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  Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori

Direttore responsabile: Alfredo Bernardini. Direzione, Redazione, Amministrazione via Mariano Fortuny 20, 00196 Roma. Tel. 06/326871, Fax 06/3226674, e-mail NuovaAgricoltura@cia.it

Anno 47 - n. 142 28 luglio 2005
ATTUALITÀ
  • A Roma l’incontro nazionale Cia: nuovo Patto con la società e rilancio della concertazione
  • I rappresentanti Cia nei nuovi organismi Unalat
TERRITORIO
  • Cia di Taranto: incontro sulla gestione degli impianti irrigui della Regione Puglia

 

ATTUALITÀ


A Roma l’incontro nazionale Cia: nuovo Patto con la società e rilancio della concertazione

 

Si è svolto ieri a Roma, presso il Residence Ripetta, l’incontro nazionale promosso dalla Confederazione italiana agricoltori sul tema  “Il nuovo Patto tra agricoltura e società. Il rilancio della concertazione”. Sono intervenuti il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno e molti assessori regionali all’Agricoltura. I lavori, presieduti dal vicepresidente nazionale Enzo Pierangioli, sono stati aperti da una relazione del presidente nazionale Giuseppe Politi (che riportiamo di seguito integrale) il quale ha illustrato la proposta della Cia per un effettivo  rilancio della concertazione. All’incontro hanno partecipato anche i membri della Presidenza Manuela Botteghi, Carmelo Gurrieri e Alessandro Salvadori, oltre ai componenti della Direzione nazionale.

All’incontro hanno partecipato gli assessori Giancarlo Cassini  (Liguria), Susanna Cenni (Toscana), Andrea Cozzolino (Campania), Gaetano Fierro (Basilicata), Francesco Foddis (Sardegna),  Enzo Marsilio (Friuli Venezia Giulia), Tiziano Mellarini (Trento), Paolo Petrini (Marche), Tiberio Rabboni (Emilia-Romagna), Enzo Russo (Puglia), Daniela Valentini (Lazio).

La proposta della Cia presentata dal presidente Politi è stata accolta con dagli assessori. Ad evidenziarlo è stato Enzo Russo, assessore all’Agricoltura della Puglia e coordinatore nazionale degli assessori. Russo ha messo in risalto i problemi che oggi sussistono tra il governo centrale (troppe le carenze) e gli enti locali , sottolineando la difficoltà del confronto in un momento di fine legislatura e sollecitando di  inserire nella legge finanziaria per il 2006 le norme necessarie  per continuare a fare impresa.

Molti degli interventi degli assessori, oltre a condividere le analisi della Cia e la proposta di Patto tra agricoltura e società, si sono soffermati, pur con differenti valutazioni e anche perplessità sulla Conferenza nazionale per un patto per l’agricoltura, lo sviluppo rurale e le filiere agroalimentari.

Gli assessori hanno comunque affrontato i vari temi agricoli oggi in discussione. In particolare,  l'assessore della Liguria Giancarlo Cassini  ha parlato dei valori ambientalisti e dell’importante ruolo svolto dall’agricoltura nella tutela del territorio, mentre l'assessore della Campania Andrea Cozzolino ha sollecitato un incontro tra gli amministratori regionali affinchè discutano  del Mezzogiorno e dell'agricoltura, anche in vista dell'apertura degli scambi nel Mediterraneo.

Dal canto suo, l’assessore dell’Emilia-Romagna Tiberio Rabboni ha evidenziato l’importanza di un reale coinvolgimento delle regioni nella Conferenza nazionale, rilevando la necessità di un’azione sempre più incisiva per un concreto sviluppo del settore agricolo. Daniela Valentini, assessore del Lazio, ha condiviso le proposte di un appuntamento dedicato al futuro del mediterraneo  ed ha affermato che lo sviluppo rurale deve essere inserito nelle politiche economiche delle regioni. Gaetano Fierro, della Basilicata, ha avuto parole di apprezzamento per  la relazione del presidente  Politi in quanto entra nel vivo dei problemi agricoli e da indicazioni precise per lo sviluppo del settore e per un rilancio della concertazione. L’assessore della Toscana Susanna Cenni ha evidenziato l’esigenza di una strategia più attenta alle necessità dell’impresa agricola, che oggi è in grado di ricoprire una funzione di grande rilevanza nel contesto economico e sociale del Paese.  Da parte sua, il ministro Alemanno, dopo aver riaffermato la posizione del ministero sul problema Ogm, ha puntato l’accento sulla Conferenza nazionale, che la Cia per prima ha sollecitato. Essa -ha detto- dovrà dare precise indicazioni per aprire nuove prospettive all’agricoltura italiana. Il ministro ha comunque aggiunto che alla Conferenza dovranno dare tutti i loro importante contributo: dal governo alle regioni, alle organizzazioni agricole.

Alemanno, infine, ha espresso un giudizio positivo sulla proposta della Cia per un patto con la società e per il rilancio della concertazione.  

 

 

La relazione del presidente Giuseppe Politi

(Bozza non corretta)

 

Cari ospiti, signori assessori, cari colleghi della Direzione nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori.

Nell’ambito della strategia di “un nuovo patto con la società” che è la proposta da noi avanzata per permettere lo sviluppo dell’agricoltura, abbiamo promosso l’odierno incontro con gli assessori regionali e il ministro Alemanno: L’obiettivo dell’incontro è quello di avviare un costruttivo confronto per operare delle scelte che noi riteniamo importanti per permettere lo sviluppo del settore agricolo e valorizzare il ruolo svolto dagli agricoltori nell’economia e nella società italiana.

Le previsioni per il 2005 indicano una riduzione della produzione agricola del 2,2 per cento, prevalentemente concentrata nelle produzioni vegetali. È rilevante il calo delle produzioni di cereali, soprattutto grano duro, -35 per cento, primo effetto dell’introduzione dell’aiuto al reddito disaccoppiato. Ma è sul fronte dei prezzi che continuano le tensioni: nel complesso, i prezzi all’origine dei prodotti agricoli diminuiscono, nel primo semestre, mediamente del 7,7 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Particolarmente vistosi e preoccupanti sono i cali per alcune produzioni: grano duro, -24 per cento, frutta fresca, -16 per cento; in particolare i prezzi di giugno per i meloni crollano del 30 per cento, delle pesche e nettarine del 42 per cento. Se sommiamo questi dati ai risultati dello scorso anno, ben si capisce che la situazione è insopportabile e giustifica il grave disagio economico e sociale degli agricoltori e le diffuse preoccupazioni sulle prospettive del comparto agricolo italiano.

In recupero, nei primi cinque mesi dell’anno, sono le esportazioni di prodotti dell’agricoltura che aumentano dell’8,5 per cento. Poiché, tuttavia, i volumi esportati sono sostanzialmente costanti, la variazione positiva è prevalentemente attribuibile alla crescita del valore unitario del prodotto, cioè al fattore cambio, e non tanto al recupero degli spazi perduti negli anni precedenti e , soprattutto nel 2004..

