Agenzia di informazione
della Confederazione italiana agricoltor
i

17 luglio 2003

Anno 45 - n. 131

 

Direttore responsabile: Alfredo Bernardini
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ATTUALITA'    Politi sulle iniziative dell’Ases e delle Ong nell’ambito del semestre di presidenza Ue dell’Italia

    Tartuficoltura: nuove proposte di legge                                  
DAL TERRITORIO •    Assemblea straordinaria dei delegati della Cia di Como-Lecco-Sondrio

•    Toscana: le organizzazioni agricole sul problema delle bonifiche

•    Cia Puglia: incontro per valorizzare l’imprenditoria femminile

 

APPUNTAMENTI •    Cia Ascoli: la valorizzazione dei prodotti tipici
DOCUMENTI •    Prezzi: produzione, mercato, consumo: la comunicazione di Paolo Surace al convegno Cia

 

ATTUALITA'


Politi sulle iniziative dell’Ases e delle Ong nell’ambito del semestre di presidenza Ue dell’Italia


Sull’iniziativa dell’Associazione Ong italiane (Organizzazioni non governative) di promuovere una campagna di sensibilizzazione sui temi della cooperazione e della solidarietà internazionale, nell’ambito del semestre di Presidenza italiana del Consiglio europeo, è intervenuto Giuseppe Politi, vicepresidente vicario nazionale della Cia, nonché presidente dell’Ases (una delle 160 organizzazioni che aderiscono all’Associazione) per sottolineare l’importanza di alcune questioni sollevate.
L’iniziativa -ha detto Politi- dell’Associazione Ong italiane di promuovere politiche a sostegno della pace, dello sviluppo sostenibile, dell’integrazione tra nord e sud e del ruolo centrale dell’agricoltura mediterranea, mi trova ampiamente concorde.
“Affermare con forza -ha continuato Politi- il concetto di pace, vuol dire sostenere il valore dell’individuo e della sua incessante opera al servizio del bene comune. Vuol dire tutelare e proteggere la sua attività, prima fra tutte quella agricola che è poi fonte di vita e di benessere per tutti.
“Occorre che il semestre di Presidenza italiana -ha detto ancora- rilanci una politica organica incentrata sulla collaborazione e su orientamenti volti a ricercare la complementarietà, la diversificazione, la specializzazione delle produzioni. In altri termini, a promuovere la qualità e la tipicità legate alle tradizioni e alla cultura del mondo mediterraneo”.
“Opportuno a questo proposito -ha concluso Politi- appare la convocazione di una Conferenza mediterranea, con la partecipazione di tutti i paesi del bacino, per una comune valutazione dei problemi e con la conseguente scelta di diminuire la concorrenza conflittuale e favorire un processo di collaborazione e di pace”.

 

