| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 47 - n. 178 | 23 settembre 2005 |
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La Cia esprime soddisfazione per il decreto che rende finalmente trasparente il metodo di produzione, valorizzando il nostro prodotto famoso in tutto il mondo. Da oggi la vera “passata” italiana è più tutelata. Con il pomodoro fresco e con l’etichetta più chiara ci si potrà difendere meglio dall’assalto delle contraffazioni e falsificazioni, in particolare dal “made in China”. Ad annunciarlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori che esprime soddisfazione per la firma, dopo le ultime verifiche comunitarie, del decreto, appunto, sulla definizione della passata di pomodoro. Tale decreto -afferma la Cia- è molto importante perché rende finalmente trasparente il metodo di produzione che viene adottato per la passata. Da oggi, infatti, potrà chiamarsi passata di pomodoro solo quella proveniente da spremitura di pomodoro fresco, eliminando il rischio di utilizzare tale definizione anche per i prodotti a base di concentrato di pomodoro, tra cui possibili provenienze di prodotto clandestino cinese. Questi prodotti dovranno essere indicati con nomi differenti. Nel testo del decreto sono, inoltre, puntualmente definiti i requisiti, i parametri e le metodologie di analisi che -sostiene la Cia- dovranno essere rispettati per poter utilizzare tale definizione, rendendo così più agevole anche il lavoro dei controlli da parte dell’Ispettorato per la repressione frodi. Questa normativa, oltre ad aumentare la trasparenza dell’informazione ai consumatori, rappresenta -conclude la Cia- un prezioso contributo alla valorizzazione del nostro “made in Italy” di cui la passata di pomodoro è un’ importante componente, un vero fiore all’occhiello.
In merito allo stanziamento deciso dal governo a sostegno del settore, la Confederazione presenterà le sue osservazioni e proposte il 27 settembre alla riunione del Tavolo avicolo.
Al momento è difficile quantificare i danni che si sono avuti nel settore avicolo a causa del calo dei consumi per gli ingiustificati allarmismi sull’influenza aviaria. Quindi, non è possibile formulare un giudizio sulla congruità degli stanziamenti decisi dal governo e sulle tipologie d’azione che si intende portare avanti a sostegno degli allevatori. Lo ha sostenuto la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito all’intervento di 20 milioni di euro adottato dal Consiglio dei ministri. Secondo la Cia, la scarsa chiara informazione che in questi giorni si è sviluppata sul virus dei polli ha creato tra i cittadini preoccupazioni che non hanno fondamenta. E questo si è difatti tradotto in un drastico calo delle vendite, con conseguenze negative per i produttori. La Cia ribadisce che gli allevamenti avicoli italiani sono sicuri e i nostri prodotti sono garantiti e possiedono ottimi standard qualitativi. Nulla, pertanto, a che vedere con i polli allevati nel Sud-Est Asiatico. La Cia sottolinea che presenterà le sue proposte e osservazioni al Tavolo avicolo che si terrà martedì prossimo 27 settembre.