Questi dati confermano che non ci troviamo di fronte ad una difficoltà congiunturale.

Avevamo, purtroppo, ragione a febbraio, in occasione della Conferenza sulla competitività.

Per fronteggiare questa situazione di crisi strutturale non possiamo invocare e mettere in campo solo interventi di emergenza, ma dobbiamo operare per inserire queste pur necessarie ed irrinunciabili misure in un progetto più complessivo e duraturo capace di dare più certezze agli agricoltori e all’intero comparto.

Il decreto legge sulle crisi di mercato è certamente un fatto positivo per le aziende agricole, che ha creato una diffusa aspettativa. Ma, per onestà, va detto che si tratta di una misura parziale e non mirata ad affrontare le reali cause della crisi di mercato. Altre Regioni, cito l’Umbria, l’Emilia Romagna, la Sardegna, si aggiungono alle iniziali inserite del decreto del Mipaf del 9 giugno scorso. Si pone il problema delle risorse disponibili e delle procedure (le domande dovrebbero essere presentate dagli agricoltori entro metà agosto), ma soprattutto si pone la comunicazione dell’Unione europea che giudica il provvedimento incompatibile con le norme sugli aiuti di stato. Prendiamo atto che il Ministro ha annunciato l’intenzione di andare avanti. È un atteggiamento di coerenza che apprezziamo. Contemporaneamente, diciamo che, anche in questo caso, gli agricoltori hanno diritto di operare in una situazione di chiarezza e certezza normativa. Se così non fosse, sarebbero i primi a pagarne le conseguenze.

Da anni, nel nostro Paese, dai piani agroalimentari degli anni ’80, manca una vera politica agraria. Siamo poco propensi a discutere se l’agricoltura europea sia un settore particolarmente sostenuto. È vero, e condivido, quanto afferma il Commissario Fischer Boel: “spendiamo solo lo 0,43 per cento del Pil comunitario per l’agricoltura, percentuale che, entro il 2013, è destinata a scendere allo 0,33 per cento. È un prezzo ben modesto, continua il Commissario, da pagare per una politica che garantisce l’approvvigionamento costante in prodotti alimentari sicuri e di qualità elevata, che permette di conservare l’attività economica nelle zone rurali in tutta l’Unione Europea, che tiene a freno l’eccessivo afflusso di popolazione verso città già sovrappopolate, che tiene conto della protezione dell’ambiente e del benessere degli animali e preserva i paesaggi rurali tanto amati dagli europei”.

Il Dpef presentato in queste settimane alle forze sociali ed al Parlamento, esprime, su questo aspetto, considerazioni che ci preoccupano e che non condividiamo.

C’è un punto del documento che, in particolare, non condividiamo.

È rimasto, così si legge, uno squilibrio tra le risorse destinate ai grandi progetti e le risorse destinate alla PAC. Il compromesso ha proposto “una sostanziale invarianza della spesa PAC senza dare seguito alla proposta di cofinanziamento nazionale avanzata dall’Italia”. In realtà il compromesso ipotizza una riduzione della spesa agricola rispettivamente del 2 per cento per quanto riguarda il primo pilastro, e del 17 per cento per lo sviluppo rurale. Inoltre, come richiamato nel documento approvato dal Parlamento europeo, le spese aggiuntive a seguito dell’ingresso di Bulgaria e Romania non dovranno comportare variazioni in aumento del bilancio per l’agricoltura, quindi, avremo ulteriori riduzioni dei plafond finanziari attribuiti a ciascun Paese membro.

Confermiamo, inoltre, la nostra contrarietà alla parziale rinazionalizzazione della spesa per gli aiuti diretti. Essa, infatti, aggraverebbe gli squilibri all’interno dell’Unione e la condizione di precarietà delle risorse finanziarie a disposizione dell’agricoltura. Non condividiamo l’idea di porre a carico del bilancio dello Stato una parte degli aiuti al reddito, misure certo lodevoli e necessarie, ma diverse da una politica di sostegno della competitività delle imprese che è esattamente ciò che la PAC ha, da ora, affidato agli stati membri e che, il nostro Paese, continua a non promuovere.

La riforma della Pac del 2003 ha chiuso una fase storica dell’intervento pubblico in agricoltura, caratterizzata da interventi finalizzati al potenziamento dei volumi produttivi prima e al sostegno dei redditi poi.

La Pac, in 50 anni di vita, ha tradotto l’antico patto con la società.

La nuova riforma, da una parte ha garantito un volume certo di risorse finanziarie, ma non interviene nella sua finalizzazione.

Il problema, dunque, è la finalità della spesa: promuovere e sostenere l’innovazione ed il cambiamento, oppure consolidare e difendere l’esistente?

Il sostegno complessivo all’agricoltura in Italia ammonta a 16,5 miliardi di euro. I trasferimenti di politica agraria rappresentano il 71 per cento del totale; la quota restante è sotto forma di agevolazioni fiscali e contributive. Quali indicazioni provengono da questi dati? La prima è l’assoluta prevalenza della spesa comunitaria rispetto a quella nazionale. Oltre la metà, il 57 per cento, dei trasferimenti proviene dall’Unione europea, direttamente o tramite cofinanziamento, il 34 per cento proviene dalle Regioni, il 9 per cento dallo Stato. La seconda è che oltre il 70 per cento del sostegno complessivo (aiuti al reddito ed agevolazioni) non è legato a scelte d’impresa, ma sostiene lo status di agricoltore. Si tratta, in sostanza, di interventi indifferenziati. La terza considerazione apre il capitolo della finanza regionale.

La gestione delle entrate regionali continua ad essere condizionata dal permanere di forti incertezze sui meccanismi di finanziamento e sui tempi di trasferimento delle risorse. Il 61 per cento delle entrate regionali è rappresentato dai trasferimenti dello Stato.

Le Regioni e le province autonome hanno speso, nel 2003, 154 miliardi di euro; oltre la metà è destinata alla difesa della salute. All’agricoltura e zootecnia sono andati 3.864 milioni di euro, il 2,5 per cento della spesa totale. Metà della spesa regionale per l’agricoltura deriva da risorse proprie. Dalla banca dati Inea sulla spesa agricola delle regioni emerge che il 40 per cento della spesa regionale agricola, 1.573 milioni di euro, è destinato alle infrastrutture e attività forestali; 650 milioni, il 16 per cento, agli investimenti aziendali, solo 340 milioni, l’8,5 per cento, alle azioni di supporto del capitale umano, ricerca, assistenza tecnica e servizi allo sviluppo.

Le regioni del Centro nord privilegiano i servizi ed il sostegno alle imprese, quelle del Mezzogiorno si concentrano sul rafforzamento delle infrastrutture e sulle attività forestali. In particolare, la voce ricerca e assistenza tecnica ha un peso rilevante, oltre il 15 per cento della spesa, in Trentino, Emilia Romagna, Abruzzo e Basilicata. Le infrastrutture e le attività forestali assorbono, a loro volta, una quota rilevante della spesa, oltre il 50 per cento, in Friuli Venezia Giulia., Liguria, Campania e Calabria.

