Agenzia di informazione
della Confederazione italiana agricoltor
i

25 giugno 2003

Anno 45 - n. 114

 

Direttore responsabile: Alfredo Bernardini
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ATTUALITA'    Ieri a Roma l’Assemblea nazionale della Cia

    Lavoratori extracomunitari: serve un programma triennale. Troppi ritardi e confusione creano problemi alle imprese agricole

   Riforma della Pac: Cia e Unima esprimono preoccupazione per le conseguenze sulle imprese di meccanizzazione agricola

 

ATTUALITA'

Ieri a Roma l’Assemblea nazionale della Cia

Si è svolta ieri a Roma, presso il Centro Congressi Frentani, l’Assemblea Nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori.
Il presidente nazionale Massimo Pacetti, nella sua relazione introduttiva, ha affrontato i temi riguardanti la situazione politica nazionale e la riforma della Politica agricola comunitaria, mentre il vicepresidente vicario Giuseppe Politi ha illustrato all’Assemblea il bilancio consuntivo 2002, quello preventivo 2003, il regolamento nazionale, il codice etico e lo schema di bilancio unico.
Dopo le due relazioni introduttive, sono intervenuti al dibattito il presidente della Cia Calabria Giuseppe Mangone, il presidente della Cia Umbria Walter Trivellizzi, il presidente della Cia Lazio Alessandro Salvadori, il presidente della Cia Puglia Antonio Barile, Roberta Rivi della Cia dell’Emilia Romagna, il presidente della Cia Lombardia Mario Lanzi, il vicepresidente nazionale della Cia Francesco Caracciolo,, il vicepresidente della Cia Abruzzo Giorgio De Fabritiis, il presidente della Cia Emilia Romagna Giulio Fantuzzi, il presidente della Cia Piemonte Attilio Borroni, Valentino Vannelli della Cia Emilia Romagna, Marco Boldrin vicepresidente della Cia di Treviso, il presidente della Cia Liguria Ivano Moscamora, il vicepresidente nazionale della Cia Mino Rizzioli, Roberto Ercole presidente della Cia di Alessandria e Giovanni Battista Polo presidente della Cia di Verona.
Il vicepresidente vicario Giuseppe Politi dopo aver chiarito alcuni punti e risposto a questioni emerse nel corso del dibattito ha dato corso alla votazione riguardante il bilancio consuntivo 2002, il bilancio preventivo 2003, il regolamento nazionale, il codice etico e lo "schema di bilancio unico" nazionale che sono stati approvati dall’Assemblea. Un intervento del presidente nazionale Massimo Pacetti ha concluso la riunione.

Pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva del presidente nazionale Cia Massimo Pacetti e la relazione del vicepresidente vicario Giuseppe Politi

