2 maggio 2002


sommario

 

DAL TERRITORIO

•    La riunione della Direzione della Cia del Veneto
•    A Catanzaro la seconda giornata di “Scuola in fattoria”

 

APPUNTAMENTI

•    La Cia di Viterbo partecipa alla manifestazione “San Pellegrino in Fiore”
•    Cia della Basilicata: conferenza stampa di presentazione della “Guida all’agriturismo in Italia 2002”
•    Convocata la Direzione dell’Agia della Campania
•    La Cia partecipa alla multiconferenza transcontinentale sulla montagna

DOCUMENTI

•    Il convegno della Cia su “Le montagne dell’Appennino centrale: da espressione geografica a sistema per lo sviluppo”


 

DAL TERRITORIO

La riunione della Direzione della Cia del Veneto

La Direzione regionale della Cia del Veneto ha fatto il punto, nel corso di una riunione, sulla situazione relativamente ai temi generali su cui è mobilitata la Confederazione e ne ha tratto spunto per definire una serie di iniziative da intraprendere nei prossimi mesi.

Il presidente regionale Mino Rizzioli ha evidenziato, anche alla luce degli impegni presi dal governo regionale, una serie di problemi relativi al settore agro-industriale, al Piano di sviluppo rurale e al territorio.

Rizzioli ha, inoltre, ricordato la nuova opportunità per l’agricoltura di giocare una carta importante circa il nuovo Piano di sviluppo del Veneto e quello delle infrastrutture. La disponibilità degli assessorati al territorio, ai lavori pubblici, ai trasporti, all’ambiente di costruire un tavolo di concertazione con l’agricoltura segna un salto di qualità importante per il ruolo dell’intero comparto.

Il dibattito della Direzione ha evidenziato, tra le altre cose, la necessità di tenere alto il confronto sindacale e i rapporti unitari per cogliere ogni possibilità che sia in grado di favorire lo sviluppo delle imprese e del settore.

All’unanimità la Cia del Veneto ha, inoltre, deciso di mobilitarsi con riunioni di studio, iniziative sindacali e confronti istituzionali su grandi argomenti come la Pac, il Piano di sviluppo rurale, i Consorzi di bonifica, la legge urbanistica, il florovivaismo, il settore lattiero-caseario.

Sul piano interno è stato confermato l’avvio del Caa-Cia Veneto e la convocazione, per il prossimo 14 giugno, del seminario regionale sulla presenza ed il ruolo della Cia nel settore economico, produttivo e associativo.

 

 

A Catanzaro la seconda giornata
di “Scuola in fattoria”

Si è svolta presso l’azienda agrituristica “Fra Tas” di Briatico, in provincia di Catanzaro, la seconda giornata della “Scuola in fattoria”, con la presenza di Pina Eramo, responsabile nazionale Cia del progetto “Scuola in fattoria”, Giuseppe Mangone, presidente della Cia regionale e Rosa Critelli, presidente di Turismo verde della Calabria.

L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto della Cia finalizzato a ripristinare il contatto tra la campagna e gli studenti, affinché essi possano arricchire la loro cultura e scoprire che c’è un mondo diverso fuori dalla città che ha altri colori ed odori, altri sapori e tempi di vita più quieti.

Con tale progetto la Cia non intende realizzare fattorie didattiche ma costruire una rete di vere aziende agricole in attività, dove i bambini non assistono ad una simulazione, ma vivono una situazione reale in cui si produce, si alleva, si trasforma.

A questa giornata hanno aderito oltre duecento bambini della scuola “De Amicis” di Vibo Valentia, i quali hanno partecipato alla trasformazione del latte in formaggio e ricotta, che hanno successivamente degustato unitamente ad altre squisitezze prodotte dall’azienda.

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APPUNTAMENTI

La Cia di Viterbo partecipa alla manifestazione “San Pellegrino in Fiore”

La Confederazione italiana agricoltori di Viterbo partecipa, con un proprio spazio, alla 15a edizione della manifestazione “San Pellegrino in Fiore”, in corso fino al 5 maggio prossimo.