Non vi è dubbio che, nelle Regioni, prevalgono le spese finalizzate agli investimenti. Ma essi sono orientati, in gran parte, a mantenere le capacità produttive ed a ripristinare il capitale. Solo una quota marginale sostiene il cuore dell’innovazione: la capacità professionale, la ricerca, la divulgazione e l’assistenza tecnica.

Insomma, il problema è, ancora, la qualità della spesa. È il dilemma del governo dell’economia: coniugare rigore e sviluppo, contenimento della spesa ed investimenti.

È il dilemma che non ha sciolto il Dpef 2006-2009 presentato alle forze sociali ed al Parlamento.

Negli ultimi anni il Governo, con le leggi finanziarie, ha tentato di stimolare la domanda interna sostenendo sia gli investimenti (a partire dal credito d’imposta, esteso con scarso successo alle imprese agricole) sia i consumi (utilizzando prevalentemente la leva fiscale).

Tutto ciò non è riuscito né ad aumentare la domanda aggregata, né a recuperare il gap competitivo del nostro sistema di imprese rispetto alle economie emergenti ed in genere alla concorrenza dei paesi sviluppati (nel settore agricolo, la difficoltà delle esportazioni sui mercati europei è la prova tangibile di questa difficoltà). Ne consegue che l’obiettivo principale, ora, a risorse scarse, dovrà essere puntare sul rafforzamento dell’offerta, con una precisazione: finalizzare gli investimenti sui settori e sulle misure capaci di aumentare la competitività delle nostre imprese.

Questa “non scelta” costituisce il principale limite del documento di programmazione. Esso non delinea una manovra che possa dare vigore all’economia e rilanciare la competitività del nostro sistema produttivo. Quindi, ancora un’occasione persa. La cosa certa è che si intende procedere attraverso interventi finalizzati unicamente al contenimento della spesa e alla riduzione del disavanzo dei conti pubblici. E’ il resto che non c’è. Il problema vero dell’economia italiana, che è la perdita di competitività delle imprese, rischia seriamente di rimanere tale, se non di aggravarsi ulteriormente. Quest’assenza preoccupa particolarmente le aziende agricole che, oltre a vedere ridotti i loro redditi, continuano a perdere terreno sui mercati. A questo si aggiunge una situazione di piena emergenza sul fronte dei prezzi che, per i produttori, si riducono sempre di più. La situazione economica richiederebbe misure coraggiose e realmente incisive per ridare slancio all’intero sistema imprenditoriale, favorendo lo sviluppo, la competizione sui mercati e il rilancio dei consumi. D’altronde, senza risorse e investimenti la ripresa si allontana.

Lo stesso dilemma sta affrontando l’Unione europea con il rilancio della strategia di Lisbona: rendere l’Europa capace di attirare investimenti e lavoro, porre la conoscenza e l’istruzione al centro della crescita, creare nuovi e migliori posti di lavoro.

Ed è in questa cornice che vogliamo collocare la:

-la Conferenza sull’agricoltura e l’agroalimentare,

- il programma nazionale “Agenda di Lisbona”.

La Conferenza è stata fissata per il 18 e 19 novembre. La seduta inaugurale sarà alla presenza del capo dello Stato. È un segnale di attenzione ed interesse che ci rende orgogliosi. Ho detto “ci rende”: perché mi piace ricordare che fu la Confederazione Italiana Agricoltori a proporre per la prima volta, nell’Assemblea nazionale del 28 luglio 2004, una Conferenza nazionale sull’agricoltura e lo sviluppo rurale organizzata dalla Conferenza Stato Regioni.

La Conferenza si svolgerà a fine legislatura. Obiettivamente servirà anche per fare un bilancio del lavoro di questi anni. Ma sarebbe ben al di sotto delle aspettative se si limitasse a ciò. E credo che nessuno abbia questa intenzione.

Il tentativo delle due precedenti Conferenze sull’agricoltura, nel 1961 e nel 1978, fu disegnare un progetto di agricoltura, con la prima, come sostenne Mario Bandini in apertura, per affrontare “una crisi di trasformazione strutturale di vasta portata”, con la seconda, per ridurre il deficit della bilancia commerciale agricola che, insieme a quello energetico, rappresentava il più elevato saldo negativo. La rivoluzione verde, con i due Piani verdi del 1961 e 1972; l’incremento della produzione, secondo le indicazioni del Piano agricolo nazionale del 1979 delinearono, a livello nazionale (affiancandosi alla Pac) le condizioni di crescita della nostra agricoltura.

Anche oggi siamo chiamati a ridisegnare un progetto di agricoltura che ci permetta di affrontare, con adeguata capacità competitiva, le sfide di un’economia globalizzata. Ne abbiamo delineato i caratteri con le nostre Conferenze sull’impresa e sulla competitività, ed ora con il “Nuovo patto tra l’agricoltura e la società”.

“Esso -cito il documento- è rivolto in primo luogo ai cittadini, e non di meno alle istituzioni ed alle altre rappresentanze di imprese e dei lavoratori. Ai cittadini, ai quali proponiamo un’agricoltura che pone la responsabilità etica tra le condizioni di successo, capace di soddisfare la domanda alimentare, di tutelare l’ambiente ed il territorio, di offrire prospettive di lavoro qualificato ai giovani. Alle rappresentanze delle imprese, per dare continuità alle intese raggiunte con i due documenti sul Mezzogiorno e sul rilancio dell’economia sottoscritti alla fine dello scorso anno. Al Governo, perché rispetti e dia continuità e contenuto agl’impegni assunti al Forum di Parma ed al Tavolo agroalimentare del 2001, al Tavolo sulla previdenza agricola. Alle Regioni perché traducano le loro primarie competenze in materia di agricoltura in progetti per accrescere la competitività delle imprese, puntando sulla diffusione delle innovazioni, sulla formazione e sulla consulenza aziendale, sui servizi alle imprese e sul rafforzamento delle organizzazioni economiche degli agricoltori. Alle organizzazioni sindacali, perché il successo dell’agricoltura deriva anche dalla capacità di contribuire ad innalzare il benessere sociale. La proposta di Patto si rivolge alle rappresentanze agricole in Italia ed in Europa, perché riteniamo sia possibile e necessario trovare, nel rispetto delle identità, ed anche delle diversità di idee, significative posizioni comuni su obiettivi di interesse per le imprese agricole”.

Con esso indichiamo le imprese agricole professionali protagoniste di un sistema di relazioni a tutto campo, economiche, sociali ed istituzionali; l’agricoltura componente principale dello sviluppo delle aree rurali. Non pretendiamo di avere la verità. Ma ci presentiamo con una proposta che ha il valore del progetto.