La relazione di Massimo Pacetti

Cari amici,
oggi non posso aprire la mia relazione che parlando di domani.
Questa nostra Assemblea si svolge, infatti, alla vigilia della ripresa delle trattative, a Lussemburgo, per la riforma della Politica agricola comune. Abbiamo visto progressivamente trasformarsi l’iniziale proposta del commissario Fischler da una revisione di medio termine ad una vera e propria riforma. Tuttavia, va subito dato un giudizio maturato in queste ultime due settimane di intenso negoziato: le basi di compromesso presentato dal commissario e dalla presidenza attuale di turno dell’Ue -la presidenza greca- non portano né ad una vera revisione, perché troppo ampia per esserlo, né tanto meno alla riforma da noi auspicata, perché complessa nei tempi in cui si è deciso di realizzarla e, comunque, viziata dall’allargamento. Ne consegue il rischio di allungare ulteriormente una fase di incertezza che può penalizzare l’agricoltura italiana ed europea nelle prossime trattative del Wto a Cancun, in Messico.
Ad oggi la situazione vede una contrapposizione, a volte esasperata, tra la posizione del commissario e il fronte franco-tedesco. La posizione italiana non è stata facile e sarebbe stato controproducente schierarsi o con l’una o con l’altra posizione. Infatti, un’accettazione acritica degli strumenti proposti non ci avrebbe consentito di salvaguardare al massimo le specificità dell’agricoltura italiana che, ricordo, furono i perni della nostra elaborazione già nel documento presentato a Bruxelles nel giugno del 2002 durante la nostra Assemblea; d’altro canto, appiattirsi sulla posizione fortemente conservativa dei francesi, oltre che impedire il necessario riequilibrio della spesa, ci avrebbe oscurato e messi in seconda fila.
Invece, alcune nostre intuizioni ed elaborazioni hanno trovato risposta nei negoziati, a partire da una non acritica accettazione del disaccoppiamento totale. Vuol dire che questi mesi e queste ultime settimane, in particolare, sono stati ben utilizzati e la nostra iniziativa ci ha permesso di svolgere un ruolo da protagonisti in tutta la trattativa.
Comunque, non è sufficiente. L’ultima bozza di compromesso non risponde ancora alle nostre esigenze e giustamente non è stata discussa. Il grano duro non è completamente salvaguardato e la sua redditività è posta in serio pericolo in zone in cui alternative produttive economicamente valide non ci sono. E’ necessario per questo importante settore recuperare ancora. Totalmente insoddisfacenti sono le risposte per il settore bovino da carne, ed in particolare, per il premio alla macellazione, per il quale scontiamo i ritardi penalizzanti nella predisposizione dell’Anagrafe bovina. Il settore del riso concede vantaggi al nostro principale antagonista spagnolo in termini di penalità in caso di superamento delle quote produttive. Lo stesso settore lattiero è ancora lasciato in una indeterminatezza di fondo, ivi compresa quella di aumentare la nostra quota nazionale.
Infine, vanno messi punti fermi sulla salvaguardia dell’invarianza di bilancio per le produzioni mediterranee anche per singolo stato. Ed in particolare, nel settore olivicolo andrebbe, a nostro parere, costituito fin da ora un tavolo di lavoro presso il ministero delle Politiche agricole per farci protagonisti di una proposta nazionale di riforma dell’Ocm di settore.
Ma è soprattutto sulle ipotesi di modulazione che la proposta iniziale di Fischler viene ridimensionata. Non solo per il livello di risorse per incrementare le politiche per lo sviluppo rurale, quanto per un pericoloso criterio di quasi totale riassegnazione delle somme trattenute ai singoli stati di provenienza. In questa maniera le nostre potenzialità legate alla qualità, alla multifunzionalità, alla tipicità e al suo legame con il territorio, rischiano di essere penalizzate.
Avvertiamo anche la tentazione, in altre significative delegazioni di Stati membri, di procedere ad una strisciante politica di rinazionalizzazione di parti della Politica agricola comune.
C’è ancora molto da lavorare sia sul piano politico delle trattative sia sulla difesa dei singoli settori. Se la proposta di Fischler non ci entusiasmava, le ultime ipotesi di compromesso non ci trovano d’accordo. Va dato, comunque, atto al ministro Alemanno di aver fatto proprie alcune delle nostre indicazioni e va evidenziato che, pur con talune diversità anche tra le organizzazioni professionali agricole e il mondo della trasformazione agro-alimentare, i punti di contatto sono molto ben più numerosi di quelli di contrasto.
Non concludere sarebbe peggio di non espletare ancora tutti i possibili sforzi per un compromesso che appare, allo stato attuale, meno penalizzante del non decidere.
Bisogna evitare che in ambito europeo divisioni e contrasti, anche del recente passato, su temi di grande rilevanza possano tradursi in una marginalizzazione dei problemi dell’agricoltura, che non sono solo dei produttori, ma riguardano l’economia, i consumatori, la società nel suo complesso. Fatto non ultimo, un’Europa allargata a venticinque Stati, con nuovi compiti, regole, che nell’ultimo vertice europeo di Salonicco ha fatto il primo passo con la presentazione della bozza di Costituzione predisposta dalla Convenzione europea.
Sarà necessario trovare i modi per un nostro ulteriore momento di approfondimento su tale aspetto per studiare come l’agricoltura starà nella nuova Europa e quali saranno gli strumenti e le metodologie per deciderne le strategie future e le gestioni ordinarie.
A questo proposito abbiamo messo a punto un programma di iniziative con il quale assumere orientamenti e decisioni in merito. Mi riferisco, in special modo, agli aspetti del Mediterraneo che affronteremo in un’opportuna iniziativa da tenersi a ottobre, alle problematiche della nuova Europa allargata, alla nuova Costituzione europea. Dopo il Wto dovremo meglio analizzarne i risultati e le iniziative e le proposte da adottare.
In tal senso un’occasione importante è il semestre di presidenza Ue di turno dell’Italia, che inizia dal prossimo primo di luglio. Così come deciso nella scorsa Direzione nazionale, ho scritto una lettera al presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi.
In essa ho sottolineato l’esigenza, più volte ribadita, di una difesa delle produzioni mediterranee, di un’attenzione maggiore per il settore zootecnico, di un rilancio della candidatura del nostro Paese a sede dell’Autorità alimentare europea.
Nella lettera ho anche evidenziato che il semestre di presidenza italiana deve esser un momento importante per rafforzare l’azione europea in direzione della soluzione dei problemi del nostro Paese, in un’ottica europea, nella quale le esigenze nazionali trovino logico completamento in una visione più ampia e generale.
Tra questi, l’esigenza di un progetto per un welfare europeo in cui trovino cittadinanza sia gli aspetti sociali che quelli legati alla previdenza e la necessità di una piena integrazione nazionale nelle grandi reti di trasporto per avvicinare il nostro Paese, e il Sud in particolare, ai mercati europei.
Ho fatto anche presente che per la Cia sono fondamentali il rilancio del processo di partenariato euromediterraneo, sia economico che civile e politico, in grado di sostenere il difficile percorso verso la pace in alcune aree critiche, e un grande programma per l’acqua nel Sud dell’Europa, attivando tutte le energie verso la implementazione di azioni innovative per l’utilizzo di questo essenziale bene.
Il quadro politico ed economico nazionale non è incoraggiante. I risultati delle ultime elezioni amministrative hanno confermato la tendenza dell’elettorato italiano a non uniformarsi nelle scelte né di partito, né di coalizione ai vari livelli di governo. Queste sono le dirette conseguenze del nostro sistema elettorale. Con tale quadro una moderna rappresentanza di interessi dovrà svolgere la sua azione politica e professionale in totale autonomia.
Lo scenario dei rapporti tra la rappresentanza e la politica trova continuità dalla nostra ultima Assemblea congressuale nell’esigenza di esercitare un’azione riformatrice.
L’economia va male. Il 2003 avrà una crescita prossima allo zero, tanto in Italia quanto in Europa. Al massimo potremo arrivare allo 0,5 per cento, mentre alcuni paesi europei vanno un po’ meglio. Le tensioni tra il dollaro e l’euro sembrano spostare oltre Atlantico il possibile baricentro della ripresa. Quindi, fuori dall’Ue, all’interno della quale va ridefinito il quadro di riferimento per la gestione del Patto di stabilità e crescita. Il miracolo italiano, questa volta, non c’è stato, così come ha ammesso il governatore della Banca d’Italia Fazio nelle sue considerazioni finali del maggio scorso. La sua ricetta, però, come quella di Confindustria, punta ancora una volta e solo sulle necessarie grandi riforme nei settori previdenziale, sanitario e del lavoro e, soprattutto, sulla centralità della grande impresa, verso cui far convergere le politiche relative alle innovazioni, alla ricerca ed alla formazione.
Dalle considerazioni finali di Fazio l’industria ne esce bacchettata, ma la piccola e media impresa è stata poco considerata.
Il tessuto produttivo nazionale è, invece, costituito in gran parte da milioni di piccole e medie imprese che soffrono i limiti di un settore creditizio non moderno e di una pubblica amministrazione “pesante” che ne limitano le capacità di sviluppo.
E da questo dato che bisogna ripartire per porre al centro di un modello di sviluppo nazionale sostenibile ed equilibrato il sistema delle piccole e medie imprese. Non basato su “una tantum”, né con agevolazioni episodiche al consumo. Bisogna agire sui macro fattori economici per rilanciare un’economia che rischia, in assenza di ripresa e con un’inflazione costante, di cadere in una preoccupante stagnazione, nonostante la riduzione del costo del denaro.
Abbiamo indicato durante la grande manifestazione a Roma del 21 di marzo le esigenze dell’agricoltura e da queste dobbiamo ripartire con determinazione per sviluppare tutta la nostra iniziativa politica e sindacale, sia a livello nazionale che territoriale. L’economia italiana ha bisogno di un progetto in cui sia parte integrante l’agricoltura. In tal senso crediamo sia opportuna una verifica e una discussione al massimo livello parlamentare.
E’ dagli otto punti della nostra piattaforma per la manifestazione del 21 marzo che bisogna ripartire per sostenere una ripresa economica, sociale e produttiva del settore con azioni a difesa dei redditi degli agricoltori, per incrementare la competitività delle imprese, sostenere lo sviluppo delle innovazioni, procedere a riforme equilibrate nel fisco, nella previdenza e nel lavoro, per favorire il ricambio generazionale anche per una forte presenza femminile e per la realizzazione di uno stato federalista ma solidale.
Tra qualche giorno il governo presenterà alle parti sociali il Documento di programmazione economica e finanziaria, base della legge di bilancio e della finanziaria per il 2004. Ruolo della piccola e media impresa, investimenti nelle infrastrutture e nell’acqua, competitività dei costi, lavoro, Mezzogiorno, dovranno essere i temi che noi rivendichiamo. A livello agricolo vanno predisposte adeguate coperture finanziarie per programmi nazionali di settore, sostegno alla promozione, alla qualità e alla tracciabilità delle produzioni agricole. Sul piano più generale va invertita la tendenza al ridimensionamento nel trasferimento di risorse verso gli enti locali, che penalizza le zone rurali ed agricole.
Sul piano del federalismo non si compiono passi in avanti. E le diverse velocità regionali rischiano di compromettere l’unitarietà degli indirizzi nazionali. Anzi, le recenti proposte di ulteriori modifiche costituzionali reinseriscono il concetto di “interesse nazionale” che, se non ben specificato, può aprire una nuova fase di contenzioso tra lo Stato e le Regioni.
Vanno rilanciati i rapporti con le istituzioni regionali per dare sostanza territoriale al nostro progetto e con la sede istituzionale della Conferenza Stato-Regioni deve essere instaurato un rapporto bilaterale di relazioni, nell’ottica della sussidarietà.
Recentemente si è riavviato il dialogo tra sindacati e industria. Ciò non può che farci piacere. Ma questo non deve essere un alibi per ritornare a forme di rapporto che vedevano unici soggetti interlocutori del governo, la Confindustria e la Cgil, Cisl e Uil.
Se concertazione deve esserci, questa va allargata ed aperta a tutte le parti sociali. Non intendiamo assolutamente assistere a decisioni che vengono prese senza averci consultato e coinvolto. La concertazione ha un senso se viene fatta in modo appropriato, altrimenti si rischia aprire un fronte non certo positivo per il futuro delle relazioni sindacali del nostro Paese.
Forse il Patto per l’Italia non è andato, per ora, oltre le buone intenzioni. Rimaniamo però convinti della bontà della nostra scelta. Comunque, quello che si vede oggi non assomiglia per niente al nuovo. E’ un film già visto: Confindustria che firma un patto di concertazione con le tre organizzazioni sindacali e riceve la benedizione del Governo e delle forze politiche. Questo prima del DPEF, della Finanziaria e la mattina dopo il Referendum sull’articolo 18 e al di fuori di ogni logica, pur piccola, di concertazione.
Adesso che è prevalso di nuovo il dialogo si può riprendere un percorso di relazioni che consenta di discutere sul futuro economico del Paese in un momento difficile. Oggi è forse più comprensibile la nostra strategia, quella di una Cia attenta ai problemi, all’evoluzione dei processi economici e politici, non schizofrenica. Una Cia poco incline a farsi prendere la mano dalle indicazioni altrui, sia in campo agricolo come negli altri. Una Cia molto più attenta alla ricerca di relazioni ampie e alla conquista di vantaggi per i produttori e le aziende agricole.
