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DAL
TERRITORIO
Le proposte della Cia di Puglia sulla riforma Ocm olio
Il 26 giugno 2003 a Lussemburgo i ministri
dell’Agricoltura Ue hanno approvato la riforma della Pac, in particolare
in riferimento alla modifica di alcune Ocm che cambierà in
maniera profonda le modalità di sostegno al settore agricolo.
L’aver riformato solo le Ocm di alcune produzioni agricole -rileva
una nota della Cia di Puglia- pone oggettivamente in una posizione
di debolezza gli altri settori che stanno per essere riformati,
in particolare il settore olio, il quale risulta essere per l’Italia
e la Puglia ancora di più un settore rilevante e strategico.
In sostanza, sarebbe stato preferibile, così come proposto
con forza dalla Cia, una riforma contestuale di tutti i settori
aldilà del periodo della loro applicazione, perché
avrebbe consentito all’Italia e agli altri Paesi mediterranei un
maggior peso contrattuale nel contesto complessivo europeo, per
determinare il riequilibrio delle risorse comunitarie che attualmente
premiano le produzioni continentali.
In ogni caso, per gli agricoltori italiani e pugliesi -sottolinea
la Cia di Puglia- è opportuno respingere in maniera forte
il cosiddetto disaccoppiamento totale in quanto, se applicato, vanificherebbe
tutte le politiche improntate alla qualità, alla tracciabilità,
all’origine del prodotto, alla sicurezza alimentare ed in definitiva
anche alla salvaguardia dell’ambiente.
In conclusione, pertanto, per l’olivicoltura pugliese risulta più
consono parlare di disaccoppiamento parziale.
Ecco, in sintesi, le proposte formulate dalla Cia di Puglia
1. La Cia di Puglia ritiene inderogabile il mantenimento dell’attuale
livello di budget finanziario destinato all’Italia nell’ambito della
Qng (Quota nazionale garantita); 720 milioni di euro, di cui ben
290 milioni di euro sono assegnati alla sola Puglia. Ovviamente
se ci dovesse essere un incremento di budget finanziario comunitario,
anche l’Italia dovrebbe proporzionalmente beneficiarne.
2. La Cia di Puglia per quanto riguarda l’aiuto disaccoppiato, ritiene
che sarebbe giusto ed equo prendere a riferimento per quantificarne
la erogazione agli olivicoltori, le stime medie produttive olivicole
di determinate aree omogenee. La proposta della Ue, ripresa anche
nel documento del ministero delle Politiche Agricole, secondo cui
i finanziamenti sarebbero erogati in riferimento agli aiuti in media
percepiti negli ultimi tre anni dagli olivicoltori è, per
la Cia di Puglia, ingiusta, in quanto si ritiene che questo metodo
danneggerebbe quegli olivicoltori che nel corso degli anni hanno
subito siccità, e altre calamità, e due annate di
scarica, per cui è possibile che si possano verificare discriminazioni
notevoli tra quegli olivicoltori che a parità di alberi e/o
ettari posseduti percepirebbero aiuti notevolmente differenti. In
ogni caso, nell’ipotesi non auspicabile, in cui ci si dovesse prendere
in subordine a riferimento l’ipotesi della Ue, solo tre anni per
stabilire delle rese medie di produzione ci sembrano non opportuni.
Più si allunga il riferimento per calcolare delle medie e
più si può evitare di creare ingiustizie e differenze
palesi tra gli olivicoltori in relazione agli aiuti che dovrebbero
percepire.
3. La Cia di Puglia ritiene per quanto concerne la restante parte
dell’aiuto accoppiato, che esso dovrebbe essere erogato in funzione
dell’effettiva produzione di qualità, per le azioni di miglioramento
della qualità stessa i cui incentivi comunque devono andare
direttamente agli olivicoltori. Inoltre devono essere adottate pratiche
colturali in rispetto dell’ambiente, favorire la tracciabilità
del prodotto, la sua concentrazione e commercializzazione attraverso
le O.P. E’, quindi, completamente da respingere la proposta della
Ue il cui aiuto accoppiato dovrebbe servire soltanto ad evitare
l’abbandono e a sopperire al costo di mantenimento degli oliveti
nelle zone marginali. Una ipotesi del genere, peraltro non avrebbe
senso in quanto non ci sarebbe differenza sostanziale tra la parte
dell’aiuto accoppiato e quello disaccoppiato.
