| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 46 - n. 139 | 26 luglio 2004 |
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Il presidente Pacetti scrive al direttore generale della Confindustria Beretta. “Si tratta di un’importante base di discussione, sia per riempire di contenuti il confronto tra governo e parti sociali e sia per dettare le linee di politica economica che dovranno configurare il Dpef e la manovra finanziaria per il 2005”. E’ quanto rileva, in una lettera inviata al direttore generale della Confindustria Maurizio Beretta, il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Massimo Pacetti in merito al Documento delle Associazioni di impresa per la crescita e lo sviluppo del sistema economico nazionale redatto nei giorni scorsi. Nel rilevare che la Cia condivide pienamente il Documento, Pacetti dichiara che l’Organizzazione, in previsione dell’incontro di questa sera tra Governo e forze sociali, lo sottoscrive in quanto vi si riconosce nelle considerazioni e nelle priorità strategiche individuate.
Erano oltre 6.000 le aziende zootecniche nel 1992 in provincia di Bari. Oggi sono diventate meno di 2.500, delle quali solo 1.705 allevano bovini per un totale di circa 64.000 capi. Una riduzione spaventosa, di oltre la metà, che ha colpito una produzione caratteristica e di valenza ambientale delle aree interne del barese. La crisi non è finita e a farne le spese sono gli allevatori: le aziende che chiudono sono oramai tantissime, tanto che la Cia di Bari ha lanciato il grido d'allarme, chiamando a raccolta l'intera filiera di fronte al rischio di una chiusura del settore. Senza il latte locale non si potranno più lavorare i prodotti tipici e di qualità tanto apprezzati dai consumatori. "Dopo il mancato rispetto dell'accordo sul prezzo del latte, in una situazione difficile nella quale i costi di produzione aumentano del 15 per cento mediamente con punte del 100 per cento nel caso delle paglie e lettiere negli ultimi tre anni, gli allevatori baresi hanno ricevuto il colpo di grazia con il blocco della movimentazione dei capi causato dall'assurda gestione della cosiddetta 'lingua blu' (una malattia degli ovini del tutto innocua per gli esseri umani)". E' molto preoccupato il presidente provinciale della Cia di Bari, Francesco Caruso: "se il nostro allarme non viene raccolto per tempo, già nel 2005 potremmo decretare la fine della mozzarella barese per mancanza di materia prima”. “Gli allevatori -ha continuato Caruso- resistono e continuano a produrre sottocosto, ma il ministero e la Regione devono dare risposte concrete e non promesse elettorali, come è accaduto nei giorni scorsi ! Anche le controparti di filiera, gli industriali ed i trasformatori artigianali, devono capire che non si può continuare a guardare ai propri piccoli interessi di breve termine senza rendersi conto che tutti insieme rischiamo l'estinzione, se non ci decidiamo a fare finalmente sistema”. “Il mondo alla rovescia: negli ultimi incontri -ha sottolineato il presidente della Cia di Bari- siamo stati noi -i produttori della materia prima- a chiedere a gran voce un patto per la valorizzazione del prodotto trasformato ed il rilancio della nostra zootecnia, basata sul pascolamento, l'impiego delle razze autoctone, l'integrazione nell'ambiente e la salvaguardia dello stesso, una zootecnia che ben si presta a garantire processi produttivi di qualità che -lo rilevano le ultime indagini di mercato- sono la migliore credenziale per riconquistare la fiducia dei consumatori". Rincara la dose Vito Scalera, allevatore di 38 anni, impegnato con l'intera famiglia nella conduzione di un allevamento nella Murgia barese: "non riusciamo più a far quadrare i conti, nonostante tutti gli investimenti affrontati per garantire la qualità e la sanità del processo produttivo”. “Una vacca a fine carriera, che qualche anno si vendeva a circa 1200 euro, oggi si regala a 200 euro, pari a circa 0,50 euro al chilo. La fettina -ha rilevato- si vende in macelleria a ben oltre i dieci euro! Per non parlare dei vitelli: a noi costano oltre 1000 euro per l'accrescimento, si vendono a circa 800 euro e producono al dettagliante la bellezza di oltre 2.800 euro”. “E' uno scandalo! Nel frattempo -ha sottolineato Scalera- le aziende subiscono gli aumenti dei costi di produzione e gli oneri di una serie infinita di adempimenti tecnici e burocratici, dall'anagrafe zootecnica agli adeguamenti di stalla, spesso affidati alla discrezionalità dei burocrati che la esercitano senza farsi alcun problema". Alla pesante denuncia, la Cia fa seguire le proposte: - immediata liberalizzazione degli spostamenti del bestiame; - riconoscimento dei danni subiti dalle aziende per le vaccinazioni ed il blocco della "lingua blu"; - utilizzo della riserva nazionale per garantire un minimo di almeno 2.000 quintali di quota-latte per la sopravvivenza delle imprese baresi; - patto di filiera che punti a valorizzare le produzioni e riequilibrare la distribuzione del valore aggiunto tra le parti; - un serio e sostenibile accordo per il prezzo del latte alla stalla, riconoscendo e premiando la qualità; - un vero e proprio programma di settore per rivalutare e sostenere il lattiero-caseario in provincia di Bari; il completamento del ciclo produttivo della carne, con la realizzazione di centri di ingrasso in Regione. Sul tema, la Cia di Bari ha dichiarato di voler indire una vera e propria Conferenza zootecnica provinciale per confrontarsi con le Istituzioni, le parti della filiera, il mondo della ricerca e della scienza, le forze politiche e sociali ed i consumatori.