Non si è visto molto? Può darsi. D’altronde, in un Paese che vive in una crisi come quella attuale, si può notare che i risultati ottenuti per l’agricoltura non sono inferiori a quelli degli altri settori.
Non ci accontentiamo, ma neppure piangiamo. Si tratta di condurre in avanti la nostra battaglia. La Cia ha un progetto: la piattaforma del Congresso e quella del 21 marzo scorso. La Cia ha una linea propria, idee per il futuro, una strategia, anche una propria identità e una filosofia del proprio modo di essere organizzazione, un proprio linguaggio.
Si può condividere e non condividere il nostro modo di essere. Lo abbiamo ed è molto importante per condurre in unità l’iniziativa politica che sia vincente, nella logica di una grande strategia riformatrice dell’agricoltura.
La Cia oggi vive una stagione di notevole e rilevante ruolo. Lo avrà anche in futuro se saprà continuare ad essere il punto di riferimento e il polo di attrazione per le forze che vogliono e che hanno a cuore un grande progetto riformatore dell’agricoltura e della rappresentanza per tutti quegli imprenditori e quelle imprenditrici che non si accontentano. Così come per tutti coloro che vogliono che l’agricoltura sia forte, crei occupazione e occasioni di lavoro, reddito, ma anche per tutti coloro che vogliono che l’agricoltura “esista” e che vogliono far vedere che “esiste”.
Noi vogliamo esserci e vogliamo far vedere che ci siamo. Per questo nel nostro lavoro c’è anche un forte impegno alla visibilità che in passato c’è stata poco e questo non lo meritavamo. Aggiungiamo alle idee e le proposte la capacità di mobilitarci solo quando è necessario. Aggiungerei, anche in piena autonomia. Perché rappresentiamo interessi complessi e più idee. Tutto ciò comporta un lavoro costante, direi talvolta logorante di concertazione e di presenza nei luoghi delle decisioni istituzionali (Governo e Parlamento) e un lavoro di relazioni con le forze politiche altrettanto ampio, senza tuttavia venir meno a noi stessi. Il nostro impegno deve dispiegarsi a tutto campo nella politica, nelle relazioni, nei rapporti con il mondo organizzato degli interessi e delle professioni, nella ricerca costante di un equilibrato, leale e corretto rapporto concertativo con il Governo e con le forze politiche presenti in Parlamento.
Da parte nostra, siamo, quindi, disponibili al dialogo. Vogliamo, però, precise garanzie, anche perché i temi che devono essere affrontati sono di grande rilevanza e coinvolgono l’intero sistema socio-economico nazionale.
Il mancato raggiungimento del quorum sul Referendum per l’articolo 18 ha confermato che un tema costituzionale come è quello del lavoro non può essere né regolato a colpi di decretazioni, né con un “sì” o un “no”.
Tutto ciò ha dimostrato che è pericoloso tentare di confondere piani politici ed esigenze del mondo del lavoro.
Dobbiamo essere protagonisti di un rilancio delle relazioni sindacali e politiche con i sindacati e le categorie interessate. E a livello parlamentare che va delineato il quadro dei diritti inalienabili in materia di lavoro e va lasciata alle parti sociali la contrattazione e la determinazione degli specifici rapporti tra lavoratore e imprenditore. Questo dovrà essere il tema di una nostra specifica iniziativa alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva.
Sempre in tema di lavoro risulta importante il problema degli immigrati, a cui va data una definitiva risposta superando le rigidità delle attuali norme. E diciamo un fermo “no” a qualsiasi speculazione e strumentalizzazione politica di una tragedia che investe migliaia di disperati.
La riforma fiscale non dovrà vedere trascurati gli aspetti relativi al rapporto tra fisco e agricoltura, a partire dal mantenimento dell’impegno alla progressiva abolizione dell’Irap. Anche su questo tema dovremo trovare momenti di riflessione estesi a tutto il sistema creditizio e della strumentazione autonoma di garanzia dei rischi, non disgiunti dalla strategia più generale di miglioramento dei nostri servizi.
Amici, l’anno 2003, a causa delle avversità atmosferiche (gelate, inondazioni, siccità) ha già visto pesantemente colpite numerose aree del Paese con gravi danni per le produzioni. E’ ormai urgente e necessaria l’emanazione del decreto per fronteggiare le gravi conseguenze delle gelate e delle alluvioni che si sono registrate in alcune regioni.
Le recenti innovazioni al sistema assicurativo, come da noi previsto, stentano a decollare. Sia per l’esiguità degli stanziamenti sia per la rigidità nei comportamenti di parte delle compagnie di assicurazione. Anche qui vanno ricercate soluzioni solidaristiche interne al mondo economico della produzione in direzione di interventi ex- ante piuttosto che risarcitori.
La siccità in questi giorni, anche in vaste aree del Nord, ha riproposto il grave problema dell’acqua. Una situazione pesante che ancora una volta sta mettendo a dura prova l’agricoltura italiana. E tutto questo dimostra che i problemi legati all’acqua non sono più episodici e saltuari, ma sono ricorrenti e, dunque, hanno natura strutturale.
Pensiamo che il “problema acqua” vada posto tra le priorità del Governo. C’è bisogno di adeguati finanziamenti per una riorganizzazione complessiva del sistema, che va dal rinnovo, restauro e manutenzione della rete idrica, ad una diffusione di tecniche per il risparmio e la riutilizzazione delle acque di scarico depurate, ad una razionalizzazione degli Enti gestori degli acquedotti, ad una ricerca scientifica che favorisca la diffusione di colture meno idroesigenti.
Tuttavia manca ancora, a nostro parere, uno sforzo unificante per raggiungere una visione d’assieme delle necessità della nostra agricoltura. Una capacità d’analisi nel comprendere le tendenze di fondo del settore. Che non può essere più ricompreso esclusivamente nei suoi numeri di fondo: 2,5 per cento sul Pil; 6 per cento degli addetti (in progressivo calo sia tra gli autonomi che i dipendenti); meno 1,6 per cento nel valore aggiunto nel 2002. Tutti numeri che fotografano una realtà che è, invece, in grande movimento. Fatto di riposizionamenti sui mercati non solo nazionali, di aggregazioni e alleanze, di finanza, di proposizione di nuove tendenze nei consumi. Movimento trasversale ai settori, ai paesi ed ai soggetti. Manca la capacità da parte del Governo di comprendere il senso di questi movimenti.
Si dice che c’è caduta negli investimenti e l’Istat include anche il settore agricolo. Poi, in un paio d’ore 175 milioni di euro di credito d’imposta sono prenotati; l’industria agro-meccanica chiede il rifinanziamento della rottamazione; le Regioni lamentano il mancato rifinanziamento delle azioni del “decreto tagliacosti”. Sono le volontà di investire che mancano o sono le regole e l’eccessivo condizionamento nelle fasi istruttorie che frenano le imprese?
Non vediamo reazione nel difendere settori strategici che di qui a poco potranno essere interessati da profonde riforme o per l’anticipazione di norme tra poco cogenti, come la tracciabilità. Che fine hanno fatto, a tale proposito, i 200 miliardi di vecchie lire stanziati per la qualità?
Ad un’organizzazione professionale, per la qualità stessa, la promozione e la ricerca non è indifferente la funzionalità degli enti. Troppi tra questi non hanno organi, funzionano male e sono gestiti da forme commissariali che ne evidenziano l’assenza di una visione generale. L’ipotesi di nomina di un commissario sulle quote latte ne è l’ultimo esempio, così come la proroga dei regimi commissariali dei Consorzi agrari.
Più di tutto, però, preoccupa e ci impone una riflessione franca, la progressiva fase di stanchezza di interi modelli e sistemi agricoli. Spesso provocata da modifiche nelle singole Ocm o da emergenze sanitarie. Anche modelli regionali incontrano serie difficoltà. Entrano in corto circuito tra le esigenze delle imprese e quelle delle strutture create per risolverne i problemi.
Negli ultimi tempi il quadro relazionale tra le organizzazioni professionali è mutato, anche se talvolta può non apparire a tutti chiaramente. Mi permetto di valutare la ripresa dei rapporti più stringenti comunque come fatto positivo. Ciò ha dato la possibilità di ridare centralità al Tavolo verde quale momento non esclusivo di concertazione, ma certamente necessario e propedeutico ai lavori di quello agro-alimentare.
Con questo non voglio dire che fatto il tavolo si siano risolti i problemi. E’ però quella la sede naturale e opportuna nella quale vanno discusse le questioni agricole, che ridà centralità al ruolo del Mipaf nell’attività di Governo e alle Organizzazioni professionali agricole nel sistema di relazioni con le altre parti sociali.
Nell’ultimo Tavolo verde sono state approfondite alcune questioni che necessitano ancora di definizione, quali ad esempio l’individuazione di procedure specifiche per l’allineamento dei dati dell’anagrafe bovina, valorizzando il ruolo dei Caa; il tracciato per la predisposizione dei decreti attuativi della legge delega; le procedure per l’attivazione delle risorse necessarie alla costituzione del fondo per lo smaltimento dei residui a rischio degli animali morti in stalla.
Anche il grave problema della cartolarizzazione è stato discusso. Purtroppo non è di facile soluzione, ma stiamo lavorando per risolverlo in modo soddisfacente per gli agricoltori.
La nostra iniziativa traccia linee di coerenza e non ritengo vi siano strappi, forzature o vuoti. Essa non è tutta interna e né solo economicistica.
Come non possiamo non porre all’attenzione pubblica il tema della formazione dei prezzi? Vi abbiamo dedicato un numero della nostra rivista “Humus”. Ora è necessario un confronto pubblico. Far capire che dall’aumento dei prezzi, in particolare dei prodotti ortofrutticoli, il produttore non trae benefici. Studiare e analizzare le ragioni e trovare gli strumenti organizzativi per mitigarne gli effetti al consumo. Lo stesso ruolo degli Osservatori sui prezzi costituiti dal Governo non può limitarsi a registrare gli aumenti, ma deve offrire lo scenario delle loro evoluzioni. Una volta aumentati i prezzi il consumatore li ha già subiti e il conto della sua spesa non diminuisce. Quindi, anche questa iniziativa si inserisce nel nostro programma di relazioni e di ricerca di consenso. Così come quelle relative alla qualità, alla tipicità. Per affermare che la qualità, la sicurezza alimentare, una corretta alimentazione non sono riconducibili alla parola magica del “da dove vengo”.
Cari Amici, come vedete, il lavoro che ci attende è impegnativo, ma anche entusiasmante. Il vicepresidente vicario Giuseppe Politi proporrà alla vostra approvazione i bilanci, la regolamentazione, anche etica, e la strumentazione per rendere uniformi i nostri bilanci. Sono elementi e risultati di un lavoro e di un grande sforzo di elaborazione. Sono gli elementi che ci permetteranno di gestire le iniziative di sviluppo nei servizi e nelle attività professionali che sono parte integrante della nostra missione.
Cari amici, prima di concludere questa mia informazione all’Assemblea, permettetemi però di esprimere alcuni pensieri personali dettati più dal cuore che dalla politica.
Dall’ottobre del 2000 abbiamo lavorato molto intensamente. Credo che quel programma per una gran parte si sia già realizzato. E altre sfide si presentano davanti a noi.
Nel dicembre del 2002 abbiamo celebrato il Congresso, ci siamo detti quello che pensavamo, mi pare senza perifrasi, e insieme abbiamo deciso cosa fare per i prossimi anni. Ora non ci resta che farlo senza ripensamenti, senza che gli occhi siano rivolti al passato. Io credo di aver pagato il mio debito al passato, insieme agli amici che con me condividono le responsabilità della Confederazione.
Oggi la Cia è più importante del suo passato. Dobbiamo cercare di non commettere errori, perché se ripetuti testardamente essi diventano imperdonabili sia al centro, così come sul territorio.
In un’organizzazione di persone come è la Cia, nel denunciare ciò che non va, o elencare i problemi, o tenere conto delle preoccupazioni e delle nostre ansie per il futuro, occorre anche, con forza e senso di responsabilità, infondere fiducia ai nostri associati. Se tutto va male, se tutto è impossibile, se nulla è credibile, se ogni traguardo è irraggiungibile, se tutti sbagliano e se nessuno è bravo, per quale ragione gli imprenditori agricoli dovrebbero aderire alla Cia?
Noi viceversa vogliamo essere una grande organizzazione moderna, innovativa e forte, che attrae imprese e giovani.
Penso che si dovrà aprire una grande stagione di battaglie politiche, di grandi possibilità riformatrici, con cambiamenti nel sistema delle relazioni tra i sindacati e le organizzazioni d’impresa e tra le organizzazioni come la nostra e la politica. In piena autonomia, sì, sempre, ma senza inibizioni.
Penso che nella politica siano alle corde gli estremismi. Le vittorie effimere intrise di demagogia populista. Segnano il passo le improvvisazioni anche nell’agricoltura. La Cia deve partecipare con le sue idee a questa nuova stagione riformatrice e credo che abbiamo le forze e le idee per farlo. Facciamolo, facciamolo, facciamolo davvero.
Lo scorso 21 marzo siamo scesi in piazza per porre con forza l’esigenza di un grande progetto per l’agricoltura italiana. Un progetto per garantire agli agricoltori e alle loro imprese gli strumenti per crescere, svilupparsi e competere con la dovuta efficacia. E da qui che si snoda tutta la nostra iniziativa.
Il futuro è evidente che non dipende solo da noi, ma dipende soltanto da noi far in modo che la Cia sia quella che vogliamo.