Tartuficoltura: nuove proposte di legge

Si è svolta nei giorni scorsi una audizione delle organizzazioni agricole presso la Commissione Agricoltura della Camera, per l’esame delle proposte di legge in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi.
Presentiamo qui di seguito il testo del documento presentato nell’occasione dalla Cia.
Le proposte di legge sottoposte alla nostra attenzione vanno tutte a focalizzare alcuni aspetti critici oggi presenti in questa materia che, nel corso degli anni, hanno evidenziato la necessità di una modifica alla legge dell’1985, che pure – nella sua applicazione – si è rivelata positiva.
Il provvedimento certo riguarda innanzitutto un numero di ricercatori di tartufi stimato intorno alle 200 mila unità sul territorio nazionale, ma coinvolge un numero di operatori assai maggiore se si tiene conto di quanti ne curano la commercializzazione, la conservazione e la somministrazione al consumatore finale, coinvolgendo anche il mondo della gastronomia, della ristorazione e pur anche del turismo.
Il comparto “di partenza” del tartufo è però quello agricolo ed il riportare questo prodotto tra quelli classificati tali dalla tabella A (Parte I, Parte II e Parte III) del DPR 26-10-1972 n. 633 , ci pare corretto anche alla luce delle successive osservazioni.
L’impianto legislativo inerente la raccolta, la coltivazione ed il commercio dei tartufi deve affrontare e dare una giusta soluzione ad almeno tre ordini di problematiche:
a) l’ambiente in cui questo prodotto cresce;
b) la sua chiara identificazione sul mercato;
c) le possibili speculazioni e le evasioni di ordine fiscale che attorno ad esso possono essere operate, dato anche il pregio intrinseco del prodotto medesimo.
Come più proposte di modifica sottolineano il tartufo nasce e cresce in territori marginali e quasi mai soggetti a coltivazioni agricole, ma proprio per questo bisognosi, oggi come non mai, di manutenzioni, ripristini e tutela. Da questo punto di vista può proprio essere l’azienda agricola, anche alla luce del Decreto Legislativo 228/2001 che le riconosce un’attività multifunzionale ed un compito di gestione dell’ambiente rurale, ad essere privilegiata nella gestione del “mondo del tartufo”, cosa che nei fatti già attualmente avviene, seppure i ricercatori di tartufi non siano in prevalenza agricoltori professionali. Da questo punto di vista giudichiamo in modo assai positivo quelle proposte che prevedono il controllo pubblico anche delle aziende vivaistiche fornitrici di piante micorizzate in modo da evitare evidenti raggiri che, in passato, si sono verificati. Sarebbe auspicabile prevedere inoltre provvedimenti, normativi o economici, che incentivassero le azioni di cura e pulizia delle aree vocate alle coltivazioni tartufigene, in modo da contrastare la progressiva diminuzione di prodotto locale che – a causa appunto dell’abbandono del territorio – si verifica. Giudichiamo in modo assai favorevole quella parte delle proposte di legge n. 430, 2847 e 2078 che favoriscono la coltivazione di tartufaie agli imprenditori agricoli, favorendo già in questo modo il “protagonismo” dell’agricoltura nella gestione del “prodotto tartufo”.
L’identificazione, anche con il nome latino, delle varie specie di tartufi che crescono in Italia e che possono essere commercializzate quale prodotto fresco, operando addirittura una sorta di etichettatura come prevede il progetto di legge n. 2847, eviterebbero le attuali “miscellanee” di varie specie (alcune delle quali anche d’importazione) che vengono spacciate sui mercati nazionali come “locali”, in modo da tutelare sia i ricercatori che i consumatori di tartufi. Altrettanto importante riteniamo quanto previsto dalla proposta n. 3906 in materia di prodotti derivati per i quali vengono utilizzate le parole “tartufato” e/o “a base di tartufo” che attualmente contraddistinguono anche prodotti in cui è presente solo aroma di sintesi.
Come sottolineato in alcune delle proposte di legge in esame sovente la commercializzazione di questo tubero avviene attualmente con procedure di ripiego, che finiscono per sottrarre il prodotto medesimo ad una qualsiasi imposizione fiscale. Se si sceglie però – come pare nell’orientamento della stragrande maggioranza delle proposte di legge – di far rientrare i tartufi tra i prodotti agricoli non occorrerà cercare soluzioni stravaganti (e che finirebbero probabilmente di aumentare ancor più il carico burocratico dei vari soggetti della filiera) per sottoporli ad un qualche regime fiscale: basta lasciarli nella vigente normativa fiscale agricola. Il legislatore ha già infatti previsto per l’agricoltura un “regime speciale” che prevede il non obbligo della tenuta di scritture contabili ed il versamento dell’Imposta sul Valore Aggiunto fino ad un imponibile di ¤ 2.582,28 (ovvero 5 milioni di lire) nelle zone normali e di ¤ 7.746,85 (ovvero 15 milioni di lire) nelle zone montane ed ha previsto, per i medesimi soggetti, la non obbligatorietà all’iscrizione alla Camera di Commercio e quindi li ha esclusi dal successivo obbligo di versamento del diritto camerale annuale.
Sappiamo bene che anche altre attività agricole marginali sono condotte da soggetti partaimisti o addirittura obbisti, che comunque sono in grado di vendere le loro minime produzioni con la semplice richiesta di una partita Iva e l’emissione di autofattura da parte dell’acquirente, senza nessun altro obbligo o imposizione fiscale. Saranno i diversi acquirenti, da quel punto in avanti, ad assolvere ai normali obblighi fiscali previsti dalle leggi vigenti. Resta inteso che quanti esercitano la raccolta di tartufi ai soli fini dell’autoconsumo non dovranno assolvere a qualsivoglia dovere fiscale, neppure quello dell’accensione della Partita Iva.

 

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DAL TERRITORIO

Assemblea straordinaria dei delegati della Cia di Como-Lecco-Sondrio

Ai lavori ha partecipato il vicepresidente vicario, Giuseppe Politi


La Cia interprovinciale di Como, Lecco e Sondrio ha eletto il suo nuovo presidente. La nomina è avvenuta a conclusione di una assemblea straordinaria dei delegati svoltasi nei giorni scorsi nella sede zonale di Merone.
All’assemblea, presieduta da Mario Lanzi, presidente regionale della Cia, ha partecipato il vicepresidente vicario nazionale, Giuseppe Politi.
Politi, nelle sue conclusioni, ha sottolineato la necessità di un rafforzamento dello spirito unitario nella gestione della Confederazione ed ha invitato tutti ad operare per lo sviluppo dell’agricoltura e il rafforzamento dei rapporti con gli associati.
Concluso il dibattito, l’assemblea ha proceduto ad eleggere Domenico Scali nuovo presidente della Confederazione interprovinciale.
Il nuovo presidente, nel ringraziare tutti i delegati, ha delineato, molto sinteticamente, gli obiettivi e il programma che intende attuare nel corso del mandato: attuare, in ogni sua parte, il documento politico approvato dal terzo congresso della Cia; migliorare i rapporti umani all’interno della Confederazione; rafforzare lo spirito unitario e favorire la formazione di un nuovo gruppo dirigente.
L’assemblea ha proceduto inoltre ad eleggere Enrico Ferrario, vicepresidente vicario ed Enzo Albanese ed Antonio Marte, vicepresidenti.

 

