| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 53 - n. 87 | 29 aprile 2011 |
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Tra le fonti energetiche non c’è solo il petrolio. Anzi, la casuale concomitanza con la sottoscrizione del “Memorandum di intesa” Stato-Regione oggi a Potenza, ha rilanciato la candidatura degli agricoltori lucani che da tempo rivendicano la possibilità di diventare “produttori di energia alternativa” attraverso la realizzazione di mini-impianti (eolici, fotovoltaici, biomasse, idroelettrici, da processi agronomici) innanzitutto per l’auto-approvvigionamento delle aziende agricole ma anche per dare un contributo più complessivo al fabbisogno energetico della regione e del Paese. Di questo si è parlato nel convegno promosso dalla Cia Basilicata a Potenza, presso l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente “G. Fortunato”. In particolare i temi affrontati da esperti, tra i quali Marino Berton, presidente Aiel(Associazione italiana energie agroforestali), hanno riguardato i sistemi di incentivi all’uso di energia da fonti rinnovabili (decreto legislativo 28/2011); i crediti di carbonio forestali; la realizzazione di un piano agro-energetico e di un distretto agro-energetico in Basilicata. Per la Cia Basilicata -come ha ricordato il presidente regionale Donato Distefano- proprio il decreto legislativo 28/2011 riapre in Basilicata tutta la partita delle rinnovabili che la delibera Gr n. 2260 del 29/12/10 (linee guida per la progettazione degli impianti di produzione di energia alternativa) aveva in qualche modo limitato. Le modifiche da noi sollecitate -ha precisato il presidente della Cia Basilicata- intendono disciplinare in forma più consona le procedure attuative declinando nel contempo meglio e con maggior coerenza i fabbricati e le strutture, in presenza delle quali scattano preventivamente alcuni prerequisiti e prescrizioni, nel caso di avvio di opere destinate alla costruzione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili in questo caso eolici. L’obiettivo è quello di favorire e garantire senza particolari divieti e rigidità, standard di sicurezza verso i cittadini tesi a garantire, l’incolumità della loro salute, la contestuale salvaguardia, tutela e preservazione dei nostri territori rurali, delle aziende agricole e loro annessi, cioè tutto quel complesso di opere che caratterizza e contraddistingue siti e paesaggio agrario della Basilicata. Di qui la proposta di prevedere un Distretto agro-energetico che ha visto la Cia costituire un Gie (Gruppo di interesse economico) che lavorerà per realizzare una rete di sistema della filiera agro-energetica nell’ambito dei programmi già previsti dai tre Dipartimenti regionali competenti (Agricoltura, Ambiente ed Attività Produttive). Condividiamo -ha evidenziato Distefano- l’obiettivo sostenuto dalla Giunta Regionale di consentire di accedere alla libera attività di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in condizioni di uguaglianza e senza discriminazioni nelle modalità, condizioni e termini per il suo esercizio, mettendo fine ad una sorta di monopolio di società e gruppi specializzati. E’ soprattutto lo snellimento delle procedure che ci interessa tenuto conto che i tempi imposti dall’Enel ed avallati dall’Autorità energia elettrica e gas sono troppo lunghi e scoraggiano gli imprenditori agricoli: il tempo necessario per la realizzazione delle opere per la connessione alla rete elettrica è stimato dall’Enel in 16 mesi per la realizzazione del nuovo impianto di trasformazione (CP) 150/20 Kv; 20 mesi per la realizzazione della Stazione Rtn 380/150 Kv; 16 mesi per la nuova S.E. Rtn fino a 150 Kv; 8 mesi più un mese al Km per i raccordi alle linee Rtn. Se a tutto ciò si aggiungono i tempi relativi all’ìter autorizzativo si deve calcolare -secondo la Cia Basilicata- in media non meno di sei anni prima che un’azienda agricola possa allacciare il proprio mini-impianto energeti co alla rete Enel. E' necessario però che fin da subito -ha sottolineato il presidente Aiel Berton- il settore delle agrienergie sia coinvolto nella predisposizione dei numerosi decreti attuativi che definiranno nel concreto le scelte operative e i livelli degli incentivi. Cia e Aiel ritengono necessario che i prossimi provvedimenti siano ispirati secondo due principali direttrici: promuovere la generazione distribuita, i piccoli e medi impianti realizzati in sintonia e nel rispetto con le caratteristiche e le risorse del territorio affiche i benefici si trasformino in sviluppo locale al servizio delle comunità; sostenere le iniziative realizzate dalle piccole e medie imprese e dagli imprenditori agricoli e forestali nel campo della produzione energetica da fonti rinnovabili, come opportunità di reddito e occasione di sviluppo.