 

La relazione di Giuseppe Politi

Con l’Assemblea odierna, la prima dopo il recente congresso, siamo chiamati, così come previsto dall’ordine del giorno, ad adempiere ad una serie di importanti impegni espressamente previsti dallo statuto confederale.
A tale proposito è giusto segnalare che gli impegni congressuali assunti trovano una puntuale e, mi auguro, positiva soluzione.
Il riferimento non è solo per le decisioni che assumeremo alla fine di questa assemblea, ma anche all’attività e alle decisioni già promosse in questi sei mesi che ci separano dal congresso.
La grande manifestazione del 21 marzo, anche se influenzata dalla grave attualità della guerra in IRAQ, ha rappresentato, a distanza di soli due anni dalla manifestazione del 2001, una rinnovata capacità di mobilitazione della nostra confederazione ed anche il forte legame con i nostri associati.
Sul piano interno, nonostante alcuni problemi che esamineremo più dettagliatamente nella illustrazione del bilancio finanziario, abbiamo avviato degli investimenti finalizzati a dare soluzione ad impegni scaturiti dalle decisioni congressuali.
Contemporaneamente abbiamo insediato i nuovi consigli di amministrazione delle più importanti società di servizi di nostro riferimento, prevedendo una maggiore partecipazione del numero dei componenti allo scopo di permettere la partecipazione di dirigenti impegnati in strutture diverse da quella centrale.
Il progetto di rinnovamento e di riforma della CIA avviato nell’assemblea del 2000, i contenuti della Conferenza nazionale per lo sviluppo dei servizi di Trevi e quella sull’Impresa, hanno caratterizzato il recente dibattito congressuale favorendo decisioni che determineranno nel breve periodo un profondo e condiviso mutamento della nostra Organizzazione.
Insieme abbiamo assunto il compito di imprimere un profondo e necessario cambiamento alla vita interna della nostra Confederazione per meglio rispondere alle novità presenti nella società e nell’economia n ella quale operiamo.
Insieme abbiamo scelto di cambiare, mantenendo e, per quanto possibile, affermando con maggiore determinazione, i principi fondamentali caratterizzanti la CIA, quali la collocazione ideale nell’ambito delle forze che si muovono per costruire una società più giusta, democratica, laica, ispirata al principio della tolleranza e della pari dignità delle differenze: di sesso, di razza, di religione e di schieramento politico.
Per meglio realizzare questi principi abbiamo confermato il valore dell’autonomia richiamandoci, nelle proposte e nelle azioni, direttamente agli interessi degli associati ribadendo con forza la nostra missione che è quella di affermare nella società, nella economia e nelle relazioni sociali ed istituzionali, i valori delle attività agricole, della libertà nelle scelte imprenditoriali , dei lavori e del progresso delle zone rurali.
Le scelte compiute in questi mesi e quelle che siamo chiamati a compiere in questa Assemblea, trovano legittimazione e motivazione direttamente dai deliberati congressuali e, quindi, appartengono ad un progetto chiaro e largamente condiviso che è quello di rafforzare la nostra confederazione quale strumento importante, anche se non unico e da solo sufficiente, per lo sviluppo dell’agricoltura italiana e di maggiore progresso della società, attraverso la valorizzazione delle attività agricole, delle scelte imprenditoriali degli agricoltori e del benessere sociale ed economico di quanti operano in agricoltura e nelle zone rurali.
Ci muoviamo, quindi, verso il cambiamento della CIA, definendo nuove regole interne dove chiari devono essere i diritti e i doveri degli associati, dei dirigenti e di quanti quotidianamente svolgono la loro attività professionale e di lavoro.
Per un sistema organizzativo complesso quale quello che abbiamo definito nel Congresso e recepito nello statuto, chiare e condivise devono essere le regole nei rapporti tra i diversi organismi dirigenti e le diverse strutture che compongono il sistema CIA.
Le regole e le misure sanzionatorie non limitano i diritti, viceversa servono ad esaltarli e a renderli realmente praticabili.
L’obiettivo deve essere quello di esaltare tutti i diritti dei soggetti che danno vita al sistema CIA ad iniziare dagli associati, dalle strutture territoriali presenti e di quanti operano quotidianamente nella nostra Organizzazione.
Fermo restando i ruoli e le responsabilità, ognuno di noi, intendendo per ognuno le persone e le strutture organizzative, deve sentirsi partecipe e protagonista del progetto.
L’obiettivo di dare maggiore valore all’appartenenza e sviluppare la rappresentanza può essere perseguito valorizzando sensibilmente l’apporto di idee, di lavoro e di professionalità di quanti appartengono al sistema CIA.
Il progetto organizzativo della CIA è, quindi, quello di valorizzare al massimo possibile il nostro patrimonio per meglio permetterci di realizzare la missione politico-sociale ed economica che abbiamo scelto alle nostre origini e confermato con grande convinzione nel recente congresso.
La scelta politico-organizzativa di valorizzare ed aumentare le risorse disponibili pone al centro del nostro sistema, l’associato quale soggetto privilegiato destinatario di una moltitudine di diritti, ma anche di doveri. Porre al centro della nostra attività l’associato ci pone con grande determinazione l’esigenza di finalizzare la nostra attività ad incrementare il numero degli iscritti e a dare maggiore impulso alle attività direttamente collegate al tesseramento anche attraverso la promozione di iniziative specifiche.
Il tesseramento on-line rappresenta uno strumento di straordinaria importanza non solo per “fotografare e censire” l’iscritto, ma anche, se non soprattutto, per creare ulteriori opportunità di conoscenza da far valere nell’esercizio delle opportunità e dei diritti di cui può godere l’associato e, quindi, anche di sviluppo della nostra capacità professionale nella sfera dei servizi resi agli agricoltori, alle loro aziende ed anche ai cittadini nell’ambito dei servizi alle persone.
Per meglio programmare le attività collegate al tesseramento, riteniamo importante definire con certezza la chiusura annuale, proponendo il 30 ottobre così come è emerso dal seminario nazionale che abbiamo tenuto lo scorso mese sul tesseramento e sullo schema di bilancio unico.
Allo scopo di assegnare il giusto peso alle attività sul tesseramento e evidenziare i risultati raggiunti, la Presidenza nazionale promuoverà una specifica iniziativa nell’ambito dello svolgimento dell’assemblea nazionale prevista annualmente per l’approvazione del bilancio di previsione che per statuto deve essere approvato entro il mese di dicembre.
L’iniziativa, da regolamentare, dovrà essere rivolta ai dirigenti e/o alle strutture territoriali distintesi per lo sviluppo del tesseramento.
Nel 2002, dopo solo pochi mesi dalla Conferenza di Trevi e dalla decisione della direzione nazionale di dare “gambe” al tesseramento on-line, è stato svolto un grande ed interessante lavoro.
Complessivamente nel 2002 abbiamo realizzato 268.200 tessere sindacali. Di queste l’85,97% è on-line per un numero pari a 230.581 tessere.
Per motivi diversi, ma in via di soluzione, solo 2 regioni e 8 province non hanno svolto il tesseramento on-line.
Nel libro soci della CIA nel 2002 sono iscritti 610.557 nominativi ai quali si dovranno aggiungere ulteriori 37.619 tesserati non compresi nella banca dati, ma che ci sono stati comunicati per iscritto.
Considerando che numerose province, per motivi tecnici diversi, non hanno potuto inserire nel programma tutte le anagrafiche degli iscritti, possiamo tranquillamente affermare e in gran parte certificare, anche se in maniera prudenziale per difetto, che gli iscritti reali nel libro soci della CIA è di circa 750.000 persone.
Considerando che in molte realtà provinciali, la tessera viene rilasciata solo al titolare di azienda e non ai familiari coadiuvati e che per alcuni servizi rivolti alle aziende, come la PAC con la predisposizione e sottoscrizione del fascicolo aziendale, registriamo un sensibile scarto nell’incrocio con i tesserati, possiamo tranquillamente stimare che il numero di iscritti alla CIA è di circa 880.000 persone.
La scarsa attenzione, durata alcuni anni, rivolta al tesseramento ha, nei fatti, favorito situazioni e comportamenti che devono essere decisamente superati con l’obiettivo, da perseguire con tenacia, di iscrivere alla CIA tutti coloro che rilasciano delega di assistenza contrattuale o che si rivolgono ai nostri uffici per la tenuta del fascicolo aziendale. A tal proposito si propone, così come avviene per coloro che rilasciano delega alla CIA per l’assistenza contrattuale, di considerare nel libro dei soci come tesserati tutti i titolari del fascicolo aziendale assistiti dai nostri CAA.
Attenzione dovrà essere posta anche per chiedere, ovviamente in maniera volontaria, la delega alla nostra associazione dei pensionati per quanti si fanno assistere dal nostro patronato per diritti in campo previdenziale e dal CAF per la compilazione dei modelli Red nell’imminenza della prossima campagna.
Nelle prossime settimane ci proponiamo l’obiettivo di promuovere una specifica campagna per la sottoscrizione di nuove deleghe CD e Datori di lavoro per l’assistenza contrattuale. In questo settore dopo un positivo aumento delle nostre deleghe registrate nel 2001 registriamo delle difficoltà a causa di un elevato numero di deleghe cessate che risulta proporzionalmente vicino alle deleghe acquisite.
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Complessivamente alla data odierna i coltivatori diretti che hanno rilasciato delega alla CIA sono 50.801 pari al 12,04% del totale di coloro che hanno rilasciato delega ad una organizzazione e al 18,72% sul totale degli iscritti all’INPS.
Complessivamente risultano iscritti all’INPS 421.786 CD , di cui solo il 64,34% ha rilasciato delega ad una organizzazione, il rimanente 35,66 pari a 150.424 CD non risulta aver rilasciato nessuna delega. Da questi numeri si intuisce il grande spazio ancora presente in questo settore per aumentare la nostra rappresentanza.