Toscana: le organizzazioni agricole sul problema delle bonifiche


Le commissioni Ambiente e Agricoltura del Consiglio regionale della Toscana hanno licenziato il testo di legge che modifica la normativa vigente in materia di bonifiche. Dalle organizzazioni professionali agricole è stato espresso un giudizio fortemente negativo.
E’ da oltre due anni –hanno affermato Cia, Coldiretti e Confagricoltura- che viene annunciata dalla Regione Toscana una riforma organica in materia di difesa del suolo, ma gli annunci non seguono i fatti. In questo quadro di vuoto strategico, l’unica preoccupazione del Consiglio regionale sembra essere quella di smantellare l’esistente.
Le critiche delle Organizzazioni agricole si concentrano essenzialmente su due aspetti: il primo riguarda la certezza delle risorse per i consorzi di bonifica. La proposta approvata parte dalla giusta esigenza di riordinare la contribuzione, sgravando i consorziati dalle quote dovute per lo smaltimento delle acque reflue e meteoriche, il cui onere viene posto a carico dei comuni e degli Ato. Ma il meccanismo adottato, che prevede la stipula di convenzioni tra questi soggetti ed i consorzi è macchinoso e non dà garanzie di tempi certi. Da qui deriva l’incertezza sulle risorse future per i consorzi. La preoccupazione delle organizzazioni agricole è che, alla fine, gli agricoltori rimangano gli unici a pagare per un servizio che va a beneficio dell’intera collettività.
Il secondo punto concerne la gestione dei consorzi di bonifica. La proposta di legge approvata in commissione porta al 49 per cento la quota dei rappresentanti negli organi consortili nominati dalla provincia, riducendo i rappresentanti elettivi al 51 per cento. Secondo le organizzazioni agricole. Si tratta di una sorta di “commissariamento politico” dei consorzi . Una line questa incomprensibile alla luce dei nuovi indirizzi costituzionali ed ancor più in una Regione come quella Toscana che teorizza giustamente la separazione tra le funzioni di programmazione, proprie degli Enti locali, quelle di gestione.

 

Cia Puglia: incontro per valorizzare l’imprenditoria femminile


Nel corso dell’incontro con il mondo imprenditoriale femminile svoltosi nei giorni scorsi presso la Regione Puglia, per la Cia pugliese sono intervenuto il vicepresidente Matteo Valentino e Rosanna Devito del Direttivo regionale di Donne in Campo. Scopo della riunione è stato quello di analizzare le varie iniziative per facilitare l’imprenditoria e l’occupazione femminile nell’ambito del Programma operativo regionale (Por) Inoltre, è stato presentato il terzo rapporto sull’integrazione del principi della pari opportunità “Case study”: le imprenditrici pugliesi”, curato dalla società Cles
Nel suo intervento, Valentino ha espresso un giudizio positivo sul rapporto presentato ed ha proposto alla società incaricata che,nel proseguo dell’indagine, si dia una particolare attenzione alla presenza delle donne imprenditrici in agricoltura nella a regione.
La donna-coltivatrice quasi sempre è chiamata a svolgere un ruolo determinante per una buona gestione aziendale. Occorre pertanto -ha aggiunto Valentino- in occasione della rimodulazione mettere in atto azioni incentivanti nei confronti delle donne imprenditrici-agricole in tutte le misure previste nei Por , in modo da rendere la vita nelle campagne al pari della città.
Tre sono i punti su cui occorre intervenire: più attenzione per le piccole e medie imprese; riduzione dei parametri per consentire l’accesso a investimenti minori; formazione.
Infine, Valentino ha sottolineato quanto sia importante, nella rimodulazione delle misure, recepire ciò che è contenuto nella proposta di legge sui piccoli comuni “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione pari o inferiore a 5.000 abitanti”, approvata alla Camera e in attesa del via definitivo del Senato. Questo per destinare risorse specifiche e per riservare una maggiore attenzione alle imprenditrici che operano nelle aree interne e svantaggiate e alle donne che vivono la campagna abitandoci.
Lo stato di degrado in cui versano quelle aree rurali abitate da famiglie coltivatrici impone, da parte dell' istituzioni, grande attenzione per garantire quel minimo di infrastrutture e servizi necessari per rendere vivibile la campagna, garantire la difesa dell’ambiente, della tradizione contadina e di quei valori culturali che rappresentato la storia della nostra terra.

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APPUNTAMENTI


Cia Ascoli: la valorizzazione dei prodotti tipici


La stagione estiva 2003 si sta svolgendo sotto l’insegna del mangiar sano e della qualità grazie alle numerose iniziative della Confederazione italiana agricoltori di Ascoli. La Cia ha organizzato, infatti, alcune serate con lo scopo di avvicinare i consumatori ai prodotti tipici, alla loro storia e alle loro qualità.
I primi appuntamenti sono stati caratterizzati dalle serate di “A tavola con i Piceni” al “Residence Le Terrazze” di Grottammare” (appuntamenti che si ripeteranno per tutta l’estate) e dai buffet organizzati in occasione dell’iniziativa denominata “Epicuro” presso l’“Oasi La Valle” di Pagliare. Ora sarà la volta di Ripatransone. Il 27 luglio e il 24 agosto, infatti, la Cia sarà presente nella “Bottega del Vino” gestita da “Progetto Zenone” che intende portare ai convenuti la testimonianza di un mondo agricolo ancora vivo e palpitante, in grado di offrire specialità culinarie di alto livello.
Si comincia il 27 luglio, alle ore 18.30, con una serata nel corso della quale si potranno anche visitare i vigneti della zona e degustare un buffet nella “Bottega del Vino” situata sotto i portici nella piazza del paese. Per ogni prodotto ci saranno le spiegazioni e le curiosità legate alla provenienza, alla storia e alle tradizioni. Il costo sarà di 13 euro a persona. Per informazioni e prenotazioni telefonare allo 0736.42315.
Con questa serie di iniziative la Cia intende, dunque, ribadire l’importanza di posizionare i prodotti tipici del territorio piceno su un gradino più elevato rispetto a quei prodotti che vengono confusi nell’ambito di mostre-mercato troppo spesso poco mirate alla loro effettiva valorizzazione.

