31 maggio 2002


sommario

 

ATTUALITA'

•    Il 4 giugno a Palazzo Chigi il tavolo agroalimentare
•    La Cia partecipa all’audizione alla Camera sulle deroghe regionali al divieto di prelievo venatorio
•    Rilanciata l’attività di Unavini 

DAL TERRITORIO

•    Toscana: Cia, Coldiretti e Confagricoltura preoccupate per la privatizzazione della Centrale del latte di Firenze
•    La Cia della Puglia dichiara la propria insoddisfazione per i fondi stanziati per i giovani
•    Cia di Napoli: firmata la Carta degli intenti sulla legalità economica e finanziaria
•    Al via il progetto della Cia della Toscana per la valorizzazione delle produzioni territoriali

APPUNTAMENTI

•    Convegno della Cia della Puglia sull’emersione in agricoltura

DOCUMENTI

•    A Roma il Comitato direttivo nazionale dell’Anp-Cia


 

ATTUALITA'

Il 4 giugno a Palazzo Chigi
il tavolo agroalimentare

La Confederazione italiana agricoltori parteciperà martedì prossimo 4 giugno a Palazzo Chigi, alle ore 17.30, al tavolo agroalimentare. All’ordine del giorno -come riferisce una nota di Palazzo Chigi- ci saranno le linee guida del Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), la discussione del documento Ogm, la riforma della Politica agricola comune e la verifica degli impegni assunti nella riunione del 15 novembre 2001.

 

 

La Cia partecipa all’audizione
alla Camera sulle deroghe regionali
al divieto di prelievo venatorio

Presso la commissione Agricoltura della Camera si è svolta ieri l’audizione delle Organizzazioni professionali agricole sul testo del D.d.l. già approvato dal Senato, in materia di deroghe regionali al divieto di prelievo venatorio. Per la Cia ha partecipato Andrea Negri, membro della Direzione nazionale.

La vicenda si trascina da 10 anni, dall’approvazione cioè della legge 157/92 sulla caccia che, nel recepire la direttiva comunitaria 79/409, non ha menzionato specificamente la disciplina relativa all’esercizio della facoltà di deroga a particolari condizioni e per un elenco circostanziato di specie, al divieto di prelievo venatorio. Questa situazione ha finora causato ingenti danni all'agricoltura per il proliferare di specie, soprattutto passeri e storni, che a differenza di altri Paesi (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Malta), in Italia non sono cacciabili. Secondo studi autorevoli, questa specie (ma anche i corvidi, i cormorani ed altre) non solo non sono in via di estinzione, ma hanno raggiunto una consistenza numerica tale da costituire minaccia nei centri abitati, e da provocare ogni anno centinaia di miliardi di danni alle colture agrarie.

La Cia ha denunciato da tempo la gravità della situazione e l’assenza di qualsiasi mezzo legale per contenerla evidenziando altresì la necessità di intervenire per limitare i danni anche di quelle specie “nocive”, ma non cacciabili e non protette quali, ad esempio, le nutrie che pure risultano in forte accrescimento causando danni soprattutto nel delta del Po.

Alcune Regioni, negli anni scorsi, hanno legiferato dichiarando cacciabili queste specie perniciose per le colture agrarie, ma hanno subìto la censura dei governi dell'epoca, nonché i rilievi di costituzionalità di alcuni tribunali amministrativi fino a subire una pronuncia della Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale, infatti, ha annullato il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri che aveva autorizzato le Regioni ad esercitare le deroghe così come previsto nella direttiva Comunitaria, sottolineando la necessità di una specifica normativa nazionale di recepimento che traduca in legge “i criteri in base ai quali gli Stati membri possono derogare ai divieti sanciti dalla direttiva Ue 409/79”. Occorreva cioè un recepimento legislativo esplicito che tenesse conto del riparto di competenze sancito dalla Costituzione. In conseguenza di ciò, la Cia giudica legittimo, necessario  ed urgente l’intervento legislativo in discussione in Commissione Agricoltura della Camera che tende a risolvere definitivamente la questione con l'attribuzione alle Regioni del potere di deroga in relazione alle norme comunitarie, con misure che comportino un riferimento circostanziato alle condizioni previste dalle norme stesse che autorizzino un prelievo, seppure limitato e non generalizzato, nei territori interessati.