4. E’ necessario realizzare il piano olivicolo nazionale che deve
mirare alla ristrutturazione dei vecchi oliveti, laddove è
possibile ristrutturare razionalmente in relazione alla possibilità
di utilizzo della raccolta meccanica e di tutte le nuove pratiche
agronomiche da applicare ad un moderno oliveto. Laddove non è
possibile ristrutturare razionalmente in quanto ci si trova di fronte
a oliveti da salvaguardare dal punto di vista storico, culturale
ed ambientale, i titolari di dette aree devono essere incentivati
e ripagati con misure di carattere agro-ambientale da recepire da
altre fonti finanziarie che non siano quelli della Qng (cioè:
Psr, sviluppo rurale, II pilastro). Inoltre gli stati membri dovrebbero
prevedere risorse per i giovani olivicoltori e ammodernamento dei
frantoi. Ebbene ricordare che agli stati membri è concesso
di erogare ulteriore aiuti nazionali aggiuntivi
5. Si propone in relazione alle misure attuali che riguardano l’ammasso
privato, che esse dovrebbero rimanere inalterate. Va abolito il
meccanismo del Traffico di perfezionamento attivo (T.p.a.), in quanto
consente importazioni di olio poco trasparenti.
6. Ripristinare e rafforzare all’interno dell’Ocm alcune misure
che promuovano e pubblicizzino l’immagine dell’olio di oliva il
cui consumo e le cui esportazioni di olio di qualità vanno
sempre più aumentando; quindi gli sforzi in questa direzione
vanno sempre più incentivati.
7. Va ripreso con forza il problema dell’etichettature del "Made
in Italy", ancora oggi l’origine del prodotto è facoltativo
indicarla in etichetta e non obbligatorio come invece dovrebbe essere.
L’Ue deve affrontare definitivamente anche all’interno della nuova
Ocm questa problematica per rendere trasparente il percorso dell’origine
dell’olio e la loro classificazione.
La Cia Piemonte sui servizi pubblici di controllo
“Nella speranza che la vicenda delle aflatossine
nel latte si chiuda in breve tempo (la Cia del Piemonte è
convinta che il latte piemontese sia nella norma) e dopo la vicenda
degli Ogm nelle sementi di mais, ciò che si deve aprire è
una riflessione sulla efficacia dei servizi di controllo nel nostro
Paese”. E’ quanto ha rilevato il presidente della Cia del Piemonte
Attilio Borroni.
“I servizi di controlli, presi nel loro insieme (statali e regionali),
svolgono un’attività di repressione che si concentra sull’agricoltore
o sull’allevatore, mentre sarebbe più necessaria -ha aggiunto-
un’attività di prevenzione e di assistenza per consentire
agli agricoltori ed agli allevatori di operare in condizioni di
tranquillità”.
Borroni ha così continuato: “abbiamo appreso dallo stesso
dr. Mario Valpreda, Direttore della Sanità Pubblica piemontese,
prima in conseguenza della vicenda delle sementi Ogm e poi in quella
delle aflatossine del latte, che nei porti di Genova e di Ravenna
arrivano carichi di sementi Ogm ed intere partite ammuffite di mais
nei confronti delle quali, per dei conflitti di competenze (o per
scelta politica ?), in pratica non c’è alcuna verifica. Nessun
carico è mai stato rispedito al mittente. Anche prima dell’immissione
in commercio delle sementi di mais, dichiarate Ogm free, fino ad
ora non ci sono state verifiche, così come non risulta ci
siano controlli efficaci sui mangimi che gli allevatori comprano
come sani. Stiamo ancora in attesa di conoscere quali attività
di controllo siano state messe in atto per garantire semine sicure
di mais e di soia nelle prossime campagne. I servizi di controllo
si accaniscono invece sulle piante di mais già in campo e
sul latte quando è già nelle cisterne per il trasporto,
cioè quando i buoi sono già scappati dalle stalle”.
“I servizi di controllo regionali -ha rilevato- sono ritenuti, a
ragione, molto efficienti (e lo hanno dimostrato abbondantemente
nella tutela della sanità animale e nella lotta contro l’uso
di anabolizzanti in zootecnia), ma non riuscendo a coordinarsi con
quelli di altre regioni e con i servizi statali, devono, per forza
di cose, concentrare la loro attività, in molti casi, solo
sulla repressione nei confronti degli agricoltori e degli allevatori.