La Cia Marche è sbarcata in Turchia. Dieci giorni, dal 6 al 16 settembre, di scambi culturali e approfondimenti riguardanti il settore agricolo utili ad esplorare la realtà di un paese che potrebbe apprestarsi, tra qualche anno, ad entrare in Europa. Un viaggio, quello della Cia delle Marche, compiuto per conoscere più da vicino “Le condizioni per una possibile ed eventuale collaborazione tra le Marche e “Disponiamo -ha aggiunto- di una ricchezza produttiva invidiabile ed abbiamo avuto conferma che L’entrata della Turchia in Europa, preventivata ma ancora tutta da decidere, e più in generale la prossima presenza nei mercati dei paesi dell’Est rappresenta un pericolo per la concorrenza o un’opportunità da cogliere? Sceglie la seconda ipotesi il vicepresidente della Cia Marche Nevio Lavagnoli: “Sicuramente la possibilità di integrazione tra le due culture rappresenta una ricchezza potenziale per noi, un’occasione importante per provare ad aprire nuovi mercati. Del resto,
Dopo la manifestazione dei vitivinicoltori continuano a permanere le ragioni che hanno spinto la Cia a proclamare un mese di mobilitazione sul territorio siciliano e a indire la manifestazione di protesta per il prossimo 11 ottobre. La Giunta regionale della Cia, riunitasi a Palermo, ha concordato sulla piena sussistenza delle motivazioni che già ai primi di settembre avevano portato la Cia siciliana a indire un mese di mobilitazione sul territorio e a organizzare a Palermo per il prossimo 11 ottobre una manifestazione di protesta regionale di tutti gli agricoltori e allevatori siciliani. La gravità della situazione e lo stato di emergenza continuano ad essere presenti anche tra i viticoltori che con la grande manifestazione dei giorni scorsi hanno dato uno scossone all’apatia che in questi mesi ha caratterizzato l’azione di governo, ma occorre -si legge nel documento elaborato dalla Giunta regionale della Cia- continuare nella mobilitazione perché venga accelerata l’attività del governo e della stessa Assemblea Regionale Siciliana a sostegno dell’agricoltura e della zootecnia siciliana. “Dopo avere avanzato ripetutamente e da mesi al governo regionale la richiesta di attenzione verso un settore produttivo in serie difficoltà, ci si trova adesso -spiega Carmelo Gurrieri, presidente regionale della Cia- con risposte che non possono che essere limitate e parziali rispetto alla grave crisi strutturale che necessita invece di interventi profondi, concreti e soprattutto basati sulla seria volontà politica di aggredirli”. La grandezza delle difficoltà che investono non solo la viticoltura, ma anche la cerealicoltura, la zootecnia e l’ortofrutta, la complessità dei cambiamenti in corso necessitano, per essere positivamente affrontati, secondo la Cia, non di una politica che arranca nelle emergenze e che arriva sempre in ritardo sulle questioni decisive che interessano il settore, ma di una forte, autorevole, adeguata e determinata strategia politica per il settore, che governi i processi in atto, che favorisca l’accelerazione dei processi di concentrazione dell’offerta, la crescita della cooperazione e dell’associazionismo. E’ necessario e indispensabile, oggi più che mai, istituire una sede di concertazione per la individuazione degli interventi e delle risorse finanziarie a sostegno e per il rilancio del settore agricolo. Per questo motivo la Cia chiede la costituzione presso la presidenza della Regione di un “tavolo di crisi per l’agricoltura”, presieduto dal presidente Cuffaro e composto dai rappresentanti delle organizzazioni professionali agricole e dagli assessori regionali all’Agricoltura, al Bilancio, alla Sanità, al Territorio e alla Cooperazione dove possano essere individuate soluzioni per fronteggiare l’emergenza, ma dove soprattutto si mettano a punto misure e strumenti capaci di aggredire e risolvere i nodi strutturali che condizionano negativamente le opportunità di sviluppo dell’agricoltura e di favorire la competitività del settore.