Per l’agricoltura, i secoli si fanno sempre più brevi. In dieci anni è cambiato, con una velocità incredibile, ciò che era mutato lentamente in cento anni di storia. La dimensione del mercato; nuovi paesi protagonisti, produttori, consumatori, esportatori, capaci di competere ad armi pari sulla qualità , ed ad armi impari sui costi di produzione; nuova dimensione della governance (l’Unione europea, l’ Organizzazione Mondiale per il Commercio).

Dobbiamo aggiornare gli strumenti e le politiche. Ecco il compito che dovrà svolgere la prossima Conferenza sull’agricoltura.

I tempi sono drammaticamente stretti. Alcune Regioni hanno annunciato Conferenze regionali: sull’agricoltura: è anche questo un segno di attenzione e di impegno. Al successo delle Conferenze vogliamo dare tutto il nostro contributo di idee e proposte.

Per questo vogliamo affermare che, nella preparazione della Conferenza nazionale, dobbiamo seguire il metodo di Lisbona: il metodo cooperativo tra i diversi livelli istituzionali e di partenariato sociale. Il nostro auspicio è che dalla Conferenza provengano obiettivi strategici alla cui realizzazione, in quanto condivisi, concorrano, sulla base delle attribuzioni costituzionali, le Regioni e le Amministrazioni centrali. La Conferenza dovrà indicare obiettivi da realizzare in un arco di tempo definito e programmi realistici che dovranno essere annualmente verificati.

Il messaggio chiaro che vogliamo lanciare è che la Conferenza dovrà delineare un progetto condiviso nei confronti del quale le istituzioni regionali e le rappresentanze agricole possano assumere le proprie responsabilità, impegnandosi a realizzarlo

Strategia condivisa; attuazione nel rispetto dei ruoli dei livelli istituzionali; partecipazione delle forse sociali. Si coglie in questo schema il senso del nuovo patto che proponiamo.

Da qui deriva la concertazione come snodo del progetto.

La concertazione è, secondo la terminologia corrente, l’attività con cui il Governo e le parti sociali fissano, di comune accordo, obiettivi condivisi e si adoperano per individuare strumenti e percorsi utili al loro raggiungimento. Dunque la concertazione è un metodo della partecipazione delle organizzazioni collettive degli interessi a percorsi decisionali pubblici in materia di politica economica e sociale.

Il Patto di Natale del dicembre 1998 sancisce la concertazione come elemento essenziale della politica dei redditi. L’allargamento del tavolo di concertazione a tutte le rappresentanze sociali ha, di fatto, superato il metodo della trattativa separata sui temi di interesse generale e di interlocuzione privilegiata tra Governo, Sindacati, Confindustria. Nella struttura della concertazione sono, peraltro, previste apposite sedi di approfondimento per politiche riguardanti specifici settori: nel febbraio 1999 il Presidente del Consiglio, on. Massimo d’Alema, istituisce il Tavolo verde ed il Tavolo agroalimentare, rispettivamente per le questioni concernenti lo sviluppo, il rafforzamento, il rinnovamento e la valorizzazione dell’impresa agricola e le questioni relative allo sviluppo dell’intera filiera agroalimentare.

Il metodo della concertazione è stato messo in discussione dall’attuale Governo. La base teorica è il Libro Bianco sul mercato del lavoro che evidenzia un uso eccessivo e distorto della concertazione in merito a materie ed iniziative di esclusiva competenza del Governo. Sulle ceneri della concertazione è nato il “dialogo sociale” che separa competenze e attribuzioni delle parti sociali e delle istituzioni di governo, riconoscendo priorità all’efficacia ed alla rapidità del processo decisionale. La concertazione, in sostanza, non può essere  una pratica per i periodi difficili, e non è una sperimentazione limitata ai primi “100 giorni di governo”. È, viceversa, una scelta politica alla quale debbono essere uniformate le azioni dei governi ed i comportamenti delle organizzazioni professionali.

Movimenti politici, Governo ed organizzazioni di rappresentanza hanno, cero, compiti, responsabilità ed obiettivi diversi: solo partendo dal riconoscimento di questa diversità (e rispettandola) è possibile un rapporto corretto tra partiti e sindacati, tra Governo e rappresentanze.

Questo vale ancor più oggi che i problemi da affrontare investono parti distinte della società e richiedono risposte reciprocamente compatibili.

L’agricoltura vive questa contraddizione. Pensiamo alla riforma della Pac ed al processo di liberalizzazione del commercio, ma anche alla nuova frontiera delle tecnologie che hanno fatto, progressivamente, venir meno consolidate garanzie e punti di riferimento.

Questo scenario non è un incidente della storia rispetto al quale l’unica legittima risposta è rivendicare contropartite o ritagliarsi delle residuali oasi di protezione in attesa del ripristino della situazione preesistente.

In questa prospettiva si collocano le rappresentanze agricole e la loro capacità di delineare proposte strategiche di rafforzamento del sistema agricolo e delle imprese.

Partiamo da un principio generale: la moderna società pluralista è caratterizzata sia dalla presenza di forze politiche in concorrenza tra di loro, sia dall’azione di organizzazioni sociali che debbono agire senza condizionamenti per tutelare gl’interessi delle categorie rappresentate. Non è un principio consolidato in ogni tempo ed in ogni luogo. La suggestione di uno spontaneismo organizzativo, dai cobas del latte ai più recenti comitati autonomi di agricoltori, non è estranea agli ambienti politici ed agli esponenti delle stesse istituzioni incerti tra il ruolo di governo e di capo popolo.

Questa ambiguità dei comportamenti rafforza la tesi di chi intende disconoscere le rappresentanze degli agricoltori e di riproporre le forze politiche interpreti diretti ed esclusivi degli interessi di categoria, con il chiaro tentativo di recuperare parte del terreno perduto. Vale ricordare che i grandi partiti di massa hanno sempre voluto, talora con successo, rappresentare, sia al loro interno, sia nelle modalità d’azione la complessità della società su cui si erano radicati.

Richiamo due esempi, distanti tra di loro nel tempo e nelle intenzioni, per illustrare questo concetto. Il primo è il decreto legislativo n.419 del 29 ottobre 1999 che attua la legge Bassanini del 1997 sulla riforma della pubblica amministrazione laddove si escludono dai consigli di amministrazione degli enti, tra gli altri, i rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali. Purtroppo questa scelta ha avuto, come effetto collaterale, l’assenza di sedi formali e non occasionali di “partecipazione” o, più semplicemente, di “consultazione” con le rappresentanze agricole nella definizione dei programmi di questi enti, i cui destinatari principali (diretti ed indiretti) sono, non dimentichiamolo, gli agricoltori e le loro imprese. Il secondo esempio è il decreto legislativo n. 102 del 27 maggio 2005, regolazione dei mercati, che delega al tavolo agroalimentare (convocato e presieduto dal Governo) la regolazione dei rapporti interprofessionali. Abbiamo espresso più volte la nostra contrarietà a questa impostazione. Attendiamo gli annunciati regolamenti di funzionamento dei comitati di filiera. Una prima verifica dovrà essere l’avvio del negoziato interprofessionale sul prezzo del latte.

