8 marzo 2001

testata nuovaagricoltura

PRIMO PIANO

• L’intervento del presidente Pacetti all’inaugurazione della 103a edizione della Fieragricola di Verona

 

ATTUALITA'

• Il vicepresidente De Carolis esprime la soddisfazione della Cia per l’approvazione della riforma degli enti di Patronato
• Il Piano della Cia per l’approvvigionamento nel 2001 delle proteine vegetali derivanti da semi oleosi in Italia

 

DAL TERRITORIO

• Convegno della Cia Toscana sullo sviluppo della zootecnia del centro Italia

 

   

 

PRIMO PIANO

L’intervento del presidente Pacetti all’inaugurazione della 103a edizione
della Fieragricola di Verona

Il presidente della Confederazione italiana agricoltori MassimoPacetti è intervenuto oggi all’inaugurazione della 103a edizione della Fieragricola di Verona, alla quale hanno partecipato il commissario all’Agricoltura Ue Franz Fischler e il ministro delle Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio. Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’intervento svolto dal presidente Pacetti.

L’iniziativa odierna e le qualificate presenze mi offrono l’occasione per affrontare una serie di questioni di primaria importanza per l’agricoltura italiana ed europea e mi danno la possibilità di illustrare la posizione della Confederazione italiana agricoltori.

E’ evidente come, di questi tempi, le "emergenze" assorbano la maggior parte delle nostre attenzioni e delle nostre energie. Le vicende della Bse e dell’Afta sono emblematiche: da un lato, nella ricerca di soluzioni adatte a tamponare i danni economici, rilevantissimi, al settore e, dall’altro, a creare le condizioni per ridare fiducia ai consumatori. Sapendo, però, che tutto non sarà come prima e che queste due vicende hanno dimostrato che le politiche da sviluppare non possano essere che europee.

Da toscano, tuttavia, lasciatemi dire che le "deroghe" concesse ad alcuni Paesi sulla carne con l’osso, penalizzano fortemente una "perla" della nostra cultura contadina e gastronomica, quale è la "Fiorentina". Sono decisioni che francamente non comprendiamo.

L’agricoltura, come si è potuto constatare in questi ultimi mesi, sta vivendo un momento di grandi trasformazioni e di indubbie difficoltà. I nuovi scenari mondiali, la globalizzazione dell’economia, le sfide dell’Unione Europea, i problemi scaturiti dalle ultime drammatiche emergenze zootecniche, impongono al più presto strategie mirate per consentire ai produttori agricoli di competere efficacemente sui mercati.

Serve, quindi, una politica, sia in ambito europeo che nazionale, più incisiva e rispondente alle mutate esigenze del mondo agricolo, che è cresciuto e che vuole essere protagonista del sistema economico e sociale.

Ritengo,comunque, che, a livello nazionale, ogni qual volta che si sono perseguiti comportamenti, strade e percorsi tesi a ricercare una unità di intenti verso obiettivi praticabili e possibili, si siano ottenuti risultati positivi.

Voglio, qui, ricordare quanto accaduto a Berlino, nella primavera del 1999, in occasione della discussione finale su Agenda 2000. Il comportamento forte del governo italiano, teso a sostenere le cause del settore agricolo nel corso di una trattativa difficile, complessa, non definitiva, ha portato a risultati positivi per la nostra agricoltura. E non parlo solo delle Organizzazioni comuni di mercato, su cui altre questioni sono aperte tuttora, ma delle politiche di sviluppo rurale e dell’avvio di una fase di riequilibrio tra il sostegno alle produzioni mediterranee rispetto a quelle continentali.

Parlo anche del ruolo dell’agricoltura che, oltre a quello, insostituibile di produttrice di beni alimentari, assume quello di fattore di tutela del territorio e di sviluppo armonico e sostenibile di un nuovo modello di sviluppo.

