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Il
4 giugno a Palazzo Chigi La
Confederazione italiana agricoltori parteciperà martedì prossimo 4
giugno a Palazzo Chigi, alle ore 17.30, al tavolo agroalimentare.
All’ordine del giorno -come riferisce una nota di Palazzo Chigi- ci
saranno le linee guida del Documento di programmazione economica e
finanziaria (Dpef), la discussione del documento Ogm, la riforma della
Politica agricola comune e la verifica degli impegni assunti nella
riunione del 15 novembre 2001. La
Cia partecipa all’audizione Presso
la commissione Agricoltura della Camera si è svolta ieri l’audizione
delle Organizzazioni professionali agricole sul testo del D.d.l. già
approvato dal Senato, in materia di deroghe regionali al divieto di
prelievo venatorio. Per la Cia ha partecipato Andrea Negri, membro della
Direzione nazionale. La
vicenda si trascina da 10 anni, dall’approvazione cioè della legge
157/92 sulla caccia che, nel recepire la direttiva comunitaria 79/409, non
ha menzionato specificamente la disciplina relativa all’esercizio della
facoltà di deroga a particolari condizioni e per un elenco circostanziato
di specie, al divieto di prelievo venatorio. Questa situazione ha finora
causato ingenti danni all'agricoltura per il proliferare di specie,
soprattutto passeri e storni, che a differenza di altri Paesi (Francia,
Spagna, Portogallo, Grecia e Malta), in Italia non sono cacciabili.
Secondo studi autorevoli, questa specie (ma anche i corvidi, i cormorani
ed altre) non solo non sono in via di estinzione, ma hanno raggiunto una
consistenza numerica tale da costituire minaccia nei centri abitati, e da
provocare ogni anno centinaia di miliardi di danni alle colture agrarie. La
Cia ha denunciato da tempo la gravità della situazione e l’assenza di
qualsiasi mezzo legale per contenerla evidenziando altresì la necessità
di intervenire per limitare i danni anche di quelle specie “nocive”,
ma non cacciabili e non protette quali, ad esempio, le nutrie che pure
risultano in forte accrescimento causando danni soprattutto nel delta del
Po. Alcune
Regioni, negli anni scorsi, hanno legiferato dichiarando cacciabili queste
specie perniciose per le colture agrarie, ma hanno subìto la censura dei
governi dell'epoca, nonché i rilievi di costituzionalità di alcuni
tribunali amministrativi fino a subire una pronuncia della Corte
Costituzionale. La Corte Costituzionale, infatti, ha annullato il decreto
del presidente del Consiglio dei Ministri che aveva autorizzato le Regioni
ad esercitare le deroghe così come previsto nella direttiva Comunitaria,
sottolineando la necessità di una specifica normativa nazionale di
recepimento che traduca in legge “i criteri in base ai quali gli Stati
membri possono derogare ai divieti sanciti dalla direttiva Ue 409/79”.
Occorreva cioè un recepimento legislativo esplicito che tenesse conto del
riparto di competenze sancito dalla Costituzione. In conseguenza di ciò,
la Cia giudica legittimo, necessario
ed urgente l’intervento legislativo in discussione in Commissione
Agricoltura della Camera che tende a risolvere definitivamente la
questione con l'attribuzione alle Regioni del potere di deroga in
relazione alle norme comunitarie, con misure che comportino un riferimento
circostanziato alle condizioni previste dalle norme stesse che autorizzino
un prelievo, seppure limitato e non generalizzato, nei territori
interessati. Tale
soluzione non stabilisce, infatti, una deroga generale e permanente ai
divieti di caccia previsti dalla citata direttiva Ue, ma costituisce
comunque una prima concreta risposta ai danni subiti dagli agricoltori.
