| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 53 - n. 164 | 23 agosto 2011 |
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Il 23 agosto si parte con la prima raccolta delle uve Moscato destinate a diventare Asti docg e Moscato d’Asti docg. Il clou è previsto per sabato 27 e domenica 28 con una serie di manifestazioni spettacolari a Canelli, con carri pieni di uva e contadine in costume d’epoca che offriranno grappoli dorati ai turisti, mentre si potranno visitare le cantine dove l’uva viene lavorata. Terra vocata per il Moscato bianco, straordinaria per qualità e personalità, la zona di origine dell’Asti docg è stata ufficialmente delimitata sin dal 1932. Un territorio vasto che comprende 53 Comuni per un totale di 10 mila ettari distribuiti tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo. La superficie totale del vigneto è suddivisa tra oltre 5.000 famiglie di vignaioli. Sulle colline di Langhe e Monferrato la vite regna sovrana, prospera in filari ordinati e curati che rendono inconfondibile e irripetibile lo straordinario paesaggio del sud Piemonte. Quest’anno si supererà il mitico traguardo di 100 milioni di bottiglie vendute nel mondo. I dati semestrali di produzione -ha annunciato il Direttore Generale del Consorzio dell’Asti Giorgio Bosticco- parlano di 44,5 milioni di Asti ( più 25 per cento) e di 14 milioni di Moscato(più 35 per cento). L’accordo per la cessione delle uve, siglato il 10 agosto tra la parte agricola e quella industriale dopo giorni e giorni di trattative, segnati anche da momenti molto duri di scontro, prevede per il 2011 una resa di 115 quintali per ettaro, con un compenso di 100 euro al quintale. E’ stato confermato il sistema per la determinazione delle rese delle uve in relazione alle giacenze di vino introdotto nel 2010. L'accertamento delle giacenze avverrà entro il 31 agosto di ogni anno. La resa delle uve sarà di 100 quintali all’ettaro con giacenze di vino tra i 200mila e i 240mila. Minore di 100 quintali con giacenze superiori ai 240mila ettolitri e maggiore di 100 quintali con giacenze inferiori ai 200mila ettolitri. Nell’accordo è inoltre previsto un ulteriore contributo di 0,40 euro/quintale per il fondo di parte agricola costituito nel 2010, che sarà versato dalle industrie, insieme a una quota aggiuntiva pari a 0,30 euro/quintale a carico della Regione. Inoltre, la parte industriale si è impegnata a versare il dovuto per l’accordo 2010 non ancora saldato del tutto entro il 31 agosto 2011. Importante l’inserimento nell’accordo 2011 dell’impegno a individuare entro il 31 maggio prossimo le modalità di determinazione della qualità delle uve, in particolare il quadro aromatico, per arrivare a riconoscere -dal punto di vista economico- un miglior prezzo a chi coltiva i suoi terreni in zone svantaggiate, ma maggiormente vocate, come i Sorì, dove la produzione è minore. "E' stato -ha sottolineato il vicepresidente nazionale della Cia Dino Scanavino -un accordo molto sofferto, raggiunto dopo una lunga trattativa, durante la quale ci siamo confrontati e anche scontrati con la parte industriale che ha tenuto fino all'ultimo una posizione molto rigida. L'accordo raggiunto è un soddisfacente compromesso tra opposte esigenze. Il mondo agricolo ha dimostrato ancora una volta senso di responsabilità e volontà di collaborazione, rinunciando anche a qualche rivendicazione per salvaguardare la coesione della filiera e gli interessi dell'intero comparto" "Quest’anno i viticoltori -ha continuato Dino Scanavino- percepiranno 11.500 euro per ettaro di docg, circa 1.370 euro in più all’ettaro rispetto al 2010: un dato in controtendenza rispetto a quello di altri vitigni e all'andamento generale dell'economia. Nei prossimi giorni i trattori potranno entrare nei filari e i vendemmiatori raccogliere i grappoli dorati, che come ogni anno diventeranno Asti e Moscato d’Asti docg, con maggior serenità e qualche certezza in più". “Siamo soddisfatti -ha aggiunto Carlo Ricagni, vice presidente della Cia del Piemonte e Presidente della Cia di Alessandria- perché l’accordo rispecchia quello che chiedevamo: un aumento del prezzo delle uve al produttore a fronte dell’aumento della resa ad ettaro. La parte industriale ha sottoscritto l’accordo venendo incontro alle nostre richieste perché, per noi, era un fatto imprescindibile l’aumento del prezzo delle uve. Questo passo ha permesso di ricompattare il tavolo della paritetica e il raggiungimento dell’accordo”.
