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ATTUALITA'
Politi sulle iniziative dellAses e delle Ong nellambito
del semestre di presidenza Ue dellItalia
Sulliniziativa dellAssociazione Ong italiane (Organizzazioni
non governative) di promuovere una campagna di sensibilizzazione sui
temi della cooperazione e della solidarietà internazionale,
nellambito del semestre di Presidenza italiana del Consiglio
europeo, è intervenuto Giuseppe Politi, vicepresidente vicario
nazionale della Cia, nonché presidente dellAses (una
delle 160 organizzazioni che aderiscono allAssociazione) per
sottolineare limportanza di alcune questioni sollevate.
Liniziativa -ha detto Politi- dellAssociazione Ong italiane
di promuovere politiche a sostegno della pace, dello sviluppo sostenibile,
dellintegrazione tra nord e sud e del ruolo centrale dellagricoltura
mediterranea, mi trova ampiamente concorde.
Affermare con forza -ha continuato Politi- il concetto di pace,
vuol dire sostenere il valore dellindividuo e della sua incessante
opera al servizio del bene comune. Vuol dire tutelare e proteggere
la sua attività, prima fra tutte quella agricola che è
poi fonte di vita e di benessere per tutti.
Occorre che il semestre di Presidenza italiana -ha detto ancora-
rilanci una politica organica incentrata sulla collaborazione e su
orientamenti volti a ricercare la complementarietà, la diversificazione,
la specializzazione delle produzioni. In altri termini, a promuovere
la qualità e la tipicità legate alle tradizioni e alla
cultura del mondo mediterraneo.
Opportuno a questo proposito -ha concluso Politi- appare la
convocazione di una Conferenza mediterranea, con la partecipazione
di tutti i paesi del bacino, per una comune valutazione dei problemi
e con la conseguente scelta di diminuire la concorrenza conflittuale
e favorire un processo di collaborazione e di pace.
Tartuficoltura: nuove
proposte di legge
Si è svolta nei giorni scorsi una audizione delle organizzazioni
agricole presso la Commissione Agricoltura della Camera, per lesame
delle proposte di legge in materia di raccolta, coltivazione e commercio
dei tartufi.
Presentiamo qui di seguito il testo del documento presentato nelloccasione
dalla Cia.
Le proposte di legge sottoposte alla nostra attenzione vanno tutte
a focalizzare alcuni aspetti critici oggi presenti in questa materia
che, nel corso degli anni, hanno evidenziato la necessità di
una modifica alla legge dell1985, che pure nella sua
applicazione si è rivelata positiva.
Il provvedimento certo riguarda innanzitutto un numero di ricercatori
di tartufi stimato intorno alle 200 mila unità sul territorio
nazionale, ma coinvolge un numero di operatori assai maggiore se si
tiene conto di quanti ne curano la commercializzazione, la conservazione
e la somministrazione al consumatore finale, coinvolgendo anche il
mondo della gastronomia, della ristorazione e pur anche del turismo.
Il comparto di partenza del tartufo è però
quello agricolo ed il riportare questo prodotto tra quelli classificati
tali dalla tabella A (Parte I, Parte II e Parte III) del DPR 26-10-1972
n. 633 , ci pare corretto anche alla luce delle successive osservazioni.
Limpianto legislativo inerente la raccolta, la coltivazione
ed il commercio dei tartufi deve affrontare e dare una giusta soluzione
ad almeno tre ordini di problematiche:
a) lambiente in cui questo prodotto cresce;
b) la sua chiara identificazione sul mercato;
c) le possibili speculazioni e le evasioni di ordine fiscale che attorno
ad esso possono essere operate, dato anche il pregio intrinseco del
prodotto medesimo.
Come più proposte di modifica sottolineano il tartufo nasce
e cresce in territori marginali e quasi mai soggetti a coltivazioni
agricole, ma proprio per questo bisognosi, oggi come non mai, di manutenzioni,
ripristini e tutela. Da questo punto di vista può proprio essere
lazienda agricola, anche alla luce del Decreto Legislativo 228/2001
che le riconosce unattività multifunzionale ed un compito
di gestione dellambiente rurale, ad essere privilegiata nella
gestione del mondo del tartufo, cosa che nei fatti già
attualmente avviene, seppure i ricercatori di tartufi non siano in
prevalenza agricoltori professionali. Da questo punto di vista giudichiamo
in modo assai positivo quelle proposte che prevedono il controllo
pubblico anche delle aziende vivaistiche fornitrici di piante micorizzate
in modo da evitare evidenti raggiri che, in passato, si sono verificati.
Sarebbe auspicabile prevedere inoltre provvedimenti, normativi o economici,
che incentivassero le azioni di cura e pulizia delle aree vocate alle
coltivazioni tartufigene, in modo da contrastare la progressiva diminuzione
di prodotto locale che a causa appunto dellabbandono
del territorio si verifica. Giudichiamo in modo assai favorevole
quella parte delle proposte di legge n. 430, 2847 e 2078 che favoriscono
la coltivazione di tartufaie agli imprenditori agricoli, favorendo
già in questo modo il protagonismo dellagricoltura
nella gestione del prodotto tartufo.
Lidentificazione, anche con il nome latino, delle varie specie
di tartufi che crescono in Italia e che possono essere commercializzate
quale prodotto fresco, operando addirittura una sorta di etichettatura
come prevede il progetto di legge n. 2847, eviterebbero le attuali
miscellanee di varie specie (alcune delle quali anche
dimportazione) che vengono spacciate sui mercati nazionali come
locali, in modo da tutelare sia i ricercatori che i consumatori
di tartufi. Altrettanto importante riteniamo quanto previsto dalla
proposta n. 3906 in materia di prodotti derivati per i quali vengono
utilizzate le parole tartufato e/o a base di tartufo
che attualmente contraddistinguono anche prodotti in cui è
presente solo aroma di sintesi.
