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La
riunione della Direzione della Cia del Veneto La
Direzione regionale della Cia del Veneto ha fatto il punto, nel corso di
una riunione, sulla situazione relativamente ai temi generali su cui è
mobilitata la Confederazione e ne ha tratto spunto per definire una serie
di iniziative da intraprendere nei prossimi mesi. Il
presidente regionale Mino Rizzioli ha evidenziato, anche alla luce degli
impegni presi dal governo regionale, una serie di problemi relativi al
settore agro-industriale, al Piano di sviluppo rurale e al territorio. Rizzioli
ha, inoltre, ricordato la nuova opportunità per l’agricoltura di
giocare una carta importante circa il nuovo Piano di sviluppo del Veneto e
quello delle infrastrutture. La disponibilità degli assessorati al
territorio, ai lavori pubblici, ai trasporti, all’ambiente di costruire
un tavolo di concertazione con l’agricoltura segna un salto di qualità
importante per il ruolo dell’intero comparto. Il
dibattito della Direzione ha evidenziato, tra le altre cose, la necessità
di tenere alto il confronto sindacale e i rapporti unitari per cogliere
ogni possibilità che sia in grado di favorire lo sviluppo delle imprese e
del settore. All’unanimità
la Cia del Veneto ha, inoltre, deciso di mobilitarsi con riunioni di
studio, iniziative sindacali e confronti istituzionali su grandi argomenti
come la Pac, il Piano di sviluppo rurale, i Consorzi di bonifica, la legge
urbanistica, il florovivaismo, il settore lattiero-caseario. Sul
piano interno è stato confermato l’avvio del Caa-Cia Veneto e la
convocazione, per il prossimo 14 giugno, del seminario regionale sulla
presenza ed il ruolo della Cia nel settore economico, produttivo e
associativo. A
Catanzaro la seconda giornata Si
è svolta presso l’azienda agrituristica “Fra Tas” di Briatico, in
provincia di Catanzaro, la seconda giornata della “Scuola in
fattoria”, con la presenza di Pina Eramo, responsabile nazionale Cia del
progetto “Scuola in fattoria”, Giuseppe Mangone, presidente della Cia
regionale e Rosa Critelli, presidente di Turismo verde della Calabria. L’iniziativa
rientra nell’ambito del progetto della Cia finalizzato a ripristinare il
contatto tra la campagna e gli studenti, affinché essi possano arricchire
la loro cultura e scoprire che c’è un mondo diverso fuori dalla città
che ha altri colori ed odori, altri sapori e tempi di vita più quieti. Con
tale progetto la Cia non intende realizzare fattorie didattiche ma
costruire una rete di vere aziende agricole in attività, dove i bambini
non assistono ad una simulazione, ma vivono una situazione reale in cui si
produce, si alleva, si trasforma. A
questa giornata hanno aderito oltre duecento bambini della scuola “De
Amicis” di Vibo Valentia, i quali hanno partecipato alla trasformazione
del latte in formaggio e ricotta, che hanno successivamente degustato
unitamente ad altre squisitezze prodotte dall’azienda.