E’ nata Anabio Calabria, l’associazione che ha lo scopo di rappresentare le esigenze degli agricoltori calabresi associati che si dedicano o vorranno dedicarsi all'agricoltura ed agli allevamenti biologici. Nella regione gli operatori agricoli ed agroindustriali che operano con le tecniche di agricoltura biologica, sono poco più di 4000, mentre la superficie agricola raggiunge i 50.000 ettari. Le principali colture praticate sono l’olivo, i cereali, fruttiferi e vite. Anche la zootecnia biologica, che solo da poco è stata regolamentata, si sta avviando con buone prospettive di successo. In termini numerici, già prima dell’applicazione delle nuove misure a sostegno dell’agricoltura biologica, in Calabria si registravano ben 16.000 ettari di olivo a produzione biologica, 1000 ettari di ortaggi, 3000 q.li di miele, piante aromatiche e officinali e tra queste vi è l’olio essenziale del bergamotto, oltre un milione di bottiglie di vino . Tale produzione, ha raggiunto standard qualitativi elevati, tanto che nel 2005, ben due aziende calabresi su sei italiane, hanno ottenuto l’ambitissimo riconoscimento a livello europeo del premio “ Ercole Olivario”. La nascita del nuovo organismo, che rappresenta uno strumento operativo della Cia regionale, è stata ufficializzata dal presidente della Cia della Calabria, Giuseppe Mangone che, all’inizio del suo intervento, ha tracciato il quadro generale delle difficoltà in cui versa l’agricoltura calabrese in un contesto di crisi che si riscontra anche a livello nazionale. Per far fronte a questa situazione di stallo, la Cia ha lanciato una grande campagna di mobilitazione che si concretizzerà in una serie di incontri con le istituzioni, con le varie forze politiche e attraverso una forte sensibilizzazione dei cittadini e dei consumatori, per aprire tavoli di confronti sui nodi essenziali e mai risolti che hanno provocato il mancato sviluppo agricolo in Calabria. Per quanto riguarda Anabio-Calabria, Mangone ha detto che “con questo strumento la Cia intende costruire le forme organizzative e le strutture necessarie per garantire l’accesso nel mercato dei prodotti calabresi di agricoltura biologica”. Gli obiettivi e il ruolo della nuova associazione sono stati spiegati dal presidente Milena Torcia.“Dobbiamo segnalare -ha detto- che l’agricoltura biologica è troppo poco conosciuta e quasi niente viene divulgato per privilegiarne i consumi. I fruitori affermano che i prodotti biologici sono buoni, saporiti, sani, sicuri, ma troppo cari, mentre invece i prezzi percepiti dagli agricoltori sono simili a quelli dei prodotti provenienti dall’agricoltura convenzionale, se non talvolta inferiori. Inoltre, l’impatto sociale dell’agricoltura biologica è stato molto poco analizzato, anche se bisognerebbe soffermarsi sull’impatto occupazionale, la qualità del lavoro, il costo stesso del lavoro,il costo di produzione, la convenienza economica, la redditualità”. Il presidente dell’Associazione nazionale di Anabio Pina Eramo si è soffermata sulle produzione d’eccellenza calabresi che, “se adeguatamente organizzate -ha detto-potrebbero raggiungere i mercati internazionali con facilità”. Pina Eramo ha relazionato sullo sviluppo che può avere il consumo biologico e che potrebbe avvenire attraverso progetti specifici come la vendita diretta delle aziende, la presenza dei prodotti nella grande distribuzione organizzata, il consumo nelle mense scolastiche fino ad arrivare alla vendita dei prodotto biologici calabresi anche negli autogrill. Poi ha detto:”La politica fatta fino ad oggi dalle regioni è stata inefficace. Si è limitata a dare solo contributi diretti alle aziende che, una volta finiti, hanno determinato la fine della produzione biologica. Gli agricoltori hanno bisogno di strumenti concreti, come centri di stoccaggio e di posizionamento, avere luoghi in Calabria che consentano di effettuare la produzione del prodotto ma anche la sua lavorazione”. Ha concluso i lavori l’assessore regionale all’Agricoltura Mario Pirillo che, plaudendo all’iniziativa della Cia, ha riconosciuto che il problema vero dell’agricoltura biologica è quello della concentrazione ed immissione sul mercato dei prodotti. Accogliendo la proposta del presidente Mangone, Pirillo si è impegnato di assegnare, nell’ambito del nuovo Piano di sviluppo rurale 2007-2013, un giusto peso per l’agricoltura biologica. All’incontro erano presenti numerosi agricoltori ed al dibattito hanno partecipato il dott. Albano, dell’Ufficio qualità della AZ Spa, il dott. Agostino, presidente dell’Aiab, Galiano, dell’Arssa ed i produttori Nicoscia, Riggio, Circosta e Trungadi. La giornata si è conclusa con la degustazione di prodotti biologici calabresi.