Il concetto di multifunzionalità, infatti, diviene sempre più caratterizzante nelle politiche Ue e nazionali. Oggi, l’esigenza è quella di creare, a livello nazionale, un quadro di certezze per far sì che la maggior parte delle nostre imprese possa valorizzare tale aspetto. La legge di orientamento, approvata di recente, deve, appunto, servire a questo.

Per fare ciò, pertanto, è necessario attivare, dopo la fase tecnica, il necessario passaggio politico nel Tavolo verde e agricolo-alimentare.

Altri e più importanti appuntamenti, tuttavia, ci attendono a livello europeo ed internazionale.

Il primo tra questi, mi costringe, mio malgrado, a ritornare un attimo sulla questione Bse e sulle proposte formulate dal commissario Fischler per il settore delle carni. Esse, secondo la Cia, non appaiono coerenti a ridisegnare un modello di allevamento bovino adeguato alle esigenze dei produttori e dei consumatori.

Con le proposte del commissario Ue c’è praticamente un ritorno indietro agli stessi accordi di Berlino su Agenda 2000. Sono proposte penalizzanti che non incentivano comportamenti imprenditoriali rivolti alla sicurezza alimentare e alla qualità e non danno quella svolta positiva indispensabile per il rilancio della filiera della carne bovina.

Si insiste sugli aiuti diretti, addirittura con la riproposta delle quote individuali, svincolati da qualsiasi obiettivo di nuovo sviluppo del settore.

Inoltre, per il nostro Paese sono negativi sia l’abbassamento dei parametri di densità di superficie foraggiera per ottenere gli aiuti comunitari sia il plafond del premio speciale bovini maschi.

Le emergenze Bse e Afta, tuttavia, ci ha dato alcuni insegnamenti:

1) sono due questioni che non conoscono frontiere;

2) e’ necessaria un’azione comune europea per gestire l’ordinarietà e governare le emergenze;

3) va attivata con urgenza l’Autorità europea alimentare.

A tal proposito sottolineamo la necessità di avviare al più presto una discussione, sia a livello europeo che di Wto, per aumentare le capacità produttive delle proteine vegetali per la definitiva sostituzione di quelle animali.

C’è, comunque, da rilevare che si profila con sempre maggiore chiarezza, avendo come leva proprio la vicenda Bse, una sorta di spostamento, a livello dei singoli Stati membri, di misure straordinarie, come la Francia ha già paventato di fare. Per l’Italia ciò significa superare almeno uno degli alibi, che era quello della cogenza delle regole Ue. Rimane, invece, presente quello della ricerca delle risorse finanziarie per attuare misure di carattere nazionale.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare è quello relativo all’agricoltura mediterranea. Per la Cia è necessario garantire in maniera adeguata la parità tra produzioni mediterranee e continentali. Occorre superare l’attuale fase che vede uno squilibrio a svantaggio di quelle mediterranee rispetto al loro peso sul totale delle produzioni europee.

Per questo motivo guardiamo con molta attenzione alla prossima Conferenza euromediterranea sull’agricoltura, sollecitata con determinazione dalla Cia, che si svolgerà in giugno a Strasburgo.

La Conferenza è l’occasione ideale per creare le condizioni necessarie per diminuire la concorrenza conflittuale e favorire la collaborazione produttiva e commerciale fra le agricolture di tutti i Paesi del Bacino Mediterraneo, quelli aderenti all’Ue e quelli che sono fuori. Questo nell’interesse congiunto dei produttori e della società.

Per diminuire le concorrenze conflittuali, occorre favorire la scelta delle "diversificazioni produttive" e quella del miglioramento della qualità e della tipicità delle produzioni legate al territorio.

La Conferenza euromediterranea sull’agricoltura, nella quale vanno coinvolte, allo stesso modo, sia le istituzioni rappresentative che le organizzazioni professionali, è anche utile ai fini della sicurezza. Migliorando le condizioni di alimentazione e di vita in tutti i Paesi del Bacino, si potranno, infatti, controllare più agevolmente i flussi migratori. Oggi essi sono spesso determinati soltanto dalla "disperazione". Occorre, invece, creare le condizioni perché ciò possa avvenire in una logica nuova, garantita dal reciproco interesse.