Come sottolineato in alcune delle proposte di legge in esame sovente
la commercializzazione di questo tubero avviene attualmente con procedure
di ripiego, che finiscono per sottrarre il prodotto medesimo ad una
qualsiasi imposizione fiscale. Se si sceglie però come
pare nellorientamento della stragrande maggioranza delle proposte
di legge di far rientrare i tartufi tra i prodotti agricoli
non occorrerà cercare soluzioni stravaganti (e che finirebbero
probabilmente di aumentare ancor più il carico burocratico
dei vari soggetti della filiera) per sottoporli ad un qualche regime
fiscale: basta lasciarli nella vigente normativa fiscale agricola.
Il legislatore ha già infatti previsto per lagricoltura
un regime speciale che prevede il non obbligo della tenuta
di scritture contabili ed il versamento dellImposta sul Valore
Aggiunto fino ad un imponibile di ¤ 2.582,28 (ovvero 5 milioni
di lire) nelle zone normali e di ¤ 7.746,85 (ovvero 15 milioni
di lire) nelle zone montane ed ha previsto, per i medesimi soggetti,
la non obbligatorietà alliscrizione alla Camera di Commercio
e quindi li ha esclusi dal successivo obbligo di versamento del diritto
camerale annuale.
Sappiamo bene che anche altre attività agricole marginali sono
condotte da soggetti partaimisti o addirittura obbisti, che comunque
sono in grado di vendere le loro minime produzioni con la semplice
richiesta di una partita Iva e lemissione di autofattura da
parte dellacquirente, senza nessun altro obbligo o imposizione
fiscale. Saranno i diversi acquirenti, da quel punto in avanti, ad
assolvere ai normali obblighi fiscali previsti dalle leggi vigenti.
Resta inteso che quanti esercitano la raccolta di tartufi ai soli
fini dellautoconsumo non dovranno assolvere a qualsivoglia dovere
fiscale, neppure quello dellaccensione della Partita Iva.
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DAL
TERRITORIO
Assemblea straordinaria
dei delegati della Cia di Como-Lecco-Sondrio
Ai lavori ha partecipato il vicepresidente vicario, Giuseppe Politi
La Cia interprovinciale di Como, Lecco e Sondrio ha eletto il suo
nuovo presidente. La nomina è avvenuta a conclusione di una
assemblea straordinaria dei delegati svoltasi nei giorni scorsi nella
sede zonale di Merone.
Allassemblea, presieduta da Mario Lanzi, presidente regionale
della Cia, ha partecipato il vicepresidente vicario nazionale, Giuseppe
Politi.
Politi, nelle sue conclusioni, ha sottolineato la necessità
di un rafforzamento dello spirito unitario nella gestione della Confederazione
ed ha invitato tutti ad operare per lo sviluppo dellagricoltura
e il rafforzamento dei rapporti con gli associati.
Concluso il dibattito, lassemblea ha proceduto ad eleggere Domenico
Scali nuovo presidente della Confederazione interprovinciale.
Il nuovo presidente, nel ringraziare tutti i delegati, ha delineato,
molto sinteticamente, gli obiettivi e il programma che intende attuare
nel corso del mandato: attuare, in ogni sua parte, il documento politico
approvato dal terzo congresso della Cia; migliorare i rapporti umani
allinterno della Confederazione; rafforzare lo spirito unitario
e favorire la formazione di un nuovo gruppo dirigente.
Lassemblea ha proceduto inoltre ad eleggere Enrico Ferrario,
vicepresidente vicario ed Enzo Albanese ed Antonio Marte, vicepresidenti.
Toscana: le organizzazioni agricole sul
problema delle bonifiche
Le commissioni Ambiente e Agricoltura del Consiglio regionale della
Toscana hanno licenziato il testo di legge che modifica la normativa
vigente in materia di bonifiche. Dalle organizzazioni professionali
agricole è stato espresso un giudizio fortemente negativo.
E da oltre due anni hanno affermato Cia, Coldiretti e
Confagricoltura- che viene annunciata dalla Regione Toscana una riforma
organica in materia di difesa del suolo, ma gli annunci non seguono
i fatti. In questo quadro di vuoto strategico, lunica preoccupazione
del Consiglio regionale sembra essere quella di smantellare lesistente.
Le critiche delle Organizzazioni agricole si concentrano essenzialmente
su due aspetti: il primo riguarda la certezza delle risorse per i
consorzi di bonifica. La proposta approvata parte dalla giusta esigenza
di riordinare la contribuzione, sgravando i consorziati dalle quote
dovute per lo smaltimento delle acque reflue e meteoriche, il cui
onere viene posto a carico dei comuni e degli Ato. Ma il meccanismo
adottato, che prevede la stipula di convenzioni tra questi soggetti
ed i consorzi è macchinoso e non dà garanzie di tempi
certi. Da qui deriva lincertezza sulle risorse future per i
consorzi. La preoccupazione delle organizzazioni agricole è
che, alla fine, gli agricoltori rimangano gli unici a pagare per un
servizio che va a beneficio dellintera collettività.