Per arrivare ad una soluzione generalizzata del problema posto
all'agricoltura dal proliferare incontrollato di determinate specie
occorre che, contestualmente, il Governo italiano avvii le procedure nei
confronti della Commissione Ue per variare l'elenco delle specie
cacciabili, così come previsto nella legge 157. La
Cia, perciò, auspica che l'iter parlamentare del provvedimento possa
concludersi rapidamente alla Camera con l’approvazione definitiva della
legge nel testo già licenziato dal Senato. Rilanciata
l’attività di Unavini Per
volontà di sette organizzazioni di produttori del settore vitivinicolo,
operanti con migliaia di soci in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna,
Toscana, Marche e Puglia, è stata rilanciata l’attività di Unavini
(Unione nazionale fra associazioni di produttori vitivinicoli). La
ripresa operativa si è subito caratterizzata con un programma di attività
aperto a nuove adesioni e con la predisposizione di un progetto volto
all’informazione e alla promozione, in base al regolamento Ce n°
94/2002, attualmente all’esame di Bruxelles. Unavini
ha anche rinnovato gli organismi: presidente è stato nominato Gianluigi
Biestro, della “Vignaioli piemontesi”, vicepresidente Roberto Bruchi,
della Toscana “Aprovito”. La Cia, dal canto suo, ha indicato il commercialista Gabriele Penitenti quale presidente dei revisori dei conti.
Toscana:
Cia, Coldiretti e Confagricoltura Le
organizzazioni professionali agricole della Toscana, Cia, Coldiretti e
Confagricoltura, hanno diffuso un comunicato congiunto preoccupate per il
misterioso silenzio che circonda l’operazione di cessione dello
stabilimento della Centrale del latte di Firenze. Per
questo sono scese in campo per rilanciare le loro proposte, un pacchetto
di richieste peraltro già ribadite all’assessore comunale Tani e
ampiamente condivise sia dai cittadini fiorentini che da tutto il mondo
della produzione. “Non
siamo contrari alla privatizzazione -si legge nel comunicato delle tre
organizzazioni agricole- ma siamo per una privatizzazione intelligente che
aiuti a conservare e valorizzare il legame tra l’azienda e il territorio
che la ospita. L’unico strumento per tenere ancorati la Centrale, con i
suoi 100 milioni di euro di fatturato, 218 dipendenti, 100 milioni di
litri di latte venduti ogni anno, alla città di Firenze e alla Toscana è
necessario prevedere la possibilità di una quota di azionariato
diffuso”. Le
organizzazioni agricole chiedono che una fetta delle quote in vendita sia
messa a disposizione, in modo regolamentato, di diversi soggetti,
cittadini, produttori, semplici fan della qualità, disposti ad investire
i loro risparmi per conquistare una partecipazione attiva all’interno di
un marchio ormai familiare, noto e apprezzato.
Per fare ciò basterebbe riservare loro una piccola percentuale del
capitale privatizzato. Dopo
avere appreso da una pubblicazione specializzata che c’erano soggetti
interessati all’acquisto, oggi le organizzazioni vengono a sapere di
essere ormai alla manche finale. Tutto ciò senza che le autorità comunali
competenti abbiano offerto valide garanzie sulle questioni già sollevate
dalle stesse organizzazioni dei produttori. La
Cia della Puglia La
Cia della Puglia, già nella fase di discussione del Por 2000/2006, aveva
denunciato l’insufficienza dei fondi stanziati per il premio di
insediamento ai giovani imprenditori. L’importo, per tutto il periodo
del Por, è di circa 80 miliardi di lire, ovvero 41 milioni di euro,
sufficienti a finanziare solo 1600 nuovi imprenditori. In
questa prima annualità, le domande presentate alla Regione Puglia da
parte di giovani, nel biennio 2000/2001, sono state ben 5700, mentre i
fondi a disposizione permettono di finanziarne solo 600. In
che modo la Regione sostiene i giovani che vogliono fare impresa in
agricoltura? E agli altri 5000 giovani che risposta diamo? Tali
domande, secondo la Cia regionale, sono spontanee stante
l’incompatibilità tra quanto dichiarato nel complemento di programma e
quanto riportato nella “comunicazione d’avvenuto insediamento” che i
giovani devono presentare entro il prossimo 15 giugno. La
Cia della Puglia ripropone, pertanto, le proprie preoccupazioni, più
volte affermate, relative all’inapplicabilità delle procedure messe in
atto dall’assessorato regionale dell’Agricoltura.