In tale occasione le vie e le piazze dell’antico quartiere medioevale della città di Viterbo saranno abbellite da mille composizioni floreali variegate nei colori, nelle forme e negli ornamenti.

La manifestazione unisce alla floricoltura l’arte, l’enogastronomia, la cultura e le bellezze monumentali.

Lo stand gestito dalla Cia di Viterbo è dedicato alla degustazione dei prodotti tipici dell’agricoltura locale.

 

 

Cia della Basilicata: conferenza stampa 
di presentazione della “Guida all’agriturismo 
in Italia 2002”

Si svolgerà domani 3 maggio a Potenza alle ore 12, indetta da Turismo verde e dalla Confederazione italiana agricoltori della Basilicata, la conferenza stampa di presentazione della “Guida all’agriturismo in Italia 2002”.

Ai lavori parteciperanno, tra gli altri, Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo verde e Nicola Manfredelli, presidente regionale della Cia della Basilicata.

 

 

Convocata la Direzione
dell’Agia della Campania

E’ stata convocata per domani 3 maggio la Direzione dell’Agia della Cia della Campania, per discutere sulle proposte che saranno oggetto di approfondimento nella II Assemblea nazionale dell’Associazione, prevista per il 14 e 15 maggio prossimi a Roma, oltre che per fare una verifica sull’andamento del tesseramento 2002.

Alla riunione parteciperà Aniello Troiano, vicepresidente della Cia della Campania.

 

 

La Cia partecipa alla multiconferenza transcontinentale sulla montagna

L’Highsummit 2002, in collaborazione con la Regione Lombardia e con il Comitato italiano per il 2002 Anno internazionale delle montagne, ha organizzato una multiconferenza transcontinentale sul tema “Attraverso la montagna” che si svolgerà dal 6 all’8 maggio, presso l’Ippodromo del trotto      di Milano.

All’inaugurazione dell’iniziativa parteciperanno, tra gli altri, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e Luciano Caveri, presidente del Comitato italiano per il 2002 Anno internazionale delle montagne. Per la Confederazione italiana agricoltori saranno presenti Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo verde e vicepresidente di Euromontana e Umberto Borelli, presidente regionale della Cia della Lombardia.

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DOCUMENTI

Il convegno della Cia su "Le montagne dell'Appennino centrale: da espressione geografica a sistema per lo sviluppo"                         

Pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva di Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo verde e vicepresidente di Euromontana, svolta al convegno promosso dalla Cia a Visso, il 24 aprile scorso, sul tema “Le montagne dell’Appennino centrale: da espressione geografica a sistema per lo sviluppo”.

Dieci anni fa, alla Conferenza di Rio sull’ambiente, le montagne sono state identificate come … “una fonte importante di acqua, energia e biodiversità, di risorse fondamentali come minerali, prodotti silvicoli ed agricoli, nonché luogo di ricreazione e pertanto, l’ambiente montano è considerato essenziale per la sopravvivenza dell’ecosistema globale. E’ però soggetto a ad una maggiore fragilità con erosione del terreno, a frane e ad una possibile rapida perdita dell’habitat e della diversità genetica, nonché ad una condizione di vita e di lavoro più difficile per i suoi abitanti che può determinare anche una perdita dei saperi tradizionali. È quindi necessaria una gestione attenta delle risorse montane ed uno sviluppo socio- economico delle sue popolazioni”.

Oggi, nel pieno dell’Anno internazionale delle montagne, siamo qui a Visso per ribadire il valore e le potenzialità dell’Appennino.