Tale soluzione non stabilisce, infatti, una deroga generale e permanente ai divieti di caccia previsti dalla citata direttiva Ue, ma costituisce comunque una prima concreta risposta ai danni subiti dagli agricoltori. Per arrivare ad una soluzione generalizzata del problema posto all'agricoltura dal proliferare incontrollato di determinate specie occorre che, contestualmente, il Governo italiano avvii le procedure nei confronti della Commissione Ue per variare l'elenco delle specie cacciabili, così come previsto nella legge 157.

La Cia, perciò, auspica che l'iter parlamentare del provvedimento possa concludersi rapidamente alla Camera con l’approvazione definitiva della legge nel testo già licenziato dal Senato.

 

 

Rilanciata l’attività di Unavini

Per volontà di sette organizzazioni di produttori del settore vitivinicolo, operanti con migliaia di soci in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Puglia, è stata rilanciata l’attività di Unavini (Unione nazionale fra associazioni di produttori vitivinicoli).

La ripresa operativa si è subito caratterizzata con un programma di attività aperto a nuove adesioni e con la predisposizione di un progetto volto all’informazione e alla promozione, in base al regolamento Ce n° 94/2002, attualmente all’esame di Bruxelles.

Unavini ha anche rinnovato gli organismi: presidente è stato nominato Gianluigi Biestro, della “Vignaioli piemontesi”, vicepresidente Roberto Bruchi, della Toscana “Aprovito”.

La Cia, dal canto suo, ha indicato il commercialista Gabriele Penitenti quale presidente dei revisori dei conti. 

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DAL TERRITORIO

Toscana: Cia, Coldiretti e Confagricoltura
preoccupate per la privatizzazione 
della Centrale del latte di Firenze

Le organizzazioni professionali agricole della Toscana, Cia, Coldiretti e Confagricoltura, hanno diffuso un comunicato congiunto preoccupate per il misterioso silenzio che circonda l’operazione di cessione dello stabilimento della Centrale del latte di Firenze.

Per questo sono scese in campo per rilanciare le loro proposte, un pacchetto di richieste peraltro già ribadite all’assessore comunale Tani e ampiamente condivise sia dai cittadini fiorentini che da tutto il mondo della produzione.

“Non siamo contrari alla privatizzazione -si legge nel comunicato delle tre organizzazioni agricole- ma siamo per una privatizzazione intelligente che aiuti a conservare e valorizzare il legame tra l’azienda e il territorio che la ospita. L’unico strumento per tenere ancorati la Centrale, con i suoi 100 milioni di euro di fatturato, 218 dipendenti, 100 milioni di litri di latte venduti ogni anno, alla città di Firenze e alla Toscana è necessario prevedere la possibilità di una quota di azionariato diffuso”.

Le organizzazioni agricole chiedono che una fetta delle quote in vendita sia messa a disposizione, in modo regolamentato, di diversi soggetti, cittadini, produttori, semplici fan della qualità, disposti ad investire i loro risparmi per conquistare una partecipazione attiva all’interno di un marchio ormai familiare, noto e apprezzato.  Per fare ciò basterebbe riservare loro una piccola percentuale del capitale privatizzato.

Dopo avere appreso da una pubblicazione specializzata che c’erano soggetti interessati all’acquisto, oggi le organizzazioni vengono a sapere di essere ormai alla manche finale. Tutto ciò senza che le autorità comunali competenti abbiano offerto valide garanzie sulle questioni già sollevate dalle stesse organizzazioni dei produttori.