Nello
specifico si pretende, infatti, che il giovane già in questa prima fase
dimostri l’avvenuta iscrizione (Iva, Camera di commercio e Inps) mentre
nel bando e complemento di programma il giovane aveva facoltà di
insediarsi nel biennio successivo al decreto di approvazione della
domanda. Le
stesse modalità di trasmissione del piano di miglioramento aziendale,
secondo la Cia, sono gravose e contraddittorie. Un sistema che prevede
l’utilizzo di software on-line sicuramente non agevola il lavoro dei
tecnici, che in alcuni casi rifiutano persino di fornire l’assistenza ai
giovani aspiranti imprenditori. La
Cia, inoltre, ritiene auspicabile una proroga della scadenza, fissata per
il 15 giugno, visto che non sussiste nessuna correlazione tra la richiesta
di premio di primo insediamento e la presentazione del piano di
miglioramento aziendale. Infine,
la Cia della Puglia chiede all’assessore Marmo di adoperarsi affinché
le misure legate ai Por rappresentino realmente un volano di sviluppo
dell’intero settore e non un’ulteriore perdita di attendibilità nei
confronti degli agricoltori, in particolare dei giovani. Cia
di Napoli: firmata la Carta L’Amministrazione
provinciale e la Camera di commercio di Napoli hanno sottoscritto, a Santa
Maria La Nova, la “Carta degli intenti sulla legalità economica e
finanziaria” insieme ai rappresentanti delle maggiori associazioni di
categoria e imprenditoriali dell’area napoletana. Amato
Lamberti, presidente della provincia di Napoli, e Vincenzo Califano,
componente della giunta della Camera di commercio e presidente provinciale
della Cia di NApoli, hanno firmato il documento che impegna i due enti,
insieme alle categorie economiche e produttive napoletane, a promuovere
una serie di iniziative congiunte per combattere la criminalità in tutte
le diverse forme che frenano lo sviluppo e gli investimenti nell’area
partenopea, condizionandone e ritardandone il progresso socio-economico. L’iniziativa
è giunta al termine di una serie di manifestazioni organizzate dalla
stessa Provincia per ricordare l’assassinio del giudice Giovanni
Falcone, sul tema “I giorni dell’indignazione” . L’impegno
della Provincia di Napoli sui temi della legalità costituisce una
costante dell’azione svolta dal presidente Lamberti e l’adesione della
Camera di commercio rappresenta un importante coinvolgimento di un ente
tutore degli interessi delle categorie produttive. Vincenzo
Califano ha lavorato alla stesura della Carta per conto del presidente
camerale Gaetano Cola nell’ambito del gruppo di lavoro sulla “Legalità
economica”. “La
Camera di commercio è protagonista di diversi momenti concertativi e di
promozione dello sviluppo locale -ha spiegato Califano- e l’impegno sui
temi della legalità economica e finanziaria costituisce un salto di
qualità nell’azione dell’ente, fortemente voluto dal presidente Cola
per evidenziare il nuovo ruolo che la Camera è chiamata a svolgere nella
realtà cittadina e provinciale. Siamo certi che le sinergie attivate con
la Provincia, gli enti locali, le autorità di polizia, la prefettura e
anche la scuola, oltre che con le associazioni imprenditoriali e di
categoria, possono risultare determinanti nel processo di affermazione di
quella cultura della legalità che una società sana deve difendere in
tutte le sue forme ed espressioni, per salvaguardare interessi generali e
particolari. L’elemento forte e caratterizzante della Carta che abbiamo
sottoscritto riguarda l’impegno assunto dai contraenti ad adottare un
codice di comportamento etico e deontologico nella tutela della legalità.