Il secondo punto concerne la gestione dei consorzi di bonifica. La
proposta di legge approvata in commissione porta al 49 per cento la
quota dei rappresentanti negli organi consortili nominati dalla provincia,
riducendo i rappresentanti elettivi al 51 per cento. Secondo le organizzazioni
agricole. Si tratta di una sorta di commissariamento politico
dei consorzi . Una line questa incomprensibile alla luce dei nuovi
indirizzi costituzionali ed ancor più in una Regione come quella
Toscana che teorizza giustamente la separazione tra le funzioni di
programmazione, proprie degli Enti locali, quelle di gestione.
Cia Puglia: incontro per valorizzare limprenditoria
femminile
Nel corso dellincontro con il mondo imprenditoriale femminile
svoltosi nei giorni scorsi presso la Regione Puglia, per la Cia pugliese
sono intervenuto il vicepresidente Matteo Valentino e Rosanna Devito
del Direttivo regionale di Donne in Campo. Scopo della riunione è
stato quello di analizzare le varie iniziative per facilitare limprenditoria
e loccupazione femminile nellambito del Programma operativo
regionale (Por) Inoltre, è stato presentato il terzo rapporto
sullintegrazione del principi della pari opportunità
Case study: le imprenditrici pugliesi, curato dalla
società Cles
Nel suo intervento, Valentino ha espresso un giudizio positivo sul
rapporto presentato ed ha proposto alla società incaricata
che,nel proseguo dellindagine, si dia una particolare attenzione
alla presenza delle donne imprenditrici in agricoltura nella a regione.
La donna-coltivatrice quasi sempre è chiamata a svolgere un
ruolo determinante per una buona gestione aziendale. Occorre pertanto
-ha aggiunto Valentino- in occasione della rimodulazione mettere in
atto azioni incentivanti nei confronti delle donne imprenditrici-agricole
in tutte le misure previste nei Por , in modo da rendere la vita nelle
campagne al pari della città.
Tre sono i punti su cui occorre intervenire: più attenzione
per le piccole e medie imprese; riduzione dei parametri per consentire
laccesso a investimenti minori; formazione.
Infine, Valentino ha sottolineato quanto sia importante, nella rimodulazione
delle misure, recepire ciò che è contenuto nella proposta
di legge sui piccoli comuni Misure per il sostegno e la valorizzazione
dei comuni con popolazione pari o inferiore a 5.000 abitanti,
approvata alla Camera e in attesa del via definitivo del Senato. Questo
per destinare risorse specifiche e per riservare una maggiore attenzione
alle imprenditrici che operano nelle aree interne e svantaggiate e
alle donne che vivono la campagna abitandoci.
Lo stato di degrado in cui versano quelle aree rurali abitate da famiglie
coltivatrici impone, da parte dell' istituzioni, grande attenzione
per garantire quel minimo di infrastrutture e servizi necessari per
rendere vivibile la campagna, garantire la difesa dellambiente,
della tradizione contadina e di quei valori culturali che rappresentato
la storia della nostra terra.
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APPUNTAMENTI
Cia Ascoli: la valorizzazione
dei prodotti tipici
La stagione estiva 2003 si sta svolgendo sotto linsegna del
mangiar sano e della qualità grazie alle numerose iniziative
della Confederazione italiana agricoltori di Ascoli. La Cia ha organizzato,
infatti, alcune serate con lo scopo di avvicinare i consumatori ai
prodotti tipici, alla loro storia e alle loro qualità.
I primi appuntamenti sono stati caratterizzati dalle serate di A
tavola con i Piceni al Residence Le Terrazze di
Grottammare (appuntamenti che si ripeteranno per tutta lestate)
e dai buffet organizzati in occasione delliniziativa denominata
Epicuro presso lOasi La Valle di Pagliare.
Ora sarà la volta di Ripatransone. Il 27 luglio e il 24 agosto,
infatti, la Cia sarà presente nella Bottega del Vino
gestita da Progetto Zenone che intende portare ai convenuti
la testimonianza di un mondo agricolo ancora vivo e palpitante, in
grado di offrire specialità culinarie di alto livello.
Si comincia il 27 luglio, alle ore 18.30, con una serata nel corso
della quale si potranno anche visitare i vigneti della zona e degustare
un buffet nella Bottega del Vino situata sotto i portici
nella piazza del paese. Per ogni prodotto ci saranno le spiegazioni
e le curiosità legate alla provenienza, alla storia e alle
tradizioni. Il costo sarà di 13 euro a persona. Per informazioni
e prenotazioni telefonare allo 0736.42315.
Con questa serie di iniziative la Cia intende, dunque, ribadire limportanza
di posizionare i prodotti tipici del territorio piceno su un gradino
più elevato rispetto a quei prodotti che vengono confusi nellambito
di mostre-mercato troppo spesso poco mirate alla loro effettiva valorizzazione.
Il gusto della qualità
e dei sapori" delleDonne in Campo DI Parma
Venerdì 18 luglio 2003, alle ore 21.00, lAssociazione
Donne in Campo di Parma parteciperà alla festa
in occasione dellapertura annuale di Villa Lanfranchi, una delle
più antiche della città, allestendo uno stand nel quale
proporrà Parmigiano, salumi e vini tipici e di qualità,
le cui produttrici hanno rivolto particolare attenzione alla rintracciabilità
ed al percorso di sicurezza del prodotto. Lobiettivo delle associate
è soprattutto quello di instaurare un dialogo diretto con i
consumatori, nonché di trasmettere lentusiasmo con cui
svolgono il loro lavoro. Sarà presente anche Paola Ortensi,
presidente nazionale di Donne in Campo che incontrerà
così le agricoltrici parmigiane.