La
Cia di Viterbo partecipa alla manifestazione “San Pellegrino in Fiore”
La
Confederazione italiana agricoltori di Viterbo partecipa, con un proprio
spazio, alla 15a edizione della manifestazione “San Pellegrino in
Fiore”, in corso fino al 5 maggio prossimo. In
tale occasione le vie e le piazze dell’antico quartiere medioevale della
città di Viterbo saranno abbellite da mille composizioni floreali
variegate nei colori, nelle forme e negli ornamenti. La
manifestazione unisce alla floricoltura l’arte, l’enogastronomia, la
cultura e le bellezze monumentali. Lo
stand gestito dalla Cia di Viterbo è dedicato alla degustazione dei
prodotti tipici dell’agricoltura locale. Cia
della Basilicata: conferenza stampa Si
svolgerà domani 3 maggio a Potenza alle ore 12, indetta da Turismo verde
e dalla Confederazione italiana agricoltori della Basilicata, la
conferenza stampa di presentazione della “Guida all’agriturismo in
Italia 2002”. Ai
lavori parteciperanno, tra gli altri, Andrea Negri, presidente nazionale
di Turismo verde e Nicola Manfredelli, presidente regionale della Cia
della Basilicata. Convocata
la Direzione E’
stata convocata per domani 3 maggio la Direzione dell’Agia della Cia
della Campania, per discutere sulle proposte che saranno oggetto di
approfondimento nella II Assemblea nazionale dell’Associazione, prevista
per il 14 e 15 maggio prossimi a Roma, oltre che per fare una verifica
sull’andamento del tesseramento 2002. Alla
riunione parteciperà Aniello Troiano, vicepresidente della Cia della
Campania. La
Cia partecipa alla multiconferenza transcontinentale sulla montagna L’Highsummit
2002, in collaborazione con la Regione Lombardia e con il Comitato
italiano per il 2002 Anno internazionale delle montagne, ha organizzato
una multiconferenza transcontinentale sul tema “Attraverso la
montagna” che si svolgerà dal 6 all’8 maggio, presso l’Ippodromo
del trotto di
Milano. All’inaugurazione dell’iniziativa parteciperanno, tra gli altri, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e Luciano Caveri, presidente del Comitato italiano per il 2002 Anno internazionale delle montagne. Per la Confederazione italiana agricoltori saranno presenti Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo verde e vicepresidente di Euromontana e Umberto Borelli, presidente regionale della Cia della Lombardia.
Il
convegno della Cia su "Le montagne dell'Appennino centrale: da
espressione geografica a sistema per lo sviluppo"
Pubblichiamo di seguito
la relazione introduttiva di Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo
verde e vicepresidente di Euromontana, svolta al convegno promosso dalla
Cia a Visso, il 24 aprile scorso, sul tema “Le montagne dell’Appennino
centrale: da espressione geografica a sistema per lo sviluppo”. Dieci
anni fa, alla Conferenza di Rio sull’ambiente, le montagne sono state
identificate come … “una fonte importante di acqua, energia e
biodiversità, di risorse fondamentali come minerali, prodotti silvicoli
ed agricoli, nonché luogo di ricreazione e pertanto, l’ambiente montano
è considerato essenziale per la sopravvivenza dell’ecosistema globale.
E’ però soggetto a ad una maggiore fragilità con erosione del terreno,
a frane e ad una possibile rapida perdita dell’habitat e della diversità
genetica, nonché ad una condizione di vita e di lavoro più difficile per
i suoi abitanti che può determinare anche una perdita dei saperi
tradizionali. È quindi necessaria una gestione attenta delle risorse
montane ed uno sviluppo socio- economico delle sue popolazioni”. Oggi,
nel pieno dell’Anno internazionale delle montagne, siamo qui a Visso per
ribadire il valore e le potenzialità dell’Appennino. L’impegno
della Cia per le montagne L’attenzione
della Confederazione italiana agricoltori per l’agricoltura di montagna
risale, infatti, indietro nel tempo. Fin dalla sua costituzione la Cia ha
considerato le difficoltà di queste aree difficili, non come problemi da
risolvere ma opportunità da vivere, ribaltando un’ottica piagnona ed
assistenziale. Tutto questo in una visione più ampia, anche di dimensione
europea, nel contesto dello sviluppo dell’economia e del Paese. Basti
ricordare l’impegno della Cia nel gruppo di lavoro del Copa, il
contributo determinante alla fondazione di Euromontana, (organismo
antesignano dell’allargamento dell’Unione verso le montagne
dell’est); la raccolta di 100 mila firme a sostegno di una proposta di
legge di iniziativa popolare per la “ristrutturazione del territorio”;
le indicazioni ed i suggerimenti al Parlamento che si sono concretizzate
nell’approvazione della “legge nazionale sulla montagna”,
anticipatrice di principi divenuti, oggi, patrimonio di tutta
l’agricoltura italiana. Il “decalogo per la montagna” del convegno
di Aosta; il contributo alle due Conferenze volute dal Cnel e ancora,
l’attiva partecipazione alle “Assise europee della montagna “a
Lubiana, a Trento, ed alle prossime di Inverness nel mese di maggio; il
convegno di Torino che ha posto l’accento sulla necessità di una
costante manutenzione del territorio; il contributo determinante
all’iniziativa che, nel giugno del 2001 a Capracotta, nel cuore
dell’Appennino molisano, ha virtualmente anticipato l’apertura
dell’“Anno internazionale delle montagne” voluto dall’Assemblea
delle Nazioni Unite e dalla Fao con l’obiettivo di “promuovere lo
sviluppo durevole ed integrato delle Regioni montane, migliorando la
qualità della vita dei suoi abitanti e proteggendo il fragile ecosistema
montano”. La partecipazione, nell’autunno scorso agli “Stati
Generali della montagna,” la Cia unica organizzazione agricola presente;
le numerosissime iniziative che si sono svolte, (delle donne, dei giovani,
dei prodotti della montagna), un po’ su tutto il territorio nazionale.