“Il gusto della qualità e dei sapori" delle“Donne in Campo” DI Parma

Venerdì 18 luglio 2003, alle ore 21.00, l’Associazione “Donne in Campo” di Parma parteciperà alla festa in occasione dell’apertura annuale di Villa Lanfranchi, una delle più antiche della città, allestendo uno stand nel quale proporrà Parmigiano, salumi e vini tipici e di qualità, le cui produttrici hanno rivolto particolare attenzione alla rintracciabilità ed al percorso di sicurezza del prodotto. L’obiettivo delle associate è soprattutto quello di instaurare un dialogo diretto con i consumatori, nonché di trasmettere l’entusiasmo con cui svolgono il loro lavoro. Sarà presente anche Paola Ortensi, presidente nazionale di “Donne in Campo” che incontrerà così le agricoltrici parmigiane.

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DOCUMENTI

Prezzi: produzione, mercato, consumo


Pubblichiamo di seguito la comunicazione che ha svolto Paolo Surace, responsabile dell’Osservatorio economico della Cia, al convegno, svoltosi il 16 luglio scorso a Roma, sul tema: “Prezzi: produzione, mercato, consumo”.


Nella Milano del 1628, la penuria di pane ed i sospetti di speculazioni sui prezzi scatenarono le sommosse popolari che ci descrive il Manzoni dei Promessi Sposi.
Due secoli dopo, a metà ‘800, in Irlanda, la distruzione dei raccolti di patate, che costituivano la base della dieta alimentare, portò miseria e fame, ed aprì le porte all’emigrazione di massa.

La situazione

Questi esempi sono volutamente esagerati. E tuttavia essi mi servono per sottolineare, senza tante parole, la gravità della situazione di oggi nelle nostre campagne: crisi idrica, avversità atmosferiche, tensioni sui prezzi, caduta delle produzioni, imprese in difficoltà.
Nel 2030, secondo la FAO, 1/5 dei paesi in sviluppo avrà carenza idrica. Essere in così ampia compagnia ci preoccupa ancora di più. Non c’è una crisi mondiale delle risorse idriche. E tuttavia, se vogliamo evitare, nel prossimo futuro, una crisi alimentare, dobbiamo aumentare la produttività del fattore acqua ricorrendo a nuove tecnologie. Il direttore della FAO, probabilmente, aveva in mente le ricerche condotte da università inglesi su varietà vegetali resistenti allo stress idrico e termico grazie all’applicazione delle biotecnologie.
I comunicati ISMEA riferiscono situazioni che si ripetono da un anno all’altro. Inizio estate 2002: assenza di precipitazioni, rottura dei cicli produttivi e dei calendari di raccolta, vistose oscillazioni dei prezzi all’origine. Estate 2003: temperature molto elevate, episodi di maltempo, siccità, scarsità di prodotto, tensioni sui prezzi.
I giornali ci aggiornano sui danni all’agricoltura di queste settimane. E contemporaneamente c’informano che sono state avviate le procedure di intervento per le gelate della scorsa primavera. Ciò conferma che provvedimenti pensati per fronteggiare situazioni eccezionali, non sono sufficienti quando queste situazioni diventano ordinarie, quando cioè gli effetti delle avversità atmosferiche diventano un’ordinaria componente negativa del bilancio aziendale.
Nel 2002, per il terzo anno consecutivo è diminuita la produzione agricola. Le colture ortofrutticole hanno registrato il dato più negativo, -3,2%. È evidente l’effetto delle intense e ricorrenti avversità atmosferiche.
Il valore aggiunto dell’agricoltura è stato 28 mld/¤, -1,5% rispetto al 2001. è un dato in controtendenza alla media europea che registra, per l’agricoltura un +0,4%. E’ un andamento in controtendenza anche rispetto all’industria alimentare che aumenta la produzione nel 2002 dell’1,6%, e prosegue la tendenza nei primi cinque mesi del 2003. Il dato dimostra che le dinamiche dei due settori sono divergenti, cioè che l’industria sopperisce in modo crescente con prodotto di importazione alle carenze sul mercato interno: anche questo è frutto della globalizzazione
Più critiche appaiono le prospettive del 2003. La siccità e le grandinate dell’inizio estate porteranno, certamente, il risultato negativo delle produzioni vegetali ad un livello ben superiore delle previsioni dell’ISMEA di fine maggio.
Per il momento vale citare che la produzione di grano duro è diminuita del 5% solo per effetto delle cattive condizioni climatiche. Nell’Ue le cose non vanno meglio. La produzione di albicocche e pesche dovrebbe calare di oltre il 25%.
Il 2003 potrebbe essere (sarà certamente) il quarto anno di calo produttivo della nostra agricoltura.