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DOCUMENTI
Prezzi: produzione, mercato, consumo
Pubblichiamo di seguito la comunicazione che ha svolto Paolo Surace,
responsabile dellOsservatorio economico della Cia, al convegno,
svoltosi il 16 luglio scorso a Roma, sul tema: Prezzi: produzione,
mercato, consumo.
Nella Milano del 1628, la penuria di pane ed i sospetti di speculazioni
sui prezzi scatenarono le sommosse popolari che ci descrive il Manzoni
dei Promessi Sposi.
Due secoli dopo, a metà 800, in Irlanda, la distruzione
dei raccolti di patate, che costituivano la base della dieta alimentare,
portò miseria e fame, ed aprì le porte allemigrazione
di massa.
La situazione
Questi esempi sono volutamente esagerati. E tuttavia essi mi servono
per sottolineare, senza tante parole, la gravità della situazione
di oggi nelle nostre campagne: crisi idrica, avversità atmosferiche,
tensioni sui prezzi, caduta delle produzioni, imprese in difficoltà.
Nel 2030, secondo la FAO, 1/5 dei paesi in sviluppo avrà carenza
idrica. Essere in così ampia compagnia ci preoccupa ancora
di più. Non cè una crisi mondiale delle risorse
idriche. E tuttavia, se vogliamo evitare, nel prossimo futuro, una
crisi alimentare, dobbiamo aumentare la produttività del fattore
acqua ricorrendo a nuove tecnologie. Il direttore della FAO, probabilmente,
aveva in mente le ricerche condotte da università inglesi su
varietà vegetali resistenti allo stress idrico e termico grazie
allapplicazione delle biotecnologie.
I comunicati ISMEA riferiscono situazioni che si ripetono da un anno
allaltro. Inizio estate 2002: assenza di precipitazioni, rottura
dei cicli produttivi e dei calendari di raccolta, vistose oscillazioni
dei prezzi allorigine. Estate 2003: temperature molto elevate,
episodi di maltempo, siccità, scarsità di prodotto,
tensioni sui prezzi.
I giornali ci aggiornano sui danni allagricoltura di queste
settimane. E contemporaneamente cinformano che sono state avviate
le procedure di intervento per le gelate della scorsa primavera. Ciò
conferma che provvedimenti pensati per fronteggiare situazioni eccezionali,
non sono sufficienti quando queste situazioni diventano ordinarie,
quando cioè gli effetti delle avversità atmosferiche
diventano unordinaria componente negativa del bilancio aziendale.
Nel 2002, per il terzo anno consecutivo è diminuita la produzione
agricola. Le colture ortofrutticole hanno registrato il dato più
negativo, -3,2%. È evidente leffetto delle intense e
ricorrenti avversità atmosferiche.
Il valore aggiunto dellagricoltura è stato 28 mld/¤,
-1,5% rispetto al 2001. è un dato in controtendenza alla media
europea che registra, per lagricoltura un +0,4%. E un
andamento in controtendenza anche rispetto allindustria alimentare
che aumenta la produzione nel 2002 dell1,6%, e prosegue la tendenza
nei primi cinque mesi del 2003. Il dato dimostra che le dinamiche
dei due settori sono divergenti, cioè che lindustria
sopperisce in modo crescente con prodotto di importazione alle carenze
sul mercato interno: anche questo è frutto della globalizzazione
Più critiche appaiono le prospettive del 2003. La siccità
e le grandinate dellinizio estate porteranno, certamente, il
risultato negativo delle produzioni vegetali ad un livello ben superiore
delle previsioni dellISMEA di fine maggio.
Per il momento vale citare che la produzione di grano duro è
diminuita del 5% solo per effetto delle cattive condizioni climatiche.
NellUe le cose non vanno meglio. La produzione di albicocche
e pesche dovrebbe calare di oltre il 25%.
Il 2003 potrebbe essere (sarà certamente) il quarto anno di
calo produttivo della nostra agricoltura.
I prezzi
La parola prezzi domina, sullo sfondo, la discussione
di oggi. I dati dellosservatorio ISMEA sono istruttivi. I prezzi
dei prodotti ortofrutticoli sono in continua tensione. Gli ortaggi
aumentano del 23% in un mese, la frutta del 19%. Numerosi prodotti
aumentano di oltre il 25% rispetto un anno fa. Sono in flessione,
nellarco di un mese, i prezzi allorigine dei prodotti
zootecnici, -2,3%. Si ripete lo scenario di gennaio, quando le gelate
provocarono rincari dei prezzi tanto ampi quanto di breve durata.
Le improvvise e vistose variazioni di prezzi, soprattutto quando si
tratta di prodotti alimentari, danneggiano, insieme, gli agricoltori
ed i consumatori.
Gli agricoltori sono colpiti nel loro reddito e per unattività
a rischio crescente. Mi domando quanto lincertezza dellandamento
delle campagne influenzi le decisioni dellagricoltore nella
programmazione degli ordinamenti produttivi e dei processi colturali;
mi domando se tale incertezza influenzi le decisioni a breve in modo
maggiore o minore rispetto, per esempio, alle regole della PAC.
I consumatori sono colpiti nella loro capacità di acquisto,
e disorientati di fronte a scelte che appaiono sempre meno tranquille.
E diffusa la percezione nei consumatori di una perdita di potere
dacquisto maggiore di quella realmente verificata. Quattro italiani
su dieci ritengono che il loro potere dacquisto sia diminuito,
e non vedono aspettative positive nellimmediato futuro.
Sempre più ampio è lo scarto tra inflazione reale e
inflazione percepita.