Tra queste mi piace ricordare quella sui monti Nebrodi, nell’entroterra
di Messina, emblematicamente scelta perché sede della ratifica del
“Trattato di Roma”, (pilastro tutt’ora fondamentale dell’Unione
europea), che ha posto la necessità di una attenzione particolare per le
montagne aride del Mediterraneo. Tutto
questo testimonia il contributo determinante della Cia al dibattito sul
futuro delle montagne, ma soprattutto anticipazione di temi ed analisi,
divenuti successivamente patrimonio comune non solo degli “addetti” ma
di un movimento crescente di attenzione dell’opinione pubblica,
agricoltori e no, ormai maggiormente consapevoli della necessità di
tutelare la montagna, garantendo una presenza dell’uomo e delle sue
attività, anche a vantaggio dell’economia delle aree sottostanti. Queste
temi, condivisi dalla Cia rappresentano la grande occasione di
quest’anno. Le montagne, territori che oggi uniscono attraverso i loro
valichi, popolazioni, economie e culture, punto di contatto e non di
separazione; le montagne -come il mare - territori di scambi e non più di
confine. Alpi
ed Appennini Troppo
spesso oggi, nel contesto internazionale, le montagne diventano teatro di
guerre, ma, nella storia sono ricordate come luoghi dello spirito e delle
divinità, dove rifugiarsi durante le pestilenze o riflettere sui grandi
temi della vita e della morte. Questo è valido certamente per le Alpi, ma
acquista una sua valenza particolare in Appennino. Sul
Monte Morrone Celestino V si ritirò dallo scranno pontificio ed ovunque,
nelle grotte e nei monasteri spesso diruti di queste montagne ci sono
tracce più o meno marcate, di vita monastica. L’Arco
Alpino, ha goduto negli anni di una maggiore attenzione, è oggetto
infatti di “accordi” e ”convenzioni internazionali,”
l’Appennino, invece, a parte la preziosa esperienza di Ape è rimasto
avvolto in un cono d’ombra, e rischia di essere oscurato, nelle sue
ricchezze e potenzialità. L’uomo
di Similaun oltre 5 mila anni fa, pastore ed esploratore già percorreva
l’arco alpino fin quasi a 4mila metri, ma la data di inizio
dell’Alpinismo viene fatta coincidere con la prima ascensione del Monte
Bianco nel 1786, dopo i riferimenti del Petrarca sulla salita al “Monte
Ventoso”. L’esplorazione dell’Appennino centrale, (anche se è ricco
di reperti archeologici che testimoniano di antiche popolazioni), ha
invece una data certa fin dal 1420, anno in cui Giovanni da Sora di
Montemonaco sale sul Monte della Sibilla e visita l’omonima grotta, cui
si collegano leggende di incantesimi, di tesori nascosti e le avventure di
Guerrin Meschino, ancora vive nella fantasia dei pastori. Ma l’Appennino
vive il suo momento magico con il Rinascimento, periodo in cui si
affermano, accanto all’Umanesimo le analisi scientifiche e le
misurazioni matematiche. Leon Battista Alberti prima, che esplora il
gruppo del Velino, ma ancor di più Francesco De Marchi, che nell’agosto
1573 sale la cima più alta del Gran Sasso, visita il monte Terminillo ed
è il primo esploratore delle catene montuose dell’Appennino centrale,
hanno lasciato manoscritti, da cui emergono gli intenti scientifici delle
loro imprese. L'alpinismo in Appennino L’alpinismo
vero e proprio in Appennino, rispetto all’arco alpino, inizierà molto
più tardi: dal 1870 al 1914,è il periodo dei “pionieri” tra cui la