L’impegno della Cia per le montagne

L’attenzione della Confederazione italiana agricoltori per l’agricoltura di montagna risale, infatti, indietro nel tempo. Fin dalla sua costituzione la Cia ha considerato le difficoltà di queste aree difficili, non come problemi da risolvere ma opportunità da vivere, ribaltando un’ottica piagnona ed assistenziale. Tutto questo in una visione più ampia, anche di dimensione europea, nel contesto dello sviluppo dell’economia e del Paese. Basti ricordare l’impegno della Cia nel gruppo di lavoro del Copa, il contributo determinante alla fondazione di Euromontana, (organismo antesignano dell’allargamento dell’Unione verso le montagne dell’est); la raccolta di 100 mila firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la “ristrutturazione del territorio”; le indicazioni ed i suggerimenti al Parlamento che si sono concretizzate nell’approvazione della “legge nazionale sulla montagna”, anticipatrice di principi divenuti, oggi, patrimonio di tutta l’agricoltura italiana. Il “decalogo per la montagna” del convegno di Aosta; il contributo alle due Conferenze volute dal Cnel e ancora, l’attiva partecipazione alle “Assise europee della montagna “a Lubiana, a Trento, ed alle prossime di Inverness nel mese di maggio; il convegno di Torino che ha posto l’accento sulla necessità di una costante manutenzione del territorio; il contributo determinante all’iniziativa che, nel giugno del 2001 a Capracotta, nel cuore dell’Appennino molisano, ha virtualmente anticipato l’apertura dell’“Anno internazionale delle montagne” voluto dall’Assemblea delle Nazioni Unite e dalla Fao con l’obiettivo di “promuovere lo sviluppo durevole ed integrato delle Regioni montane, migliorando la qualità della vita dei suoi abitanti e proteggendo il fragile ecosistema montano”. La partecipazione, nell’autunno scorso agli “Stati Generali della montagna,” la Cia unica organizzazione agricola presente; le numerosissime iniziative che si sono svolte, (delle donne, dei giovani, dei prodotti della montagna), un po’ su tutto il territorio nazionale. Tra queste mi piace ricordare quella sui monti Nebrodi, nell’entroterra di Messina, emblematicamente scelta perché sede della ratifica del “Trattato di Roma”, (pilastro tutt’ora fondamentale dell’Unione europea), che ha posto la necessità di una attenzione particolare per le montagne aride del Mediterraneo.

Tutto questo testimonia il contributo determinante della Cia al dibattito sul futuro delle montagne, ma soprattutto anticipazione di temi ed analisi, divenuti successivamente patrimonio comune non solo degli “addetti” ma di un movimento crescente di attenzione dell’opinione pubblica, agricoltori e no, ormai maggiormente consapevoli della necessità di tutelare la montagna, garantendo una presenza dell’uomo e delle sue attività, anche a vantaggio dell’economia delle aree sottostanti.

Queste temi, condivisi dalla Cia rappresentano la grande occasione di quest’anno. Le montagne, territori che oggi uniscono attraverso i loro valichi, popolazioni, economie e culture, punto di contatto e non di separazione; le montagne -come il mare - territori di scambi e non più di confine.

Alpi ed Appennini

Troppo spesso oggi, nel contesto internazionale, le montagne diventano teatro di guerre, ma, nella storia sono ricordate come luoghi dello spirito e delle divinità, dove rifugiarsi durante le pestilenze o riflettere sui grandi temi della vita e della morte. Questo è valido certamente per le Alpi, ma acquista una sua valenza particolare in Appennino.

Sul Monte Morrone Celestino V si ritirò dallo scranno pontificio ed ovunque, nelle grotte e nei monasteri spesso diruti di queste montagne ci sono tracce più o meno marcate, di vita monastica.

L’Arco Alpino, ha goduto negli anni di una maggiore attenzione, è oggetto infatti di “accordi” e ”convenzioni internazionali,” l’Appennino, invece, a parte la preziosa esperienza di Ape è rimasto avvolto in un cono d’ombra, e rischia di essere oscurato, nelle sue ricchezze e potenzialità.

L’uomo di Similaun oltre 5 mila anni fa, pastore ed esploratore già percorreva l’arco alpino fin quasi a 4mila metri, ma la data di inizio dell’Alpinismo viene fatta coincidere con la prima ascensione del Monte Bianco nel 1786, dopo i riferimenti del Petrarca sulla salita al “Monte Ventoso”. L’esplorazione dell’Appennino centrale, (anche se è ricco di reperti archeologici che testimoniano di antiche popolazioni), ha invece una data certa fin dal 1420, anno in cui Giovanni da Sora di Montemonaco sale sul Monte della Sibilla e visita l’omonima grotta, cui si collegano leggende di incantesimi, di tesori nascosti e le avventure di Guerrin Meschino, ancora vive nella fantasia dei pastori. Ma l’Appennino vive il suo momento magico con il Rinascimento, periodo in cui si affermano, accanto all’Umanesimo le analisi scientifiche e le misurazioni matematiche. Leon Battista Alberti prima, che esplora il gruppo del Velino, ma ancor di più Francesco De Marchi, che nell’agosto 1573 sale la cima più alta del Gran Sasso, visita il monte Terminillo ed è il primo esploratore delle catene montuose dell’Appennino centrale, hanno lasciato manoscritti, da cui emergono gli intenti scientifici delle loro imprese.