LISTAT stima, per il mese di giugno, una lieve riduzione dellinflazione.
Metà deglitaliani, tuttavia, è convinta che i
prezzi siano cresciuti rispetto a maggio. I prodotti alimentari sono
considerati i principali responsabili di questa situazione. Spesso
ingiustamente, comunque ben al di là dello scarto rispetto
al dato generale.
I prodotti alimentari freschi e di prima trasformazione pesano l8%
nel paniere ISTAT per il calcolo dellindice di prezzi al consumo.
I dati dellISTAT confermano che, dal 1995 ad oggi, lindice
dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari è cresciuto del
18,1%, contro il 20,6% dellindice generale. Le spese connesse
allabitazione sono cresciute del 28,9%, le spese per listruzione
del 27,7%.
Un chilogrammo di lattuga raccolta sul campo rappresenta solo 1/6
del valore di un chilogrammo di lattuga che compriamo dal negoziante.
Esattamente come un chilogrammo di grano alla trebbiatura costituisce
solo 1/20 del valore di un chilogrammo di pane (ovviamente bisogna
tenere conto dei coefficienti di trasformazione).
Lanalisi e linterpretazione dellandamento
dei prezzi dei prodotti agricoli
È un esercizio particolarmente difficile, ed anche rischioso.
Le variabili in gioco sono molte, ed ognuna interagisce con le altre.
Pesano fattori naturali, difficili da controllare, che sollecitano,
prevalentemente, strumenti che limitino il danno.
Pesano fattori strutturali. Il sistema irriguo, le tecnologie impiegate,
le inefficienze lungo la filiera, le carenze infrastrutturali. I ritardi
nelle reti, secondo Nomisma, costano, allItalia, lo 0,5% del
PIL.
Pesano, infine, fattori emotivi, come è emerso evidente nella
vicenda delle carni bovine.
Nei mesi immediatamente successivi alla scoperta del primo caso di
BSE in Italia, gli acquisti di carne bovina da parte delle famiglie
calò di oltre il 30%. Contemporaneamente gli acquisti di carni
avicole e di suini aumentavano del 12%.
I prezzi allingrosso segnalavano flessioni tra il 18 ed il 32%
per le carni di vitellone, ed aumenti tra il 29 ed il 33% per le carni
di pollo e del 16-17% per la carne di suino. Ma la gravità
della crisi era il crollo delle attività di macellazione: -80%
rispetto al periodo pre crisi.
Variabilità dei prezzi e gestione del rischio
Le oscillazioni, anche vistose, dei prezzi dei prodotti agricoli non
sono unanomalia italiana. La variabilità dei prezzi allorigine
dei prodotti orticoli, per esempio, è, dalla metà degli
anni 90, inferiore in Italia rispetto agli USA..
Con la progressiva riduzione delle protezioni comunitarie, i mercati
di tutti i prodotti agricoli, anche le commodity, hanno aumentato
la loro volatilità.
La variabilità dei prezzi dei cereali è raddoppiata,
in Italia, nel corso degli anni 90 (dopo la riforma), superando
quella registrata negli USA.
La variabilità dei pezzi è un indicatore dei rischi
di mercato ai quali è sottoposto lagricoltore.
Uno dei primi obiettivi che dovremmo porci, allora, è la gestione
dei rischi di mercato.
Si tratta di introdurre formule assicurative che proteggano i redditi
degli agricoltori dalleccessiva variabilità dei prezzi.
Se pensiamo ad un reddito medio ed ad un margine di oscillazione al
di sotto del quale scatta la copertura assicurativa, il meccanismo
non dovrebbe essere molto dissimile da quello già operante
allestero per alcune commodity.
Negli USA, accanto alle polizze sulle rese sono state introdotte polizze
volte a tutelare il reddito degli agricoltori in caso di eventi atmosferici
e di caduta dei prezzi di mercato. Lassicurazione sul reddito
può essere considerata, a tutti gli effetti, uno strumento
di gestione del rischio dimpresa.
La versione più aggiornata delle assicurazioni sul reddito
prende a riferimento lintero reddito aziendale, non solo quello
riferito alle singole colture. Questa formula offre un miglior bilanciamento
del rischio a vantaggio sia della compagnia di assicurazione, sia
dellimpresa agricola.
Il successo del programma assicurativo è dato sia dal numero
di produttori che aderiscono sia dalla convenienza delle compagnie
assicurative: il rapporto tra indennizzi complessivi e premi è
stato, nella media dei 15 anni, sotto lunità (0,71).
Lassicurazione al reddito non è alternativa ma complementare
alle formule tradizionali. I redditi assicurati e glindennizzi
sono calcolati prendendo a riferimento le dichiarazioni fiscali ed
i rapporti annuali presentati dallazienda agricola. Il sussidio
statale copre la metà del costo della polizza. La novità
del programma assicurativo è che sono state progressivamente
inserite colture orticole e frutticole, produzioni al alto reddito
e, per definizione, a maggiore rischio ambientale.
Linserimento di nuove colture nel sistema assicurativo è
preceduto da una periodo di sperimentazione: uno dei più recenti
programmi pilota avviati si riferisce alle ciliegie.
I danni assicurabili sono le condizioni climatiche avverse, gli incendi,
le infestazioni e le malattie delle piante, i danni causati dalla
fauna, da terremoti, eruzioni vulcaniche, cattiva irrigazione.
Per avere unidea del grado di diffusione delle assicurazioni
in agricoltura nella realtà statunitense è emblematico
il caso dello Stato della California, grosso produttore di ortofrutticoli.