prima guida alpina di queste montagne: Giovanni Acitelli di Assergi; dal
1914 al 1932, contrassegnato dalla presenza di alpinisti di fama
nazionale, anche provenienti dalle Alpi che si cimentano nelle ascensioni
più ardite; dal 1932 agli anni 70, l’alpinismo “moderno”,
caratterizzato da prime ascensioni solitarie, spesso d’inverno, sulle
pareti più difficili. Possiamo aggiungere un quarto periodo che va dalla
fine degli anni 70 ad oggi, caratterizzato dalla scoperta e valorizzazione
di nuove ascensioni estreme, spesso su cascate ghiacciate, che si formano
e scompaiono a causa del regime torrentizio dei corsi d’acqua. Tra
coloro che più si sono adoperati per far conoscere questo inedito
“Appennino bianco” voglio ricordare il compianto Massimo Marchini e
Paola Gigliotti, (che perciò abbiamo invitato con noi), che hanno
realizzato difficili e fino a quel momento sconosciute salite sulle pareti
e le forre soprattutto dei Monti Sibillini, frutto di un maturo e
consapevole alpinismo di ricerca. Uno scrigno da dischiudere L’Appennino
centrale non è solo una espressione geografica, ma una rete di relazioni
ed opportunità di sviluppo, ricca di aree protette, di piccoli paesi, di
prodotti tipici, di agricoltura, di turismo, di artigianato, di grandi
strade di comunicazione, di bacini idrici che provvedono ad irrigare
regioni lontane. Un territorio ricco di potenzialità e di risorse che
devono, se ben utilizzate, contribuire a migliorare la vita degli uomini,
anche nelle grandi città. La
Cia, perciò, con l’iniziativa di oggi qui a Visso, ideale crocevia
delle montagne di quattro regioni dell’Italia Centrale, vuole rilanciare
la necessità di una particolare attenzione delle Istituzioni verso un’
area che ha delle proprie specificità, che vanno riconosciute e
valorizzate. Sui 1020 comuni di Lazio, Abruzzo, Marche ed Umbria, ben 682
sono classificati montani, con una superficie di quasi 3milioni di ettari
di territorio dove vivono poco più di 2milioni di persone. Una realtà
dove i piccoli e piccolissimi comuni, (quelli con meno di 5 mila
abitanti), sono la maggioranza e dove le 63 comunità montane non sempre
riescono a rappresentarne e difenderne le peculiari esigenze.
L’Appennino centrale è un territorio su cui insistono quattro parchi
nazionali e vaste aree naturalistiche, a diverso grado di tutela, che
quasi sempre coincidono con il territorio montano. Presenza di animali
selvatici in aumento e ricchezza di specie vegetali altrove in via di
estinzione, si alternano con aree di più recente rinaturalizzazione. Un
terreno boschivo prevalentemente di proprietà pubblica, spesso oggetto di
usi civici ed in molti casi calcareo, con estesi fenomeni di carsismo,
ricco di acque, ma non sempre facilmente utilizzabili, anche per il
carattere quasi sempre torrentizio. L’unico ghiacciaio dell’Italia
Centrale, ormai quasi del tutto scomparso, a visibile testimonianza delle
variazioni climatiche degli ultimi anni. Due trafori autostradali, a cui
rischia di aggiungersene un terzo, (alla cui realizzazione già la Cia
dell’Abruzzo si è opposta con fermezza ), hanno contribuito ad
abbassare la falda freatica, ad alterare la fisionomia del paesaggio,
senza determinare apprezzabili benefici per l’economia locale. Un