Nell’ultimo triennio abbiamo leggermente aumentato percentualmente la nostra rappresentanza, infatti nel 2001 la nostra rappresentanza risultava pari al 11,52% in rapporto alle aziende organizzate con delega e al 17,85% del totale.
In termini numerici però dobbiamo registrare una significativo arretramento tra i coltivatori diretti con la perdita, rispetto al 2001 di circa 900 deleghe.
Nelle regioni la percentuale più alta di deleghe sul totale regionale dei coltivatori diretti che hanno rilasciato delega alla CIA appartiene alla Toscana con il 27,06% con 6.925 deleghe, seguita dalla CIA dell’Emilia Romagna con 10.268 deleghe, ma con una percentuale pari 25,42%.
Escludendo la Valle D’Aosta e il Trentino Alto Adige dove non siamo presenti nella provincia di Bolzano, all’ultimo posto si collocano la Puglia con il 6,65% e la Calabria con il 3,43%.
Gli aumenti percentuali più significativi a livello regionale si registrano nel Lazio e in Campania con circa un aumento del 2% nel triennio 2001/2003.
Per dare una risposta e motivazione alle segnalazioni rivenienti da parte di alcune province dove si lamenta una difformità sensibile tra le deleghe sottoscritte e quelle riconosciute dall’INPS, vogliamo promuovere una costante azione di monitoraggio con la collaborazione delle province interessate.
Cari amici e colleghi;
ho voluto soffermarmi sul tesseramento prima di illustrare brevemente, ma con maggiori dettagli, gli argomenti sui quali dobbiamo deliberare, perché vogliamo assegnare alle attività sul tesseramento e ai risultati conseguiti una importanza fondamentale, certamente la più decisiva per aumentare la nostra rappresentanza.
Con l’approvazione del Regolamento, del modello unico di rendiconto economico finanziario e del codice etico, la Cia attua un impegno statutario e fa un altro importante passo nel processo di rinnovamento.
Come abbiamo più volte sottolineato non si tratta di una semplice operazione di adattamento formale di facciata dopo troppi anni di immobilismo; ma di un’azione profonda di ridefinizione delle norme statutarie, delle regole di comportamento e del sistema di relazioni interne ed esterne alla confederazione. Un processo che guarda in avanti, che pone le basi per il rafforzamento della Confederazione in un sistema economico ed istituzionale in rapido cambiamento.
A dicembre la Cia si è dotata di un nuovo Statuto, decisamente orientato ai principi del federalismo, dell’autonomia, dell’indipendenza, della trasparenza e della collegialità.
E’ chiaro che lo Statuto fissa i principi di fondo, ma da solo non è sufficiente a regolare la vita democratica e la struttura organizzativa della Confederazione. Bisogna sottolineare che l’assetto federalistico, proprio perché fondato sull’autonomia delle singole componenti, ha maggiore necessità di formalizzare un corpo di regole condivise e di organi di garanzia che assicurino l’unità e l’identità dell’intero sistema confederale.
Nell’assemblea del dicembre scorso abbiamo preso l’impegno di approvare in sei mesi il regolamento della Cia Nazionale ed il Codice Etico del sistema confederale. Oggi l’Assemblea può onorare questo impegno previsto nell’articolo 25 dello Statuto Nazionale. Le bozze portate alla discussione dell’Assemblea sono il risultato di un lungo e proficuo lavoro da parte della Commissione nominata per questo scopo dalla Direzione e partecipata da Dirigenti delle strutture nazionale e territoriali della Cia. In questi mesi ci sono state tre riunioni della Commissione, che ha sempre potuto lavorare su materiali e bozze precedentemente trasmessi. Numerose sono state anche le note ed i commenti scritti inviati dai partecipanti delle strutture territoriali.
Questo lavoro conferma l’utilità di queste commissioni che non si sostituiscono agli organi confederali, né sottraggono loro sovranità; ma li supportano favorendo un attento approfondimento delle diverse problematiche ed un reale coinvolgimento delle Cia territoriali nell’elaborazione delle proposte.
Ritengo giusto rivolgere a tutti i membri della Commissione e al coordinatore Pino Cornacchia un ringraziamento per il lavoro svolto.
Le bozze da proporre all’Assemblea sono a disposizione di tutti. Io, pertanto, mi limito ad illustrare le finalità ed i principi di fondo dei singoli documenti.
Dico subito che il Regolamento ed il Codice Etico sono due documenti che si integrano vicendevolmente, ma sono profondamente diversi.
Il Codice Etico, come per altro recita lo Statuto, è unico per tutte le componenti del sistema Cia e coinvolge anche i dirigenti ed i dipendenti delle strutture promosse e controllate dalla Cia. Esso pertanto deve essere recepito da tutte le strutture confederali.
Il Regolamento invece è più complesso: da una parte fissa i principi ed i valori di riferimento della struttura organizzativa della Confederazione oppure definisce procedure e strumenti che interessano tutti (come il modello unico di rendiconto economico finanziario o le procedure di commissariamento); dall’altra regola il funzionamento degli organi nazionali della Cia. E’ chiaro che nei principi di riferimento e nelle parti comuni il regolamento va recepito da tutte le componenti confederali. Ma le singole strutture possono, se lo ritengono opportuno o utile, definire regolamenti integrativi, non in contrasto con quello nazionale, ma più adeguati alla propria struttura organizzativa, ai propri organi statutari, alle relazioni interne con gli uffici ed i dipendenti, che, come noto, rientrano nell’ambito delle proprie autonomie.
Un’altra considerazione importante che ritengo opportuno fare, anche se può apparire scontata, è che il Regolamento ed il codice Etico, sono strumenti subordinati allo Statuto. Specificano e definiscono le procedure relative alle sue indicazioni. Non solo non possono essere in contrasto con lo Statuto, ma non possono neanche inserire aspetti e problematiche nuove non indicate in esso.
Il Regolamento è suddiviso in sei parti:
- I principi della struttura organizzativa
- Il funzionamento degli organi
- Le modalità di candidatura agli organi (in particolare per il Presidente Nazionale)
- Il sistema sanzionatorio
- Il Commissariamento
- Le procedure di armonizzazione amministrativa e finanziaria
In generale si compie un ulteriore passo nella concreta valorizzazione dei principi di fondo della nostra confederazione: l’autonomia, la trasparenza, la centralità dell’associato e l’orientamento all’utente dei nostri servizi, la distinzione tra l’elaborazione politica e l’organizzazione operativa degli uffici e dei servizi, la ricerca congiunta dell’efficacia nella nostra azione politico-sindacale e dell’efficienza della nostra struttura organizzativa.
Accanto al concetto di autonomia si rafforza quello d’indipendenza. Il problema oggi per una grande organizzazione di rappresentanza, anche in riferimento al nuovo quadro politico istituzionale, non è tanto essere autonomi da governi, partiti e sindacati, ma soprattutto essere indipendenti ed autodeterminati nelle scelte, nell’interesse primario dei nostri associati. Per questo è necessaria maggiore trasparenza, ma anche un più efficace funzionamento degli organi dirigenti della Cia.
Un’attenta riflessione in Commissione è stata riservata al problema del commissariamento. Sulla base del nostro assetto federalistico e delle indicazioni statutarie, questo strumento cambia radicalmente funzione rispetto al passato. Non è più espressione del controllo dei livelli più alti della confederazione rispetto a quelli più bassi in un’ottica di organizzazione piramidale. Ma diventa lo strumento di garanzia complessiva del sistema confederale rispetto a componenti che dovessero ledere l’identità, l’immagine o violare pesantemente le regole comuni.
Se la struttura nazionale tra virgolette impazzisse, se mettesse in discussione i nostri valori di fondo della democrazia, dell’autonomia e della trasparenza; le strutture territoriali potrebbero rapidamente intervenire, perché presenti in larga maggioranza negli organi. Ma se impazzisse una struttura territoriale arrecando un danno non tanto al nazionale, ma all’intera confederazione ci potremmo trovare senza nessuno strumento di intervento. Il problema, per quanto possibile, è di trovare al nostro interno forme di tutela su situazioni che potenzialmente potrebbero verificarsi e che speriamo lontane.
Per questo, seguendo lo Statuto ed il dibattito congressuale, è necessario individuare un organo, che sia sufficientemente autorevole, snello e rappresentativo per valutare ed eventualmente attivare le procedure di commissariamento.
L’organo giusto non può che essere la Direzione.
Il Regolamento indica le procedure che la Direzione deve attuare ed anche le modalità di coinvolgimento delle strutture territoriali, regionali e provinciali, relative al commissariamento.
E’ chiaro anche che la Direzione non basta. Parlando di Commissariamento è importante sottolineare anche il ruolo di un organo di garanzia, indipendente, che serve a tutelarci contro i cosiddetti “abusi da maggioranza”.
Con il nuovo assetto Statutario cresce notevolmente il ruolo del Collegio dei Garanti, per questo l’assemblea ha deciso di cambiargli anche il nome, abbandonando il tradizionale termine di probiviri.
Approfitto di questa occasione per comunicare che il Collegio dei Garanti, nominato dall’Assemblea, si è insediato ed ha approvato un proprio regolamento procedurale, che è necessario conoscere e diffondere nella Confederazione. Abbiamo ritenuto opportuno distribuire in cartella questo regolamento impegnandoci ad una sua maggiore diffusione.
Importantissimo è l’allegato al Regolamento che definisce la bozza di modello unico di rendiconto economico finanziario (o di bilancio) per tutte le componenti del sistema Cia. Si tratta di un altro specifico adempimento statutario da applicare a partire dal bilancio consultivo 2003.
Per l’importanza di questo strumento abbiamo anche svolto di recente un seminario nazionale (insieme alle problematiche del tesseramento) per raccogliere valutazioni e suggerimenti da parte del corpo dirigente più ampio della Cia.