I prezzi

La parola “prezzi” domina, sullo sfondo, la discussione di oggi. I dati dell’osservatorio ISMEA sono istruttivi. I prezzi dei prodotti ortofrutticoli sono in continua tensione. Gli ortaggi aumentano del 23% in un mese, la frutta del 19%. Numerosi prodotti aumentano di oltre il 25% rispetto un anno fa. Sono in flessione, nell’arco di un mese, i prezzi all’origine dei prodotti zootecnici, -2,3%. Si ripete lo scenario di gennaio, quando le gelate provocarono rincari dei prezzi tanto ampi quanto di breve durata.
Le improvvise e vistose variazioni di prezzi, soprattutto quando si tratta di prodotti alimentari, danneggiano, insieme, gli agricoltori ed i consumatori.
Gli agricoltori sono colpiti nel loro reddito e per un’attività a rischio crescente. Mi domando quanto l’incertezza dell’andamento delle campagne influenzi le decisioni dell’agricoltore nella programmazione degli ordinamenti produttivi e dei processi colturali; mi domando se tale incertezza influenzi le decisioni a breve in modo maggiore o minore rispetto, per esempio, alle regole della PAC.
I consumatori sono colpiti nella loro capacità di acquisto, e disorientati di fronte a scelte che appaiono sempre meno “tranquille”.
E’ diffusa la percezione nei consumatori di una perdita di potere d’acquisto maggiore di quella realmente verificata. Quattro italiani su dieci ritengono che il loro potere d’acquisto sia diminuito, e non vedono aspettative positive nell’immediato futuro.
Sempre più ampio è lo scarto tra inflazione reale e inflazione percepita.
L’ISTAT stima, per il mese di giugno, una lieve riduzione dell’inflazione. Metà degl’italiani, tuttavia, è convinta che i prezzi siano cresciuti rispetto a maggio. I prodotti alimentari sono considerati i principali responsabili di questa situazione. Spesso ingiustamente, comunque ben al di là dello scarto rispetto al dato generale.
I prodotti alimentari freschi e di prima trasformazione pesano l’8% nel paniere ISTAT per il calcolo dell’indice di prezzi al consumo.
I dati dell’ISTAT confermano che, dal 1995 ad oggi, l’indice dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari è cresciuto del 18,1%, contro il 20,6% dell’indice generale. Le spese connesse all’abitazione sono cresciute del 28,9%, le spese per l’istruzione del 27,7%.
Un chilogrammo di lattuga raccolta sul campo rappresenta solo 1/6 del valore di un chilogrammo di lattuga che compriamo dal negoziante. Esattamente come un chilogrammo di grano alla trebbiatura costituisce solo 1/20 del valore di un chilogrammo di pane (ovviamente bisogna tenere conto dei coefficienti di trasformazione).

L’analisi e l’interpretazione dell’andamento
dei prezzi dei prodotti agricoli


È un esercizio particolarmente difficile, ed anche rischioso.
Le variabili in gioco sono molte, ed ognuna interagisce con le altre.
Pesano fattori naturali, difficili da controllare, che sollecitano, prevalentemente, strumenti che limitino il danno.
Pesano fattori strutturali. Il sistema irriguo, le tecnologie impiegate, le inefficienze lungo la filiera, le carenze infrastrutturali. I ritardi nelle reti, secondo Nomisma, costano, all’Italia, lo 0,5% del PIL.
Pesano, infine, fattori emotivi, come è emerso evidente nella vicenda delle carni bovine.
Nei mesi immediatamente successivi alla scoperta del primo caso di BSE in Italia, gli acquisti di carne bovina da parte delle famiglie calò di oltre il 30%. Contemporaneamente gli acquisti di carni avicole e di suini aumentavano del 12%.
I prezzi all’ingrosso segnalavano flessioni tra il 18 ed il 32% per le carni di vitellone, ed aumenti tra il 29 ed il 33% per le carni di pollo e del 16-17% per la carne di suino. Ma la gravità della crisi era il crollo delle attività di macellazione: -80% rispetto al periodo pre crisi.


Variabilità dei prezzi e gestione del rischio

Le oscillazioni, anche vistose, dei prezzi dei prodotti agricoli non sono un’anomalia italiana. La variabilità dei prezzi all’origine dei prodotti orticoli, per esempio, è, dalla metà degli anni ’90, inferiore in Italia rispetto agli USA..
Con la progressiva riduzione delle protezioni comunitarie, i mercati di tutti i prodotti agricoli, anche le commodity, hanno aumentato la loro volatilità.
La variabilità dei prezzi dei cereali è raddoppiata, in Italia, nel corso degli anni ’90 (dopo la riforma), superando quella registrata negli USA.
La variabilità dei pezzi è un indicatore dei rischi di mercato ai quali è sottoposto l’agricoltore.
Uno dei primi obiettivi che dovremmo porci, allora, è la gestione dei rischi di mercato.
Si tratta di introdurre formule assicurative che proteggano i redditi degli agricoltori dall’eccessiva variabilità dei prezzi. Se pensiamo ad un reddito medio ed ad un margine di oscillazione al di sotto del quale scatta la copertura assicurativa, il meccanismo non dovrebbe essere molto dissimile da quello già operante all’estero per alcune commodity.
Negli USA, accanto alle polizze sulle rese sono state introdotte polizze volte a tutelare il reddito degli agricoltori in caso di eventi atmosferici e di caduta dei prezzi di mercato. L’assicurazione sul reddito può essere considerata, a tutti gli effetti, uno strumento di gestione del rischio d’impresa.
La versione più aggiornata delle assicurazioni sul reddito prende a riferimento l’intero reddito aziendale, non solo quello riferito alle singole colture. Questa formula offre un miglior bilanciamento del rischio a vantaggio sia della compagnia di assicurazione, sia dell’impresa agricola.
Il successo del programma assicurativo è dato sia dal numero di produttori che aderiscono sia dalla convenienza delle compagnie assicurative: il rapporto tra indennizzi complessivi e premi è stato, nella media dei 15 anni, sotto l’unità (0,71).
L’assicurazione al reddito non è alternativa ma complementare alle formule tradizionali. I redditi assicurati e gl’indennizzi sono calcolati prendendo a riferimento le dichiarazioni fiscali ed i rapporti annuali presentati dall’azienda agricola. Il sussidio statale copre la metà del costo della polizza. La novità del programma assicurativo è che sono state progressivamente inserite colture orticole e frutticole, produzioni al alto reddito e, per definizione, a maggiore rischio ambientale.
L’inserimento di nuove colture nel sistema assicurativo è preceduto da una periodo di sperimentazione: uno dei più recenti programmi pilota avviati si riferisce alle ciliegie.
I danni assicurabili sono le condizioni climatiche avverse, gli incendi, le infestazioni e le malattie delle piante, i danni causati dalla fauna, da terremoti, eruzioni vulcaniche, cattiva irrigazione.
Per avere un’idea del grado di diffusione delle assicurazioni in agricoltura nella realtà statunitense è emblematico il caso dello Stato della California, grosso produttore di ortofrutticoli. Tale esempio offre spunti interessanti per i produttori ortofrutticoli europei che grazie allo strumentato assicurativo godrebbero di un’opportunità in più di tutela del proprio reddito.
In California, nel 2002, hanno beneficiato di copertura assicurativa, il 62% delle superfici coltivate a mele, l’85% a fichi e uva da tavola.
Il tema è stato affrontato, a livello comunitario, dalla presidenza spagnola e greca; è stato indicato come prioritario dalla presidenza italiana. È richiamato negli allegati al compromesso di riforma della PAC. Uno dei principali problemi da risolvere è di carattere finanziario: la creazione di un meccanismo di riassicurazione a livello europeo, l’ampliamento, attraverso il sostegno della PAC, del mercato delle assicurazioni, con l’obiettivo di superare un “ritardo culturale” che caratterizza il nostro sistema di imprese.