Per quanto riguarda, invece, il prossimo allargamento ad Est dell’Unione europea, la Cia valuta positivamente a questo grande processo che è di portata storica, poiché costituisce il naturale completamento dell’identità dell’Europa nei suoi confini geografici e la stabilizzazione della pace.

Ovviamente, questo processo non deve pesare esclusivamente nell’agricoltura. E’ necessario -come ha affermato lo stesso presidente del Consiglio Amato- rivedere la politica agricola comune e adeguarla alle mutate esigenze dell’Unione europea.

A favore di un ripensamento radicale della Pac, d’altra parte, si è espresso anche il neo-ministro dell’agricoltura tedesca, la signora Kuenast, e, seppur con accenti più sfumati, lo stesso commissario Fischler.

E’ imminente la ripresa dei negoziati in tema di Wto. L’Italia e l’Europa devono arrivare a questo appuntamento con posizioni chiare, elaborando strategie per difendere il modello europeo di agricoltura, che punti alla salvaguardia della multifunzionalità, alla garanzia delle produzioni che si fregiano delle Dop, Doc e Igp dalle contraffazioni e dalle imitazioni.

Tutto ciò presuppone un processo politico e decisionale europeo che veda coinvolti governi, istituzioni e rappresentanze.

Sarà necessario arrivare alla data prevista per la verifica di Agenda 2000, combinando le esigenze di bilancio, di allargamento, di preferenza.

Sul piano più generale la filosofia della Pac, come ripresa nel Trattato, è in controtendenza con le sensibilità che emergono nel consumatore europeo, la qualità e la sicurezza, le tematiche ambientali e del benessere degli animali, le quali richiedono alle imprese agricole e alla politica agricola risposte più puntuali.

Da una parte i vincoli europei di bilancio debbono tener conto dell’agricoltura come fattore sociale e di equilibrio territoriale, capace di erogare servizi plurimi e non quantificabili nei classici termini di reddito. Va combinata l’esigenza del cittadino/contribuente di avere beni alimentari di qualità e un ambiente fruibile con la necessità di sostenere una politica agricola di qualità e rispettosa dell’ambiente.

Dall’altra, la destinazione della spesa deve fare i conti con il quadro internazionale dei rapporti e delle regole.

Il meccanismo degli aiuti diretti ed indifferenziali, accompagnati al permanere di un sostegno dei prezzi, appare, più in contrasto con alcuni interessi emergenti dell’Unione europea, incoerente con il modello europeo di agricoltura multifunzionale e inefficace a fronteggiare i rischi di mercato. E’ necessario, innovare i contenuti ed i meccanismi della Pac, allontanandosi progressivamente dagli attuali automatismi e adattare il regime di aiuti per poterli inserire nella "scatola verde".

Ciò può essere fatto attraverso una modulazione degli aiuti che li colleghi alle caratteristiche territoriali ed al perseguimento, da parte dell’agricoltore, di obiettivi di interesse generale (la tutela ambientale, la sicurezza alimentare, la qualità e la tipicità, ecc.)

Quindi, comprendere la necessità di premiare i comportamenti orientati al mercato e non ai sostegni ai prezzi, i comportamenti che, come Cia, definiamo "virtuosi" nelle pratiche aziendali.

E’ questo il tema in cui si incardina la discussione in merito alla modulazione degli aiuti, che non può essere ricondotta a sola questione quantitativa.

Ed è altresì l’ambito attorno al quale si svilupperà il dibattito con l’Usa e i Paesi del gruppo di Cairns.

L’agricoltura europea non è, però, più assistita e garantita di quanto non lo siano quelle di altri paesi.

