzione dell’agricoltura italiana, ma anche al progresso sociale e civile della nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro. Credo sia giusto ribadire -repetita iuvant- che abbiamo lottato contro il latifondo, per la riforma dei patti agrari e la liquidazione della mezzadria non solo per far rispettare la Costituzione, ma, soprattutto, per difendere la dignità dell’uomo. Questa, infatti, è la ragione principale che sta alla base del nostro impegno: non perdere mai di vista l’uomo ed agire, ovunque, per eliminare ciò che lo umilia e lo schiaccia. Ricordando “come eravamo”, ieri, sentiamo, oggi, tutta la fierezza e il legittimo orgoglio di aver lottato per il progresso dell’agricoltura, che è benessere per tutti. ooo La lunga lotta, cominciata nell’immediato dopoguerra è finita solo nel 1982 quando il parlamento approvò le ultime modifiche alla legge di riforma dei contratti agrari. Credo, perciò, sia giusto riportare qui la dichiarazione da me rilasciata alla stampa all’indomani di questo voto. Eccola: “Come presidente della Confederazione italiana coltivatori, esprimo un giudizio sostanzialmente positivo sulla legge di riforma dei contratti agrari approvata dal Parlamento. Essa, infatti, aggiornando la normativa sull’affitto dei fondi rustici del 1971 e successive modificazioni, precisa i caratteri di un moderno strumento per la regolazione dei rapporti tra proprietà e impresa in agricoltura. Un contratto di affitto efficace, per l’uso della terra ai fini produttivi, deve avere almeno due elementi caratterizzanti: agevolare al massimo lo sviluppo dell’impresa; non punire la proprietà. Le norme della legge n. 203 danno una risposta positiva a queste due esigenze. Ma la legge crea anche le condizioni necessarie per il superamento della colonia e mezzadria. Si stabiliscono, infatti, le condizioni in base alle quali, entro quattro anni, ad iniziativa di una delle parti, il contratto di mezzadria, colonia e soccida può essere trasformato in contratto di affitto. In essa, si riconferma, rafforzandolo, il principio della imprenditorialità coltivatrice, che si esprime nel binomio impresa-lavoro. A questo fine, tendono anche le norme di conversione in affitto dei contratti di mezzadria, colonia e soccida. Le nuove norme del contratto di affitto, superando il regime di proroga legale, assicurano la possibilità, per l’affittuario, di effettuare miglioramenti e trasformazioni sul fondo condotto. Viene, inoltre, stabilita una soddisfacente durata del contratto. La Confcoltivatori è profondamente convinta che l’applicazione di questi principi aiuterà il miglioramento della nostra agricoltura in termini di modernizzazione e di specializzazione. Il settore primario potrà, così, corrispondere meglio alle esigenze di incremento della produzione e della produttività, condizione essenziale per ridurre il deficit agricolo-alimentare e diminuire l’inflazione. La conversione dei contratti di mezzadria e colonia, che riguarda soprattutto terreni localizzati in zone interne e collinari, costituirà, inoltre, una valida risposta alla necessità di riequilibrio territoriale e di difesa dell’ambiente naturale. Contrariamente a ciò che afferma la Confagricoltura, non c’è nella legge alcuna norma che possa essere ritenuta incostituzionale. Soltanto una posizione di ottusa e acritica difesa dei “sacri diritti” della proprietà, può individuare in questa legge una sorta di “espropriazione” di impresa. Desidero ricordare, su questo argomento, le conclusioni della Conferenza del mondo rurale del 1961: “non possono essere parimenti considerati rispondenti alle esigenze di un moderno ordinamento agricolo i tipi di impresa a mezzadria”. Non si può, dunque, affermare, in buona fede, che siamo in presenza di una legge eversiva. La legge affida un ruolo importante alle organizzazioni professionali. Ad esse è conferito il compito di definire, nelle apposite commissioni provinciali, i coefficienti di moltiplicazione del reddito catastale per il calcolo del canone di affitto. Su questi argomenti il Governo ha assunto alla Camera l’impegno di presentare un apposito disegno di legge in materia, allorché entreranno in vigore i nuovi estimi catastali. Le organizzazioni professionali, avranno, inoltre, una funzione importante nella stipula dei nuovi contratti di affitto, anche in deroga alla legge, affinché l’elasticità affermata si traduca in una migliore attuazione delle finalità della riforma e non in un loro stravolgimento. L’attuazione di questa legge aprirà una pagina nuova per i rapporti contrattuali nelle campagne, in direzione della valorizzazione del ruolo dell’impresa coltivatrice senza che questo si traduca in una penalizzazione della proprietà. Ci sembra che questo spirito, sostenuto con convinzione e con coraggio dalla Confcoltivatori, sia stato ispiratore dell’atteggiamento non negativo assunto dai partiti ed abbia determinato alla Camera il voto di astensione dei comunisti e dei liberali, questo con sicuro beneficio per la nostra agricoltura. I liberali hanno poi, ingiustamente, modificato il loro voto al Senato, schierandosi, insieme con i fascisti, contro la legge. Dev’essere, tuttavia, rimarcato che la formulazione della legge non ci lascia completamente soddisfatti. Ci sono, infatti, parecchi punti che potevano essere meglio definiti. Inoltre, sarebbe stata necessaria una maggiore chiarezza del testo, spesso involuto, e una valutazione più precisa dei problemi connessi alla realtà della soccida in Sardegna e della colonia meridionale. La nostra battaglia per trovare una soluzione corretta a tali questioni continuerà e si avvarrà anche delle esperienze che saranno realizzate mediante l’azione per la corretta attuazione di questa legge. L’approvazione delle nuove norme sui contratti agrari rappresenta l’epilogo di una vicenda che ha dominato la vita politica italiana negli ultimi 30 anni. I fittavoli, i coloni, i soccidari, i mezzadri, hanno ottenuto, finalmente, la loro vittoria. La nostra azione per l’applicazione della legge dev’essere ora, coraggiosa ed equilibrata, orientata in modo da sconfiggere l’annunciata offensiva di chi vorrebbe che nulla fosse mutato nella società italiana. A questo scopo ci proponiamo di agire d’intesa con le altre organizzazioni che hanno sostenuto la nostra stessa battaglia, nell’interesse del progresso dell’agricoltura e del paese.” |
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