La riforma Ocm zucchero che l'Unione europea si accinge a varare non piace proprio alla Cia del Lazio. Il suo presidente, Alessandro Salvadori, davanti a 200 coltivatori di barbabietole laziali riuniti a Pontinia, in agitazione per le notizie allarmanti che giungono da Bruxelles, ha alzato i toni sulla vertenza in atto .“Negli ultimi anni solo nel Lazio sono stati spazzati via oltre 2000 ettari destinati alla coltivazione della barbabietola da zucchero. Con questa riforma -ha aggiunto Salvadori- subiremo un ulteriore taglio delle quote destinate all'Italia ed è quello che la Cia del Lazio non vuole assolutamente. Infatti, il governo deve contrastare questo piano troppo penalizzante per il nostro Paese, peccato però che la perdita di credibilità del sistema Italia in Europa, non ci permette di essere ottimisti". Eppure quello delle bietole è un comparto ad alto valore produttivo, impegna in Italia ben 46 mila aziende coltivatrici interessate, 200 mila ettari investiti a bietola, 19 zuccherifici, 7 mila dipendenti dell'industria, un indotto "trasporto bietole" da 80 milioni di euro, un indotto "mezzi tecnici" da 180 milioni di euro, un fatturato agricolo di 600 milioni di euro, un fatturato industriale di 1.300 milioni di euro ed una occupazione complessiva di circa 80 mila unità. Il comparto laziale, con più di mille aziende, rischia letteralmente la chiusura. ”Apprezziamo -ha continuato Salvadori- l’impegno dell’assessore all’Agricoltura, Daniela Valentini, per evitare la chiusura dello stabilimento di Celano. La crisi che potrebbe indurre la nuova Ocm zucchero, assumerebbe caratteri drammatici particolarmente nella zona di Latina, e , più in generale, nell’intero Centro-Sud Italia, dove la barbabietola è coltivazione storica e contribuisce in maniera determinante al reddito delle famiglie. “Insomma -ha concluso Salvadori- sarebbe una vera e propria catastrofe da evitare in tutti i modi ” .
Una delegazione di dirigenti della Cia Piemonte - guidata dal presidente regionale Attilio Borroni e composta da Lodovico Actis Perinetto,vicepresidente regionale, Roberto Ercole, presidente provinciale di Alessandria, Mario Porta, direttore della Cia provinciale di Asti, e Marzia Serasso, funzionaria regionale - si è incontrata con l’assessore regionale all’Agricoltura Mino Tarocco per un esame congiunto dello stato di grave crisi che caratterizza l’agricoltura regionale, caratterizzata dal forte calo dei prezzi dei prodotti e dei redditi degli agricoltori. Proprio in questi giorni si sta evidenziando una netta diminuzione del prezzo delle uve da vino, nonché molte difficoltà a collocarle. Nel corso dell’incontro si è fatto il punto sugli strumenti di politica agraria regionale disponibili per contenere la crisi, a cominciare dal nuovo Psr (Piano di sviluppo rurale), che sarà operativo a partire dal 2007 e che prevedrà interventi non più a pioggia, ma per distretti, per filiere e per progetti finalizzati. Sui distretti agroalimentari, l’assessore Taricco è stato molto chiaro: la politica dei distretti agroalimentari va però ripensata. Innanzitutto, vanno costruiti dei distretti che siano giustificati dalla concentrazione e dalla qualità di determinate produzioni. L’assessore ha fatto l’esempio di due distretti frutticoli che possono essere realizzati: uno che comprende l’asta che da Saluzzo conduce a Pinerolo, l’altro l’area di Cigliano e Borgo D’Ale. Non si giustificano, invece, distretti frutticoli territorialmente troppo ampi, che hanno la finalità comprendere tutti gli impianti a frutteto, compresi quelli sparsi qua e là su territorio. In secondo luogo va precisato il ruolo dei distretti, che non possono limitarsi a ripetere iniziative e finanziare interventi in parallelo con altri Enti, come stanno facendo i distretti del vino, che hanno ampiamente deluso le attese dei produttori (e non solo per colpa loro, aggiungiamo noi). Tra le altre questioni oggetto dell’incontro, la gestione dell’anno di transizione tra il vecchio ed il nuovo Psr nel quale è previsto il ridimensionamento, annunciato più volte dall’assessore, dei fondi sulle misure agroambientali, che costituiscono da anni un’integrazione di reddito per tutti quei produttori che sopportano maggiori costi per praticare un’agricoltura rispettosa dell’ambiente. 