La trasparenza e l’informazione

Nel medio periodo i prezzi all’origine tendono ad assorbire le fluttuazioni. Ciò vale soprattutto quando le variazioni sono legate ad andamenti climatici. Molto più difficile è, come si è visto, ritornare ad una situazione di normalità quando intervengono fattori emotivi, come nel caso della BSE.
Le rilevazioni mensili dell’ISMEA sono, da questo punto di vista, emblematiche.
In otto anni, dal 1995, l’indice dei prezzi alla produzione dei prodotti agricoli è aumentato di un punto. Quindi siamo in una fase di lento recupero rispetto al minimo raggiunto nel 1999 quando l’indice dei prezzi era di 20 punti inferiore al 1995.
Gli anni ’90 sono stati definiti “un decennio di crescita rallentata”. Le politiche di rientro del disavanzo pubblico, il rafforzamento della concorrenza internazionale, il venir meno dei vantaggi di cambio, la crisi asiatica e la caduta della domanda, la ripresa dell’economia europea ed italiana iniziata solo nel corso del 1999. Sono i capitoli di uno scenario di ricadute sull’agricoltura delle politiche di rigore di quegli anni, di cui l’andamento dei prezzi all’origine rappresentò uno dei segnali più manifesti.
Ovviamente l’andamento degl’indici è differente secondo i prodotti. L’indice dei prodotti zootecnici è –8 sul 1995; per le coltivazioni è +7 punti. Per citare i dati più significativi: bovini, -15, cereali, -29, olio d’oliva, -26. gli ortofrutticoli (in questo caso il dato è la media annua): +12 la frutta e +19 gli ortaggi.
La percezione e l’impatto della variabilità dei prezzi è massima sul consumatore finale. Quasi mai il beneficio (quando si tratta di un aumento dei prezzi) si trasferisce interamente lungo la filiera fino all’agricoltore.
Uno dei motivi è la scarsa trasparenza nella formazione dei prezzi.