 

 

La Cia della Puglia 
dichiara la propria insoddisfazione
 
per i fondi stanziati per i giovani

La Cia della Puglia, già nella fase di discussione del Por 2000/2006, aveva denunciato l’insufficienza dei fondi stanziati per il premio di insediamento ai giovani imprenditori. L’importo, per tutto il periodo del Por, è di circa 80 miliardi di lire, ovvero 41 milioni di euro, sufficienti a finanziare solo 1600 nuovi imprenditori.

In questa prima annualità, le domande presentate alla Regione Puglia da parte di giovani, nel biennio 2000/2001, sono state ben 5700, mentre i fondi a disposizione permettono di finanziarne solo 600.

In che modo la Regione sostiene i giovani che vogliono fare impresa in agricoltura? E agli altri 5000 giovani che risposta diamo?

Tali domande, secondo la Cia regionale, sono spontanee stante l’incompatibilità tra quanto dichiarato nel complemento di programma e quanto riportato nella “comunicazione d’avvenuto insediamento” che i giovani devono presentare entro il prossimo 15 giugno.

La Cia della Puglia ripropone, pertanto, le proprie preoccupazioni, più volte affermate, relative all’inapplicabilità delle procedure messe in atto dall’assessorato regionale dell’Agricoltura. 

Nello specifico si pretende, infatti, che il giovane già in questa prima fase dimostri l’avvenuta iscrizione (Iva, Camera di commercio e Inps) mentre nel bando e complemento di programma il giovane aveva facoltà di insediarsi nel biennio successivo al decreto di approvazione della domanda.

Le stesse modalità di trasmissione del piano di miglioramento aziendale, secondo la Cia, sono gravose e contraddittorie. Un sistema che prevede l’utilizzo di software on-line sicuramente non agevola il lavoro dei tecnici, che in alcuni casi rifiutano persino di fornire l’assistenza ai giovani aspiranti imprenditori.

La Cia, inoltre, ritiene auspicabile una proroga della scadenza, fissata per il 15 giugno, visto che non sussiste nessuna correlazione tra la richiesta di premio di primo insediamento e la presentazione del piano di miglioramento aziendale.

Infine, la Cia della Puglia chiede all’assessore Marmo di adoperarsi affinché le misure legate ai Por rappresentino realmente un volano di sviluppo dell’intero settore e non un’ulteriore perdita di attendibilità nei confronti degli agricoltori, in particolare dei giovani.

 

 

Cia di Napoli: firmata la Carta
degli intenti sulla legalità economica 
e finanziaria

L’Amministrazione provinciale e la Camera di commercio di Napoli hanno sottoscritto, a Santa Maria La Nova, la “Carta degli intenti sulla legalità economica e finanziaria” insieme ai rappresentanti delle maggiori associazioni di categoria e imprenditoriali dell’area napoletana.

Amato Lamberti, presidente della provincia di Napoli, e Vincenzo Califano, componente della giunta della Camera di commercio e presidente provinciale della Cia di NApoli, hanno firmato il documento che impegna i due enti, insieme alle categorie economiche e produttive napoletane, a promuovere una serie di iniziative congiunte per combattere la criminalità in tutte le diverse forme che frenano lo sviluppo e gli investimenti nell’area partenopea, condizionandone e ritardandone il progresso socio-economico.

L’iniziativa è giunta al termine di una serie di manifestazioni organizzate dalla stessa Provincia per ricordare l’assassinio del giudice Giovanni Falcone, sul tema “I giorni dell’indignazione” .

L’impegno della Provincia di Napoli sui temi della legalità costituisce una costante dell’azione svolta dal presidente Lamberti e l’adesione della Camera di commercio rappresenta un importante coinvolgimento di un ente tutore degli interessi delle categorie produttive.

Vincenzo Califano ha lavorato alla stesura della Carta per conto del presidente camerale Gaetano Cola nell’ambito del gruppo di lavoro sulla “Legalità economica”.