Attivare subito un tavolo regionale della filiera olivicola per definire nuove strategie ed azioni per il rilancio del settore olivicolo toscano. Prima che sia troppo tardi e l’olivicoltura toscana chiuda i battenti. Lo sottolinea la Cia Toscana valutando lo stato di crisi del settore giunto ad un livello ormai insostenibile per gli olivicoltori. Il settore è di fronte ad una crisi senza precedenti -afferma la Cia Toscana- per questo sono necessari sforzi ed un impegno straordinario da parte delle istituzioni pubbliche e dei soggetti privati dell’intero sistema olivicolo regionale. Un chiaro segnale di allarme – aggiunge la Cia – arriva dal “capitolo” reddito degli produttori, sempre più a rischio per un progressivo calo dei prezzi di vendita dell’olio, che per il prodotto Igp Toscano ha raggiunto la cifra di 4-4,5 euro al kg, che vuol dire abbandono degli oliveti, dal momento che una soglia di sopravvivenza per i produttori è almeno di 8-9 euro al kg. Insomma per ogni litro di olio venduto, al produttore manca almeno il 50 per cento per coprire i costi di produzione. Un’anomalia, apparentemente incomprensibile, se si considera che la filiera olivicola è sufficientemente strutturata anche attraverso un forte ruolo commerciale del sistema cooperativo tramite il quale transita gran parte della produzione olivicola toscana. Servono dunque interventi capaci per rimuovere da una parte le diseconomie della filiera e dall’altra una maggiore valorizzazione delle produzioni certificate toscane. In tale direzione occorre un ruolo più incisivo ed efficace da parte degli stessi produttori e delle loro organizzazioni economiche. “Servono strategia ed innovazione, ma anche investimenti -dice Giordano Pascucci, presidente Cia Toscana-, ed una migliore organizzazione della filiera, e poi rilancio della promozione, ricerca e marketing, tracciabilità e certificazione della qualità. Ma non c’è un attimo da perdere, perché sostenere e salvare l’olivicoltura toscana, significa salvare un’economia importante ed il nostro paesaggio ed ambiente”. Secondo la Cia Toscana, è opportuno un tavolo regionale di filiera che metta in primis in evidenza i punti di forza e di debolezza di ogni segmento delle filiera; nonché una disponibilità a mettere in discussione ruoli ed equilibri esistenti a beneficio di una prospettiva di interesse generale, partendo dal riequilibrio dei redditi dei produttori olivicoli toscani. Il “luogo o la sede” dove avviare la riflessione -continua la Cia Toscana- è il Consorzio di tutela dell’olio extravergine IGP Toscano, che riveste un ruolo fondamentale perché rappresenta gli interessi di tutti i soggetti della filiera olivicola, e contemporaneamente, ha come missione principale la tutela e la valorizzazione del prodotto, attraverso l’innovazione e il rilancio dell’intero sistema olio-toscano. “E’ necessario -conclude Pascucci- riadattare la strategia toscana del settore adottando fin dai prossimi giorni un tavolo di filiera, per individuare gli interventi più urgenti, intraprendere iniziative nel lungo periodo, e creare le condizioni per il rilancio del settore partendo dalle aree cosiddette marginali della regione, dove rafforzare il tessuto economico significa anche salvaguardare quello sociale, sostenibilità dell’ambiente e valorizzazione del paesaggio”.