Per questi motivi chiediamo che a livello regionale si apra una
profonda riflessione sulla funzione dei servizi di controllo, perché
nel mondo agricolo sta crescendo l’esasperazione”.
Calabria: Direzione regionale dell’ANP
Si è tenuta a Catanzaro, nella sede della
CIA regionale, la direzione regionale dell’ANP Associazione dei
Pensionati Coltivatori della Calabria. L’ordine del giorno della
riunione: organizzare in ogni provincia una serie di assemblee dei
pensionati coltivatori per affermare “La parità dei diritti
e la valorizzazione dell’anziano nella società moderna per
realizzare un nuovo stato sociale.
La riunione, introdotta da Franco Ritrovato, presidente regionale
dell’Associazione ha affrontato, l’attuale momento pensionistico,
soffermandosi sulle principali rivendicazioni che la ANP della CIA
pone in merito all’attuazione del sistema previdenziale, superando
le iniquità presenti nell’attuale stato sociale, che, per
quanto riguarda i coltivatori pensionati, significa la revisione
e l’adeguamento del trattamento pensionistico dei lavoratori autonomi
ed in particolare : l’aumento delle pensioni minime; la rivalutazione
dei contributi versati; gli assegni, al nucleo familiare;
i contributi figurativi coltivatrici con 104 giornate accreditate
e le 156 necessarie per il riconoscimento della misura intera ed
il recupero dei periodi di maternità.
Altro argomento affrontato è stato quello sull’attuazione
in Calabria delle politiche legate al welfare ed in particolar modo
sul mancato recepimento della legge 328, che disciplina le politiche
ed i servizi socio-assistenziali e della mancanza in Calabria di
un Piano Sanitario Regionale adeguato alle reali necessità
dei cittadini tutti.
Alla riunione ha partecipato Michele Drosi presidente aggiunto della
CIA Calabria e i responsabili dell’ANP provinciali Fausto Bubba,
Claudio Cerenzia, Giacinto Carrieri, Arcangelo Fiorello.
Tutti i presenti hanno dibattuto sulla piattaforma delle rivendicazioni
illustrate e presenti nell’o.d.g., sostenendo la necessità
di mobilitazione della categoria dei pensionati coltivatori organizzando
sul territorio regionale numerose assemblee per dibattere, principalmente,
sulle politiche sociali e sanitarie presenti nelle singole realtà
provinciali e nella regione Calabria.
La direzione ha convenuto di partecipare con una numerosa delegazione
alla giornata nazionale di mobilitazione che si terrà a Roma
il prossimo 25 novembre. La riunione è stata conclusa dal
vice presidente nazionale dell’ANP Gaspare Bullaro.
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APPUNTAMENTI
La Cia di Puglia sulla finanziaria 2004
Domani 5 novembre, alle ore 10.30, presso
la sede Cia di Puglia a Bari, si terrà la conferenza stampa
sul tema “La Finanziaria 2004 e le risposte che ancora non ci sono
alle esigenze dell’agricoltura pugliese. Le proposte della Cia di
Puglia”
La Cia di Puglia considera decisiva la Finanziaria 2004 per definire
una nuova politica agricola nazionale, che dia risposte concrete
alle aspettative dell’agricoltura italiana e pugliese, in termini
di riduzione dei costi, di competitività e sviluppo.
Nel corso della conferenza stampa saranno illustrati gli emendamenti
alla Finanziaria 2004 della Cia di Puglia, che saranno consegnati
a tutti i deputati della regione.
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DOCUMENTI
Melissa: lotta contro il latifondo per la riforma
agraria
e la rinascita del Mezzogiorno
Pubblichiamo la relazione che il presidente
della Fondazione Abc Giuseppe Avolio ha tenuto il 30 ottobre scorso
al convegno, svoltosi a Melissa (Crotone) sul tema “Giornata della
terra. La lotta contro il latifondo, leva decisiva per la riforma
agraria e lo sviluppo equilibrato del Paese”.
I lavori di questa bella e significativa iniziativa
per ricordare i tragici fatti di Melissa del 29 ottobre 1949 sono
giunti al termine, secondo il programma. Consentite, ora, a me,
di svolgere alcune brevi considerazioni finali.