Recenti studi dimostrano che l’evoluzione delle spese della Pac ha progressivamente spostato gli interventi dal sostegno ai mercati ed ai prezzi a quelli diretti.

Inoltre, l’Ue, dal 1988 al 1999 ha ridotto più di un punto percentuale (passando dal 2,6 all’1,5) il totale dei sostegni all’agricoltura sul totale del Pil, ponendosi nella media dei paesi dell’Ocse, allineandosi a quella degli Usa e al di sotto, ad esempio, del Giappone.

Ma la percentuale dei servizi collettivi dedicati al settore, sul totale degli aiuti pubblici in Europa è appena il 6 per cento, contro una media più che doppia dei paesi Ocse e pari ad un terzo di quella del Giappone, circa un decimo della Nuova Zelanda e un quarto degli Usa.

Le recenti misure varate dal governo Usa a favore degli agricoltori (gli aiuti sono passati da 8 a 29 miliardi di dollari) dimostrano come sia necessario trovare soluzioni non ingannevoli ma coerenti al modello di sviluppo che si intende perseguire.

Un modello che non può che essere europeo, lo ribadisco, in conclusione di questo mio intervento.

La spesa agricola non è una opzione per la società europea. Essa deve essere sempre di più la logica conseguenza di un modello di agricoltura europeo basato sulla qualità delle produzioni, sul riequilibrio territoriale, sulla compatibilità ambientale dello sviluppo, sulla sicurezza alimentare dei consumatori, capace di far giocare all’Europa un ruolo guida nelle politiche internazionali, nel processo di apertura degli scambi, nello sviluppo dei paesi meno avanzati e, soprattutto, nel garantire condizioni adeguate di reddito, sociali e civili agli agricoltori.

Vorrei, infine, affrontare un problema che in questi mesi ha aperto un ampio dibattito, dove non sono mancate le polemiche e dure contrapposizione. Si tratta degli Organismi geneticamente modificati. Su tale questione la Cia ha mantenuto sempre una posizione chiara e coerente. La nostra organizzazione è per una corretta impostazione della ricerca, per la trasparenza e la completezza dell’informazione, per norme Onu sulla salvaguardia della biodiversità.

Quindi, per la Cia occorre favorire la ricerca sulle biotecnologie, controllando, però, con il massimo rigore i risvolti commerciali, e salvaguardare le biodiversità, scartando ogni tentazione economistica. In tal contesto, è, tuttavia, fondamentale garantire i diritti degli agricoltori riguardo alla cosiddetta "proprietà intellettuale".

Gli agricoltori, d’altronde, non possono essere i muti destinatari delle biotecnologie. Essi devono essere coinvolti in tutte le fasi del lavoro e diventare committenti.

Inoltre, pensiamo che sia indispensabile perseguire il "principio di precauzione", con opportuni e severi controlli, per tutelare i consumatori e gli agricoltori con regole valide che solo l’Onu può definire per tutti i Paesi.

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ATTUALITA'

Il vicepresidente De Carolis esprime
la soddisfazione della Cia per l’approvazione della riforma degli enti di Patronato

"Finalmente approvata la riforma degli enti di Patronato.Con questo atto, compiuto dal Senato è giunta così a conclusione una vicenda che, come è noto, ebbe inizio nel 1997 con l’unificazione di ben cinque progetti presentati da diverse forze politiche di maggioranza e di opposizione e che incontrò, tra gli altri ostacoli, anche il tentativo di referendum chiesto per l’abrogazione del finanziamento ai Patronati che, però, non venne dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale". E’ quanto ha rilevato il vicepresidente nazionale della Confederazione italiana agricoltori Paolo De Carolis.

"Il testo approvato -ha aggiunto De Carolis- contiene alcune richieste fondamentali avanzate dall’Inac (Patronato della Cia) insieme agli altri Patronati agricoli in occasione della audizione presso la commissione Lavoro del Senato, avvenuta il 4 febbraio 1998".