L'alpinismo in Appennino

L’alpinismo vero e proprio in Appennino, rispetto all’arco alpino, inizierà molto più tardi: dal 1870 al 1914,è il periodo dei “pionieri” tra cui la prima guida alpina di queste montagne: Giovanni Acitelli di Assergi; dal 1914 al 1932, contrassegnato dalla presenza di alpinisti di fama nazionale, anche provenienti dalle Alpi che si cimentano nelle ascensioni più ardite; dal 1932 agli anni 70, l’alpinismo “moderno”, caratterizzato da prime ascensioni solitarie, spesso d’inverno, sulle pareti più difficili. Possiamo aggiungere un quarto periodo che va dalla fine degli anni 70 ad oggi, caratterizzato dalla scoperta e valorizzazione di nuove ascensioni estreme, spesso su cascate ghiacciate, che si formano e scompaiono a causa del regime torrentizio dei corsi d’acqua. Tra coloro che più si sono adoperati per far conoscere questo inedito “Appennino bianco” voglio ricordare il compianto Massimo Marchini e Paola Gigliotti, (che perciò abbiamo invitato con noi), che hanno realizzato difficili e fino a quel momento sconosciute salite sulle pareti e le forre soprattutto dei Monti Sibillini, frutto di un maturo e consapevole alpinismo di ricerca.

Uno scrigno da dischiudere

L’Appennino centrale non è solo una espressione geografica, ma una rete di relazioni ed opportunità di sviluppo, ricca di aree protette, di piccoli paesi, di prodotti tipici, di agricoltura, di turismo, di artigianato, di grandi strade di comunicazione, di bacini idrici che provvedono ad irrigare regioni lontane. Un territorio ricco di potenzialità e di risorse che devono, se ben utilizzate, contribuire a migliorare la vita degli uomini, anche nelle grandi città.

La Cia, perciò, con l’iniziativa di oggi qui a Visso, ideale crocevia delle montagne di quattro regioni dell’Italia Centrale, vuole rilanciare la necessità di una particolare attenzione delle Istituzioni verso un’ area che ha delle proprie specificità, che vanno riconosciute e valorizzate. Sui 1020 comuni di Lazio, Abruzzo, Marche ed Umbria, ben 682 sono classificati montani, con una superficie di quasi 3milioni di ettari di territorio dove vivono poco più di 2milioni di persone. Una realtà dove i piccoli e piccolissimi comuni, (quelli con meno di 5 mila abitanti), sono la maggioranza e dove le 63 comunità montane non sempre riescono a rappresentarne e difenderne le peculiari esigenze. L’Appennino centrale è un territorio su cui insistono quattro parchi nazionali e vaste aree naturalistiche, a diverso grado di tutela, che quasi sempre coincidono con il territorio montano. Presenza di animali selvatici in aumento e ricchezza di specie vegetali altrove in via di estinzione, si alternano con aree di più recente rinaturalizzazione. Un terreno boschivo prevalentemente di proprietà pubblica, spesso oggetto di usi civici ed in molti casi calcareo, con estesi fenomeni di carsismo, ricco di acque, ma non sempre facilmente utilizzabili, anche per il carattere quasi sempre torrentizio. L’unico ghiacciaio dell’Italia Centrale, ormai quasi del tutto scomparso, a visibile testimonianza delle variazioni climatiche degli ultimi anni. Due trafori autostradali, a cui rischia di aggiungersene un terzo, (alla cui realizzazione già la Cia dell’Abruzzo si è opposta con fermezza ), hanno contribuito ad abbassare la falda freatica, ad alterare la fisionomia del paesaggio, senza determinare apprezzabili benefici per l’economia locale.