Innanzi tutto, una precisazione: uno dei “filoni” più importanti
dell’impegno politico-culturale della “Fondazione ABC per il progresso
dell’agricoltura”, è volto a valorizzare l’azione e la lotta
per la Riforma agraria: l’agricoltura e il Mezzogiorno sono considerate
due leve decisive per lo sviluppo equilibrato del Paese.
Si può aggiungere, inoltre, che nella fase delicata, economica
e politica, che attraversa l’Italia e molti altri Paesi del mondo,
appare utile e opportuna una riflessione sulla funzione decisiva
di un’agricoltura moderna - fondata sull’impresa - per una prospettiva
di sviluppo equilibrato – territoriale ed economico – condizione
essenziale per debellare la fame e la povertà e favorire
l’evoluzione sociale e civile di ogni nazione. Questa nostra iniziativa,
denominata “Giornata della terra”, partendo dai tragici fatti di
Melissa, ha inteso mettere in risalto proprio il valore della “Riforma
agraria”, in Italia e nel mondo, sottolineando il nesso diretto
tra l’ammodernamento dell’agricoltura e il progresso democratico
della società.
E credo opportuno riaffermare da questo territorio dove il sangue
contadino è stato versato per affermare il diritto alla terra
e alla libertà, che, se si vuole veramente debellare la fame
nei paesi del terzo mondo, bisogna partire proprio dalla Riforma
agraria. Nazioni come il Brasile, l’Argentina, la Colombia, il Mozambico,
la Nigeria, per citarne solo alcuni, dive esistono ancora grandi
proprietà private con estensioni che vanno dai 10 mila ai
100 mila ettari e anche più, intorno alle quali milioni di
persone, senza terra e senza libertà, soffrono la fame endemica,
devono convincersi che la vera soluzione del problema della fame
comincia dalla Riforma agraria, cioè dando la terra ai contadini
senza terra. Essi, in questo modo, si daranno subito da fare, lavorando
e producendo il nutrimento necessario alla vita per sé e
per gli altri. Voglio anche ricordare che, negli anni scorsi, ho
proposto alla FIPA (Federazione Internazionale Produttori Agricoli),
che è membro consultivo dell’ONU, di presentare un ordine
del giorno con il quale l’Assemblea deve raccomandare a tutti gli
stati membri di impostare e risolvere il problema della Riforma
agraria, secondo le condizioni specifiche di ciascun paese. Le richieste
di aiuti e le proposte di istituire, una sorta di “tessera del pane”
da distribuire ai poveri dei paesi sottosviluppati che non producono
alimenti sufficienti, si sono dimostrate inidonee a risolvere il
problema. Occorre un vero rimedio: la Riforma agraria!
Poi, una sottolineatura: la principale anomalia italiana – cioè
il “dualismo” produttivo e territoriale – è conseguenza diretta
delle insufficienze dello sviluppo capitalistico. Questi elementi
si manifestano a partire dal 1860, cioè subito dopo la conquista
regia. In altre parole, il capitalismo italiano – industriale e
finanziario – ha avuto sempre una visione miope dei problemi dello
sviluppo della nazione, declassando a questioni marginali le esigenze
di crescita dell’agricoltura e di progresso delle regioni meridionali.
Più precisamente, la causa principale del mancato sviluppo
equilibrato dell’Italia, è da attribuire all’incapacità
del capitalismo e dei partiti politici al potere, di favorire, dopo
il 1860, con una visione moderna e nazionale dei problemi, il cambiamento
strutturale delle basi produttive dell’economia italiana, condizione
essenziale per costruire l’Italia nuova, una e indivisibile.
Questi concetti, elementari e semplici, sono stati, però,
trascurati per decenni ed a questa trascuratezza sono da addebitare
i ritardi nello sviluppo di una nazione moderna e progredita. Poi
venne il fascismo, che accentuò questi elementi negativi
e, con la follia della guerra e della disfatta, condusse il Paese
a una vera catastrofe.
Nel secondo dopoguerra, infatti, la situazione era talmente pesante
che in molte regioni del Mezzogiorno cominciarono subito a manifestarsi
le prime azioni contadine per la terra e la libertà. Era,
quella, un’esigenza primaria di tanti, non solo contadini, angustiati
dall’insufficienza alimentare. Pane e lavoro erano, infatti, gli
slogan di quel tempo.