I prezzi dei carburanti lievitano -ricorda la Cia- e i rincari pesano sulla busta della spesa. Le imprese agricole restano in grande difficoltà: s’impennano le spese produttive. Il “caro-benzina” tiene alti i prezzi alimentari e costringe una famiglia su tre a tagliare sul carrello della spesa. Il primo trimestre dell’anno, infatti, fa segnare un’ulteriore flessione dello 0,5 per cento dei consumi alimentari, che segue il trend negativo già registrato nel 2010 (meno 0,6 per cento). Ma non è la materia prima a “pesare” di più: sugli aumenti al supermercato incidono soprattutto le spese di trasporto, visto che i prodotti, dal campo alla tavola, viaggiano su strada nell’85 per cento dei casi. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, commentando i dati diffusi oggi dall’Istat. L’impennata di benzina e gasolio, che non accenna ad arrestarsi, continua quindi a infiammare i listini al dettaglio e spinge in alto l’inflazione -spiega la Cia-. Ad aprile i prezzi degli alimentari (incluse le bevande alcoliche) aumentano rispetto a marzo dello 0,1 per cento, evidenziando una lieve accelerazione del tasso tendenziale, che sale al 2,3 dal 2,2 per cento del mese precedente. In particolare, i prezzi dei prodotti lavorati crescono dello 0,3 per cento su base congiunturale e dell’1,8 per cento rispetto ad aprile 2010, mentre i prezzi dei prodotti non lavorati diminuiscono dello 0,5 per cento sul mese e salgono al 2,9 per cento sull’anno. La conseguenza più immediata è la “dieta” a tavola -aggiunge la Cia-. Gli italiani modificano il menù quotidiano e rinunciano al pane (meno 2,1 per cento nel 2010), alla pasta (meno 1,8 per cento), alla carne rossa (meno 4,6 per cento) e al pesce (meno 2,9 per cento), alla frutta (meno 1,8 per cento) e anche al vino da tavola (meno 2,1 per cento). Ma gli effetti del “caro-petrolio” si fanno sentire anche sull’agricoltura. Solo a febbraio le imprese del settore hanno dovuto fare i conti con rincari del carburante superiori al 6 per cento. In pochi mesi -osserva la Cia- il gasolio agricolo è, infatti, passato da 50 centesimi a più di un euro al litro. Per le imprese si tratta di un incremento insostenibile, visto che il gasolio è “re” nel settore: non solo è necessario per il riscaldamento di serre e stalle ma per l’alimentazione dei mezzi meccanici, a partire dai trattori. E si fa indispensabile proprio in questi mesi primaverili, visto che da aprile a giugno ci sono le operazioni di semina, concimazione, diserbo, irrigazione, trinciatura e raccolta.
La Cia esprime soddisfazione per l’operazione condotta dai Nas dei carabinieri che ha portato al sequestro di dolci avariati. Ora rafforzare ulteriormente i controlli e rendere al più presto operativo il provvedimento sull’etichettatura d’origine. “Tolleranza zero” per chi sofistica e inquina gli alimenti, attentando alla salute pubblica; rendere sempre più rigorosi i controlli; attuare al più presto il provvedimento sull’etichettatura d’origine per tutti i prodotti agroalimentari; sviluppare una dura lotta alle falsificazioni. E’ quanto riaffermato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori nel commentare in modo positivo l'operazione condotta dai Nas dei Carabinieri di Salerno, che ha portato al sequestro di tonnellate di dolciumi avariati e al ritiro dal mercato di prodotti già distribuiti. Occorrono -avverte la Cia- misure drastiche per contrastare l’adulterazione e la truffa nell’alimentazione. E’ necessaria la massima fermezza contro chi, attraverso azioni criminali, fraudolente e illegali, mette a repentaglio la salute dei cittadini e provoca gravi danni alla stessa credibilità del settore agroalimentare italiano. D’altra parte, la stragrande maggioranza degli italiani (nove su dieci) -ricorda la Cia- vuole massima sicurezza alimentare e chiede misure efficaci per reprimere sofisticazioni e adulterazioni dei prodotti; mentre sette su dieci sono favorevoli a un’etichetta "trasparente" che permetta di riconoscere la provenienza del prodotto. Non solo. Oltre il 65 per cento dei nostri connazionali guarda alla qualità. La sicurezza è, quindi, al primo posto nelle scelte alimentari degli italiani. Una tendenza -avverte la Cia- che è stata rafforzata anche dagli ultimi scandali alimentari e dalle vicende che hanno riguardato i sequestri di prodotti “pericolosi” per la salute.