Un territorio spesso interessato da fenomeni sismici anche di notevole intensità ed estensione, ma ricco di storia , di cultura, di tradizioni dove, malgrado lo spopolamento in atto, è molto radicato il fenomeno della “seconda casa” e dove, a periodi di limitata presenza umana, si alternano momenti, magari brevi ma di elevatissima pressione demografica, con contrastanti fenomeni di sviluppo turistico, legati non più solo agli impianti di risalita invernali ma anche al fenomeno crescente dell’agriturismo, dell’ippoturismo e del turismo gastronomico, che può contare su un ricco assortimento di produzioni a denominazione protetta e tipica.

Una agricoltura tradizionale, che si basa su un uso estensivo del territorio, con una grande varietà di essenze vegetali; diversità di usi, abitudini e costumi, un allevamento zootecnico che seppure ormai non più solo dipendente dalla transumanza lungo le centinaia di chilometri di tratturi, ancora pratica la monticazione, accanto ad allevamenti in stalla più intensivi che richiedono una presenza di lavoratori emigrati, per lo più proveniente dai Paesi dell’est europeo.

Le risorse finanziarie disponibili

Il quadro delle risorse disponibili non è confortante se si pensa che, anche per il 2002 la legge finanziaria ha impegnato complessivamente per la montagna italiana circa 100 miliardi che, insieme ai finanziamenti del ministero dell’Interno per il funzionamento delle Comunità montane, non consentono certo ampi margini di iniziativa.

Sono, tuttavia, da segnalare tre iniziative a livello delle autorità centrali dello Stato: il Progetto Appennino Parco d’Europa, la Foresta Appenninica e la Sanità in montagna.

Al di là delle altisonanti dichiarazioni, dopo sette anni di gestazione il progetto Ape comincia ora ad essere finanziato, e ad entrare nella fase operativa. Ape nasce dalla esigenza di porre l’accento sullo sviluppo sostenibile delle zone montane, e considera l’intero arco appenninico come un unico insieme, omogeneo e coerente di natura e cultura. Emerge da ciò l’immagine dell’Appennino quale grande sistema ambientale e territoriale, fortemente connotato dalla presenza di aree protette e nel quale, proprio per questo, è possibile sperimentare l’avvio di politiche di conservazione e di sviluppo sostenibile. Per le regioni del Centro Italia però, solo quattro progetti, di cui due riguardano la regione Abruzzo, sono stati indicati, ma non sono tuttora operativi perché ancora incompleti. Gli altri progetti, al di là delle nobili enunciazioni, sono ancora sulla carta.

Le quattro Regioni, solo di recente hanno recepito in modo completo la “legge nazionale sulla montagna” e, ad otto anni dalla sua promulgazione hanno cofinanziato il Fondo Regionale all’uopo costituito, in misura molto limitata e, dedicando le risorse soprattutto alla difesa dagli incendi boschivi, ad opere di riforestazione e, solo in alcuni casi, al miglioramento dei trasporti pubblici nelle aree montane. Le politiche di sviluppo per la montagna sono perciò affidate maggiormente agli interventi comunitari.

Il “governo” della montagna

L’applicazione della riforma del titolo V° della Costituzione, che trasferisce ai Comuni tutte le funzioni amministrative, rischia per i piccoli comuni delle realtà montane di acuire il pericolo di creare un’ Italia “a due velocità”. Nel territorio rurale e montano deve emergere una chiara, distinta e precisa soluzione istituzionale che abbia il compito di realizzare il governo del territorio, pena la sovrapposizione dei livelli istituzionali, l’inefficienza della pubblica amministrazione e, complessivamente, il ritardo dei territori montani nell’applicazione della riforma autonomista.

Bisogna evitare di coltivare l’illusione che mantenere l’esistente sia sufficiente a scongiurare questo pericolo. Una rivitalizzazione dei Comuni montani è necessaria perché le Comunità montane riescano ad uscire dalla mera gestione dei propri problemi di sopravvivenza.