17.000 agricoltori sono in ansiosa attesa di sapere se e quanto sarà messo a disposizione per le misure agroambientali. I cerealicoltori, per esempio, hanno necessità immediata di avere delle certezze perché entro poco tempo dovranno decidere per le eventuali rotazioni. L’assessore si impegnato a dare una risposta entro dieci giorni. I dirigenti della Cia del Piemonte hanno, inoltre, espresso l’esigenza che venga sostenuto adeguatamente il sistema dei Servizi di sviluppo, al fine di garantire un’adeguata assistenza agli agricoltori alle prese con gli obblighi comunitari relativi alla buona pratica agricola ed all’ecocondizionalità, che sono le condizioni per accedere ai contributi comunitari. Altre preoccupazioni sono state espresse dai dirigenti della Cia del Piemonte circa il faticoso avvio di attività dell’Organismo pagatore regionale, per il quale sono ancora da definire le modalità ed i contenuti della convenzione con i Caa ed al quale saranno legate le erogazioni degli aiuti comunitari al reddito degli agricoltori.
Il presidente della Cia Campania Giuseppe Corona ha inviato una lettera ai consiglieri della Regione annunciato la mobilitazione decisa a sostegno dei produttori agricoli che stanno vivendo una fase di profonda crisi. ”La Cia -si legge nella lettera- ha proclamato lo stato di mobilitazione nelle campagne per rappresentare all’opinione pubblica ed alle Istituzioni lo stato di malessere degli agricoltori in virtù di una crisi che attanaglia il settore primario e che sta mettendo a dura prova la tenuta dell’impresa agricola. Gli analisti più attenti e la Cia stessa pensano che si tratti di una crisi strutturale provocata da uno scenario di mercato che, grazie ad un insieme complesso di fattori, si è andato profondamente modificando e che i vari livelli di governo del nostro Paese o hanno sottovalutato o hanno subito senza reagire forse convinti della più radicale tesi liberista di una residualità del settore che non vale la pena di sostenere con una politica agricola rinnovata. Noi pensiamo -rileva Corona- che questa sia tesi sciagurata e sbagliata per il nostro Paese”. Fatto sta che il nostro Paese -continua il presidente della Cia campana- vanta un ritardo pluriennale rispetto ad un necessario processo di modernizzazione che rilanci la competitività dell’agricoltura. Nel Mezzogiorno e nella nostra Regione le cose vanno ancora peggio. L’agricoltura campana supporta una bardatura burocratica costosa, inutile ed insufficiente, una politica agricola datata non mirata alla dotazione infrastruturale, alla programmazione ed alla concentrazione delle produzioni, alla riorganizzazione del suo sistema di relazioni con la trasformazione e la distribuzione, alla promozione ed apertura di nuovi mercati, alla ricerca ed alla valorizzazione”. ”Esistono enti come l’Ersac, di cui non si ricorda più l’anno di inizio del commissariamento, che ha divorato centinaia di miliardi di vecchie lire, mentre -aggiunge Corona- per le forze produttive si lesina la risorsa pubblica. Rivoli e rivoli di denaro che potrebbero essere convogliati in un fiume vengono riversati nel gioco alla moda dell’internazionalizzazione e dei viaggi all’estero estemporanei, improduttivi ed infruttuosi. Gli agricoltori intanto si indebitano e chiudono le imprese”. ”La Cia -scrive ancora il presidente regionale- chiede alla Regione di ricuperare il tempo perso e di avviare un grande processo di modernizzazione battendosi adeguatamente sui tavoli comunitari e nazionali e attivando le sue prerogative per una sua rinnovata politica agricola ed alimentare. La Cia propone che si elabori, discuta ed approvi una complessiva legge quadro di orientamento che individui i nodi strategici su cui intervenire con decisione con una stagione di riforme strutturali. Nel frattempo è urgente che venga attivata una serie di misure emergenziali per alleviare l’esposizione finanziaria e contributiva dell’impresa agricola, nonché le perdite gravi di reddito che alcuni settori hanno accumulato”. ” Gli agricoltori campani -conclude Corona- faranno sentire la loro voce in maniera sempre più energica nei prossimi mesi”.