Tale esempio offre spunti interessanti per i produttori ortofrutticoli
europei che grazie allo strumentato assicurativo godrebbero di unopportunità
in più di tutela del proprio reddito.
In California, nel 2002, hanno beneficiato di copertura assicurativa,
il 62% delle superfici coltivate a mele, l85% a fichi e uva
da tavola.
Il tema è stato affrontato, a livello comunitario, dalla presidenza
spagnola e greca; è stato indicato come prioritario dalla presidenza
italiana. È richiamato negli allegati al compromesso di riforma
della PAC. Uno dei principali problemi da risolvere è di carattere
finanziario: la creazione di un meccanismo di riassicurazione a livello
europeo, lampliamento, attraverso il sostegno della PAC, del
mercato delle assicurazioni, con lobiettivo di superare un ritardo
culturale che caratterizza il nostro sistema di imprese.
La trasparenza e linformazione
Nel medio periodo i prezzi allorigine tendono ad assorbire le
fluttuazioni. Ciò vale soprattutto quando le variazioni sono
legate ad andamenti climatici. Molto più difficile è,
come si è visto, ritornare ad una situazione di normalità
quando intervengono fattori emotivi, come nel caso della BSE.
Le rilevazioni mensili dellISMEA sono, da questo punto di vista,
emblematiche.
In otto anni, dal 1995, lindice dei prezzi alla produzione dei
prodotti agricoli è aumentato di un punto. Quindi siamo in
una fase di lento recupero rispetto al minimo raggiunto nel 1999 quando
lindice dei prezzi era di 20 punti inferiore al 1995.
Gli anni 90 sono stati definiti un decennio di crescita
rallentata. Le politiche di rientro del disavanzo pubblico,
il rafforzamento della concorrenza internazionale, il venir meno dei
vantaggi di cambio, la crisi asiatica e la caduta della domanda, la
ripresa delleconomia europea ed italiana iniziata solo nel corso
del 1999. Sono i capitoli di uno scenario di ricadute sullagricoltura
delle politiche di rigore di quegli anni, di cui landamento
dei prezzi allorigine rappresentò uno dei segnali più
manifesti.
Ovviamente landamento deglindici è differente secondo
i prodotti. Lindice dei prodotti zootecnici è 8
sul 1995; per le coltivazioni è +7 punti. Per citare i dati
più significativi: bovini, -15, cereali, -29, olio doliva,
-26. gli ortofrutticoli (in questo caso il dato è la media
annua): +12 la frutta e +19 gli ortaggi.
La percezione e limpatto della variabilità dei prezzi
è massima sul consumatore finale. Quasi mai il beneficio (quando
si tratta di un aumento dei prezzi) si trasferisce interamente lungo
la filiera fino allagricoltore.
Uno dei motivi è la scarsa trasparenza nella formazione dei
prezzi.
Il governo della filiera
Gli squilibri tra domanda ed offerta, soprattutto quando causati da
eventi atmosferici sono repentini e localizzati nel territorio. I
loro effetti si amplificano mano mano che ci si avvicina ai mercati
al consumo.
A questa amplificazione contribuiscono le diffuse inefficienze lungo
la filiera. Lagricoltore non ha alcuna percezione di questi
squilibri. Se non la sera, leggendo i giornali, quando viene a sapere,
per esempio, che una grandinata al Nord ha impedito la raccolta di
taluni ortaggi i cui prezzi al consumo sono andati alle stelle.
Si parla, a questo proposito, di asimmetria informativa:
lagricoltore non ha strumenti informativi che gli facciano conoscere,
in tempo reale, landamento dei prezzi, la risposta dei consumatori,
levoluzione della domanda ecc.
Lo stesso consumatore, in assenza di alternative, deve cercare le
risposte nella saggezza popolare.
Non basta invitare i consumatori a preferire i prodotti di stagione
o nazionali, od a scegliere quelli che costano meno.
Gli osservatori prezzi (dellUnioncamere, del Mipaf-ISMEA, del
Ministero attività produttive) dovrebbero essere strumenti
di un progetto di trasparenza informazione, non progetti fini
a se stessi.
Una maggiore uniformità dei prezzi sarebbe possibile se si
facesse maggiore ricorso allo scambio di prodotti agricoli attraverso
un mercato delle merci operante su circuito telematico. Il progetto
Meteora rappresenta una prima esperienza nazionale che si pone, tra
gli altri, gli obiettivi di una maggiore velocità di circolazione
delle informazioni, di una maggiore trasparenza, del miglioramento
dellefficienza del sistema e dellabbattimento dei costi
di transazione. È significativa lintenzione di inserire
tra i prodotti trattati anche lolio di oliva e gli ortofrutticoli,
una volta risolti i problemi di deperibilità e scarsa standardizzazione.
Il prof. De Rita, in più occasioni ci ha invitati a governare
la filiera, sottolineando la differenza rispetto a dominare
la filiera. Ma dove si colloca il governo della filiera?
Non necessariamente dove si concentra fisicamente il prodotto o dove
si svolge la prima lavorazione. Anche perché, se così
fosse, non avremmo un così bassa rappresentatività delle
organizzazioni di produttori.
Probabilmente la dovremmo trovare nei punti dellinnovazione
di prodotto, della logistica e della valorizzazione (per molto tempo
delegati allindustria di trasformazione ed alla distribuzione,
con le conseguenze in termini di trasferimento di valore aggiunto
e
dominio sui processi). I costi logistici (trasporto e condizionamento)
rappresentano 1/3 del valore del prodotto.