Gli anni ottanta hanno segnato la fine dell’esperimento di creazione dello Stato contemporaneo nel quale il processo di formazione delle decisioni era strettamente codificato: ai gruppi l’articolazione degli interessi, ai partiti l’aggregazione degli interessi, ai governi la produzione delle decisioni, alle assemblee parlamentari il controllo sull’operato della maggioranza e la produzione legislativa, alla burocrazia l’attuazione delle decisioni ed alla magistratura la prevenzione e la repressione delle devianze. Una delle manifestazioni della complessità che caratterizza gli anni più recenti è il venir meno dei confini tra le varie sfere a favore di una reciproca interdipendenza.

Le rappresentanze sociali non si limitano più a trasmettere le domande ai centri decisionali, ma concorrono alla realizzazione delle politiche. Praticamente molte delle funzioni un tempo ritenute di dominio dei partiti politici o del governo, nelle società più avanzate, vengono svolte dalle rappresentanze sociali.

Come abbiamo scritto nel documento sul Nuovo patto: “In una società complessa, il pluralismo dei partiti ed il bilanciamento dei poteri istituzionali non sono sufficienti all’affermazione della democrazia in assenza dell’espressione organizzata degli interessi delle categorie sociali. L’abbandono del collateralismo, e l’autonomia delle organizzazioni professionali agricole, non significa indifferenza verso la realtà politica e le istituzioni. I diversi tavoli di concertazione, a livello nazionale e regionale, debbono rappresentare la sede ove le organizzazioni professionali agricole costruiscono un corretto rapporto con i Governi, rappresentano, senza condizionamenti, gl’interessi degli agricoltori, concorrono, nelle forme proprie, alle determinazioni delle scelte economiche.

L’autonomia e la concertazione rappresentano, così, i pilastri di un corretto rapporto tra istituzioni e organizzazioni professionali agricole.

Ma qual è il livello istituzionale della concertazione? La riforma dello Stato in senso federalista non è solo un mutamento di ruolo o trasferimento di poteri e competenze dallo Stato alle Regioni, ma un’occasione per valorizzare risorse locali e per fare emergere il “protagonismo” degli agricoltori e delle loro rappresentanze. Questo vuol dire riconoscere la dimensione locale dello sviluppo e la programmazione dal basso. Essa parte dal territorio, ma non costruisce sistemi isolati; si fonda sul principio della collaborazione e del partenariato tra le istituzioni e con le categorie produttive. Ecco perché non è pensabile un modello di concertazione separato tra il livello nazionale e quello regionale.

Lo stesso procedimento legislativo suggerisce questo collegamento. Già oggi tutti i principali provvedimenti sono legati al parere delle Commissioni parlamentari e della Conferenza Stato Regioni. Domandiamoci quanto pesa il parere del Tavolo agroalimentare nel processo decisionale della Conferenza Stato Regioni? Il primo esprime un parere consultivo, il secondo un parere vincolante. Ma le Regioni portano, a loro volta, alla Conferenza degli assessori, il parere maturato nei rispettivi tavoli di concertazione.

Abbiamo scritto, nel documento sul nuovo patto: “la concertazione deve essere rilanciata. Essa deve essere regolata, secondo gli schemi condivisi del Partenariato economico e sociale, per non essere lasciata alla discrezionalità dei governi”.

Da queste convinzioni derivano alcune nostre indicazioni quali quelle:

-  insediare i Tavoli verdi ed il Tavoli agroalimentari in tutte le Regioni;

- prevedere la partecipazione al Tavolo verde insediato al Mipaf degli coordinamento degli assessori regionali all’Agricoltura;

- istituire e regolare un dialogo diretto tra le Organizzazioni professionali agricole e la Conferenza delle Regioni.

La riforma dello Stato in senso federalista non è solo un mutamento di ruolo o trasferimento di poteri e competenze, ma un’occasione per valorizzare risorse locali e per fare emergere il protagonismo degli agricoltori e delle loro rappresentanze

Il principio di sussidiarietà deve essere attuato non solo tra i livelli dello Stato, ma anche nei confronti delle rappresentanze sociali. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, così come recita l’articolo 118 della Costituzione, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività d’interesse generale. Il principio di sussidiarietà deve essere concepito come integrazione tra le attività pubbliche e le iniziative del “privato sociale” anche per garantire il pluralismo sociale e culturale. La sussidiarietà orizzontale è componente del successo della rappresentanza e dell’azione delle imprese protese alla multifunzionalità ed alla diversificazione. Non è, tuttavia, ancora compiutamente diffusa, nel nostro Paese, la cultura della sussidiarietà.

La legge di orientamento del 2001 ha creato molte aspettative nel mondo rurale circa il reale riconoscimento della multifunzionalità dell’impresa agricola. Multifunzionalità e sussidiarietà non sono concetti tra loro indipendenti. Proponiamo che le Regioni e gli enti locali promuovano apposite convenzioni con le quali affidare agli agricoltori il compito di occuparsi della tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio. Per fare ciò è necessario che le amministrazioni stanzino risorse specifiche per finanziare le convenzioni, superino la tendenza, oggi prevalente, ad internalizzare queste attività, privilegino, nell’ottica della sussidiarietà, la strada dell’efficienza e dell’ottimizzazione del beneficio sociale.

Con il progetto per la competitività delle imprese agricole, presentato lo scorso 17 febbraio, e con la proposta di “Nuovo patto tra l’agricoltura e la società” abbiamo indicato contenuti e metodi che a noi paiono centrali per delineare una nuova politica agraria finalizzata:

- a promuovere lo sviluppo del sistema agricolo, cioè accrescere e consolidare la capacità delle imprese agricole di operare in modo competitivo nel mercato;

- a tutelare i redditi degli agricoltori, cioè creare un ambiente nel quale gli agricoltori possano operare in condizioni di maggiore certezza in un mercato sempre più concorrenziale ed esposto ai rischi.

In questo incontro della Direzione nazionale con gli Assessori all’Agricoltura proponiamo alcune priorità che possono, a nostro avviso, favorire la crescita del nostro sistema agricolo e dare sostanza al nuovo patto.

Proponiamo come prima questione il tema delle relazioni di mercato e dell’associazionismo economico.