Nel corso dell’incontro del tavolo di concertazione provinciale, al quale ha partecipato l’assessore regionale all’Ambiente Michele Losappio, la Cia di Taranto ha avanzato una serie di proposte relative alla tutela delle aziende agricole rientranti nel Parco Regionale delle Gravine. La Cia tarantina chiede che siano indicate chiaramente, modificando il disegno di legge istitutivo del Parco regionale delle Gravine adottato dalla Giunta Regionale il 6/8/2005, le linee guida per il piano territoriale, piano pluriennale e il regolamento a salvaguardia e valorizzazione delle attività agricole rientranti nel perimetro. In particolare si chiede di specificare la possibilità che le aziende agricole forniscano servizi di manutenzione e gestione ambientale, in modo prioritario rispetto ad altri soggetti, come previsto dalla legge di orientamento in agricoltura. La Cia di Taranto sollecita che Il disegno di legge, modificato, deve chiaramente specificare le norme finanziarie, art. 16, che la Regione e le amministrazioni interessate devono impegnare in maniera vincolante e continuativa per le politiche di sviluppo e non solo la garanzia della copertura dei costi di gestione dell’Ente Parco. Il disegno di legge, modificato e integrato, deve, secondo la Cia provinciale, esplicitare (come riportato per le sanzioni) gli indennizzi sulle limitazioni colturali e del carico di bestiame (art. 12) attraverso l’apertura di uno specifico capitolo finanziario certo per la copertura degli stessi. Inoltre, il disegno di legge deve contenere, in allegato la cartografia 1 a 25.000 (e non 1 a 50.000) come previsto dalla legge regionale n. 19/97 per meglio comprendere le aziende interessate al parco. Per la Cia di Taranto, l’istituzione del Parco Regionale deve avere una valenza di sviluppo attraverso la programmazione della Regione Puglia. Con interventi ed azioni da prevedere sia nella rimodulazione dei bandi Por che per la prossima programmazione comunitaria 2007-2013. In particolare si chiede il coinvolgimento dell’assessorato regionale all’Agricoltura e alla programmazione comunitaria, in modo da rendere espliciti e tangibili gli incentivi destinati alle imprese agricole rientranti nel Parco. La Cia di Taranto ritiene che vi sia la necessità di svolgere una campagna di informazione mirata nei confronti delle imprese agricole, conduttrici degli 8.000 ettari rientranti nel Parco regionale. A tale scopo la Cia si rende disponibile a collaborare per individuare le suddette aziende e a predisporre il materiale informativo da inviare.