Il che significa rimodulare filosofia e comportamenti a una serie di
regole concrete da rispettare allorquando si verificano o si percepiscano
episodi di corruzione e infiltrazioni malavitose, ma anche condizionamenti
a livello istituzionale e imprenditoriale. L’impegno della Camera è
quello di sollecitare e mantenere alto il livello di attenzione su questi
temi con azioni specifiche da realizzarsi con le associazioni di
cateogoria. L’impegno della Provincia deve essere anche quello di
sensibilizzare i Comuni all’adozione di atti deliberativi sui temi della
legalità e partecipare ai programmi di controllo del territorio e anche
di denuncia alle autorità di fenomeni rilevanti e distorcenti
l’economia locale. Nei prossimi giorni insedieremo il comitato tecnico
che predisporrà il codice e varerà il programma delle iniziative anche
per accedere ai fondi comunitari in materia di sicurezza”. Per la Cia
di Napoli la Carta è stata sottoscritta dal vicepresidente provinciale
Gaetano Gargiulo che ha evidenziato lo straordinario impegno che la
Confederazione napoletana sta realizzando sui temi della lotta alla
criminalità in agricoltura per combattere vecchie e nuove ingerenze nel
sistema economico e produttivo locale, circostanza che frena lo sviluppo e
mortifica le aziende agricole.
Al
via il progetto della Cia Nell’ambito
della XII edizione della rassegna “Game fair Italia” la Cia della
Toscana ospiterà nel proprio stand espositivo le aziende che hanno
aderito al Progetto regionale di promozione territoriale delle produzioni
di qualità, del quale abbiamo già dato notizia nelle precedenti agenzie. Oltre
a tutte le proposte ed iniziative per riconoscere e sostenere le
produzioni di qualità attraverso interventi specifici, la Cia regionale
sta operando per la valorizzazione delle produzioni legate al territorio
toscano sia nei confronti del mercato che nei rapporti con i consumatori. Finalità principali del progetto sono la realizzazione di alcuni percorsi per promuovere imprese, produzioni e territorio facendo sistema e individuando una rete di rapporti tra tutti gli operatori.
Convegno
della Cia della Puglia La
Cia della Puglia ha organizzato per il prossimo 6 giugno, alle ore 9.30,
presso la Camera di commercio di Bari, un convegno sul tema “Emersione
in agricoltura: liberiamo lo sviluppo”. Antonio
Barile, presidente regionale, presiederà i lavori. La relazione centrale
sarà svolta da Franco Catapano, componente della presidenza regionale. Seguiranno
vari interventi di esponenti delle istituzioni nazionali e locali. Paolo De Carolis, vicepresidente nazionale della Cia, chiuderà i lavori del convegno.
Ai
lavori ha partecipato A
Roma il Comitato direttivo Si
è svolto a Roma, lo scorso 29 maggio, presso la sede nazionale della
Confederazione italiana agricoltori, il Comitato direttivo
dell’Associazione nazionale pensionati della Cia. Ai lavori, che hanno
affrontato il tema “Aumentare i minimi di pensione: le proposte dell’Anp-Cia”,
hanno partecipato il vicepresidente nazionale della Cia, Paolo De Carolis,
il presidente dell’Associazione, Sandro De Toffol, e il segretario
generale, Giachino Silvestro (del quale riportiamo di seguito la
relazione). I lavori del
Direttivo sono stati arricchiti da un ampio e articolato dibattito. Nel
suo intervento il vicepresidente della Cia ha fatto un’ampia e
articolata disamina dell’attuale situazione politica e socio-economica.