Secondo la Cia è indispensabile una razionalizzazione amministrativa, con consorzi e servizi messi in sinergia. Ma questo provvedimento, se non ben ponderato, può mettere a rischio l’identità di centinaia di produzioni di eccellenza strettamente legate alla propria denominazione d’origine. Così “muore Barolo” e centinaia di altre specialità. In Italia oltre il 72 per cento dei piccoli comuni conta meno di 5.000 abitanti e il 90 per cento di questi annovera produzioni enogastronomiche tipiche, preziose e di qualità. Pensare di abolire i municipi al di sotto dei 1000 abitanti vuol dire, in alcuni casi, perdere l’identità e la riconducibilità di prodotti legati a territori e microterritori, con una perdita tangibile in termini economici, oltre che storico-culturali. Così la Cia-Confederazione italiana agricoltori commenta la proposta contenuta nella manovra finanziaria. Tra l’altro -secondo la Cia- appare difficile considerare piccoli comuni da abolire realtà come Barolo e Barbaresco, conosciuti in tutto il mondo per i pregiati vini e meta di turismo. Diversa, invece, l’esigenza di razionalizzare, dove possibile e utile, le risorse amministrative, evitando sprechi. Produzioni come il vino di Barolo, di Barbaresco il formaggio di Castelmagno, la lenticchia di Ventotene, la Robiola di Roccaverano, il farro di Monteleone di Spoleto, l’agnello di Zeri e altre centinaia di prodotti agricoli tipici -continua la Cia- perderebbero con un colpo di spugna l’enorme valore aggiunto legato alla propria origine territoriale. A questa mannaia non potranno sfuggire centinaia di vini pregiati che hanno nella loro denominazione commerciale il nome di un piccolo comune. Basti pensare che ben il 79 per cento dei paesi sotto i 5000 abitanti dà vita ai migliori vini italiani. Si tratta -sottolinea la Cia- di un provvedimento in grado di colpire al cuore la nostra agricoltura, fatta di piccole produzioni altamente pregiate e strettamente legate ai territori di origine. A rischio sono soprattutto le coltivazioni delle aree di montagna, o comunque scarsamente abitate, che sono riserve ricchissime di tradizioni che definiscono la nostra identità culturale e paesaggistica. Invece -secondo la Cia- sarebbe da accogliere positivamente la logica del consorziare servizi, ottimizzare i costi e attivare sinergie tra i Comuni. Il taglio netto, non ponderato caso per caso, in nome di un presunto risparmio economico potrebbe rivelarsi -sostiene la Cia- un boomerang per molti territori che traggono profitti dall’enogastronomia tipica. Un risparmio vero sui comuni potrebbe arrivare invece dalla gestione associata dei servizi, già obbligatoria per tutti i Comuni con meno di 5.000 abitanti, una soglia che potrebbe essere tranquillamente aumentata e incentivata. Importante -conclude la Cia- valutare in maniera partecipata e condivisa con i diretti interessati provvedimenti in grado di mantenere e valorizzare, identità, culture, specificità e contemporaneamente creare con meccanismi cogenti, premiali e deterrenti, le necessarie economie nell’erogazione di servizi fondamentali per le persone.
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