L’azione di massa per la terra, con il suo carattere non violento,
e la richiesta di rispetto e applicazione della Costituzione Repubblicana
- che pone un limite alla proprietà terriera e ne impone
una “funzione sociale” – ebbe, perciò, subito, in quel periodo
fervido ed esaltante, uno sviluppo impetuoso, investendo non solo
le regioni meridionali – Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata,
Campania Abruzzo e Molise – ma anche quelle centrali e del nord,
Lazio, Toscana, Emilia, Veneto.
Attorno alle azioni dei contadini, che andavano a “spezzare” i confini
del feudo incolto con in mano la Costituzione e gli attrezzi di
lavoro, con le bandiere tricolori accanto a quelle rosse e verdi
dei sindacati e delle associazioni di categoria, con le donne e
i figli, si determinò subito un clima di vasta solidarietà
popolare. Spesso, infatti, coi contadini c’erano anche i sacerdoti,
che benedivano la terra che veniva “occupata” non per recare una
“offesa” ad altri, ma per “lavorarla” e farla “fruttificare” per
dare il “pane” a tutti. “Cristo si è mosso da Eboli coi contadini
che vogliono giustizia”. Era, questo, il titolo sintomatico di un
articolo da me scritto per il giornale “Il Lavoratore Comasco”.
Il governo del tempo, guidato da Alcide De Gasperi, inizialmente
si schierò a difesa degli “agrari”, e contro il popolo, che
si diceva sobillato dai socialcomunisti. In questo clima si spiegano
i tragici “fatti di Melissa”, di Montescaglioso, di Celano, di Villa
Literno. Ma, successivamente, considerando l’ampiezza del movimento
e la validità delle motivazioni, si decise di appoggiare
la richiesta di varare una legge di riforma fondiaria. Anzi, per
fare più in fretta, il Parlamento “stralciò” alcuni
capitoli da un provvedimento più ampio e complessivo e la
legge varata si chiamò, perciò, “legge stralcio” di
riforma agraria. Bisognava dare subito risposte concrete alle richieste
provenienti dalle campagne: più tardi, si sarebbe tutto sistemato
con una legge organica.
La legge “stralcio” consentì, comunque, di espropriare circa
800.000 ettari, che vennero distribuiti in proprietà ai contadini
in varie forme e mediante contratti per il pagamento in 30 anni.
Per molti contadini si trattò di un grande evento: finalmente,
avere la terra in proprietà! Ma l’affare lo fecero soprattutto
gli agrari, che incassarono somme cospicue per terre che non sempre
valevano molto.
In linea principale, muovendo, pacificamente, contro i confini del
feudo incolto per affermare il diritto alla terra e alla libertà,
i contadini del Mezzogiorno diventavano protagonisti del loro proprio
riscatto e padroni del proprio destino contribuendo – con ciò
stesso – a liberare dall’oppressione feudale, sociale e giuridica,
tutte le campagne italiane. In questo modo si aprivano nuovi varchi
al progresso economico, civile e culturale non solo del Mezzogiorno,
ma dell’Italia tutta. Proprio con la riforma agraria, infatti, comincia
la “svolta” e l’Italia, in pochi anni, da Paese con un’economia
prevalentemente agricola, e con un’agricoltura arretrata, diventa
un Paese con un’economia prevalentemente industriale, che si colloca
fra i 7 Paesi industriali del mondo. Anche l’agricoltura rapidamente
progredisce.
Per ottenere un effetto più organico di modernizzazione bisognava,
però, attuare anche la riforma dei patti agrari, col superamento
della colonia e della mezzadria e la liquidazione di contratti d’affitto
per l’uso della terra di stampo feudale. I contratti di affitto,
particolarmente esosi, prevedevano, ad esempio, l’affitto del suolo
e non del soprasuolo; l’obbligo delle regalie e di “prestazioni”
servili, che toccavano la dignità della persona umana dell’affittuario.
In uno, per esempio, in provincia di Avellino, era previsto addirittura
l’obbligo per la moglie dell’affittuario di allattare i figli del
padrone.
Ma la riforma dei patti agrari, allora, non si fece: altro errore!
Si deve attendere il 1982 per vedere risolto questo problema con
la legge N.203.
L’Associazione Contadini del Mezzogiorno d’Italia, presieduta dall’On.
Pietro Grifone, organizzò, a Cosenza, nel 1953, una “Convenzione
antifeudale” per la riforma dei patti agrari, allo scopo di sensibilizzare
tutte le forze sociali e i partiti politici, per approfondire e
risolvere questo problema decisivo per il progresso nelle campagne
basato sul primato dell’“impresa” coltivatrice.
