Cia Basilicata: a Tricarico per dare il via al progetto filiera carne cinghiale

04 settembre 2017
Cia Basilicata: a Tricarico per dare il via al progetto filiera carne cinghiale
 

La firma del contratto di affidamento da parte della Regione all'Istituto Zooprofilattico Speciale di Puglia e Basilicata del servizio di analisi per il controllo della trichinellosi nei cinghiali abbattuti è un buon passo avanti verso la creazione di una filiera del cinghiale, trasformando quello che è un  problema gravissimo per i produttori agricoli, a causa dei continui ed ingenti danni alle coltivazioni, in opportunità economica. Questo il commento della Cia del Materano.

Nel ricordare che il sindaco di Tricarico Lina Marchisella, nelle settimane scorse, ha proposto che la Regione coordini una filiera delle carni selvatiche, la Cia candida l'ex salumificio di Tricarico, di proprietà regionale, a svolgere funzioni di macellazione e trasformazione dopo i programmi di sicurezza alimentare a tutela della salute del cittadino introdotti con il contratto.

Dal 2016 sono stati abbattuti in Basilicata, nel periodo di caccia e mediante controllo 7.300 cinghiali mentre, solo in sei anni, i danni risarciti ammontano a circa 5 milioni di euro ma sono incalcolabili. Numeri così elevati da rendere necessario un vero e proprio "approccio gestionale" al fenomeno, che permetta la limitazione dei danni arrecati all'agricoltura, che valorizzi i notevoli interessi economici che la caccia a questi animali rappresenta e che garantisca il massimo della qualità del prodotto alimentare. Un'impostazione di tipo commerciale che, nel rispetto di tutte le norme vigenti e con il coinvolgimento degli Enti locali, trasformi un problema in vera opportunità per il settore alimentare.

Consumata cotta ai ferri o nel sugo della pasta, la carne di cinghiale -sottolinea Paolo Carbone della Cia- è il simbolo di una tradizione culinaria che attrae tanti turisti in varie parti del Paese, specie Umbria e Toscana. Se ne mangia tantissima, eppure quella che troviamo al ristorante raramente è nostrana. Accade che i ristoratori, per evitare di prendere un cinghiale locale che non soddisfa i requisiti di tracciabilità e le adeguate garanzie igienico sanitarie, acquistano la carne dalla Grande Distribuzione Organizzata o da grossisti che, solitamente, si riforniscono nei Paesi dell'Est Europa. Sia chiaro: tutti i Paesi dell'UE effettuano gli stessi controlli sulla qualità, dunque la carne è sicura (oltre che buona). Ma altro che "chilometro 0". Insomma, un circolo vizioso che pur garantendo la qualità di quello che mangiamo, non rappresenta per il territorio una risorsa economica al 100%. E purtroppo quasi tutti i titolari di aziende agrituristiche sono costretti a rinunciare a proporre la carne di cinghiale perché non riescono a garantire i complessi requisiti richiesti dalle normative di ristorazione. Sarebbe invece un modo di valorizzare un prodotto della nostra tradizione di cui i nostri boschi sono ricchi e per Tricarico un'occasione per far tornare in attività il vecchio Salumificio.