Occorre certamente rafforzare i processi di collaborazione e di organizzazione comune dei servizi, ma non in maniera burocratica o lesiva della dignità dei piccoli Comuni.

Siamo in presenza, infatti, di un fenomeno di “ricchezza insediativa” che il Cattaneo ha descritto come “l’opera di diffondere equabilmente la popolazione, frutto di secoli e di una civiltà piena e radicata che ha favorito la distribuzione generale della popolazione sul territorio”.

Non c’è dubbio che la competitività di un territorio, oltre la presenza di risorse naturali e condizioni ambientali ottimali, si esprime nella “qualità” delle condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti.

Molte aree dell’Appennino manifestano condizioni di disagio e, quindi, di progressivo spopolamento, per una ridotta presenza di servizi fondamentali quali il servizio sanitario, le scuole, gli uffici pubblici, i trasporti, il pronto intervento in caso di calamità naturali, o denotano una presenza significativa di questi servizi solo nei periodi di maggiore afflusso turistico.

Alle “esternalità positive” prodotte dalle aree montane ed alle attività in esse presenti, di cui beneficia l’intera collettività (ossigeno acqua, paesaggio, ambiente), deve corrispondere una forma di coesione economica, per mantenere servizi efficienti , anche quando il numero dei residenti non ne fornisca una apparente giustificazione economica.

I prodotti tipici

I prodotti tipici e tradizionali, pur costituendo una ricchezza specifica di questi territori di montagna, registrano ancora una non adeguata valorizzazione a cui si sommano incomprensioni e ritardi. Benché istituito con decreto, “l’Albo dei prodotti della Montagna Italiana” è stato bloccato, infatti, dalla Commissione Ue con motivazioni legate alle regole della concorrenza.

Con il nuovi “decreti d’orientamento” si apre uno spiraglio laddove è prevista l’applicazione della denominazione “prodotto della montagna”, per i prodotti agricoli ed alimentari, ove questi siano realizzati nelle aree montane, come definite nella normativa comunitaria, senza discriminare tra produttori italiani o stranieri.

Gli orientamenti di “Agenda 2000” prevedevano infatti un’ agricoltura multifunzionale e diversificata in funzione dell’identità delle varie regioni d’Europa. La soluzione non passa quindi, solo, dall’attuazione delle denominazioni d’origine ma anche per un riconoscimento esplicito della qualità espressa dal “sistema montagna”. Potrebbe essere questa una strada per realizzare una maggiore identità anche per i prodotti agricoli tipici e tradizionali dell’Appennino.

La selvicoltura

Il bosco oggi interessa una rilevante percentuale del territorio montano dell’Appennino, deve perciò essere gestito consentendo forme durevoli di occupazione e di reddito ed una manutenzione continua dei paesaggi. Le produzioni legnose o connesse alla presenza del bosco possono essere, infatti, fonte di occupazione e di reddito.

La Cia è perciò anche impegnata nei lavori del “Forum per la definizione delle linee guida per la gestione sostenibile delle risorse forestali”.

Cosa chiediamo alle Regioni, al Governo e all'Unione europea

Una revisione profonda della Pac è inevitabile anche alla luce dell’allargamento dei Paesi dell’est. Occorre perciò, fin da ora, cominciare a riflettere sulle scelte dei prossimi anni. L’agricoltura, benché non sia più il solo motore dello sviluppo economico delle aree rurali, resta tuttavia un settore strategico anche per la Ue. Il modello di agricoltura europea, come più volte ribadito dalla Cia, non può che essere multifunzionale.

Accanto alla più tradizionale attività agricola, la vivibilità delle aree rurali ed una agricoltura rispettosa dell’ambiente, sono ormai da tutti considerate indispensabili. Ciò implica una politica di sviluppo rurale multisettoriale che deve essere definita e gestita ai livelli regionali e locali.