Le responsabilità delle classi dominanti e dei vari governi
per i ritardi nella soluzione di questo problema le abbiamo più
volte denunciate e non vale ripetersi. Ma, per comprendere bene
le cose, dobbiamo anche dire che non sempre l’azione delle forze
democratiche ebbe uno svolgimento coerente. In quel periodo, i condizionamenti
nascevano soprattutto dalle scelte politiche influenzate dalla rottura
internazionale dell’unità antifascista e antinazista e dalla
conseguente nascita della “guerra fredda” e della “cortina di ferro”.
Ciò imponeva l’obbligo di “schierarsi”, su tutti gli argomenti.
In altre parole, in Italia, bisognava essere sempre contro il governo,
che si era allineato con l’America. Un esempio calzante ci viene
proprio dall’azione per la riforma agraria. Dopo aver lavorato e
lottato, per la terra e la libertà, per indurre il Parlamento
- a maggioranza centrista - ad elaborare e approvare una legge che
consentisse l’accesso alla proprietà della terra per i contadini
poveri e senza terra, le sinistre, al momento del voto finale, si
schierarono contro.
Posizione incomprensibile, non solo nelle campagne, che causò
non poche difficoltà. Ruggero Grieco, con Rodolfo Morandi,
consapevole dell’errore, fu uno di quelli che si diede da fare più
degli altri per mettere, come si dice a Napoli, una “pezza a colore”.
Grieco riuscì, infatti, a presentare al Senato, con le firme
congiunte di Giuseppe Medici e Ruggero Grieco, un ordine del giorno
che impegnava il governo ad applicare , correttamente, la riforma.
Ma valse a poco. Molte simpatie furono perse e non più riguadagnate.
In quel tempo, giocò un ruolo negativo – come già
si è detto - la politica di “schieramento”, che “prescindeva”
dal contenuto e dal valore delle leggi in discussione. In ogni modo,
è da considerare come un grave errore non aver deciso il
voto a favore della legge che, pur chiamandosi “legge stralcio”
e malgrado i suoi numerosi limiti, dava la terra in proprietà
ai contadini, che la chiedevano da anni. Prevalse, invece, la preoccupazione
politica di non “confondersi” col governo. E si sbagliò!
Tutto ciò mostra chiaramente il valore della scelta dell’autonomia
dai partiti e dai governi per le organizzazioni professionali, che
solo in questo modo potranno difendere, senza condizionamento alcuno,
gli interessi dei coltivatori.
Un’altra considerazione è opportuna. La riforma agraria liberò
nuove forze produttive, che vennero utilizzate dall’industria. Si
può oggi dire, anzi, con certezza, che lo sviluppo impetuoso
dell’industria fu aiutato dall’agricoltura, che fornì mano
d’opera abbondante e, per anni, a basso costo. Ma chi ha ripagato
l’agricoltura di questo sforzo? Chi le ha riconosciuto questo merito?
Centinaia di migliaia di giovani nati e cresciuti nelle campagne,
senza alcun aiuto da parte delle istituzioni, sono poi, diventati
operai, e ciò ha contribuito a favorire il cosiddetto “boom
economico” e la modernizzazione del Paese. Ma all’agricoltura chi
ha dato qualche riconoscimento? Nessuno! Essa è stata sempre
considerata con sufficienza, se non, qualche volta, con disprezzo!
ooo
In questa giornata abbiamo ascoltato tante testimonianze
sui fatti tragici di Melissa, sulle responsabilità gravi
del governo del tempo e delle forze di polizia, che spararono su
cittadini inermi intenti al lavoro: ritengo che non sia necessario
aggiungere altro in proposito. Ma qualche rapida riflessione su
queste “nostre” esperienze, facendo i conti con la “nostra” storia,
senza abbellimenti e senza posizioni precostituite, appare opportuna.
Stando alle questioni dell’agricoltura, si deve subito dire che,
dopo la riforma agraria, il settore si è modernizzato; anzi,
mi pare giusto precisare che l’agricoltura italiana è diventata
la prima in Europa per valore aggiunto, superando la Francia; risultato
ottenuto grazie alle scelte produttive nei settori dell’ortofrutta,
dell’olio, del vino. E, proprio qui nel Mezzogiorno, questi settori
sono all’avanguardia, soprattutto nelle zone di riforma fondiaria.