Le finalità del modello di rendiconto unico sono evidenti. La logica di fondo non è più quella di rispondere agli adempimenti di legge (che rappresenta un necessario prerequisito), ma di avere uno strumento interno per migliorare la nostra efficienza (troppe strutture non redigono ancora un bilancio che permetta di verificare l’andamento gestionale), per accrescere la nostra autorevolezza e la fiducia degli associati e, soprattutto, per creare un sistema di confrontabilità dei dati e dei risultati economici finanziari delle varie strutture.
L’anno scorso abbiamo fatto un grande passo avanti rispetto al passato: definendo regole certe, comuni e trasparenti. Ma tutti riconosciamo che il sistema del cosiddetto paniere è il migliore che abbiamo al momento. Esso è certamente migliorabile, ma non sarà mai perfetto. Non riuscirà mai ad essere completamente rappresentativo della ricchezza prodotta dalle singole strutture.
Un nuovo e definitivo miglioramento lo avremo solo con la redazione di bilanci confrontabili.
L’adozione del modello unico è il primo passo.
Il secondo sarà quello di rendere affidabili questi bilanci.
Il modello proposto ha alcune caratteristiche fondamentali.
Prima di tutto adotta il criterio della competenza, necessario sia per fare una reale programmazione, sia per rendere confrontabili i dati.
Il secondo aspetto è che un modello semplice e flessibile: il più semplice possibile, ma facilmente integrabile con quello delle società promosse dalla Cia. Noi non siamo tenuti a redigere un bilancio consolidato (come le holding), così come non siamo tenuti, come Cia – associazione nonprofit – a depositare un bilancio; ma abbiamo necessità di avere strumenti di programmazione e di verifica dei risultati economici finanziari combinati con quelli delle società controllate e promosse dalla Cia.
Per la complessità delle nostre attività e delle nostre strutture operative non potremmo svolgere nessuna analisi gestionale e nessuna confrontabilità dei risultati economici senza rispettare questa condizione.
Il modello, infine permette di gestire anche la cosiddetta “area accessoria”, cioè quelle attività di natura commerciale che le associazioni agricole possono svolgere nei confronti degli associati, in virtù della Legge 413/91, forfettizzando le imposte.
Tendenzialmente noi riteniamo che sia più opportuno distinguere nettamente le attività istituzionali svolte dalla Confederazione, da quelle commerciali svolte da società di servizio.
La doppia contabilità comporta sempre una maggiore complessità gestionale ed amministrativa. Ma finché è possibile risparmiare, in virtù della forfetizzazione dell’IVA, alcune migliaia di euro è giusto lasciare aperta questa possibilità: saranno le singole associazioni a decidere se utilizzare o meno questa opportunità. Le finalità del modello unico non vengono in nessun modo toccate da questa scelta.
Adottare un modello unico di rendiconto economico finanziario rappresenta da solo un grande obiettivo: una chiara dimostrazione che la Cia fa sul serio nel processo di rinnovamento. Certo è un obiettivo ambizioso, se pensiamo alla grande difformità di situazioni che caratterizzano la nostra Confederazione. Occorre un forte impegno di tutti ed occorre supportare questo processo con diverse iniziative.
Già nel seminario sono state sottolineate tre azioni importantissime che ci impegneranno nel secondo semestre di quest’anno:
- la prima è un forte programma di formazione interna rivolto ai dirigenti e, soprattutto, a coloro che si occupano di amministrazione in tutte le strutture della Confederazione;
- la seconda è la messa a punto di supporti informatici semplici e funzionali che possano favorire la redazione di questi bilanci, partendo dalla tenuta della contabilità interna e, nel contempo, facilitare l’individuazione di nostri indicatori di analisi gestionale;
- la terza, infine, è formare dei gruppi di lavoro per approfondire anche sul piano teorico e legislativo alcuni aspetti strategici nella nostra gestione amministrativa; per esempio:
o definire una lista positiva delle cosiddette attività istituzionali, con il minor numero di ambiguità possibile;
o oppure, approfondire i cambiamenti indotti al nostro sistema dalla recente modifica del diritto societario.
Si tratta di azioni importanti che possono anche rilanciare, coinvolgendo l’Ufficio delle Politiche Fiscali della Confederazione, un azione politica più autonoma ed incisiva nei confronti del Ministero delle Finanze e, in generale, delle istituzioni tributarie.L’ultimo documento proposto alla discussione ed all’approvazione dell’Assemblea è il Codice Etico della Confederazione.
Anche questo è un documento che guarda in avanti per orientare i comportamenti individuali di tutti gli operatori della Confederazione: associati, dirigenti e dipendenti.
Il Codice definisce le responsabilità etico-sociali di ogni partecipante alla vita associativa. Esso è finalizzato essenzialmente a quattro obiettivi:
- prevenire comportamenti irresponsabili ed illeciti di chi opera per conto dell’organizzazione;
- favorire relazioni interne ed esterne trasparenti e cooperative;
- sostenere la reputazione della Cia nei confronti dei diversi “portatori di interessi”: i nostri associati, prima di tutto, ma anche la pubblica opinione e le istituzioni;
- favorire il raggiungimento della missione sociale della Confederazione: il miglioramento dei redditi e delle condizioni di vita degli agricoltori, ma anche la crescita del ruolo dell’agricoltura nella società.
Spesso riflettiamo che l’adesione alla Cia non è più guidata da motivazioni ideologiche. Diventano sempre più importanti altri fattori la qualità del nostro progetto politico, la qualità dei nostri servizi, ma anche l’immagine, l’autorevolezza e la credibilità dei nostri comportamenti.
Nel redigere questa proposta di codice non abbiamo dovuto fare delle rivoluzioni, abbiamo soprattutto ripreso quelli che sono i nostri valori di riferimento, così come si sono evoluti nella nostra storia, e che rappresentano la nostra fondamentale identità.
Oggi però non basta avere principi e valori di riferimento. In una società più aperta e complessa è necessario formalizzarli, definirli con maggiore precisione. In questo modo li facciamo conoscere agli altri, li ricordiamo meglio anche noi (quando ci vengono delle momentanee amnesie) e favoriamo il nostro miglioramento.
Mi auguro che l’Assemblea approvi questi documenti, magari migliorandoli ulteriormente.
Con la loro approvazione possiamo dire che è pressoché conclusa la fase di riordino normativo interno, almeno nei suoi aspetti di fondo.
Certo molto dobbiamo ancora fare, per esempio nelle relazioni interne tra organi e strutture operative, nella definizione degli organigrammi e soprattutto nel funzionamento degli uffici.
Il regolamento, il modello di bilancio ed il codice etico rappresentano strumenti importanti per orientare il nostro lavoro verso la crescita di efficacia della nostra missione sociale e di efficienza della nostra struttura operativa, cioè verso il consolidamento ed il rafforzamento della nostra Confederazione, nell’interesse degli associati e di tutta la società.
Cari amici dell’assemblea;
La parte finale del mio intervento introduttivo e dedicato al bilancio consuntivo e preventivo del 2003.
Voglio farlo in maniera molto sintetica perché tutta la documentazione è in cartella e, quindi, più delle parole contano i numeri.
Il bilancio della Confederazione Italiana Agricoltori relativo all’anno contabile 2002 presenta alcune novità.
Occorre precisare che rispetto agli anni passati il bilancio presenta una nuova formula e viene elaborato secondo i criteri contabili e fiscali della IV° direttiva CEE.
Per tale motivo alcuni aspetti sono innovativi e anche di difficile apprendimento, ma è intenzione della C.I.A. adottare tutte le regole per essere a norma con il fisco.
La situazione relativa al Bilancio 2002 è da considerarsi sostanzialmente positiva, infatti possiamo notare che gli scostamenti con il preventivo 2002 sono minimi e di lieve entità.
Le uniche voci non in linea con il preventivo, dove riscontriamo scostamenti molto elevati sono quelli relativi agli oneri UIAPROC. Nel corso del 2002 siamo stati costretti per evitare una pericolosa dipendenza dal sistema bancario promovendo una operazione di FACTORING. Ciò ci ha consentito di azzerare l’elevato debito verso la Banca Antonveneta.
Nell’operazione di Factoring sono stati inclusi, anche se in misura minore, tutte le società, associazioni, istituti ed unioni di riferimento CIA non autosufficienti finanziariamente. Nel corso del bilancio 2002, la CIA è stata costretta non solo ad accollarsi le spese di gestione e del personale impegnato in queste strutture, ma ha anche dovuto farsi carico di coprire lo scoperto bancario, perché da noi garantito.
A tale proposito per non essere costretti ad onerosi interventi, difficilmente sostenibili, riteniamo opportuna ed urgente una verifica politica ed amministrativa con l’obiettivo di decidere le strutture veramente utili per la nostra missione e, in ogni modo, eliminare gli automatismi di spesa attraverso un preventivo baget finanziario da verificare trimestralmente.
Per quanto riguarda la situazione dei ricavi, il fatto di avere nel Consuntivo la voce Ricavi vari molto elevata rappresenta la quota parte del FACTORING 2002 utilizzato successivamente per la sistemazione di conti della BAPV (vedi UIAPROC ed altro).
L’altra posta attiva da considerare leggermente diversa è quella del contributo Assistenza CD e DL (partite di giro). La quota trattenuta dal Nazionale è stata totalmente investita per coprire esigenze straordinarie come l’Assemblea Congressuale.
Un altro aspetto da evidenziare è che a fronte di un consuntivo finale (comprese le partite di giro) pari ad euro 29.888.024,56, i costi sostenuti per la struttura Nazionale (vedi costi del personale, gestioni sedi e spese di funzionamento) sono rispetto all’anno precedente leggermente inferiori, mentre sono aumentati gli investimenti per il territorio.