Le vicende di questi mesi dovrebbero convincerci a rivalutare le forme
di coordinamento tra imprese della filiera attraverso i contratti.
Il mercato tradizionale, con le sue inefficienze, sempre meno riesce
ad equilibrare lofferta con una domanda sempre più specifica.
In altri termini, anche in agricoltura dovremmo progressivamente passare
dalla strategia produci prima, vendi poi a quella vendi
prima, produci poi.
Oppure il governo della filiera si rintraccia nei punti dei servizi,
in particolare dove si forma la conoscenza degli orientamenti del
consumatore e delle tendenze del mercato.
A partire dalla fine degli anni 90 le produzioni italiane ortofrutticole
fresche, nonostante limmagine e la tradizione di qualità
e tipicità, hanno subito unerosione delle quote di mercato,
non solo a vantaggio dei paesi terzi, ma anche dellUnione, prima
tra tutti la Spagna che è riuscita ad occupare uno spazio importante
anche nel mercato italiano.
Secondo lISMEA, i punti di debolezza stanno proprio nei servizi
legati al prodotto: imballaggi, costanza delle forniture, precisione
delle consegne.
Gli effetti di queste debolezze sono maggiormente evidenti nei prodotti
destinati allesportazione e nel settore ortofrutticolo. Oltre
la metà della produzione interna comunitaria (in alcuni paesi
oltre 2/3) deve transitare da almeno cinque operatori prima di raggiungere
il consumatore finale. Il 40% degli acquisti di ortofrutticoli, in
Italia, avviene ancora nei mercati ambulanti e rionali.
Questa struttura della filiera fa sì che la formazione del
prezzo avvenga in modo complesso e non trasparente, lasciando spazio
a diffuse inefficienze, scarsa capacità di controllo ed anche
a comportamenti speculativi. La variabilità dei prezzi allorigine
degli ortofrutticoli è quasi doppio di quello dei cereali.
Uno dei problemi principali dellortofrutta fresca, almeno di
alcune varietà, è lelevata deperibilità
che impone allagricoltore la necessità di vendere immediatamente
dopo (o prima) del raccolto il prodotto, a prescindere dallandamento
del mercato.
Le variazioni dei prezzi sono determinate per oltre l80% dalla
variazione delle quantità prodotte.
Le organizzazioni economiche (le OP) che avrebbero dovuto creare un
nuovo ruolo dei produttori sul fronte della commercializzazione, migliorando
lorganizzazione dellofferta e la forza contrattuale dei
produttori, in Italia ancora non hanno avuto il decollo atteso.
Le OP, in Italia, rappresentano meno del 30% della produzione globale.
Il dato medio nellUnione europea è il 40%, il 50% per
i nostri principali competitori, Spagna e Francia.
La posizione dominante fino a pochi anni fa esercitata dal mercato
allingrosso è stata notevolmente ridimensionata dallincremento
della posizione della GDO nella vendita di ortofrutta fresca in Italia,
che oggi rappresenta circa il 35% (per i prodotti a marchio si arriva
anche al 50/60%). Siamo ancora lontani dalla media europea che è
del 70%.
La GDO, che ha realizzato un continuo processo di espansione delle
vendite in questo prodotto fondamentale per la fedeltà del
consumatore, è caratterizzata da una modalità di approvvigionamento
diversa rispetto al commerciante al dettaglio in quanto solitamente
si avvale di centrali di acquisto centralizzate o dislocate in precise
aree territoriali.
Il problema del potere contrattuale nella determinazione del prezzo,
allorigine e finale, si lega strettamente al problema della
redistribuzione del valore aggiunto tra le diverse fasi della filiera,
che ancora vede la massima quota percentuale nelle mani del distributore
finale.
Il valore del prodotto agricolo fresco rappresenta meno del 30% del
prezzo finale del prodotto alimentare al consumatore (prodotto agricolo
inclusi i servizi). La quota rimanente è rappresentata dai
costi logistici della filiera (ammortamenti delle strutture di lavorazione,
confezionamento, trasporti, piattaforma e rete commerciale).
Tale realtà, in una fase di depressione del sostegno comunitario
ai produttori agricoli (in particolare nel settore ortofrutticolo
e di altri comparti mediterranei) spinge a considerare urgente la
creazione di soluzioni strutturali per il rafforzamento del ruolo
della parte agricola allinterno della filiera.
Linformazione e la filiera
Linformazione è sempre più una componente essenziale
del funzionamento dei mercati agricoli. La tracciabilità, le
dichiarazioni di origine, letichettatura, la certificazione
ed i metodi di autocontrollo sanitario, le regole di immissione di
alimenti contenenti ogm, sono tutti sistemi che si basano sullinformazione.
La trasparenza nella formazione dei prezzi rimane la zona dombra
di questo sistema.
Il flusso di informazioni al consumatore è necessario per favorire
scelte consapevoli nelle decisioni di acquisto. Un eccesso di informazioni,
o, meglio, informazioni non regolate possono produrre disorientamento.
Penso, per esempio, ai sistemi di certificazione derivati da regolamentazione
di legge ed a marchi privati del produttore o distributore, allinterno
dei quali si collocano le denominazioni di origine.
Gli elementi di distinzione, spesso, non sono di facile ed immediata
interpretazione.
Il caso emblematico sono i prodotto DOP ed IGP: solo _ dei consumatori
italiani dichiara di conoscere le denominazioni DOP, e solo 1/10 sa
che cosa è una IGP. Nella media europea il livello è
ancora più basso. La percezione del significato di DOP e IGP
è, inoltre, molto disomogenea, a dimostrazione di una carenza
di informazione.