Il governo della filiera

Gli squilibri tra domanda ed offerta, soprattutto quando causati da eventi atmosferici sono repentini e localizzati nel territorio. I loro effetti si amplificano mano mano che ci si avvicina ai mercati al consumo.
A questa amplificazione contribuiscono le diffuse inefficienze lungo la filiera. L’agricoltore non ha alcuna percezione di questi squilibri. Se non la sera, leggendo i giornali, quando viene a sapere, per esempio, che una grandinata al Nord ha impedito la raccolta di taluni ortaggi i cui prezzi al consumo sono andati alle stelle.
Si parla, a questo proposito, di “asimmetria informativa”: l’agricoltore non ha strumenti informativi che gli facciano conoscere, in tempo reale, l’andamento dei prezzi, la risposta dei consumatori, l’evoluzione della domanda ecc.
Lo stesso consumatore, in assenza di alternative, deve cercare le risposte nella saggezza popolare.
Non basta invitare i consumatori a preferire i prodotti di stagione o nazionali, od a scegliere quelli che costano meno.
Gli osservatori prezzi (dell’Unioncamere, del Mipaf-ISMEA, del Ministero attività produttive) dovrebbero essere strumenti di un progetto di trasparenza – informazione, non progetti fini a se stessi.
Una maggiore uniformità dei prezzi sarebbe possibile se si facesse maggiore ricorso allo scambio di prodotti agricoli attraverso un mercato delle merci operante su circuito telematico. Il progetto Meteora rappresenta una prima esperienza nazionale che si pone, tra gli altri, gli obiettivi di una maggiore velocità di circolazione delle informazioni, di una maggiore trasparenza, del miglioramento dell’efficienza del sistema e dell’abbattimento dei costi di transazione. È significativa l’intenzione di inserire tra i prodotti trattati anche l’olio di oliva e gli ortofrutticoli, una volta risolti i problemi di deperibilità e scarsa standardizzazione.
Il prof. De Rita, in più occasioni ci ha invitati a “governare la filiera”, sottolineando la differenza rispetto a dominare la filiera. Ma dove si colloca il governo della filiera?
Non necessariamente dove si concentra fisicamente il prodotto o dove si svolge la prima lavorazione. Anche perché, se così fosse, non avremmo un così bassa rappresentatività delle organizzazioni di produttori.
Probabilmente la dovremmo trovare nei punti dell’innovazione di prodotto, della logistica e della valorizzazione (per molto tempo delegati all’industria di trasformazione ed alla distribuzione, con le conseguenze in termini di trasferimento di valore aggiunto e…dominio sui processi). I costi logistici (trasporto e condizionamento) rappresentano 1/3 del valore del prodotto.
Le vicende di questi mesi dovrebbero convincerci a rivalutare le forme di coordinamento tra imprese della filiera attraverso i contratti. Il mercato tradizionale, con le sue inefficienze, sempre meno riesce ad equilibrare l’offerta con una domanda sempre più specifica. In altri termini, anche in agricoltura dovremmo progressivamente passare dalla strategia “produci prima, vendi poi” a quella “vendi prima, produci poi”.
Oppure il governo della filiera si rintraccia nei punti dei servizi, in particolare dove si forma la conoscenza degli orientamenti del consumatore e delle tendenze del mercato.
A partire dalla fine degli anni ’90 le produzioni italiane ortofrutticole fresche, nonostante l’immagine e la tradizione di qualità e tipicità, hanno subito un’erosione delle quote di mercato, non solo a vantaggio dei paesi terzi, ma anche dell’Unione, prima tra tutti la Spagna che è riuscita ad occupare uno spazio importante anche nel mercato italiano.
Secondo l’ISMEA, i punti di debolezza stanno proprio nei servizi legati al prodotto: imballaggi, costanza delle forniture, precisione delle consegne.
Gli effetti di queste debolezze sono maggiormente evidenti nei prodotti destinati all’esportazione e nel settore ortofrutticolo. Oltre la metà della produzione interna comunitaria (in alcuni paesi oltre 2/3) deve transitare da almeno cinque operatori prima di raggiungere il consumatore finale. Il 40% degli acquisti di ortofrutticoli, in Italia, avviene ancora nei mercati ambulanti e rionali.
Questa struttura della filiera fa sì che la formazione del prezzo avvenga in modo complesso e non trasparente, lasciando spazio a diffuse inefficienze, scarsa capacità di controllo ed anche a comportamenti speculativi. La variabilità dei prezzi all’origine degli ortofrutticoli è quasi doppio di quello dei cereali.
Uno dei problemi principali dell’ortofrutta fresca, almeno di alcune varietà, è l’elevata deperibilità che impone all’agricoltore la necessità di vendere immediatamente dopo (o prima) del raccolto il prodotto, a prescindere dall’andamento del mercato.
Le variazioni dei prezzi sono determinate per oltre l’80% dalla variazione delle quantità prodotte.
Le organizzazioni economiche (le OP) che avrebbero dovuto creare un nuovo ruolo dei produttori sul fronte della commercializzazione, migliorando l’organizzazione dell’offerta e la forza contrattuale dei produttori, in Italia ancora non hanno avuto il decollo atteso.
Le OP, in Italia, rappresentano meno del 30% della produzione globale. Il dato medio nell’Unione europea è il 40%, il 50% per i nostri principali competitori, Spagna e Francia.
La posizione dominante fino a pochi anni fa esercitata dal mercato all’ingrosso è stata notevolmente ridimensionata dall’incremento della posizione della GDO nella vendita di ortofrutta fresca in Italia, che oggi rappresenta circa il 35% (per i prodotti a marchio si arriva anche al 50/60%). Siamo ancora lontani dalla media europea che è del 70%.
La GDO, che ha realizzato un continuo processo di espansione delle vendite in questo prodotto fondamentale per la fedeltà del consumatore, è caratterizzata da una modalità di approvvigionamento diversa rispetto al commerciante al dettaglio in quanto solitamente si avvale di centrali di acquisto centralizzate o dislocate in precise aree territoriali.
Il problema del potere contrattuale nella determinazione del prezzo, all’origine e finale, si lega strettamente al problema della redistribuzione del valore aggiunto tra le diverse fasi della filiera, che ancora vede la massima quota percentuale nelle mani del distributore finale.
Il valore del prodotto agricolo fresco rappresenta meno del 30% del prezzo finale del prodotto alimentare al consumatore (prodotto agricolo inclusi i servizi). La quota rimanente è rappresentata dai costi logistici della filiera (ammortamenti delle strutture di lavorazione, confezionamento, trasporti, piattaforma e rete commerciale).
Tale realtà, in una fase di depressione del sostegno comunitario ai produttori agricoli (in particolare nel settore ortofrutticolo e di altri comparti mediterranei) spinge a considerare urgente la creazione di soluzioni strutturali per il rafforzamento del ruolo della parte agricola all’interno della filiera.