territorio spesso interessato da fenomeni sismici anche di notevole
intensità ed estensione, ma ricco di storia , di cultura, di tradizioni
dove, malgrado lo spopolamento in atto, è molto radicato il fenomeno
della “seconda casa” e dove, a periodi di limitata presenza umana, si
alternano momenti, magari brevi ma di elevatissima pressione demografica,
con contrastanti fenomeni di sviluppo turistico, legati non più solo agli
impianti di risalita invernali ma anche al fenomeno crescente
dell’agriturismo, dell’ippoturismo e del turismo gastronomico, che può
contare su un ricco assortimento di produzioni a denominazione protetta e
tipica. Una
agricoltura tradizionale, che si basa su un uso estensivo del territorio,
con una grande varietà di essenze vegetali; diversità di usi, abitudini
e costumi, un allevamento zootecnico che seppure ormai non più solo
dipendente dalla transumanza lungo le centinaia di chilometri di tratturi,
ancora pratica la monticazione, accanto ad allevamenti in stalla più
intensivi che richiedono una presenza di lavoratori emigrati, per lo più
proveniente dai Paesi dell’est europeo. Le
risorse finanziarie disponibili Il
quadro delle risorse disponibili non è confortante se si pensa che, anche
per il 2002 la legge finanziaria ha impegnato complessivamente per la
montagna italiana circa 100 miliardi che, insieme ai finanziamenti del
ministero dell’Interno per il funzionamento delle Comunità montane, non
consentono certo ampi margini di iniziativa. Sono,
tuttavia, da segnalare tre iniziative a livello delle autorità centrali
dello Stato: il Progetto Appennino Parco d’Europa, la Foresta
Appenninica e la Sanità in montagna. Al
di là delle altisonanti dichiarazioni, dopo sette anni di gestazione il
progetto Ape comincia ora ad essere finanziato, e ad entrare nella fase
operativa. Ape nasce dalla esigenza di porre l’accento sullo sviluppo
sostenibile delle zone montane, e considera l’intero arco appenninico
come un unico insieme, omogeneo e coerente di natura e cultura. Emerge da
ciò l’immagine dell’Appennino quale grande sistema ambientale e
territoriale, fortemente connotato dalla presenza di aree protette e nel
quale, proprio per questo, è possibile sperimentare l’avvio di
politiche di conservazione e di sviluppo sostenibile. Per le regioni del
Centro Italia però, solo quattro progetti, di cui due riguardano la
regione Abruzzo, sono stati indicati, ma non sono tuttora operativi perché
ancora incompleti. Gli altri progetti, al di là delle nobili
enunciazioni, sono ancora sulla carta. Le
quattro Regioni, solo di recente hanno recepito in modo completo la
“legge nazionale sulla montagna” e, ad otto anni dalla sua
promulgazione hanno cofinanziato il Fondo Regionale all’uopo costituito,
in misura molto limitata e, dedicando le risorse soprattutto alla difesa
dagli incendi boschivi, ad opere di riforestazione e, solo in alcuni casi,
al miglioramento dei trasporti pubblici nelle aree montane. Le politiche
di sviluppo per la montagna sono perciò affidate maggiormente agli
interventi comunitari. Il
“governo” della montagna L’applicazione
della riforma del titolo V° della Costituzione, che trasferisce ai Comuni
tutte le funzioni amministrative, rischia per i piccoli comuni delle realtà
montane di acuire il pericolo di creare un’ Italia “a due velocità”.