Riguardo al finanziamento, "viene riconosciuta -ha detto ancora il vicepresidente della Cia- la nostra richiesta relativa alla necessità di stabilire una aliquota fissa per dare una prospettiva di certezza economica ai Patronati ed è accolta, al tempo stesso, l’istanza da noi più volte sottolineata di basare il finanziamento oltre che sull’attività anche sull’organizzazione, che, come è noto, era stata esclusa".

"Con questo atto, pertanto, si conclude -ha affermato De Carolis- una vicenda la cui incertezza penalizzava istituti e cittadini".

 

 

Il Piano della Cia per l’approvvigionamento
nel 2001 delle proteine vegetali derivanti
da semi oleosi in Italia

Premesso che:

- il caso Bse ha riportato all’attenzione dell’Unione europea il problema dell’approvvigionamento delle proteine vegetali;

- il divieto assoluto dell’impiego delle farine animali nei mangimi zootecnici, adottato anche dall’Italia, porta necessariamente ad incrementare l’utilizzazione delle proteine vegetali derivanti da semi oleosi, in particolare farina di soia e di girasole;

- il consumo di farine animali in Italia è pari a 200.000 tonn circa, con un costo complessivo di 74 miliardi;

- la sostituzione del suddetto consumo corrisponde a circa 350.000 tonnellate di farine vegetali pari a 100.000 ettari di superfici investite a semi di soia e girasole.

L’Europa è deficitaria di proteine vegetali, in quanto dipende dalle importazioni da Paesi terzi per almeno il 70 per cento del suo fabbisogno. Pertanto gli obiettivi primari per garantire una produzione adeguata di semi oleosi nell’Unione europea restano i seguenti:

- il Consiglio europeo dovrà agire in sede Wto per rinegoziare gli accordi di Blair House Usa/Ue sui semi oleosi per modificare i previsti limiti di produzione;

- l’agricoltura comunitaria rivendica il diritto di sviluppare le colture alternative ai cereali per partecipare all’espansione del mercato degli oli e delle proteine vegetali sia all’interno della Comunità sia, soprattutto, sui mercati dei Paesi Terzi;

- la Commissione Ue dovrà effettuare adeguamenti ad Agenda 2000 volti a mantenere la produzione dei semi oleosi che altrimenti rischia di diminuire drasticamente, giacché dal 2002 i pagamenti per superficie saranno equiparati a quelli dei cereali. Tale obiettivo potrà essere raggiunto, eventualmente congelando i pagamenti per superficie al valore della campagna 2001/2002.

La Cia con il presente documento si pone l’obiettivo di: garantire l’autoapprovvigionamento delle proteine vegetali in sostituzione delle farine animali attraverso l’incentivazione delle coltivazioni nazionali di semi oleosi per almeno 100.000 ettari, evitando così di incrementare ulteriormente le importazioni da Paesi Terzi e favorendo il miglioramento dell’ambiente attraverso corrette pratiche colturali.

A tale scopo la Cia propone quanto segue:

1) aumento fino ad almeno 30.000 ettari delle coltivazioni di semi di girasole non food sui terreni in set aside, in quanto le farine ottenute hanno un contenuto in proteine di circa il 30 per cento le normali e del 38 per cento le proteiche e possono essere utilizzate ai fini dell’alimentazione animale;

2) aumento di almeno 50.000 ettari degli investimenti al Nord ed al Centro Italia di semi di soia, valida alternativa al mais nell’avvicendamento colturale, tenuto anche conto del superamento della superficie massima garantita specifica del mais;

3) destinazione a semi di soia di circa 20.000 ettari di semi di girasole coltivati nel nord Italia per un maggiore apporto di proteine vegetali (44 per cento normali - 48 per cento proteiche).

