dal Territorio
Vino, Cia Treviso: export in crescita. Carta vincente è la sostenibilità
07 Dicembre 2017

E' quanto emerso dal convegno "Vigneto, cantina e mercati: l'evoluzione di una filiera sostenibile"

Il percorso di un vino sostenibile parte dalla vigna e arriva in cantina e a chiederlo sono i consumatori. Sostenibilità in viticoltura non significa togliere, ma razionalizzare e trovare un equilibrio nell’uso delle sostanze per tutelare i vigneti.

I due concetti hanno messo d’accordo il mondo della ricerca, dell’enologia e gli esperti di mercato che si sono confrontati a Conegliano nella sede dell’Università di Padova nel corso del convegno “Vigneto, cantina e mercati: l’evoluzione di una filiera sostenibile”, organizzato dalla Cia-Agricoltori italiani Treviso in collaborazione con la Camera di Commercio di Treviso e Belluno.

I numeri di Treviso. Oggi il Veneto sta vivendo un momento di crescita soprattutto per merito degli spumanti, in primis il Prosecco. Lo spumante incide per il 20% sul totale dell’export, almeno per il 18% trainato dal Prosecco.

Da un’indagine di mercato condotta da Nomisma, Treviso rappresenta la terza provincia vinicola esportatrice a livello nazionale dopo Verona e Cuneo. Nel 2016 l’export di vino dalla provincia di Treviso è stato di oltre 600 milioni di euro, vale a dire il 30% dell’export vinicolo veneto (e l’11% di quello italiano). Rispetto a cinque anni prima (2011) la crescita dell’export di vino dalla provincia di Treviso è cresciuto dell’85%, contro una media regionale del +50% e nazionale del +28%.

Nei primi 6 mesi di quest’anno (2017) l’export vinicolo dalla provincia di Treviso ha continuato a crescere: +5% contro lo stesso semestre dell’anno precedente.

“Da un’indagine che abbiamo fatto sui cosiddetti ‘millenials’, consumatori tra i 18 e 35 anni -spiega Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor- i valori che guidano gli acquisti sono fondamentalmente tre: i vini autoctoni, i vini sostenibili e quelli biologici. Sono risultati interessanti e soprattutto si sposano bene con quella che potrebbe essere una viticoltura di qualità della zona trevigiana. Innanzitutto perché i ‘millenials’ amano il Prosecco e gli Sparkling (vini spumanti, bollicine) e Treviso in questo fa la parte del leone e poi perché andando a vedere l’obiettivo di crescita di questo viticoltura con un approccio sempre più sostenibile crescerebbe la domanda di questo prodotto”.

Nel 2016 in Italia sono stati consumati 22,5 milioni di ettolitri di vino contro i 30,2 del 2000. Perché questo calo?

“Il calo del consumo di vino in Italia è pesante -conferma Pantini- è un calo strutturale. Oggi i volumi sono supportati dalle generazioni più vecchie abituate a bere vino a pasto e cena. I più giovani non consumano vino, solo saltuariamente (11%). Per questo gli sparkling si inseriscono bene in questa nuova modalità, si tende a non bere vino non strutturato”.

Oltre ai numeri durante l’incontro sono emerse molte riflessioni sull’evoluzione della filiera sostenibile: dal vigneto alla cantina, passando per i mercati.

“Siamo convinti che il produttore e l’enologo debbano fare un salto di qualità, di mentalità -spiega Giuseppe Facchin, Presidente Cia Treviso- il consumatore ci porta obbligatoriamente a rivedere il nostro modo di lavorare, dobbiamo passare per questa evoluzione culturale, la sostenibilità che parte dal vigneto passa per la cantina e arriva sugli scaffali dei centri di distribuzione, assecondando le nuove tendenze del mercato legato al consumatore che vuole oltre alla qualità del prodotto, altri valori: il green, il salutista, meno alcool. C’è una strada di qualità ben individuata e da consolidare, noi siamo per il green, lo siamo sempre stati, lo saremo per il futuro. In quale modo? Assecondare le aspettative del consumatore, essere meno impattanti con l’ambiente ma essere imprenditori”.

Che cosa si può fare in un vigneto già esistente per renderlo sostenibile?

“Dobbiamo essere poco dispendiosi nell’utilizzo di acqua di irrigazione, concimi, trattamenti fitosanitari, preoccuparci dell’emissione del gas serra e dell’utilizzo dell’energia -sostiene Luigi Bavaresco, docente di viticoltura all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza- in pratica noi dovremmo arrivare a produrre tanti quintali di uva ma con piante equilibrate, non forzate; la pianta che consuma poca acqua, poco concime, che ha bisogno di pochi trattamenti, è quella che mi dà un prodotto qualitativamente molto alto e mi permette anche di fare una coltivazione ecocompatibile. Non si toglie nulla, ma si razionalizza. La ricerca scientifica sta facendo molto per aiutare le aziende ad essere sostenibili. Parlando di ‘glifosate’, ci sono studi per cercare nuovi prodotti che uccidano l’erba infestante e che sostituiscano il ‘glifosate’, un pesticida naturale.

Facciamo un esempio concreto di un’azienda distante dalla sostenibilità, un’azienda della pianura trevigiana dove si produce molta Glera e molto Prosecco. Cosa fare per diventare sostenibile? Razionalizzare gli input, ridurre acqua, azoto, prodotti fitosanitari”.

Dal vigneto alla cantina. “L’innovazione in termini di sostenibilità si può portare in cantina -spiega Enzo Michelet, enologo- riducendo l’anidride solforosa, l’unico additivo tossico antisettico permesso in enologia e utilizzando una “guerra biologica naturale” ovvero usando il lievito come fattore di controllo della presenza dei microrganismi naturalmente presenti nell’uva e quindi nel mosto. Tradotto significa fermentazioni migliori con meno possibilità di microrganismi che diminuiscono la qualità. Il lievito colonizza il mosto e i microrganismi non trovano posto. Un‘alternativa messa in campo, efficace e utilizzata nella enologia biologica”.

“Non basta essere in linea con il disciplinare, ma far capire che dentro alla tua vigna c’è un prodotto sano -conclude Domenico Mastrogiovanni, responsabile nazionale Cia settore vinicolo- l’appeal sul mercato non è tanto dato dall'etichetta, ma dal contenuto della bottiglie che deve essere in linea con le nuove politiche ambientali generali.

Nel 2016 l’Italia ha prodotto un volume di 26 milioni di ettolitri imbottigliato che gira per il mondo con un export intorno ai 6 miliardi di euro. Questo significa che il prodotto è apprezzato perché è buono, ma anche perché il Made in Italy è fatto di argomenti solidi con un vino più green degli altri. Dobbiamo assecondare le esigenze del consumatore”.


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