Nel territorio rurale e montano deve emergere una chiara, distinta e
precisa soluzione istituzionale che abbia il compito di realizzare il
governo del territorio, pena la sovrapposizione dei livelli istituzionali,
l’inefficienza della pubblica amministrazione e, complessivamente, il
ritardo dei territori montani nell’applicazione della riforma
autonomista. Bisogna
evitare di coltivare l’illusione che mantenere l’esistente sia
sufficiente a scongiurare questo pericolo. Una rivitalizzazione dei Comuni
montani è necessaria perché le Comunità montane riescano ad uscire
dalla mera gestione dei propri problemi di sopravvivenza. Occorre
certamente rafforzare i processi di collaborazione e di organizzazione
comune dei servizi, ma non in maniera burocratica o lesiva della dignità
dei piccoli Comuni. Siamo
in presenza, infatti, di un fenomeno di “ricchezza insediativa” che il
Cattaneo ha descritto come “l’opera di diffondere equabilmente la
popolazione, frutto di secoli e di una civiltà piena e radicata che ha
favorito la distribuzione generale della popolazione sul territorio”. Non
c’è dubbio che la competitività di un territorio, oltre la presenza di
risorse naturali e condizioni ambientali ottimali, si esprime nella
“qualità” delle condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti. Molte
aree dell’Appennino manifestano condizioni di disagio e, quindi, di
progressivo spopolamento, per una ridotta presenza di servizi fondamentali
quali il servizio sanitario, le scuole, gli uffici pubblici, i trasporti,
il pronto intervento in caso di calamità naturali, o denotano una
presenza significativa di questi servizi solo nei periodi di maggiore
afflusso turistico. Alle
“esternalità positive” prodotte dalle aree montane ed alle attività
in esse presenti, di cui beneficia l’intera collettività (ossigeno
acqua, paesaggio, ambiente), deve corrispondere una forma di coesione
economica, per mantenere servizi efficienti , anche quando il numero dei
residenti non ne fornisca una apparente giustificazione economica. I
prodotti tipici I
prodotti tipici e tradizionali, pur costituendo una ricchezza specifica di
questi territori di montagna, registrano ancora una non adeguata
valorizzazione a cui si sommano incomprensioni e ritardi. Benché
istituito con decreto, “l’Albo dei prodotti della Montagna Italiana”
è stato bloccato, infatti, dalla Commissione Ue con motivazioni legate
alle regole della concorrenza. Con
il nuovi “decreti d’orientamento” si apre uno spiraglio laddove è
prevista l’applicazione della denominazione “prodotto della
montagna”, per i prodotti agricoli ed alimentari, ove questi siano
realizzati nelle aree montane, come definite nella normativa comunitaria,
senza discriminare tra produttori italiani o stranieri. Gli
orientamenti di “Agenda 2000” prevedevano infatti un’ agricoltura
multifunzionale e diversificata in funzione dell’identità delle varie
regioni d’Europa. La soluzione non passa quindi, solo, dall’attuazione
delle denominazioni d’origine ma anche per un riconoscimento esplicito
della qualità espressa dal “sistema montagna”. Potrebbe essere questa
una strada per realizzare una maggiore identità anche per i prodotti
agricoli tipici e tradizionali dell’Appennino. La
selvicoltura Il
bosco oggi interessa una rilevante percentuale del territorio montano
dell’Appennino, deve perciò essere gestito consentendo forme durevoli
di occupazione e di reddito ed una manutenzione continua dei paesaggi. Le
produzioni legnose o connesse alla presenza del bosco possono essere,
infatti, fonte di occupazione e di reddito. La
Cia è perciò anche impegnata nei lavori del “Forum per la definizione
delle linee guida per la gestione sostenibile delle risorse forestali”. Cosa chiediamo alle Regioni, al Governo e all'Unione europea Una
revisione profonda della Pac è inevitabile anche alla luce
dell’allargamento dei Paesi dell’est. Occorre perciò, fin da ora,
cominciare a riflettere sulle scelte dei prossimi anni. L’agricoltura,
benché non sia più il solo motore dello sviluppo economico delle aree
rurali, resta tuttavia un settore strategico anche per la Ue. Il modello
di agricoltura europea, come più volte ribadito dalla Cia, non può che
essere multifunzionale. Accanto
alla più tradizionale attività agricola, la vivibilità delle aree
rurali ed una agricoltura rispettosa dell’ambiente, sono ormai da tutti