In particolare, si è soffermato sui problemi legati agli aspetti sociali
e previdenziali, evidenziando le azioni che la Confederazione sta portando
avanti per rispondere in maniera efficace alle esigenze dei pensionati e
delle fasce più deboli. Il
vicepresidente De Carolis, dopo aver sottolineato le difficoltà nella
trattativa tra le parti sociali, soprattutto per quanto riguarda i temi
del lavoro, ha annunciato che la prossima festa dei pensionati della Cia
si terrà il 26, 27 e 28 settembre all’isola d’Elba in concomitanza
con un’iniziativa nazionale promossa dalla Confederazione.
Prima
di avventurarmi nella illustrazione delle proposte dell’Associazione per
aumentare le pensioni, desidero svolgere una utile quanto necessaria
premessa. Le
Leggi finanziarie di quest’ultimo triennio hanno stabilito miglioramenti
di carattere assistenziale da erogare sulle pensioni, siano esse
previdenziali che sociali, sotto forma di “maggiorazione sociale”. L’Associazione
pensionati-Cia, come si ricorderà, aveva promosso una “petizione
popolare” indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri con la quale chiedeva al Governo di esaminare, con attenzione
e disponibilità, di elevare in modo congruo l’importo dei minimi di
pensione. Tra le motivazioni che giustificavano e sostenevano la nostra
iniziativa ve ne erano alcune che desidero ricordare: 1)
l’inadeguatezza dell’importo della pensione integrata al minimo
rispetto al soddisfacimento dei bisogni dell’anziano e al costo medio
della vita, quindi, la difficoltà di vivere una vecchiaia serena e
dignitosa; 2)
i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dall’Istat sui consumi
delle famiglie dalla quale risultava che la cifra entro cui definire la
“povertà relativa” era superiore all’importo del trattamento
minimo; 3)
l’importo dell’assegno sociale che, per effetto dei miglioramenti
introdotti dalla Legge finanziaria del tempo, ne riduceva la differenza
con la pensione previdenziale, cioè di quella prestazione calcolata in
riferimento all’anzianità lavorativa e, quindi, contributiva. Quest’ultima
motivazione oggi diventa di grande rilevanza in quanto i provvedimenti
adottati con la Legge finanziaria per l’anno 2002 in materia di aumento
delle pensioni, di fatto, hanno annullato ogni differenza esistente tra
gli importi pensionistici, e non hanno prodotto le necessarie distinzioni
tra le due categorie di pensioni e di pensionati. Inoltre, la prevista
riduzione da 70 a 65 anni dell’età anagrafica per beneficiare della
maggiorazione sociale è insufficiente a conferire valore all’anzianità
lavorativa dei coltivatori. Tale
situazione ha procurato il paradosso secondo il quale chi non ha versato
contributi percepirà l’importo mensile di 516 euro (il famoso milione);
viceversa, chi ha lavorato e versato contributi, peraltro stabiliti dalle
leggi, a causa dei criteri limitativi introdotti dalla Legge finanziaria,
continuerà a percepire un importo pensionistico integrato al trattamento
minimo di 392,69 euro. A parere della Associazione pensionati ciò lede i
principi di equità e di giustizia sociale. In
conseguenza della riscontrata disparità di trattamento il Comitato
direttivo nella precedente seduta nel confermare l’attualità della
“petizione” aveva dichiarato lo stato di mobilitazione della
categoria; mobilitazione da attuare attraverso assemblee territoriali
alle quali invitare i pensionati e i parlamentari dei rispettivi
collegi. Nelle intenzioni del Comitato direttivo le assemblee avevano il
duplice obiettivo di informare correttamente la categoria sui contenuti
della Legge finanziaria, sulle nostre valutazioni e proposte, e, nel
merito, sensibilizzare il legislatore. Devo, però, informare il Direttivo
che quelle iniziative, con le dovute eccezioni, non hanno trovato