La bontà del clima e le capacità dei nostri agricoltori
- che subito si impegnarono in questi settori, nel metapontino,
a Lamezia, a Villa Literno scegliendo soprattutto la coltivazione
delle “primizie”, a cominciare dalle “fragole” - ci fecero rapidamente
conquistare, soprattutto per la qualità del prodotto, i principali
mercati del Nord-Europa.
Dobbiamo rimarcare, tuttavia, che i vari governi succedutisi alla
direzione del Paese, non sempre hanno saputo individuare, per tempo,
il protagonista principale dello sviluppo dell’agricoltura. E il
protagonista è l’imprenditore coltivatore, per le responsabilità
che gli appartengono, per le decisioni che deve prendere da solo,
per le scelte produttive che deve sempre fare in rapporto al mercato.
Certo, su questo punto c’è ancora molto da fare, ma si può
dire che l’esame è superato.
Ed ecco il tema del mercato. Abbiamo usato questo termine quasi
sempre per demonizzarlo. Ed è stato un errore. Come è
un errore esaltare il mercato senza regole, che conduce al darwinismo
economico: il grande si mangia il piccolo. E questo non va bene.
Mercato con le regole va meglio. In questo quadro dev’essere considerata
la proposta della CIA di un “patto alla pari” tra produzione, trasformazione
e distribuzione. Ciò, certo, non per bloccare la “competizione”
e la libera concorrenza tra i vari settori produttivi – come qualcuno
erroneamente ritiene - ma per affermare principi di lealtà
e impedire, ad esempio, che nella vendita delle merci si trascuri
di citare la provenienza dei prodotti agricoli, mentre compare solo
la sigla del distributore, senza neanche citare il trasformatore.
In altre parole, regole giuste per un libero mercato.
Fatta questa precisazione, si può dire, senza alcuna enfasi,
che il mercato – se non è alterato – è un mezzo idoneo
per comprendere e soddisfare le esigenze dei consumatori, che sono
i destinatari veri e ultimi del processo produttivo. E ciò
non si può dimenticare, se non si vuol considerare l’agricoltura
come la “Croce rossa”, che deve fornire ciò che serve alla
società senza che abbia nulla a pretendere in cambio, perché
è il suo “dovere”.
Questa teoria ha creato situazioni di difficoltà, nel primo
e nel secondo dopoguerra. Un esempio: si deve considerare proprio
l’errata politica agricola – basata su questi principi - una delle
cause maggiori delle difficoltà dell’Urss. La scelta della
“collettivizzazione” forzata portò alla liquidazione dei
protagonisti dell’evoluzione dell’agricoltura, cioè degli
imprenditori, liberi e responsabili. Ciò causò una
disaffezione crescente verso i problemi di fondo del settore agricolo,
con gravi conseguenze per la modernizzazione nelle campagne. Le
Monde – cioè un giornale autorevole non anticomunista - scrisse,
intorno agli anni ’60, che nell’Urss si era così tanto affievolito
il rapporto dell’uomo con la terra da dover scrivere sulla Pravda:
è tempo di seminare, è tempo di raccogliere. Una delle
cause principali della dissoluzione dell’Unione Sovietica dev’essere
individuata, infatti, proprio nella sua errata politica agricola.
L’Urss riuscì ad andare per prima nello Spazio, ma non era
in grado di assicurare il pane per i suoi abitanti. Adesso l’Urss
non c’è più. A me, che pur sono stato molto critico
in passato, proprio su questi punti, non mi sta bene. Giacché
adesso comanda solo l’America. E neanche questo va bene, come le
recenti vicende internazionali dimostrano: vedi la guerra in Iraq.
Di questo ho parlato in altre occasioni e sedi, e, perciò,
non mi ripeto. Naturalmente, io sono stato dirigente e sono legato
a una grande organizzazione professionale agricola – laica, non
ideologica, autonoma dai partiti, dai sindacati e dai governi -
la CIA, che ha il compito di difendere l’agricoltura e gli agricoltori,
e sento, perciò, il dovere di affermare che questi ultimi
non possono essere più considerati subalterni: essi non sono
e non si sentono inferiori a nessuno. Gli agricoltori intendono
contribuire – alla pari con gli altri lavoratori e ceti sociali
– a determinare le condizioni di uno sviluppo equilibrato, in Italia
e in Europa, in modo che le scelte da compiere siano conformi anche
alle loro necessità e alle loro prospettive. In ogni caso,
si deve affermare che un’agricoltura moderna dev’essere fondata
sulla libertà di produzione, che può svilupparsi solo
in rapporto al mercato e alla responsabilità e autogoverno
degli imprenditori.