considerate indispensabili. Ciò implica una politica di sviluppo rurale
multisettoriale che deve essere definita e gestita ai livelli regionali e
locali. I
due pilastri della Pac debbono essere mantenuti. Il primo con una politica
settoriale dell’agricoltura nella quale gli attuali aiuti diretti
diverranno degressivi. Il secondo pilastro dello “sviluppo rurale”
deve essere rafforzato da un trasferimento di risorse che preveda un nuovo
modello di aiuti diretti nel contesto della multifunzionalità ed
applicabile a tutti gli agricoltori in maniera permanente e disaccoppiata
dalla produzione. In
una Unione europea allargata a 27 Paesi, la diversità delle produzioni
agricole e rurali aumenterà. Un solo modello di sviluppo rurale non sarà
possibile e quindi verrà accresciuto il ruolo delle Regioni nella
formulazione e nell’applicazione di una politica di sviluppo locale. Giudichiamo
interessante il documento presentato dal ministero delle Politiche
agricole, ma chiediamo che, nella revisione di “medio termine” dei
piani e programmi di applicazione di “Agenda 2000”, sia data concreta
applicazione ai principi di sussidiarietà, flessibilità e
semplificazione. Nel
merito è possibile introdurre un “obiettivo montagna” nelle strategie
e nelle misure dei vari piani e programmi. Occorre, perciò, premiare la
multifunzionalità delle imprese agricole che operano in montagna ,
trasformando in uno strumento politico le misure previste per le indennità
compensative e per la gestione delle risorse ambientali e forestali. In
funzione di quanto previsto dai Trattati dell’Unione, non è opportuno
considerare nella medesima maniera il criterio della redditività di una
azienda che opera in pianura con quello di una che opera in montagna,
introducendo solo delle “correzioni” dirette o indirette, in funzione
dell’interesse collettivo conseguito attraverso l’esercizio
dell’attività agricola, al fine di ottenere un remunerazione per i
servizi resi. Per le aziende agricole di montagna occorre, invece, una
strategia mirata. La
riforma della Pac, attraverso il principio della sussidiarietà, ha
infatti spostato a livello regionale la definizione di priorità e misure
che possono interessare le aree montane. Ha, inoltre, introdotto requisiti
di accesso, come la redditività, ed il rispetto di politiche ambientali
senza considerare che in molte aree montane i processi tradizionali di
gestione dei cicli produttivi già prendono in considerazione il rispetto
della “sostenibilità ambientale”. Un’analisi dei “piani e
programmi” delle 4 Regioni oggetto del convegno di oggi, evidenzia come
per le montagne dell’Appennino siano previste le tradizionali forme di
sostegno (indennità compensative, maggiorazioni per i giovani che si
insediano in montagna etc), indicate nei Regolamenti Ue ma senza nuove
idee e strategie per una politica specifica in favore dell’agricoltura e
della selvicoltura. Chiediamo,
perciò, che le misure previste per le aree montane siano diversificate in
funzione dell’effettivo disagio e delle difficoltà delle aziende
agricole, introducendo maggiorazioni e priorità. La
multifunzionalità delle aziende agricole montane deve premiare, non solo
la presenza o la frequentazione (monticazione) delle aree montane, ma
anche il ruolo svolto dall’impresa agricola (ad esempio: lo sfalcio, il
pascolo, la gestione delle ripe, il ripristino e la manutenzione dei
sentieri). L’auspicio è perciò che, alla titolarietà di un pascolo,
corrisponda l’effettiva presenza degli animali. Diversamente, le aziende
montane dovranno affrontare una concorrenza sleale perché vengono
sottratti i pascoli o ne viene aumentato artificiosamente il valore
dell’ affitto a vantaggio di una agricoltura che, già oggi,
nell’ambito della Pac, riceve maggiori attenzioni. Nuove
idee e strategie che sono già presenti nei “programmi di iniziativa
comunitaria” Leader ed Interreg, di cui auspichiamo, nella “Revisione
di medio termine”, prevista a metà periodo di applicazione dei Fondi
Strutturali, una valorizzazione nell’ambito dell’applicazione dei
“Piani di sviluppo rurale e dei Docup”, previsti nelle 4 Regioni
interessate. Rispetto
alle tematiche ambientali riteniamo giusto introdurre dei criteri che
“premino” chi già rispetta la normativa in favore dell’ambiente o
l’estensivizzazione degli allevamenti zootecnici. Questo non farebbe