l’attenzione che meritavano. Con
senso di responsabilità avevamo valutato positivamente lo stanziamento di
4.200 miliardi impegnati per migliorare le pensioni ai soggetti deboli, ma
ne abbiamo criticato i requisiti richiesti in quanto riducevano il numero
dei potenziali beneficiari. Uno di questi requisiti era il limite di
reddito che in caso di cumulo tra coniugi non consente ad entrambi i
pensionati di percepire la maggiorazione. Senza
sminuire la portata dei provvedimenti economici di carattere assistenziale
a favore di determinate categorie, dobbiamo rilevare che la somma dei
4.200 miliardi, di fatto, in gran parte (circa 2.530 miliardi) veniva
utilizzata per finanziare l’aumento a favore delle pensioni
assistenziali (pensione-assegno sociale, invalidi civili, ciechi civili e
sordomuti), destinando la parte residua (circa 1.670 miliardi) al
finanziamento delle maggiorazioni sociali sulle pensioni previdenziali. In
occasioni degli incontri con i pensionati che abbiamo avuto in questi mesi
di intensa attività forte è stata la loro critica, e venivamo
sollecitati a intervenire nei confronti del Governo e del Parlamento per
modificare l’attuale normativa anche allo scopo di evitare tra i futuri
pensionati il convincimento della inutilità del versamento dei contributi
previdenziali, e per dare soluzione positiva al problema
dell’adeguamento delle pensioni integrate al minimo. Ci
siamo interrogati in merito alla soluzione da individuare, che fosse in
grado di ottenere il consenso ed il sostegno della categoria, e della
Confederazione; di conseguenza, adottare ogni utile iniziativa sindacale
necessaria per sostenerla. Le
questioni che attirano l’attenzione e l’interesse dei pensionati, che
hanno formato e formano oggetto delle nostre valutazioni e rivendicazioni
in materia di pensioni, sanità, trattamento economico per carichi di
famiglia, saranno contenute in un documento più complessivo che la
Confederazione sta preparando in vista degli incontri con il Governo. Di
seguito le indico sommariamente: 1) elevare il limite di reddito familiare
nella misura del doppio di quello richiesto per il singolo, cioè a
13.427,88 euro; 2) l’unificazione dei diversi requisiti di reddito,
distinguendo tra prestazioni previdenziali e assistenziali; 3)
l’estensione ai pensionati del lavoro autonomo dell’assegno per il
nucleo familiare, a parità di condizioni previste per i lavoratori
dipendenti; 4) l’esclusione del reddito della casa di abitazione da
qualsiasi prestazione. Ritornando
alla nostra proposta. E’ nell’ottica della valorizzazione degli anni
di lavoro che chiediamo al Governo impegnato nella predisposizione del
Documento di programmazione economica e finanziaria e, successivamente,
del disegno di legge finanziaria per il prossimo anno di dare positiva
soluzione al problema di un equo incremento delle pensioni integrate al
trattamento minimo. Ma lo chiediamo anche ai Gruppi parlamentari che
saranno impegnati nell’esame dei predetti documenti. Per
raggiungere tale importante obiettivo, diverse sono state le ipotesi
oggetto di approfondimento, di verifica, di fattibilità. Una delle
soluzioni individuate è
quella di chiedere per i pensionati agricoltori l’estensione di
miglioramenti economici a suo tempo adottati a favore dei pensionati ex
lavoratori dipendenti del settore privato con le Leggi n.140/85 e
n.544/88. Risulta evidente
che, anche in considerazione della loro adesione alla nostra Associazione,
i miglioramenti proposti riguardano i pensionati di altre categorie del
lavoro autonomo che si trovano nelle medesime condizioni. Le
predette Leggi contengono norme in materia di pensioni integrate al
trattamento minimo liquidate con una contribuzione superiore a n. 780