L’informazione e la filiera

L’informazione è sempre più una componente essenziale del funzionamento dei mercati agricoli. La tracciabilità, le dichiarazioni di origine, l’etichettatura, la certificazione ed i metodi di autocontrollo sanitario, le regole di immissione di alimenti contenenti ogm, sono tutti sistemi che si basano sull’informazione.
La trasparenza nella formazione dei prezzi rimane la zona d’ombra di questo sistema.
Il flusso di informazioni al consumatore è necessario per favorire scelte consapevoli nelle decisioni di acquisto. Un eccesso di informazioni, o, meglio, informazioni non regolate possono produrre disorientamento.
Penso, per esempio, ai sistemi di certificazione derivati da regolamentazione di legge ed a marchi privati del produttore o distributore, all’interno dei quali si collocano le denominazioni di origine.
Gli elementi di distinzione, spesso, non sono di facile ed immediata interpretazione.
Il caso emblematico sono i prodotto DOP ed IGP: solo _ dei consumatori italiani dichiara di conoscere le denominazioni DOP, e solo 1/10 sa che cosa è una IGP. Nella media europea il livello è ancora più basso. La percezione del significato di DOP e IGP è, inoltre, molto disomogenea, a dimostrazione di una carenza di informazione.
Tutti questi “percorsi di garanzia” spesso (quasi sempre) prescindono da un’ottica di filiera.
Ciò vale nella fase di progetto, di gestione e di regolazione. In questa situazione il ruolo prevalente è svolto dalla grande impresa industriale o della distribuzione commerciale. Essi sono, infatti, i soggetti che, con più efficacia, trasmettono il messaggio ai consumatori. La grande distribuzione mostra un crescente interesse ad inserire nella sua gamma di offerta prodotti artigianali o tipici.
La mancanza di concertazione e coordinamento lungo la filiera, e quindi di una strategia comune tra i diversi attori (agricoltura – industria – commercio) ha, tra le altre, due conseguenze. La prima è la sovrapposizione dei messaggi e dei percorsi di garanzia, cosa che va a scapito dell’informazione. La seconda è che la valorizzazione del prodotto non si traduce in un vantaggio economico distribuito in modo equo tra tutti i soggetti della filiera. In sostanza avviene che ad un estremo della filiera gli agricoltori contribuiscono a produrre la qualità; all’estremo opposto si organizza e si trasmette il segnale di qualità ai consumatori, e si traggono gran parte dei benefici economici dell’operazione.
Anche questo rientra nella capitolo dell’informazione e della trasparenza nella formazione dei prezzi.
Con questa chiave di lettura sarebbe interessante un’interpretazione dell’etichettatura di origine e di tipicità.
Una recente indagine Doxa sui criteri di valutazione e le aspettative dei consumatori ci dice, tra l’altro che:
- la marca è il principale aspetto considerato al momento dell’acquisto (46%); la zona di produzione è al 9%. Il luogo di produzione ha, per il consumatore, secondo la Doxa, la stessa importanza della fiducia nel luogo di acquisto;
- l’affidabilità di un prodotto alimentare risiede principalmente nella qualità della materia prima (44%). La fiducia nel luogo di acquisto e nel luogo di origine, nuovamente, hanno lo stesso peso (rispettivamente 17 e 13%);
- solo 1/3 dei consumatori, infine, ritiene che la sicurezza dell’alimento abbia a che fare con la sua origine.
Appare evidente, a mio avviso, che la capacità di trasmettere segnali al consumatore sta, prevalentemente, nella marca; ciò nonostante il consumatore abbia chiaro che la sicurezza alimentare deriva in buona misura dalla qualità della materia prima.
Questa osservazione potrebbe, tra l’altro, suggerire un approfondimento sulla tipicità come occasione di successo commerciale. In Italia esistono oltre 30 prodotti ortofrutticoli che si fregiano della IGP. L’elenco si amplia continuamente, ed è un vanto della cultura e della tradizione agricola del nostro paese.
In realtà questi prodotti hanno un mercato assolutamente locale, anche a causa di un’offerta limitata. Ove dichiarato, la quota di export sulla produzione è marginale: ben maggiore, 20%, è la quota di export di uno dei più noti marchi di mele.
I punti di riflessione: qual è il valore aggiunto legato alla tipicità, tracciabilità, origine; quanto i segnali di tipicità, tracciabilità, origine si traducono (o possono tradursi) in differenziazione di prezzo?
Una digressione: lo spazio euromediterraneo
E infine. Se allarghiamo lo sguardo al di là dei confini. I prodotti d’importazione, soprattutto quelli che provengono dai paesi terzi mediterranei, sono spesso considerati un elemento di turbativa del mercato. Si parla di dumping sociale (il costo del lavoro) ed ambientale (la sicurezza alimentare).
Nella prospettiva dell’area di libero scambio, come dovremo considerare questi prodotti: concorrenti o componente di una massa critica all’esportazione? Molti paesi europei, forti esportatori, hanno da tempo scelto la seconda opzione. Il vertice di Palermo della settimana scorsa ha ipotizzato la sponda sud del Mediterraneo come parte di un unico spazio di produzione. Ovviamente, quando parliamo di prodotti alimentari freschi o di prima trasformazione il problema resta sempre la corretta informazione al consumatore sulla provenienza del prodotto esportato.
Alcuni di questi paesi stanno sviluppando nuovi impianti di coltivazioni ricche, destinate, per questo, prevalentemente ai mercati sviluppati. Poiché si tratta di nuovi investimenti, le varietà e le tecniche di coltivazione impiegate sono, in una parola, “competitive”. Per lo meno lo sono rispetto a paesi ove le stesse colture sono sì tradizionali, ma con un’elevata resistenza alla riconversione.
Questi paesi oggi domandano tecnologie: dalla produzione al condizionamento. E lo fanno privilegiando la strada della cooperazione tra imprese. L’Italia è il paese europeo che per motivi di vicinanza geografica può trarre i maggiori benefici dallo sviluppo del partenariato euro mediterraneo. L’omogeneità delle produzioni tra le due sponde del mediterraneo non deve però essere l’origine di contrasti commerciali, che hanno l’effetto non secondario di contribuire alla instabilità dei mercati, ecco il collegamento con il tema di oggi, ma deve rappresentare un’opportunità di collaborazione tra le due rive. La possibilità di produrre gli stessi prodotti garantendone la disponibilità tutto l’anno può costituire un ottimo incentivo per le imprese italiane a progettare strategie e sistemi commerciali congiunti tra organizzazioni del bacino mediterraneo.


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