“La Camera di commercio è protagonista di diversi momenti concertativi e di promozione dello sviluppo locale -ha spiegato Califano- e l’impegno sui temi della legalità economica e finanziaria costituisce un salto di qualità nell’azione dell’ente, fortemente voluto dal presidente Cola per evidenziare il nuovo ruolo che la Camera è chiamata a svolgere nella realtà cittadina e provinciale. Siamo certi che le sinergie attivate con la Provincia, gli enti locali, le autorità di polizia, la prefettura e anche la scuola, oltre che con le associazioni imprenditoriali e di categoria, possono risultare determinanti nel processo di affermazione di quella cultura della legalità che una società sana deve difendere in tutte le sue forme ed espressioni, per salvaguardare interessi generali e particolari. L’elemento forte e caratterizzante della Carta che abbiamo sottoscritto riguarda l’impegno assunto dai contraenti ad adottare un codice di comportamento etico e deontologico nella tutela della legalità. Il che significa rimodulare filosofia e comportamenti a una serie di regole concrete da rispettare allorquando si verificano o si percepiscano episodi di corruzione e infiltrazioni malavitose, ma anche condizionamenti a livello istituzionale e imprenditoriale. L’impegno della Camera è quello di sollecitare e mantenere alto il livello di attenzione su questi temi con azioni specifiche da realizzarsi con le associazioni di cateogoria. L’impegno della Provincia deve essere anche quello di sensibilizzare i Comuni all’adozione di atti deliberativi sui temi della legalità e partecipare ai programmi di controllo del territorio e anche di denuncia alle autorità di fenomeni rilevanti e distorcenti l’economia locale. Nei prossimi giorni insedieremo il comitato tecnico che predisporrà il codice e varerà il programma delle iniziative anche per accedere ai fondi comunitari in materia di sicurezza”.

Per la Cia di Napoli la Carta è stata sottoscritta dal vicepresidente provinciale Gaetano Gargiulo che ha evidenziato lo straordinario impegno che la Confederazione napoletana sta realizzando sui temi della lotta alla criminalità in agricoltura per combattere vecchie e nuove ingerenze nel sistema economico e produttivo locale, circostanza che frena lo sviluppo e mortifica le aziende agricole.

           

 

Al via il progetto della Cia della Toscana 
per la valorizzazione delle produzioni territoriali

Nell’ambito della XII edizione della rassegna “Game fair Italia” la Cia della Toscana ospiterà nel proprio stand espositivo le aziende che hanno aderito al Progetto regionale di promozione territoriale delle produzioni di qualità, del quale abbiamo già dato notizia nelle precedenti agenzie.

Oltre a tutte le proposte ed iniziative per riconoscere e sostenere le produzioni di qualità attraverso interventi specifici, la Cia regionale sta operando per la valorizzazione delle produzioni legate al territorio toscano sia nei confronti del mercato che nei rapporti con i consumatori.

Finalità principali del progetto sono la realizzazione di alcuni percorsi per promuovere imprese, produzioni e territorio facendo sistema e individuando una rete di rapporti tra tutti gli operatori.

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APPUNTAMENTI

Convegno della Cia della Puglia 
sull’emersione in agricoltura

La Cia della Puglia ha organizzato per il prossimo 6 giugno, alle ore 9.30, presso la Camera di commercio di Bari, un convegno sul tema “Emersione in agricoltura: liberiamo lo sviluppo”.

Antonio Barile, presidente regionale, presiederà i lavori. La relazione centrale sarà svolta da Franco Catapano, componente della presidenza regionale.

Seguiranno vari interventi di esponenti delle istituzioni nazionali e locali.

Paolo De Carolis, vicepresidente nazionale della Cia, chiuderà i lavori del convegno.

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DOCUMENTI

Ai lavori ha partecipato il vicepresidente De Carolis

A Roma il Comitato direttivo nazionale dell’Anp-Cia

Si è svolto a Roma, lo scorso 29 maggio, presso la sede nazionale della Confederazione italiana agricoltori, il Comitato direttivo dell’Associazione nazionale pensionati della Cia. Ai lavori, che hanno affrontato il tema “Aumentare i minimi di pensione: le proposte dell’Anp-Cia”, hanno partecipato il vicepresidente nazionale della Cia, Paolo De Carolis, il presidente dell’Associazione, Sandro De Toffol, e il segretario generale, Giachino Silvestro (del quale riportiamo di seguito la relazione). I lavori  del Direttivo sono stati arricchiti da un ampio e articolato dibattito.