La nostra agricoltura è, tradizionalmente, caratterizzata da debolezze organizzative che si traducono in maggiore inefficienza di talune filiere e minore capacità di trattenere quote di reddito. Ciò lascia spazio a comportamenti speculativi che portano ad una scarsa trasparenza dei processi di formazione dei prezzi, con danno agli agricoltori ed ai consumatori. Nel settore degli ortofrutticoli freschi, la forbice tra prezzi all’origine ed al consumo oltre i livelli fisiologici ha due origini: l’inefficienza e la speculazione. Sta agli imprenditori virtuosi, ed alle loro organizzazioni di rappresentanza, ridurne gli effetti, per riportare il mercato alla sua regolare dinamica. Questo è il significato della nostra petizione sul “doppio prezzo”. Essa contiene, tra l’altro, la previsione di un “organismo indipendente”, a partecipazione pubblica e privata, con il compito di sorveglianza e controllo sulla formazione e sulla trasparenza dei prezzi. Proponiamo alle Regioni di insediare questi organismi nella forma di Osservatori prezzi. Essi, sulla base di una metodologia comune, potrebbero rilevare le quotazioni all’origine ed al consumo per partite e territori omogenei, effettuare il monitoraggio e l’analisi dei prezzi all’origine ed al consumo dei prodotti agroalimentari, con particolare attenzione alle dinamiche di lievitazione dei prezzi nei passaggi intermedi della filiera, al fine di migliorare l’informazione ai consumatori e la conoscenza degli agricoltori sulle quotazioni in tempo reale dei prodotti.

Anche se in maniera diversa, con storie diverse, ed anche con risultati diversi, la cooperazione e l’associazionismo di prodotto hanno svolto un ruolo positivo per l’agricoltura e la difesa dei redditi degli agricoltori.

Da questa convinzione deriva il nostro impegno a promuovere e valorizzare l’esperienza della cooperazione e dell’associazionismo. Intendiamo continuare a dare il nostro contributo per superare limiti e difficoltà. I limiti di una cooperazione ancora sostanzialmente circoscritta alla dimensione locale; le difficoltà di un associazionismo che, una volta venuti meno gli strumenti della Pac (ritiri di mercato e prezzi minimi) che ne avevano favorito l’iniziale successo, stenta a trovare una sua collocazione nel sistema delle relazioni di filiera. Dopo un lungo e travagliato percorso, avviato con la legge delega del dicembre 1997, ora le organizzazioni dei produttori assumono una nuova veste giuridica che ne privilegia decisamente la funzione commerciale. Ma una volta applicata la norma, quali strategie mettiamo in campo per costruire (o ricostruire) veramente l’organizzazione economica, se siamo convinti (e noi lo siamo) che essa rappresenta uno strumento essenziale di autogoverno degli agricoltori e di difesa dei loro redditi?

A questo proposito proponiamo due questioni.

Nelle regioni coesiste una pluralità di organizzazioni economiche e di servizio degli agricoltori caratterizzate, nel complesso, da un’elevata specializzazione e da un altrettanto elevato reciproco isolamento. Consorzi agrari, cooperative di produzione, di servizio e di trasformazione, organizzazioni di produttori, Consorzi di tutela, Consorzi fidi. Singolarmente riescono ad esprimere punti di eccellenza; integrandosi tra di loro potrebbero rappresentare punti di forza. Non uso il termine “uniti”, sia perché la storia, l’identità e la specializzazione di ognuno deve essere salvaguardata, sia perché non sempre la grande dimensione è sinonimo di efficienza. Ma lavorare in rete, coordinare le azioni, unificare alcuni strumenti, questo si porterebbe ad una maggiore efficienza l’intero sistema. Soprattutto lo renderebbe più credibile agli occhi degli agricoltori in quanto non più solo strumento di parte ma nell’interesse di tutti. Questo progetto non può essere lasciato solo nelle mani dei soggetti coinvolti (peserebbero troppo i particolarismi ed anche le reciproche diffidenze iniziali). Ma può essere favorito, sollecitato ed orientato dalle istituzioni regionali. Ecco dunque un obiettivo. Creare un sistema, mettere in rete le organizzazioni economiche che operano nella Regione, trasformarle in “potenti” strumenti di riorganizzazione della produzione e delle relazioni di filiera.

Le relazioni di filiera, tuttavia, non si traducono solo in un contratto di vendita. Questo è il secondo punto che desidero porre alla vostra attenzione. Noi siamo convinti, lo ripetiamo ogni volta, che la qualità è strategia vincente del nostro sistema agricolo. Siamo altrettanto convinti che ciò sarà solo se la qualità si combina con l’innovazione. Per l’agricoltura, innovazione non è solo nuovo prodotto: è, principalmente, innovazione organizzativa, delle strategia di marketing e della comunicazione. Innovazione è, per esempio, organizzare l’offerta in qualità e quantità, e secondo calendari, per evitare gli squilibri di mercato e gli sbalzi dei prezzi; è organizzare sistemi di tracciabilità e sistemi di qualità, per rafforzare la fiducia dei consumatori ed orientare le loro preferenze; è valorizzazione e promozione sui mercati esteri. Tutto ciò è progetto e azione che, secondo noi, deve trovare nell’organismo interprofessionale la sede naturale di elaborazione ed attuazione. Anche su questo vorrei essere chiaro: l’interprofessione esiste perché c’è un progetto, localizzato su un territorio, e perché ci sono soggetti rappresentativi che a tale progetto aderiscono e si impegnano, ognuno per la sua parte, a realizzarlo. Per usare una terminologia comunitaria, l’interprofessione nasce sui principi della “cooperazione rafforzata”. L’interprofessione esiste se vi sono regole che ne garantiscono l’operatività: poter definire e imporre regole produttive, poter costituire, con un sufficiente livello di certezza, fondi per la realizzazione dei progetti comuni. Anche qui si tratta di metter mano a progetti, rispetto ai quali emerge, evidente, il ruolo di sollecitazione, indirizzo e regolazione delle istituzioni regionali. Così interpreto quanto detto da alcuni Assessori ad inizio mandato: costruire e sviluppare politiche di filiera.

C’è una condizione di cornice che deve essere posta con chiarezza. Dobbiamo riconoscere la missione dell’associazionismo economico, a partire dalle organizzazioni dei produttori: organizzare l’offerta ai fini dell’immissione sul mercato. Riconosciamo, dunque, l’autonomia dell’attività d’impresa delle organizzazioni di produttori, la titolarità, piena ma non esclusiva, dell’azione interprofessionale, con un solo vincolo obiettivo: il vantaggio dei produttori associati, l’interesse dell’intero sistema agricolo.

Il secondo tema che desideriamo porre alla vostra attenzione è: promuovere l’innovazione.

L’operatività del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’avvio del piano di riordino della rete dei centri di ricerca, la riforma del Cnr, con la costituzione di un dipartimento agroalimentare, il programma nazionale per la ricerca, che inserisce la valorizzazione dei prodotti tipici e la sicurezza alimentare tra i dieci programmi nazionali, sono i passaggi che rendono possibile il rilancio del sistema della ricerca in agricoltura. Questo progetto dovrà fare parte integrante del programma nazionale “Agenda di Lisbona”.

“La ricerca deve essere sostenuta -così è scritto nel documento nuovo Patto- e orientata per dare le risposte alle domande che la nostra agricoltura pone: principalmente varietà resistenti ai parassiti ed agli stress termici ed idrici, ridurre la nostra dipendenza dall’estero di materiale genetico”. C’è innovazione, e quindi crescita economica, quando le nuove conoscenze sono trasformate in beni e servizi, e quindi in valore.