Amara resa dei conti per i cerealicoltori baresi. Ad un considerevole aumento delle quantità prodotte sta corrispondendo un andamento in picchiata dei prezzi del grano duro che quota quasi il 35 per cento in meno: 14 euro circa a fronte dei 20-21 euro dell'anno scorso. Eppure siamo ancora lontani dal coprire l'intero fabbisogno di materia prima per la filiera della pasta alimentare che in questi ultimi anni ha fatto registrare notevoli incrementi produttivi (oltre 3 milioni di tonnellate prodotte nel 2003 rispetto ai 2 milioni del 1990). Le importazioni massicce dai paesi extracomunitari (Stati Uniti, Canada, Australia) stanno incidendo al ribasso sul prezzo del grano nazionale. "Non è possibile penalizzare ancora una volta i produttori italiani che hanno già subito l'anno scorso una forte riduzione del proprio reddito causata dalle calamità che hanno falcidiato la produzione del grano duro – circa il 60% in meno". E’ questo il grido d'allarme lanciato dalla Cia di Bari tramite del presidente provinciale Francesco Caruso. "Ancora una volta -ha detto- la crisi colpisce duramente le zone interne della provincia, prive di alternative colturali valide rispetto al grano duro e alla zootecnia, entrambi settori in forte crisi e a rischio di estinzione. Chiediamo alla regione Puglia di attivarsi con urgenza per l'apertura di un tavolo di contrattazione tra le parti che affronti subito il problema del prezzo e i nodi irrisolti di un sistema mancato: se è vero che tutti dobbiamo avere a cuore le sorti della filiera del pane e della pasta, caratterizzate da una forte connotazione made in Italy che ne valorizza la produzione, è vero altrettanto che senza il grano duro italiano lo stesso made in Italy è una finzione”. “Non si può pensare -ha rilevato Caruso- di scaricare sui produttori di grano duro le difficoltà del mercato in mancanza di una politica adeguata di sostegno del settore primario, al contrario di quanto fanno gli altri paesi non europei". Intanto, di fronte alla gravità della situazione, il rappresentante della Cia presso la Commissione di Borsa Merci alla Camera di Commercio, Giuseppe Creanza, ha chiesto la sospensione delle quotazioni e -per protesta- si è astenuto dal partecipare alle riunioni "fino a quando non cesseranno le manovre speculative che stanno distorcendo, in questi giorni, le compravendite". La Cia di Bari ha chiesto, inoltre, il blocco delle importazioni di grano duro estero a tutela della produzione nazionale e in attesa di un chiarimento urgente sulla situazione. Proseguono, intanto, gli incontri tra le organizzazioni agricole e le altre parti della filiera per la definizione di un accordo-quadro sulla produzione del pane Dop di Altamura che si può realizzare solo in provincia di Bari ed esclusivamente con grano duro prodotto e certificato nei comuni della Murgia barese.
La Cia del Piemonte è favorevole in linea di massima all’indicazione dell’origine delle materie prime che vanno poi a fare i prodotti trasformati, ma senza demagogicamente eccedere per non penalizzare i prodotti “made in italy”. Il caso più clamoroso -spiega la Cia regionale- è quella della pasta. La pasta di grano duro è un prodotto tipicamente italiano, ma è fatta con solo il 20 per cento di grano italiano. La cultura della produzione della pasta ed il know how sono italiani, ma -sottolinea la Cia piemontese- la gran parte del grano duro proviene da altre parti del mondo. L’indicazione di origine obbligatoria delle materie prime penalizzerebbe un prodotto qualificante per il made in Italy. L’indicazione di origine delle materie prime dovrebbe, quindi, essere resa obbligatoria caso per caso, valutando i problemi e le conseguenze dell’obbligatorietà dell’indicazione dell’origine delle materie prime e non in modo generalizzato. Se il governo riuscisse ad imporre l’indicazione di origine per il latte che va a fare i formaggi italiani e per l’olio di oliva sarebbe già -conclude la Cia del Piemonte- un gran passo in avanti.
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