La Cia Umbria segnala un nuovo pericolo in agguato per le aziende agricole: infatti, con l’entrata in vigore dell’imposta municipale propria (Imu), prevista per l’anno 2014, i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali (Iap) dovranno sopportare un maggiore peso fiscale rispetto all’attuale carico dell’imposta comunale sugli immobili (Ici). Questo nuovo balzello - denuncia Domenico Brugnoni, presidente regionale della Cia Umbria - che sostituirà l’Ici, non prevede al momento alcuna agevolazione per i soggetti che conducono direttamente i terreni agricoli, come, invece, stabilito nell’imposta che verrà assorbita (franchigia e riduzioni d’imposta). Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (n. 67 del 23 marzo 2011) del Decreto legislativo 23/2011, in vigore dal 7 aprile, evidenzia la Cia le disposizioni in materia di “federalismo fiscale municipale”, fanno già parte a tutti gli effetti dell’ordinamento tributario e, come tale, devono essere osservate da tutti i contribuenti, compresi quindi i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali”. Si tratta di una svolta nel sistema fiscale che prevede speciali regimi impositivi come, ad esempio, quello sostitutivo della “cedolare secca” sui contratti di locazione (operativo già da quest’anno) e quello ordinario sul “federalismo fiscale municipale” (operativo dall’anno 2014). In particolare, l’articolo 7 del D.lgs 23/2011 introduce due nuove forme di imposizione municipale: a) l’imposta municipale propria (Imu), che sostituirà sia l’Irpef e relative addizionali (comunale e regionale), dovute con riferimento ai soli redditi fondiari relativi ai beni non locati, sia l’Ici; b) l’imposta municipale secondaria, che sostituirà la tassa o il canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (Tosap o Cosap), l’imposta comunale sulla pubblicità, i diritti sulle pubbliche affissioni e il canone per l’autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari (Cimp). “Poiché l’Imu ha per presupposto il possesso di beni immobili diversi dall’abitazione principale ed eventuali pertinenze (articolo 8), se non si interviene immediatamente per correggerne l’applicazione il nuovo tributo -sottolinea ancora Brugnoni- graverà anche sui terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali, proprietari o titolari di diritti reali di godimento (usufrutto, uso, enfiteusi)”. L’unica agevolazione, che poi è una riconferma di una norma dell’Ici, riguarda l’esenzione prevista per i terreni agricoli ricadenti nelle zone montane o collinari (articolo 9, comma 8). “Evidentemente -è l’ amara conclusione del presidente della Cia dell’Umbria- occorre fare ancora molto per migliorare il cosiddetto federalismo fiscale municipale, evitando attentamente di sommare balzelli a balzelli”.
Come migliorare la qualità della produzione dei vini e al tempo stesso tutelare l’ambiente? C’è un modo per mettere d’accordo efficienza produttiva e tutela del paesaggio rurale nel settore vitivinicolo? A queste domande si cercherà di dare risposta nel convegno dal titolo “La qualità ambientale della viticoltura veneta” organizzato dalla Facoltà di Biologia dell’Università degli Studi di Padova in collaborazione con Unascom Confcommercio, Cia, Coldiretti e Confagricoltura Treviso, dal Consorzio agrario di Treviso e Belluno e Bio Bio, sabato 7 maggio presso il Campus universitario di Conegliano (aule di via G.Dalmasso,1). L’incontro affronterà alcune delle questioni più rilevanti dal punto di vista ambientale ed economico che riguardano una viticoltura sostenibile. In particolare sarà approfondito il tema della biodiversità in vigneti biologici e convenzionali del Veneto, nell’ambito di un progetto europeo sullo sviluppo di bioindicatori in agricoltura. Verranno, inoltre, discusse, nell’ambito del progetto “Viticoltura sostenibile”, le opportunità tecniche per ridurre l’impatto ambientale. Il progetto prevede una campagna di informazione rivolta agli operatori, ai consumatori e alla cittadinanza. Il convegno sarà moderato da Denis Susanna, coordinatore progetto “Viticoltura sostenibile” della filiera vitivinicola trevigiana e presidente della Cia di Treviso. Interverranno il prof. Maurizio G. Paoletti (“L’importanza della biodiversità per un vino sostenibile”), il dott. Tiziano Gomiero (“Bio Bio e il monitoraggio della biodiversità con bioindicatori”), il prof. Giuseppe Concheri (“La sostanza organica in vigneti biologici e convenzionali”), il prof. Andrea Squartini (“Microbiologia del terreno in vigneti biologici e convenzionali”), il dott. Juri Nascimbene (“La vegetazione nei vigneti biologici e convenzionali”), il prof. Giuseppe Zanin (“Il controllo delle infestanti in viticoltura, luci e ombre”), il prof. Roberto Causin (“Gli anticrittogamici e il problema del rame”), il prof. Carlo Duso (“Vegetazione spontanea e controllo degli insetti della vite”), il prof. Andrea Pittacco (“Viticoltura sostenibile ed emissioni gas serra-ciclo del carbonio in vigneto”), il prof. Giorgio Valle (“La genetica potrà sconfiggere parassiti e patogeni della vite?”). Seguirà tavola rotonda-dibattito con proiezione video e discussione. Intervengono: Giancarlo Vettorello, Fulvio Brunetta, Carlo Favero, Arturo Stocchetti (Consorzi del Prosecco, di Pramaggiore e Soave) Luigi Bavaresco (Cra). Conclusioni a cura del prof. Vasco Boatto.
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