altro che favorire il recupero dei pascoli con tecniche tradizionali, con
un naturale positivo contributo alla manutenzione del territorio
appenninico e, di conseguenza una maggiore rivitalizzazione dei piccoli
centri montani. Agriturismo
e multifunzionalità L’agricoltura
resta perciò il fulcro su cui costruire un possibile sviluppo economico
dell’Appennino e dei suoi abitanti. Una
agricoltura moderna, che grazie alle nuove tecnologie sappia stemperare i
disagi della vita negli alpeggi e consenta agli abitanti dei comuni di
montagna di beneficiare di un reddito adeguato e degli stessi diritti
degli altri lavoratori delle zone di pianura. Oggi
è possibile affidare la manutenzione del territorio ai suoi abitanti,
questo impegno le Comunità montane perciò lo devono assumere in modo
chiaro e determinato. Gli agricoltori rappresentano una rete capillare che
può essere sempre disponibile in montagna, non solo per la ordinaria
manutenzione del territorio, ma può costituire un presidio permanente, ad
esempio per la prevenzione dagli incendi boschivi. A questo scopo gli Enti
parco potrebbero avvalersi in forma organica e strutturata anche delle
imprese agricole. C’è
perciò necessità di formazione e di investimenti non solo per le guide
naturalistiche ma anche per la creazione di professionalità nuove, legate
al territorio ed alla sua corretta gestione. Insieme alla valorizzazione
dei prodotti tipici e tradizionali, occorre puntare maggiormente sul
“biologico” perché le caratteristiche stesse del territorio montano
ne facilitano la produzione. Ma
è su una crescita equilibrata dell’agriturismo che riteniamo possa
poggiare un turismo sostenibile. L’Appennino
merita di essere vissuto anche d’estate e nelle mezze stagioni ed è su
questo che occorre investire sapendo che le infrastrutture in uso solo con
la neve rischiano di rovinare irrimediabilmente angoli di incomparabile
bellezza. Siamo
perciò contrari all’ipotesi di innevare artificialmente le piste da sci
dell’Appennino, perché l’acqua è per noi una risorsa troppo preziosa
perché venga sprecata in questo modo. Occorre, invece, e la presenza di
parchi ed aree protette è certamente di aiuto, incentivare un turismo
rispettoso non solo dell’ambiente ma anche delle attività agricole. L’agriturismo
può far molto in questa direzione, soprattutto se promuoviamo una cultura
nuova, sia fra gli operatori che fra i potenziali ospiti. A tale proposito
voglio ricordare la Regione Marche che ha approvato in questi giorni una
nuova legge che va nella direzione giusta, ribadendo la connessione
stretta che ci deve essere fra l’agriturismo e l’agricoltura, che deve
comunque rimanere l’attività principale. A
questo fine riteniamo importante che venga valorizzato il tempo di lavoro
dedicato all’agriturismo, senza assumere come riferimento le fatture
emesse ed, ancor più, l’obbligo di utilizzare per la ristorazione
almeno l’80 per cento dei prodotti di origine regionale e locale. Una
limitazione al proliferare del numero dei coperti e dei posti letto negli
agriturismi, prevedendo limitate deroghe solo per le aree montane, ci
sembra il modo giusto per favorire una crescita di reddito nelle aziende
situate in questi territori. La diffusione capillare degli agriturismi, il
loro stretto legame con l’economia e con il territorio, ne fanno un
irrinunciabile strumento di promozione e di conoscenza di cui l’Ente
pubblico deve tener conto. Il sistema dell’agriturismo in Appennino può
perciò candidarsi a gestire degli “sportelli dell’informazione e del
turismo”, insieme ai Parchi ed alle pro loco. Proponiamo perciò delle
“convenzioni” tra le Regioni, gli Enti Parco e le strutture
territoriali di Turismo verde per costituire una rete che faccia meglio
conoscere e valorizzi maggiormente il nostro Appennino. Riteniamo
però necessario che le quattro Regioni stabiliscano insieme dei momenti
di concertazione su questi temi per definire politiche che tengano conto
della continuità delle montagne dell’Appennino e possano così
realizzare scelte che consentano un governo unitario di questi territori. Se
riusciremo insieme ad attivare rapidamente almeno una parte di queste
proposte, avremo dato il nostro contributo allo sviluppo delle Montagne
dell’Appennino, che altrimenti resteranno seppellite sotto una montagna
di parole! | |
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