Da ciò nasce la giusta richiesta – da parte delle forze agricole
– della “concertazione” e della istituzione del “Tavolo verde”,
sede sempre idonea per definire – tra governo e organizzazioni agricole
– le linee di indirizzo per il progresso del settore primario, che
non potrà mai essere favorito da un regime di pianificazione
lineare, che porta alla scelta delle quote personali di produzione,
come è avvenuto, a livello europeo, per il settore del latte.
I risultati negativi sono a tutti noti.
E così ho toccato un altro aspetto importante, quello dell’Unione
Europea e della politica agricola comune. Il nostro futuro è
l’Europa! Sbagliano coloro i quali vorrebbero farci tornare al passato,
alle cinte daziarie, alle tasse sul “macinato”. Nell’Europa, naturalmente,
dobbiamo stare facendo valere le nostre ragioni e, per quello che
riguarda l’agricoltura, affermando che occorre, sì, avere
una politica giusta di apertura verso i nuovi Paesi dell’est, senza
trascurare, però, le esigenze dell’agricoltura mediterranea.
Più attenzione ai problemi dell’acqua, della diversificazione
produttiva, del miglioramento della qualità, soprattutto,
per i due aspetti principali: sanità e tipicità legata
al territorio. Per anni mi sono battuto affinché tali problemi
fossero affrontati con serietà e competenza, con proposte
precise, come quella di costituire in ogni paese una “autorità
unica per le acque”, in modo da poter istituire una “autorità
unica” anche a livello internazionale. Bisogna combinare l’azione
per la pace e la collaborazione fra le nazioni e i popoli di quest’area
mediterranea, che è stata la culla della nostra civiltà
e deve tornare ad essere la cerniera che unisce, in opere di pace,
il Nord e il Sud del Pianeta. Noi siamo al centro del Mediterraneo
e, perciò, su questi problemi dobbiamo fare di più,
operando nel Comitato Mediterraneo della FIPA e in tutte le istituzioni
europee, sollecitando una seconda “Conferenza Euromediterranea sull’agricoltura”,
da tenere a Strasburgo, come la prima. Se si creano le condizioni
di collaborazione tra i diversi Paesi di quest’area, si possono
stabilire giusti accordi per concordare la forma, le quantità
e i tempi, dei flussi migratori, onde evitare le tragedie continue
dovute al fatto che tutto accade senza controlli e la gente si avventura
sotto la spinta della disperazione.
Alla Conferenza Euromediterranea di Strasburgo, voluta dalla CIA
e patrocinata dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo, questi
concetti, infatti, furono affermati e accolti da tutti. Ora bisogna
andare avanti. Come? Sono molte le cose da fare, ma a me par giusto
sceglierne tre. Ecco: valorizzare il ruolo dell’agricoltura nell’economia;
esaltare la funzione dell’impresa nell’agricoltura; migliorare la
posizione degli agricoltori nella società. Sono queste le
tre indicazioni principali da seguire per agevolare uno sviluppo
equilibrato dell’Italia, per combattere il dualismo, per costruire
un futuro migliore, soprattutto nelle campagne, nel nostro Paese
e in Europa.
Io credo che, operando in questo modo, noi onoriamo degnamente coloro
che sono caduti per la terra e per la libertà, tentando,
qui da noi, di spezzare i confini del feudo incolto a Fragalà,
in territorio di Melissa, nel marchesato di Crotone.
E consentitemi di chiudere questa manifestazione ricordando, ancora,
con memore rispetto, i nomi di Giovanni Zito, Giuseppe Nigro e Angelina
Mauro, caduti per la terra, ciascuno fedele al proprio ideale, con
le nobili parole pronunciate, al Senato, da Pietro Mancini, semplici
e musicali, come furono allora definite: “voli a quei tumuli lacrimati
l’omaggio nostro devoto e imperituro. Il sangue non è stato
versato invano se esso varrà a seppellire la vecchia storia
ed a foggiarne una nuova. La rinascita della Calabria sarà
il loro degno monumento”.
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