Possiamo comunque considerare in positivo il bilancio, in quanto chiude con un leggero utile che, naturalmente, è destinato totalmente a coprire il debito accumulato nelle precedenti gestioni.
In maniera abbastanza netta pesa anche su questo esercizio finanziario i costi rivenienti dai precedenti bilanci.
Nel bilancio consuntivo 2001, complessivamente, la situazione debitoria con il sistema bancario, verso fornitori e il territorio, complessivamente ammontava a 15.718.039 euro, alla fine di questo esercizio questa voce incide per 14.228.291 euro, con una riduzione del 9,48% e per un valore pari a 1.489.718 euro.
Considerando che i costi del congresso sono stati per intero caricati nel bilancio di competenza del 2002, vogliamo adoperarci per aggredire in maniera più significativa la situazione debitoria pregressa che pesa notevolmente nella gestione ordinaria del bilancio e, soprattutto incide creando negative e pericolose rigidità nelle disponibilità di cassa.
Per il 2003 l’obiettivo complessivo è quello di confermare, per il terzo anno consecutivo, lo stesso volume finanziario provvedendo solo ad alcune modifiche interne nella partita dei costi per tenere conto degli impegni già assunti.
Situazioni oggettive, facilmente riscontrabili, quali lo svolgimento del Congresso alla fine dello scorso dicembre, la manifestazione nazionale e l’assegnazione degli incarichi di responsabilità nell’ambito della presidenza nazionale, non hanno consentito la predisposizione e l’approvazione del bilancio preventivo nei tempi che avevamo lo scorso anno previsti.
La Commissione nazionale per lo sviluppo delle politiche finanziarie che doveva predisporre il bilancio preventivo 2003, soprattutto con riferimento alla contribuzione del territorio verso la sede centrale, a causa dei ritardi accumulati, non ha potuto svolgere, così come era giusto e necessario, un adeguato lavoro istruttorio per definire, se necessarie e condivise, eventuali proposte di modifica dei criteri approvati lo scorso anno.
In questa situazione la Commissione ha accolto la proposta avanzata da parte di alcuni componenti di confermare anche per il 2003 lo stesso livello della contribuzione prevista per il 2002.
La quota nazionale proposta nel bilancio è quindi pari a 8.263.311 euro ripartiti tra le province e le regioni, al netto del correttivo, allo stesso livello dell’anno scorso.
La previsione di entrata per il tesseramento viene confermata in 1.291.000 euro. Il costo della tessera alla struttura centrale è quindi pari allo scorso anno, con l’unica variazione di tenere conto anche dei fascicoli aziendali nel computo delle tessere sindacali.
Allo scopo di evitare, per quanto possibile, i problemi registrati lo scorso anno nella gestione della quota, proponiamo alcuni accorgimenti. Dalla mensilità di luglio la quota nazionale del 2003 non ancora versata dalle province al centro, sarà al netto dei crediti maturati alla data del 30 giugno prossimo di competenza del bilancio 2002.
Per le province che vantano un credito per partite di competenza del bilancio 2002 e per le somme già incassate dal centro ( conguaglio tesseramento 2002 e tre delle quattro rate previste per le deleghe di assistenza contrattuale) la quota rimanente sarà riparametrata e rateizzata mensilmente fino al 30 dicembre 2003.
Per le province che, viceversa, si trovano in una situazione debitoria nei rapporti con la sede centrale per partite di competenza del bilancio 2002 ed anche per gli anni precedenti, dove non sia stato concordato uno specifico piano di rientro, le somme maturate nel 2002 e non assegnate saranno calcolate in detrazione sul credito complessivo maturato alla struttura centrale.
Il dibattito si è sviluppato in Commissione prima e in Giunta e Direzione successivamente nella preparazione del bilancio di previsione 2003 deve essere salutato positivamente.
Finalmente sui problemi del bilancio e della sua gestione prende corpo una “nuova cultura”. Ciò è dovuto anche alla volontà di questo gruppo dirigente ad operare con la massima trasparenza e con grande disponibilità a dare risposte, ad accettare eventuali critiche con l’obiettivo di creare un clima positivo su questi temi tra le diverse strutture territoriali ed i diversi dirigenti. Ciò è una premessa fondamentale per valorizzare al massimo le poche ed insufficienti risorse finanziarie.
In soli due anni, abbiamo “rivoluzionato” comportamenti e migliorato i rapporti. Abbiamo con pazienza ascoltato critiche e per , quando possibile, accolto proposte.
Da parte mia e della Presidenza, alla quale competono le scelte nel merito della gestione del Bilancio non ci sono riserve a chiusure per dare conto della utilizzazione delle risorse.
Il positivo clima che si è instaurato in qualche modo è stato favorito anche dalla grande disponibilità di questo gruppo dirigente ad ascoltare e a confrontarsi.
Sicuramente su questi comportamenti non ci saranno ripensamenti e ritorni al passato.
Su questi temi è però necessario instaurare un rapporto franco, ma costruttivo tenendo conto delle difficoltà, delle sensibilità ed anche della natura della nostra Organizzazione.
E’ certamente facile affermare che la struttura centrale costa, che vi è un eccessivo numero di dipendenti e che alcune spese sono esagerate e che bisogna risparmiare per trasferire più risorse al territorio.
E’ facile affermarlo, è difficile trovare soluzioni immediate che tengano conto della nostra storia, delle persone interessate e anche del ruolo che la struttura centrale è chiamata a svolgere.
In ogni modo, su questi temi, a condizione che non vi siano posizioni pregiudiziali e solo di segno negativo c’è la volontà a favorire un chiaro confronto negli organismi dirigenti.
Nessuna remora quindi anzi proponiamo da subito una riunione della Giunta nazionale dedicata ad affrontare questi problemi per scavare più a fondo e insieme trovare le soluzioni più idonee.
Non vogliamo nascondere i problemi o peggio affermare che non esistono. Vogliamo però nel contempo, respingere posizioni che affermano che i problemi finanziari e le difficoltà siano solo di Via Mariano Fortuny.
Certamente, anzi in misura maggiore la struttura centrale deve essere la più efficiente, la più professionale e in ogni modo essere sempre in prima fila e pronta ai necessari cambiamenti.
Questi obiettivi però, valgono per tutti, anche se vogliamo per primi dare esempio per contribuire a creare un circuito positivo e virtuoso.
Non è questa la sede per entrare nel merito e nel dettaglio di questi problemi, però prima di pervenire a facili conclusioni è giusto aprire un franco e costruttivo confronto.
La volontà di questo gruppo dirigente è quella di dare per quanto possibile soluzioni ai problemi, su questo vogliamo impegnarci con grande determinazione.
Con analoga determinazione vogliamo però respingere giudizi affrettati e, in alcuni casi, ingenerosi che non aiutano a migliorare il nostro lavoro e a praticare le soluzioni e che rischiano di riportare l’Organizzazione in un clima negativo caratterizzato a sospetti e “sorriseti” che francamente non aiutano e, soprattutto, penalizzano la volontà e il lavoro che insieme abbiamo deciso di avviare.
Con il prossimo bilancio consuntivo, che verrà approvato nella prossima Assemblea nazionale di giugno 2004, siamo impegnati ad adottare lo schema di bilancio unico confederale e a presentare il bilancio sociale di missione
Nella redazione di questo documento è però necessario coinvolgere rappresentanze delle diverse strutture territoriali allo scopo di presentare un bilancio sociale di missione che tenga conto delle necessarie opinioni di tutto il sistema CIA.
Ritengo opportuno segnalare che le positive innovazioni interne che abbiamo approvato con l’adozione del nuovo statuto confederale e il confronto in commissione sul regolamento e lo schema unico di bilancio, incominciano già a produrre positivi effetti.
Mi risulta che diversi dirigenti hanno già iniziato a misurarsi con le novità. In molte realtà territoriali insieme ai numeri del bilancio consuntivo viene presentata una relazione- rapporto sull’attività svolta.
In Toscana la CIA ha presentato, per la prima volta e in maniera ben riuscita, il bilancio sociale di missione. Questo ci incoraggia non solo ad andare avanti, ma anche a volare più alto, perché abbiamo al nostro interno le volontà e le professionalità per incidere in maniera più massiccia nelle novità necessarie. Per quanto ci riguarda, come gruppo dirigente nazionale, per le responsabilità che ci sono state assegnate vogliamo assumere un ruolo fortemente propositivo e di guida al rinnovamento della CIA, dell’agricoltura e della società.
Sempre come esempio ieri ho avuto modo di partecipare ed apprezzare un serio confronto sulla utilizzazione delle risorse finanziarie in una assemblea appositamente convocata dal Regionale della Cia Umbra.
Le decisioni adottate e le azioni messe in atto hanno tracciato un nuovo e diverso percorso che tutti insieme abbiamo contribuito ad identificare ed insieme abbiamo iniziato a percorrere.
Nell’interesse della CIA, dei nostri iscritti, di quanti operano quotidianamente nella nostra Confederazione, l’impegno prioritario è di percorrere questa strada fino in fondo con coraggio, determinazione, umiltà, professionalità, partecipando da protagonisti in una grande squadra impegnata a realizzare un progetto certamente ambizioso e difficile, ma affascinante e realizzabile.
Cari amici e compagni, temo che questo percorso siamo obbligati a percorrerlo, tornare indietro non è più possibile.
Chi si attarda in nostalgie del passato o si adopera per frenare la corsa avviata rischia di rimanere indietro e di uscire definitivamente da questa squadra.