Tutti questi percorsi di garanzia spesso (quasi sempre)
prescindono da unottica di filiera.
Ciò vale nella fase di progetto, di gestione e di regolazione.
In questa situazione il ruolo prevalente è svolto dalla grande
impresa industriale o della distribuzione commerciale. Essi sono,
infatti, i soggetti che, con più efficacia, trasmettono il
messaggio ai consumatori. La grande distribuzione mostra un crescente
interesse ad inserire nella sua gamma di offerta prodotti artigianali
o tipici.
La mancanza di concertazione e coordinamento lungo la filiera, e quindi
di una strategia comune tra i diversi attori (agricoltura industria
commercio) ha, tra le altre, due conseguenze. La prima è
la sovrapposizione dei messaggi e dei percorsi di garanzia, cosa che
va a scapito dellinformazione. La seconda è che la valorizzazione
del prodotto non si traduce in un vantaggio economico distribuito
in modo equo tra tutti i soggetti della filiera. In sostanza avviene
che ad un estremo della filiera gli agricoltori contribuiscono a produrre
la qualità; allestremo opposto si organizza e si trasmette
il segnale di qualità ai consumatori, e si traggono gran parte
dei benefici economici delloperazione.
Anche questo rientra nella capitolo dellinformazione e della
trasparenza nella formazione dei prezzi.
Con questa chiave di lettura sarebbe interessante uninterpretazione
delletichettatura di origine e di tipicità.
Una recente indagine Doxa sui criteri di valutazione e le aspettative
dei consumatori ci dice, tra laltro che:
- la marca è il principale aspetto considerato al momento dellacquisto
(46%); la zona di produzione è al 9%. Il luogo di produzione
ha, per il consumatore, secondo la Doxa, la stessa importanza della
fiducia nel luogo di acquisto;
- laffidabilità di un prodotto alimentare risiede principalmente
nella qualità della materia prima (44%). La fiducia nel luogo
di acquisto e nel luogo di origine, nuovamente, hanno lo stesso peso
(rispettivamente 17 e 13%);
- solo 1/3 dei consumatori, infine, ritiene che la sicurezza dellalimento
abbia a che fare con la sua origine.
Appare evidente, a mio avviso, che la capacità di trasmettere
segnali al consumatore sta, prevalentemente, nella marca; ciò
nonostante il consumatore abbia chiaro che la sicurezza alimentare
deriva in buona misura dalla qualità della materia prima.
Questa osservazione potrebbe, tra laltro, suggerire un approfondimento
sulla tipicità come occasione di successo commerciale. In Italia
esistono oltre 30 prodotti ortofrutticoli che si fregiano della IGP.
Lelenco si amplia continuamente, ed è un vanto della
cultura e della tradizione agricola del nostro paese.
In realtà questi prodotti hanno un mercato assolutamente locale,
anche a causa di unofferta limitata. Ove dichiarato, la quota
di export sulla produzione è marginale: ben maggiore, 20%,
è la quota di export di uno dei più noti marchi di mele.
I punti di riflessione: qual è il valore aggiunto legato alla
tipicità, tracciabilità, origine; quanto i segnali di
tipicità, tracciabilità, origine si traducono (o possono
tradursi) in differenziazione di prezzo?
Una digressione: lo spazio euromediterraneo
E infine. Se allarghiamo lo sguardo al di là dei confini. I
prodotti dimportazione, soprattutto quelli che provengono dai
paesi terzi mediterranei, sono spesso considerati un elemento di turbativa
del mercato. Si parla di dumping sociale (il costo del lavoro) ed
ambientale (la sicurezza alimentare).
Nella prospettiva dellarea di libero scambio, come dovremo considerare
questi prodotti: concorrenti o componente di una massa critica allesportazione?
Molti paesi europei, forti esportatori, hanno da tempo scelto la seconda
opzione. Il vertice di Palermo della settimana scorsa ha ipotizzato
la sponda sud del Mediterraneo come parte di un unico spazio di produzione.
Ovviamente, quando parliamo di prodotti alimentari freschi o di prima
trasformazione il problema resta sempre la corretta informazione al
consumatore sulla provenienza del prodotto esportato.
Alcuni di questi paesi stanno sviluppando nuovi impianti di coltivazioni
ricche, destinate, per questo, prevalentemente ai mercati sviluppati.
Poiché si tratta di nuovi investimenti, le varietà e
le tecniche di coltivazione impiegate sono, in una parola, competitive.
Per lo meno lo sono rispetto a paesi ove le stesse colture sono sì
tradizionali, ma con unelevata resistenza alla riconversione.
Questi paesi oggi domandano tecnologie: dalla produzione al condizionamento.
E lo fanno privilegiando la strada della cooperazione tra imprese.
LItalia è il paese europeo che per motivi di vicinanza
geografica può trarre i maggiori benefici dallo sviluppo del
partenariato euro mediterraneo. Lomogeneità delle produzioni
tra le due sponde del mediterraneo non deve però essere lorigine
di contrasti commerciali, che hanno leffetto non secondario
di contribuire alla instabilità dei mercati, ecco il collegamento
con il tema di oggi, ma deve rappresentare unopportunità
di collaborazione tra le due rive. La possibilità di produrre
gli stessi prodotti garantendone la disponibilità tutto lanno
può costituire un ottimo incentivo per le imprese italiane
a progettare strategie e sistemi commerciali congiunti tra organizzazioni
del bacino mediterraneo.
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