I due pilastri della Pac debbono essere mantenuti. Il primo con una politica settoriale dell’agricoltura nella quale gli attuali aiuti diretti diverranno degressivi. Il secondo pilastro dello “sviluppo rurale” deve essere rafforzato da un trasferimento di risorse che preveda un nuovo modello di aiuti diretti nel contesto della multifunzionalità ed applicabile a tutti gli agricoltori in maniera permanente e disaccoppiata dalla produzione.

In una Unione europea allargata a 27 Paesi, la diversità delle produzioni agricole e rurali aumenterà. Un solo modello di sviluppo rurale non sarà possibile e quindi verrà accresciuto il ruolo delle Regioni nella formulazione e nell’applicazione di una politica di sviluppo locale.

Giudichiamo interessante il documento presentato dal ministero delle Politiche agricole, ma chiediamo che, nella revisione di “medio termine” dei piani e programmi di applicazione di “Agenda 2000”, sia data concreta applicazione ai principi di sussidiarietà, flessibilità e semplificazione.

Nel merito è possibile introdurre un “obiettivo montagna” nelle strategie e nelle misure dei vari piani e programmi. Occorre, perciò, premiare la multifunzionalità delle imprese agricole che operano in montagna , trasformando in uno strumento politico le misure previste per le indennità compensative e per la gestione delle risorse ambientali e forestali. In funzione di quanto previsto dai Trattati dell’Unione, non è opportuno considerare nella medesima maniera il criterio della redditività di una azienda che opera in pianura con quello di una che opera in montagna, introducendo solo delle “correzioni” dirette o indirette, in funzione dell’interesse collettivo conseguito attraverso l’esercizio dell’attività agricola, al fine di ottenere un remunerazione per i servizi resi. Per le aziende agricole di montagna occorre, invece, una strategia mirata.

La riforma della Pac, attraverso il principio della sussidiarietà, ha infatti spostato a livello regionale la definizione di priorità e misure che possono interessare le aree montane. Ha, inoltre, introdotto requisiti di accesso, come la redditività, ed il rispetto di politiche ambientali senza considerare che in molte aree montane i processi tradizionali di gestione dei cicli produttivi già prendono in considerazione il rispetto della “sostenibilità ambientale”. Un’analisi dei “piani e programmi” delle 4 Regioni oggetto del convegno di oggi, evidenzia come per le montagne dell’Appennino siano previste le tradizionali forme di sostegno (indennità compensative, maggiorazioni per i giovani che si insediano in montagna etc), indicate nei Regolamenti Ue ma senza nuove idee e strategie per una politica specifica in favore dell’agricoltura e della selvicoltura.

Chiediamo, perciò, che le misure previste per le aree montane siano diversificate in funzione dell’effettivo disagio e delle difficoltà delle aziende agricole, introducendo maggiorazioni e priorità.

La multifunzionalità delle aziende agricole montane deve premiare, non solo la presenza o la frequentazione (monticazione) delle aree montane, ma anche il ruolo svolto dall’impresa agricola (ad esempio: lo sfalcio, il pascolo, la gestione delle ripe, il ripristino e la manutenzione dei sentieri). L’auspicio è perciò che, alla titolarietà di un pascolo, corrisponda l’effettiva presenza degli animali. Diversamente, le aziende montane dovranno affrontare una concorrenza sleale perché vengono sottratti i pascoli o ne viene aumentato artificiosamente il valore dell’ affitto a vantaggio di una agricoltura che, già oggi, nell’ambito della Pac, riceve maggiori attenzioni.

Nuove idee e strategie che sono già presenti nei “programmi di iniziativa comunitaria” Leader ed Interreg, di cui auspichiamo, nella “Revisione di medio termine”, prevista a metà periodo di applicazione dei Fondi Strutturali, una valorizzazione nell’ambito dell’applicazione dei “Piani di sviluppo rurale e dei Docup”, previsti nelle 4 Regioni interessate.

Rispetto alle tematiche ambientali riteniamo giusto introdurre dei criteri che “premino” chi già rispetta la normativa in favore dell’ambiente o l’estensivizzazione degli allevamenti zootecnici. Questo non farebbe altro che favorire il recupero dei pascoli con tecniche tradizionali, con un naturale positivo contributo alla manutenzione del territorio appenninico e, di conseguenza una maggiore rivitalizzazione dei piccoli centri montani.