Nel suo intervento il vicepresidente della Cia ha fatto un’ampia e articolata disamina dell’attuale situazione politica e socio-economica. In particolare, si è soffermato sui problemi legati agli aspetti sociali e previdenziali, evidenziando le azioni che la Confederazione sta portando avanti per rispondere in maniera efficace alle esigenze dei pensionati e delle fasce più deboli.

Il vicepresidente De Carolis, dopo aver sottolineato le difficoltà nella trattativa tra le parti sociali, soprattutto per quanto riguarda i temi del lavoro, ha annunciato che la prossima festa dei pensionati della Cia si terrà il 26, 27 e 28 settembre all’isola d’Elba in concomitanza con un’iniziativa nazionale promossa dalla Confederazione.


Considerata l’importanza dell’argomento posto all’ordine del giorno, abbiamo ritenuto utile invitare alla seduta del Comitato direttivo i segretari regionali e altri dirigenti territoriali, anche allo scopo di fare un bilancio delle iniziative deliberate nella precedente occasione.

Prima di avventurarmi nella illustrazione delle proposte dell’Associazione per aumentare le pensioni, desidero svolgere una utile quanto necessaria premessa.

Le Leggi finanziarie di quest’ultimo triennio hanno stabilito miglioramenti di carattere assistenziale da erogare sulle pensioni, siano esse previdenziali che sociali, sotto forma di “maggiorazione sociale”.

L’Associazione pensionati-Cia, come si ricorderà, aveva promosso una “petizione popolare” indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri  con la quale chiedeva al Governo di esaminare, con attenzione e disponibilità, di elevare in modo congruo l’importo dei minimi di pensione. Tra le motivazioni che giustificavano e sostenevano la nostra iniziativa ve ne erano alcune che desidero ricordare:

1) l’inadeguatezza dell’importo della pensione integrata al minimo rispetto al soddisfacimento dei bisogni dell’anziano e al costo medio della vita, quindi, la difficoltà di vivere una vecchiaia serena e dignitosa;

2) i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dall’Istat sui consumi delle famiglie dalla quale risultava che la cifra entro cui definire la “povertà relativa” era superiore all’importo del trattamento minimo;

3) l’importo dell’assegno sociale che, per effetto dei miglioramenti introdotti dalla Legge finanziaria del tempo, ne riduceva la differenza con la pensione previdenziale, cioè di quella prestazione calcolata in riferimento all’anzianità lavorativa e, quindi, contributiva.

Quest’ultima motivazione oggi diventa di grande rilevanza in quanto i provvedimenti adottati con la Legge finanziaria per l’anno 2002 in materia di aumento delle pensioni, di fatto, hanno annullato ogni differenza esistente tra gli importi pensionistici, e non hanno prodotto le necessarie distinzioni tra le due categorie di pensioni e di pensionati. Inoltre, la prevista riduzione da 70 a 65 anni dell’età anagrafica per beneficiare della maggiorazione sociale è insufficiente a conferire valore all’anzianità lavorativa dei coltivatori.

Tale situazione ha procurato il paradosso secondo il quale chi non ha versato contributi percepirà l’importo mensile di 516 euro (il famoso milione); viceversa, chi ha lavorato e versato contributi, peraltro stabiliti dalle leggi, a causa dei criteri limitativi introdotti dalla Legge finanziaria, continuerà a percepire un importo pensionistico integrato al trattamento minimo di 392,69 euro. A parere della Associazione pensionati ciò lede i principi di equità e di giustizia sociale.