Il nostro sistema di ricerca in agricoltura è, nel complesso, sottodimensionato e frammentato. A fronte, per esempio, dei 4120 ricercatori dell’INRA, articolati in 260 unità di ricerca (15 ricercatori per unità), nel sistema che fa capo al Consiglio per la ricerca agricola sono presenti 430 ricercatori e tecnologi distribuiti in 79 unità di ricerca (5,4 per unità). Quindi, pur non potendo prescindere dalla situazione esistente, assume assoluta rilevanza la riorganizzazione del sistema, puntando sul modello a tre vie: centri interregionali ed interistituzionali, centri di eccellenza. La presenza diffusa sul territorio non è, necessariamente, una risposta efficace alla necessità del rapporto tra centri di ricerca ed imprese agricole. Anzi, talvolta l’isolamento delle strutture crea l’effetto contrario, soprattutto se, come spesso avviene, esse non si integrano con le aziende sperimentali che fanno capo alle Università ed alle Regioni.

Il punto debole del nostro sistema della ricerca è, tuttavia, organizzare la domanda ed il trasferimento delle innovazioni alle imprese, materia attribuita alle Regioni. I bilanci regionali destinano, come detto, alle azioni di supporto del capitale umano metà di quanto va agli investimenti aziendali. La debolezza del circolo virtuoso imprese-Regioni-istituti di ricerca-imprese riduce l’efficacia della ricerca sull’innovazione aziendale e sulla competitività del sistema agricolo. Per questo proponiamo che il programma nazionale Agenda di Lisbona contenga un piano per il trasferimento delle innovazioni alle aziende agricole, per la formazione e la consulenza aziendale.

I servizi allo sviluppo hanno avuto, negli anni ’80, un ruolo importante per la modernizzazione dell’agricoltura. Dobbiamo valorizzare il patrimonio di esperienze accumulato, innovare i metodi, gli strumenti e le azioni, utilizzare le opportunità offerte dalla Pac e dal regolamento sullo sviluppo rurale. In questo settore può essere efficacemente applicato il principio di sussidiarietà, con la creazione di un sistema pubblico – privato come molte Regioni hanno già positivamente sperimentato.

Le Regioni hanno un ruolo importante per quanto riguarda l’istruzione e la formazione professionale. Condividiamo la posizione espressa dalla Conferenza delle Regioni sull’impostazione della riforma del secondo ciclo d’istruzione (riforma Moratti) laddove si sostiene la necessità di mantenere “l’unitarietà del sistema educativo di istruzione e formazione, senza separazione in due parti, una regionale ed una statale, a garanzia di reale pari dignità di tutti i processi formativi”.

La terza questione che desidero porre ala vostra attenzione è lo sviluppo delle aree rurali.

“L’attività agricola -cito il documento- rappresenta, nei territori rurali, il nucleo intorno al quale si realizzano processi in grado di valorizzare numerose attività economiche del terziario e delle piccole industrie, dall’agriturismo all’artigianato alimentare. Il segno più evidente di questo fenomeno è che il territorio rurale mantiene la sua identità fatta di tradizioni, beni culturali, paesaggio, e la trasforma in opportunità economiche ed in una forza antagonista ai processi di emarginazione”. Le aree rurali, dunque, assumono un ruolo guida nel favorire la coesione sociale e, insieme, una condizione di particolare precarietà per quanto riguarda la rarefazione dei sevizi, fenomeno che colpisce maggiormente le fasce più deboli e prelude alla progressiva emarginazione dei piccoli centri rurali. È necessaria una nuova stagione dei diritti che offra condizioni di pari opportunità a quanti possono dare un positivo contributo allo sviluppo, e sia capace di ricostruire una capacità d’attrazione delle aree rurali. Abbiamo proposto di inserire nel programma nazionale Agenda di Lisbona, e proponiamo alle Regioni di inserire nei propri programmi di sviluppo un piano per la creazione e diffusione di servizi integrati (polifunzionali) nelle aree rurali rivolti in particolare alla fascia dell’infanzia (il sistema dell’educazione è fondamentale per la formazione della personalità), agli anziani non autosufficienti ed alle donne con figli a carico. Il piano dovrà assegnare al privato sociale una funzione importante nella dimensione della sussidiarietà. “Programmazione territoriale e sussidiarietà -è scritto nel Patto- sono due leve alla base dello sviluppo locale: ciò significa essenzialmente creare opportunità per le imprese del territorio: favorire la coesione economica e sociale e migliorare la qualità della vita e del lavoro potenziando i servizi che garantiscono le condizioni materiali di base e favorendo l’accesso ai servizi sanitari, assistenziali, scolastici e culturali; promuovere le iniziative volte a ridurre l’effetto periferia di molte aree rurali; favorire le attività produttive presenti sul territorio, attraverso la leva fiscale, ed i servizi alle imprese; valorizzare il ruolo della cultura e delle tradizioni locali come elementi costitutivi dell’identità delle popolazioni rurali”.

Questi stessi principi, di metodo e contenuto, dovranno caratterizzare, a nostro avviso, la programmazione dei prossimi programmi operativi per l’impiego dei fondi di provenienza comunitaria.

La politica dello sviluppo rurale, ha detto il Commissario Fischer Boel, è una polizza di assicurazione sulla vita delle zone rurali, dove vive ancora metà della popolazione dell’Unione europea. La politica dello sviluppo rurale serve ad incoraggiare l’innovazione e lo sviluppo economico nelle campagne, e può contribuire concretamente al rafforzamento della crescita ed alla creazione di posti di lavoro, oltre che alla salvaguardia del nostro ambiente rurale.

Le politiche di sviluppo delle aree rurali, dunque, debbono tenere conto delle esigenze specifiche e valorizzare le potenzialità offerte dalle comunità locali. Il riconoscimento della multifunzionalità dell’agricoltura è il punto di partenza delle politiche di sviluppo rurale che dovranno dedicare attenzione sia alla dimensione economica e sociale delle imprese, privilegiando le azioni in grado di promuovere reali processi di innovazione e di sviluppo, sia ambientale, dalle attività di manutenzione del territorio alla produzione energetica da fonti alternative.