settimane (pari a 15 anni), e ne limitano il campo di applicazione ai
pensionati del lavoro dipendente privato. I provvedimenti venivano
motivati dalla considerazione che tali ex lavoratori, pur in presenza di
un congruo numero di contributi, non riuscivano a superare l’importo del
trattamento minimo. Con la rivalutazione di £ 2.000 per ogni anno di
contribuzione prevista dalla Legge n.140/85 per le pensioni con decorrenza
anteriore al 1 gennaio 1984, e di £ 2.500 prevista
dalla Legge n.544/88 per quelle con decorrenza dal 1.1.1984 al
31.12.1989, parametrate al numero di anni di contributi superiori a 780
settimane, il legislatore risolveva la questione. Tale
situazione si è registrata anche per i pensionati coltivatori diretti, e
delle altre categorie del lavoro autonomo. Come è noto, pur avendo
versato contributi per la pensione di vecchiaia per un periodo superiore
ai 15 anni (aumentati gradualmente a 20 anni dal 2001), la loro pensione
è rimasta sempre integrata al trattamento minimo. Inoltre, nonostante la
Legge n.233/1990 di “Riforma del sistema pensionistico dei lavoratori
autonomi” abbia modificato i criteri di contribuzione e di calcolo delle
pensioni, nel caso delle donne coltivatrici collocate nella 1° fascia,
anche con 40 anni di contributi la pensione resta al trattamento minimo. Come
già detto in altra parte della relazione, la nostra proposta tende a
valorizzare l’anzianità lavorativa. Essa dovrebbe essere limitata alle
pensioni di vecchiaia e assimilate, cioè a favore dei pensionati con età
superiore a 65 anni, se uomo, e a 60 anni, se donna. Applicando
alla lettera le predette normative: 1)
l’incremento per ogni anno di contribuzione oggi sarebbe pari a euro
2,01 (3.900 delle vecchie lire), pari a 0,39 euro a settimana (£ 75)
equivalente cioè al prodotto tra le lire 2.500 del 1989 moltiplicato per
1,5634 che è la variazione dell’indice di caro vita nel periodo
1989-2001. (Esempio: se applicassimo la predetta rivalutazione di euro
2,01 (lire 3.900) ad una pensione liquidata con una anzianità
contributiva di 35 anni, l’incremento mensile sarebbe di euro 70.35
(136.216 delle vecchie lire); 2)
l’aumento sarà applicato
per ogni anno di contribuzione effettiva, figurativa, e da riscatto; 3)
gli oneri derivanti dalla applicazione della presente proposta posti a
carico della Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle
Gestioni previdenziali, di cui all’art.37 della legge 9 marzo 1989,
n.88. Siamo
coscienti delle difficoltà che incontreremo. Saremo impegnati in un
serrato confronto con il Governo ed i Gruppi parlamentari, di maggioranza
e opposizione, per far comprendere che non si possono penalizzare coloro
che hanno lavorato tanti anni e versato i contributi. Nel
corso degli incontri probabilmente ci verranno avanzate proposte
alternative; come pure, dovremo dare risposta a tutta una serie di
questioni che sono strettamente collegati alla nostra proposta, quali, ad
esempio: 1)
decorrenza dell’incremento; 2)
incremento minimo e massimo che può derivare dalla riliquidazione; 3)
ricalcolare anche le pensioni di reversibilità; 4)
misura della rivalutazione da prendere a riferimento per calcolare
l’incremento; 5)
quali pensioni considerare a seguito della Legge n.233/90 che ha riformato
il sistema di contribuzione e di calcolo della pensione dei coltivatori; 6)
modalità di attribuzione degli aumenti; 7)
copertura finanziaria del provvedimento. Sono questioni, queste, che esamineremo con attenzione quando si presenterà il momento. Pertanto chiediamo al Direttivo di conferire mandato al Presidente e al Segretario Generale per avviare gli incontri e adottare, unitamente alla Confederazione, le iniziative più opportune. | |
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