In conseguenza della riscontrata disparità di trattamento il Comitato direttivo nella precedente seduta nel confermare l’attualità della “petizione” aveva dichiarato lo stato di mobilitazione della categoria; mobilitazione da attuare attraverso assemblee territoriali  alle quali invitare i pensionati e i parlamentari dei rispettivi collegi. Nelle intenzioni del Comitato direttivo le assemblee avevano il duplice obiettivo di informare correttamente la categoria sui contenuti della Legge finanziaria, sulle nostre valutazioni e proposte, e, nel merito, sensibilizzare il legislatore. Devo, però, informare il Direttivo che quelle iniziative, con le dovute eccezioni, non hanno trovato l’attenzione che meritavano.

Con senso di responsabilità avevamo valutato positivamente lo stanziamento di 4.200 miliardi impegnati per migliorare le pensioni ai soggetti deboli, ma ne abbiamo criticato i requisiti richiesti in quanto riducevano il numero dei potenziali beneficiari. Uno di questi requisiti era il limite di reddito che in caso di cumulo tra coniugi non consente ad entrambi i pensionati di percepire la maggiorazione.

Senza sminuire la portata dei provvedimenti economici di carattere assistenziale a favore di determinate categorie, dobbiamo rilevare che la somma dei 4.200 miliardi, di fatto, in gran parte (circa 2.530 miliardi) veniva utilizzata per finanziare l’aumento a favore delle pensioni assistenziali (pensione-assegno sociale, invalidi civili, ciechi civili e sordomuti), destinando la parte residua (circa 1.670 miliardi) al finanziamento delle maggiorazioni sociali sulle pensioni previdenziali.

In occasioni degli incontri con i pensionati che abbiamo avuto in questi mesi di intensa attività forte è stata la loro critica, e venivamo sollecitati a intervenire nei confronti del Governo e del Parlamento per modificare l’attuale normativa anche allo scopo di evitare tra i futuri pensionati il convincimento della inutilità del versamento dei contributi previdenziali, e per dare soluzione positiva al problema dell’adeguamento delle pensioni integrate al minimo.

Ci siamo interrogati in merito alla soluzione da individuare, che fosse in grado di ottenere il consenso ed il sostegno della categoria, e della Confederazione; di conseguenza, adottare ogni utile iniziativa sindacale necessaria per sostenerla.

Le questioni che attirano l’attenzione e l’interesse dei pensionati, che hanno formato e formano oggetto delle nostre valutazioni e rivendicazioni in materia di pensioni, sanità, trattamento economico per carichi di famiglia, saranno contenute in un documento più complessivo che la Confederazione sta preparando in vista degli incontri con il Governo. Di seguito le indico sommariamente: 1) elevare il limite di reddito familiare nella misura del doppio di quello richiesto per il singolo, cioè a 13.427,88 euro; 2) l’unificazione dei diversi requisiti di reddito, distinguendo tra prestazioni previdenziali e assistenziali; 3) l’estensione ai pensionati del lavoro autonomo dell’assegno per il nucleo familiare, a parità di condizioni previste per i lavoratori dipendenti; 4) l’esclusione del reddito della casa di abitazione da qualsiasi prestazione.

Ritornando alla nostra proposta. E’ nell’ottica della valorizzazione degli anni di lavoro che chiediamo al Governo impegnato nella predisposizione del Documento di programmazione economica e finanziaria e, successivamente, del disegno di legge finanziaria per il prossimo anno di dare positiva soluzione al problema di un equo incremento delle pensioni integrate al trattamento minimo. Ma lo chiediamo anche ai Gruppi parlamentari che saranno impegnati nell’esame dei predetti documenti.

Per raggiungere tale importante obiettivo, diverse sono state le ipotesi oggetto di approfondimento, di verifica, di fattibilità. Una delle soluzioni individuate  è quella di chiedere per i pensionati agricoltori l’estensione di miglioramenti economici a suo tempo adottati a favore dei pensionati ex lavoratori dipendenti del settore privato con le Leggi n.140/85 e n.544/88.  Risulta evidente che, anche in considerazione della loro adesione alla nostra Associazione, i miglioramenti proposti riguardano i pensionati di altre categorie del lavoro autonomo che si trovano nelle medesime condizioni.