Il partenariato istituzionale e sociale contribuisce alla capacità di selezione ed attuazione delle misure da parte delle Amministrazioni che gestiscono gli interventi, attraverso un miglioramento del quadro informativo di riferimento, dell’informazione e l'esplicitazione di impegno e di responsabilizzazione da parte dei soggetti interessati. Per quanto riguarda il partenariato istituzionale, esso costituisce fattore di garanzia che i fabbisogni del territorio e le soluzioni per soddisfarli siano rappresentate in modo adeguato. Il confronto con i partner, ed il processo di verifica dell'informazione che in questo modo prende avvio, può tradursi:

- in una maggiore tutela dei diritti dei beneficiari finali degli investimenti. Il partenariato accresce infatti la capacità dei potenziali beneficiari finali di identificare gli effettivi fabbisogni, di esprimere le proprie istanze nella fase di programmazione, di partecipare al monitoraggio e di dare una valutazione nella fase finale;

- in una maggiore capacità di prevenzione dei conflitti: anticipare la negoziazione alla fase di programmazione consente infatti di stabilire in modo concorde gli indirizzi e di determinare ex ante le regole del gioco, riducendo sensibilmente la conflittualità;

- in maggiori opportunità di rinegoziare in itinere le decisioni assunte. Una moderna amministrazione richiede meccanismi decisionali flessibili, capaci di adattarsi con prontezza alle mutate condizioni di contesto.

Ma un grande ed efficace progetto di modernizzazione dell’agricoltura italiana non può prescindere da un credibile e forte recupero del Mezzogiorno.

In questo senso non è più sufficiente un esercizio di vuote affermazioni, ma anche di interventi specifici scollegati dalle scelte più complessive in campo economico e sociale.

Nello stesso modo non è più proponibile un’agricoltura come variabile indipendente che non deve fare i conti con i grandi temi della competitività e della sostenibilità. Nelle aree meridionali, accanto alle scelte finalizzate all’abbattimento della riduzione dei costi di produzione, è necessario intervenire con maggiore intensità sulla qualità dei servizi, della logistica e dell’aggregazione del prodotto.

In questo senso i POR, così come si sono realizzati non hanno aiutato al raggiungimento di questi obiettivi.

Nel Mezzogiorno registriamo pericolosi ritardi nell’aggregazione dei produttori, nell’organizzazione dei mercati generali, nelle grandi piattaforme logistiche, nelle infrastrutture materiali ed immateriali, nella ricerca e nel trasferimento dei suoi risultati alle imprese, nella catena della distribuzione e nei nodi intermodali dei trasporti.

Nel Mezzogiorno agro-rurale, il territorio è disgregato e disattrezzato, favorendo così l’infiltrazione di azioni malavitose che impediscono alle imprese la loro operatività.

In questo senso crediamo che la Conferenza nazionale sull’agricoltura e lo sviluppo rurale dovrà rappresentare un momento propositivo importante.  

Cari amici e gentili ospiti, signori assessori;

per questa occasione tanti erano gli argomenti che avremmo voluto porre nell’agenda e in questa mia relazione. Questo perché avvertiamo le grandi difficoltà che interessano l’agricoltura italiana ed anche il grande contributo che le Regioni possono e devono dare per il loro superamento.

La nostra è una organizzazione che crede è ha scommesso nel federalismo: In tante dichiarazioni programmatiche che hanno accompagnato l’insediamento dei nuovi governi regionali registriamo un serio impegno per affrontare e dare soluzione ai problemi aperti nell’economia e nella società.

L’agricoltura, gli agricoltori e le attività agricole con le grandi potenzialità ad esse collegate, rappresentano un serbatoio di risorse importanti ed uniche sulle quali investire per produrre nuove occasioni di ricchezza e di sviluppo.

La Cia, con i suoi iscritti, i suoi dirigenti e le sue strutture capillari è pronta per dare un contributo importante per sviluppare, con il metodo della concertazione, scelte finalizzate a valorizzare l’agricoltura, il comparto agricolo-alimentare ed agricolo-industriale.

Chiediamo che questa volontà venga utilizzata e valorizzata.

 

 

 


I rappresentanti Cia nei nuovi organismi Unalat
 

Nella scorsa settimana si è svolta l’Assemblea di Unalat, Unione nazionale tra le associazioni di latte bovino, e martedì si è svolto il primo Consiglio Direttivo.La Cia è rappresentata in questo organismo con quattro consiglieri su diciassette membri.

Nella Giunta, composta da sei rappresentanti, sono stati eletti per la Cia Giuliano Martino della Campania, che è stato confermato vicepresidente e Lodovico Actis Perinetto del Piemonte. Infine, nel collegio dei revisori, composto da cinque membri, la Cia ha due rappresentanti.

 

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TERRITORIO


Cia di Taranto: incontro sulla gestione degli impianti irrigui della Regione Puglia

 

La scorsa settimana si è svolto a Castellaneta (Taranto), presso la sede della Confederazione italiana agricoltori, un incontro tra i responsabili degli impianti irrigui della Regione Puglia Cosimo Marcoleoni e Antonio  Giannini, un gruppo di agricoltori della zona di Borgo Perrone e il vicepresidente provinciale della Cia di Taranto Vito Rubino.

Le problematiche affrontate nell’incontro sono state quelle relative alla stagione irrigua 2005 e la gestione degli impianti irrigui regionali.

Nella premessa Rubino ha evidenziato che questi incontri, ormai diventati di routine, devono servire a migliorare sempre di più il rapporto fra gli utenti e l’Ente Regione, l’obiettivo è quello di mettere in risalto tutte le disfunzioni esistenti.

I tecnici, Marcoleoni e Giannini, hanno sottolineato che all’inizio della campagna 2005 l’erogazione di acqua è avvenuta soltanto dai pozzi di proprietà della Regione Puglia e che da pochissime settimane il Consorzio di Bonifica sta fornendo acqua agli impianti irrigui regionali nella zona di Borgo Perrone.

Sono seguiti alcuni interventi degli agricoltori, i quali hanno evidenziato la necessità che l’acqua venga erogata a domanda e non più a turni di dieci giorni, in quanto vi sono esigenze idriche diverse da parte delle piante a seconda lo stadio vegetativo e le temperature esterne.

E’ emersa, inoltre, l’opportunità di continuare l’opera già avviata  di sostituire le condotte oramai fatiscenti, valutando l’opportunità dello utilizzo di nuove tecnologie già in uso in altre zone.

Inoltre è stata messa in risalto l’esigenza di maggiori controlli, durante i turni irrigui, da parte del personale in servizio presso gli impianti, al fine di evitare disfunzioni nella erogazione di acqua e conseguenti lamentele da parte di tutti gli utenti.

In merito ad alcuni episodi spiacevoli verificatisi è stata rilevata la necessità di richiamare il personale in servizio ad avere un comportamento diverso con gli utenti.

L’auspicio e che dopo questo incontro aumenti la consapevolezza da parte di tutti che serve maggiore collaborazione fra i fruitori del servizio e l’ente gestore e che è necessario segnalare con tempestività tutti i disservizi che si verificano.

A tal proposito è stata evidenziata la necessità di individuare un responsabile, così come già avviene in altre zone servite dagli impianti irrigui regionali,  che ogni mattina faccia da raccordo tra  i responsabili tecnici (Marcoleoni e Giannini) e l’utenza.

Naturalmente tale figura, di provata esperienza e professionalità,  oltre a raccogliere le istanze degli agricoltori e trasferirle ai tecnici deve verificare che le disposizioni impartite vengano osservate da tutti, utenti e personale.

 

 

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