 

Lavoratori extracomunitari: serve un programma triennale
Troppi ritardi e confusione creano problemi alle imprese agricole

La pubblicazione del decreto che autorizza 19.500 nuovi ingressi di lavoratori extracomunitari (di cui 8.500 stagionali) concede un pò di sollievo alle aziende agricole alla vigilia di importanti campagne di raccolta, ma la situazione sul fronte dell’immigrazione resta difficile e preoccupante. E’ quanto rileva la Cia-Confederazione italiana agricoltori.
Il ritardo di un anno nell’emanazione del decreto attuativo della Bossi-Fini e, quindi, delle nuove procedure, causa sul territorio -sottolinea la Cia- uno stato di confusione generale, aggravato dal ritardo e dalla difformità di comportamenti con cui gli uffici competenti stanno procedendo alla regolarizzazione, vanificando in tutto o in parte lo sforzo, anche economico, degli imprenditori agricoli che si sono impegnati nella regolarizzazione.
Le aziende agricole -afferma la Cia- vivono, ormai da anni, uno stato di profonda incertezza cui va posto definitivamente rimedio. Ciò va fatto sulla base di valutazioni realistiche e responsabili, che tengano conto dell’assoluta necessità di governare al meglio, e non di reprimere, il fenomeno dell’immigrazione regolare.
La Cia, per questo motivo, chiede che venga predisposto, al più presto, il documento triennale di programmazione, a tutt’oggi assente, allo scopo di conoscere in maniera chiara la linea che il governo intende seguire sulla materia, mentre sul fronte tecnico sollecita un confronto serio sul meccanismo dei flussi, che per il lavoro stagionale si è rivelato farraginoso e inapplicabile.

Riforma della Pac: Cia e Unima esprimono preoccupazione per le conseguenze sulle imprese di meccanizzazione agricola

La Cia-Confederazione italiana agricoltori e l’Unione nazionale imprese di meccanizzazione agricola (Unima) sostengono, in un comunicato congiunto, la necessità di salvaguardare le produzioni e le attività agro-meccaniche nell’ambito della riforma della Politica agricola comune, attenuando lo strumento del disaccoppiamento parziale degli aiuti diretti.
Le conseguenze negative di un’applicazione del disaccoppiamento, infatti, potrebbero comportare -sottolineano Cia e Unima- abbandoni delle produzioni in vaste aree del Paese e preoccupanti fenomeni di degrado del territorio. Allo stesso tempo, si potrebbe verificare una riduzione dell’occupazione anche per le attività di lavorazione, raccolta e stoccaggio dei prodotti.
Per questo motivo, la Cia e l’Unima -si rileva nel comunicato- ritengono quanto mai necessario approfondire tutti gli effetti che la riforma della Politica agricola comune, in discussione a Lussemburgo tra i ministri Ue, avrà in un settore molto importante dell’agricoltura quale quello delle imprese di meccanizzazione, che rivestono un consistente tessuto economico e produttivo.

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