Le predette Leggi contengono norme in materia di pensioni integrate al trattamento minimo liquidate con una contribuzione superiore a n. 780 settimane (pari a 15 anni), e ne limitano il campo di applicazione ai pensionati del lavoro dipendente privato. I provvedimenti venivano motivati dalla considerazione che tali ex lavoratori, pur in presenza di un congruo numero di contributi, non riuscivano a superare l’importo del trattamento minimo. Con la rivalutazione di £ 2.000 per ogni anno di contribuzione prevista dalla Legge n.140/85 per le pensioni con decorrenza anteriore al 1 gennaio 1984, e di £ 2.500 prevista  dalla Legge n.544/88 per quelle con decorrenza dal 1.1.1984 al 31.12.1989, parametrate al numero di anni di contributi superiori a 780 settimane, il legislatore risolveva la questione.

Tale situazione si è registrata anche per i pensionati coltivatori diretti, e delle altre categorie del lavoro autonomo. Come è noto, pur avendo versato contributi per la pensione di vecchiaia per un periodo superiore ai 15 anni (aumentati gradualmente a 20 anni dal 2001), la loro pensione è rimasta sempre integrata al trattamento minimo. Inoltre, nonostante la Legge n.233/1990 di “Riforma del sistema pensionistico dei lavoratori autonomi” abbia modificato i criteri di contribuzione e di calcolo delle pensioni, nel caso delle donne coltivatrici collocate nella 1° fascia, anche con 40 anni di contributi la pensione resta al trattamento minimo.

Come già detto in altra parte della relazione, la nostra proposta tende a valorizzare l’anzianità lavorativa. Essa dovrebbe essere limitata alle pensioni di vecchiaia e assimilate, cioè a favore dei pensionati con età superiore a 65 anni, se uomo, e a 60 anni, se donna.

Applicando alla lettera le predette normative:

1) l’incremento per ogni anno di contribuzione oggi sarebbe pari a euro 2,01 (3.900 delle vecchie lire), pari a 0,39 euro a settimana (£ 75) equivalente cioè al prodotto tra le lire 2.500 del 1989 moltiplicato per 1,5634 che è la variazione dell’indice di caro vita nel periodo 1989-2001. (Esempio: se applicassimo la predetta rivalutazione di euro 2,01 (lire 3.900) ad una pensione liquidata con una anzianità contributiva di 35 anni, l’incremento mensile sarebbe di euro 70.35 (136.216 delle vecchie lire);

2) l’aumento  sarà applicato per ogni anno di contribuzione effettiva, figurativa, e da riscatto;

3) gli oneri derivanti dalla applicazione della presente proposta posti a carico della Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle Gestioni previdenziali, di cui all’art.37 della legge 9 marzo 1989, n.88.

Siamo coscienti delle difficoltà che incontreremo. Saremo impegnati in un serrato confronto con il Governo ed i Gruppi parlamentari, di maggioranza e opposizione, per far comprendere che non si possono penalizzare coloro che hanno lavorato tanti anni e versato i contributi.

Nel corso degli incontri probabilmente ci verranno avanzate proposte alternative; come pure, dovremo dare risposta a tutta una serie di questioni che sono strettamente collegati alla nostra proposta, quali, ad esempio:

1) decorrenza dell’incremento;

2) incremento minimo e massimo che può derivare dalla riliquidazione;

3) ricalcolare anche le pensioni di reversibilità;

4) misura della rivalutazione da prendere a riferimento per calcolare l’incremento;

5) quali pensioni considerare a seguito della Legge n.233/90 che ha riformato il sistema di contribuzione e di calcolo della pensione dei coltivatori;

6) modalità di attribuzione degli aumenti;

7) copertura finanziaria del provvedimento.

Sono questioni, queste, che esamineremo con attenzione quando si presenterà il momento. Pertanto chiediamo al Direttivo di conferire mandato al Presidente e al Segretario Generale per avviare gli incontri e adottare, unitamente alla Confederazione, le iniziative più opportune.

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