“Biologico: una grande opportunità per l’agricoltura italiana di qualità. Le proposte per la valorizzazione e per lo sviluppo del mercato”. E’ questo il tema della Conferenza nazionale della Cia che si svolgerà a Roma il prossimo 7 ottobre, presso l’Hotel Jolly-Leonardo da Vinci (via dei Gracchi 324). L’appuntamento riveste una particolare importanza in quanto con esso la Cia vuole mettere in campo le proprie idee e proposte per uno sviluppo stabile e duraturo del biologico italiano. D’altronde, il settore delle produzioni biologiche, nonostante un andamento altalenante, continua ad avere grandi potenzialità e risorse. Le caratteristiche orografiche dell’Italia, la particolare posizione geografica che ci colloca nel cuore del Mediterraneo, la dimensione delle aziende, la sensibilità degli agricoltori verso le problematiche ambientali, la loro perizia e capacità, fanno del nostro Paese un luogo ideale per produrre biologico. Quindi, per trasformare queste importanti risorse in concrete opportunità, sono necessarie per la Cia scelte politiche attente e mirate che, superando i limiti e gli errori fin registrati, generino adeguati strumenti e servizi per le aziende agricole. Di qui la rilevanza che rivestono i lavori della prossima Conferenza nazionale che sarà aperta, a partire dalle ore 9.00, da Enzo Pierangioli, vicepresidente nazionale della Cia. Seguiranno le comunicazioni di Pina Eramo, responsabile dell’Ufficio produzioni biologiche della Cia, di Domenico Mastrogiovanni, responsabile dell’Ufficio sviluppo locale e federalismo della Cia, di Fabio Raccosta, direttore del Caa-Cia. In programma ci sono poi gli interventi di Vincenzo Lavarra, parlamentare europeo, di Enzo Russo, assessore alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia e coordinatore degli assessori regionali all’Agricoltura, di Arturo Semerari, presidente dell’Ismea, di Lino Nori, presidente Fiao, di Damiano Petruzzella, responsabile agricoltura biologica Iam-Bari, di Domenico Brisigotti, direttore del prodotto a marchio Coop della Coop Italia, di Milena Torcia, presidente di Anabio Calabria, di Stefano Valleri, presidente di Anabio Toscana. Le conclusioni saranno svolte da Giuseppe Politi, presidente nazionale della Cia. Alla Conferenza è prevista la partecipazione di Gianni Alemanno, ministro delle Politiche agricole e forestali.
Domenica prossima 25 settembre la Cia di Taranto sarà presente con alcune sue aziende associate alla trasmissione televisiva "La Macchina del Tempo" in onda su Sky canale 412 dalle ore 19,30 alle ore 20,00. Verrà trasmesso un documentario dal titolo “MT Magazine” durante il quale si evidenzierà della situazione delle campagne, la crisi dell’uva da tavola, i problemi legati alla crisi idrica, quelli legati alla commercializzazione dei prodotti, l’abbandono delle aziende agricole, il fenomeno dell’accorpamento fondiario negli anni della riforma fondiaria. Le riprese televisive verteranno sul paesaggio della gravina di Castellaneta, sui vigneti di uva da tavola, sugli impianti di irrigazione, sui segni visibili della crisi che l’agricoltura sta attraversando in questi anni e faranno da sfondo alle interviste a Rocco Romanizzi e Stefano Del Tufo, titolari delle imprese agricole omonime, a Donato Ignazzi, protagonista delle lotte bracciantili per l’assegnazione dei terreni agli agricoltori, e a Vito Rubino, vicepresidente provinciale Cia Taranto.
Ogni anno il nostro Paese perde 2,5 miliardi di euro a causa del crescente assalto dell’agropirateria sui mercati internazionali. Dai prosciutti all’olio di oliva, dai formaggi ai vini, dai salumi agli ortofrutticoli è un continuo di “falsi” e di “tarocchi” che rischiano di provocare danni rilevanti ai nostri Dop, Igp e Stg, che rappresentano la punta di diamante del “made in Italy” nel mondo. Questa attività irregolare muove un giro d’affari di 52,6 miliardi di euro, praticamente poco meno della metà del fatturato agroalimentare italiano. Il danno, purtroppo, è destinato a crescere, visto che a livello mondiale ancora non esiste una vera difesa dei nostri prodotti a marchio Dop, Igp e Stg e che nel 2004 sono triplicati i casi di sequestri di prodotti contraffatti o falsificati alle dogane dei Paesi dell’Unione europea. Per discutere di questo rilevante problema e promuovere contestualmente una normativa adeguata al riguardo, la Cia e Legambiente hanno organizzato per mercoledì 5 ottobre, alle ore 18.30, al Parlamento Europeo di Bruxelles, presso la sala Espace Atrium (secondo piano, edificio Phs), un incontro con i deputati europei italiani al fine di sensibilizzarli ad un’azione di tutela e di valorizzazione dei nostri prodotti a denominazione d’origine. All’incontro saranno presenti i presidenti della Cia Giuseppe Politi e di Legambiente Roberto Della Seta. Per l’occasione Cia e Legambiente hanno anche organizzato una degustazione di prodotti italiani di qualità.
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