Per l’ottenimento di risultati concreti entro breve tempo la Cia intende rivolgersi:

- ai produttori agricoli: per orientare, in prossimità delle semine primaverili, le loro scelte colturali verso un avvicendamento dei cereali con le oleaginose, in quanto colture alternative, valide dal punto di vista agronomico ed economico.

- Alle Industrie olearie: per incentivare le coltivazioni delle oleaginose attraverso la stipula di accordi interprofessionali di filiera, in particolare per i semi oleosi a destinazione non food per la produzione di biodiesel, per il quale è previsto nella finanziaria 2001 un contingente defiscalizzato di 300.000 tonnellate.

- Alle Autorità pubbliche: per sostenere, con interventi ad hoc sia a livello nazionale sia regionale nell’ambito delle misure agro-ambientali previste nei piani di sviluppo rurale, la coltivazione dei semi oleosi in Italia, valida alternativa alla monosuccessione dei cereali. (Politiche delle produzioni e di mercato-Ufficio seminativi)

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DAL TERRITORIO 

Convegno della Cia Toscana sullo sviluppo
della zootecnia del centro Italia

Restituire al comparto zootecnico il ruolo che gli compete, attraverso una serie di iniziative che stimolino gli enti locali, le aziende, i consumatori attraverso proposte concrete, come, ad esempio, la valorizzazione delle produzioni tipiche e di qualità agricolo-alimentari, ma anche prodotti tradizionali e del territorio che ad esso sono legati. Questo quanto è emerso nel corso del convegno di ieri "Aree rurali del centro Italia e zootecnia. Sviluppo territoriale e qualità della vita" organizzato dalla Cia regionale della Toscana e da quella provinciale di Arezzo. Alla relazione introduttiva del presidente della Cia regionale, Enzo Pierangioli, è seguito il saluto del sindaco di Cortona, Emanuele Rachini, il quale ha ribadito la forte attenzione verso il settore da parte dell’amministrazione locale, nonché la sua preoccupazione per la vicenda della legata alla Bse.

Nel suo intervento Enrico Vacirca, membro della presidenza della Cia Toscana, ha affermato che "gli elementi ed il tipo di caratterizzazione che individuano la specificità del progetto Ape (Appennino parco d’Europa) si possono sintetizzare nella valorizzazione delle risorse immobili, culturali, naturali e umane, nella costruzione di un ambiente sociale adatto allo sviluppo, favorendo l’offerta di servizi innovativi e qualificati per i residenti e per i visitatori, nella creazione di condizioni per la promozione e la localizzazione di nuove iniziative imprenditoriali". "Lo strumento -ha proseguito Vacirca- per attuare i contenuti dello sviluppo sostenibile è l’individuazione dei processi e azioni volontarie, dei soggetti locali, che si fanno carico di limiti o difficoltà delle azioni di governo o di mercato tradizionali".

Al convegno è intervenuto anche Giordano Pascucci, vicepresidente della Cia Toscana, il quale ha ridabito che occorre definire un progetto strategico per articolare e modulare la zootecnia locale, aprire tavoli di concertazione territoriali e di filiera in ogni regione per individuare percorsi comuni e progetti integrati, partecipati e sostenuti anche dal livello istituzionale.

"C’è bisogno di Progetti seri in questo momento e bisogna uscire allo scoperto senza imbarazzo -ha concluso Giulio Fantuzzi, membro della Presidenza nazionale della Cia- per questo scenderemo in piazza a Roma il prossimo 21 marzo, spingendo per un nuovo accordo tra agricoltura e società. ‘La nostra qualità è la vostra sicurezza’, questo lo slogan della nostra iniziativa.E proprio la qualità è il punto chiave per rivalutare l’intero settore".

"La mancanza di un’unità di azione -ha continuato Fantuzzi- è abbastanza grave, perché bisognerebbe operare tutti insieme. Il mondo agricolo da solo non ce la fa a dare la svolta, e proprio ora c’è bisogno di unità di intenti".

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