Agriturismo e multifunzionalità

L’agricoltura resta perciò il fulcro su cui costruire un possibile sviluppo economico dell’Appennino e dei suoi abitanti.

Una agricoltura moderna, che grazie alle nuove tecnologie sappia stemperare i disagi della vita negli alpeggi e consenta agli abitanti dei comuni di montagna di beneficiare di un reddito adeguato e degli stessi diritti degli altri lavoratori delle zone di pianura.

Oggi è possibile affidare la manutenzione del territorio ai suoi abitanti, questo impegno le Comunità montane perciò lo devono assumere in modo chiaro e determinato. Gli agricoltori rappresentano una rete capillare che può essere sempre disponibile in montagna, non solo per la ordinaria manutenzione del territorio, ma può costituire un presidio permanente, ad esempio per la prevenzione dagli incendi boschivi. A questo scopo gli Enti parco potrebbero avvalersi in forma organica e strutturata anche delle imprese agricole.

C’è perciò necessità di formazione e di investimenti non solo per le guide naturalistiche ma anche per la creazione di professionalità nuove, legate al territorio ed alla sua corretta gestione. Insieme alla valorizzazione dei prodotti tipici e tradizionali, occorre puntare maggiormente sul “biologico” perché le caratteristiche stesse del territorio montano ne facilitano la produzione.

Ma è su una crescita equilibrata dell’agriturismo che riteniamo possa poggiare un turismo sostenibile.

L’Appennino merita di essere vissuto anche d’estate e nelle mezze stagioni ed è su questo che occorre investire sapendo che le infrastrutture in uso solo con la neve rischiano di rovinare irrimediabilmente angoli di incomparabile bellezza.

Siamo perciò contrari all’ipotesi di innevare artificialmente le piste da sci dell’Appennino, perché l’acqua è per noi una risorsa troppo preziosa perché venga sprecata in questo modo. Occorre, invece, e la presenza di parchi ed aree protette è certamente di aiuto, incentivare un turismo rispettoso non solo dell’ambiente ma anche delle attività agricole.

L’agriturismo può far molto in questa direzione, soprattutto se promuoviamo una cultura nuova, sia fra gli operatori che fra i potenziali ospiti. A tale proposito voglio ricordare la Regione Marche che ha approvato in questi giorni una nuova legge che va nella direzione giusta, ribadendo la connessione stretta che ci deve essere fra l’agriturismo e l’agricoltura, che deve comunque rimanere l’attività principale.

A questo fine riteniamo importante che venga valorizzato il tempo di lavoro dedicato all’agriturismo, senza assumere come riferimento le fatture emesse ed, ancor più, l’obbligo di utilizzare per la ristorazione almeno l’80 per cento dei prodotti di origine regionale e locale.

Una limitazione al proliferare del numero dei coperti e dei posti letto negli agriturismi, prevedendo limitate deroghe solo per le aree montane, ci sembra il modo giusto per favorire una crescita di reddito nelle aziende situate in questi territori. La diffusione capillare degli agriturismi, il loro stretto legame con l’economia e con il territorio, ne fanno un irrinunciabile strumento di promozione e di conoscenza di cui l’Ente pubblico deve tener conto. Il sistema dell’agriturismo in Appennino può perciò candidarsi a gestire degli “sportelli dell’informazione e del turismo”, insieme ai Parchi ed alle pro loco. Proponiamo perciò delle “convenzioni” tra le Regioni, gli Enti Parco e le strutture territoriali di Turismo verde per costituire una rete che faccia meglio conoscere e valorizzi maggiormente il nostro Appennino.

Riteniamo però necessario che le quattro Regioni stabiliscano insieme dei momenti di concertazione su questi temi per definire politiche che tengano conto della continuità delle montagne dell’Appennino e possano così realizzare scelte che consentano un governo unitario di questi territori.

Se riusciremo insieme ad attivare rapidamente almeno una parte di queste proposte, avremo dato il nostro contributo allo sviluppo delle Montagne dell’Appennino, che altrimenti resteranno seppellite sotto una montagna di parole!

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