| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 47 - n. 35 | 22 febbraio 2005 |
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Il presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi ha inviato una lettera al direttore del “Corriere della Sera” in risposta al ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno che, nell’edizione del 21 febbraio scorso del quotidiano milanese, aveva sollevato alcuni rilievi alle analisi scaturite nel corso del convegno nazionale della Cia sul tema “L’impresa agricola nella sfida della competitività” svoltosi a Roma il 17 febbraio. Di seguito riportiamo il testo della lettera. “Egregio Direttore, ho letto la lettera che il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno Le ha inviato (pubblicata il 21 febbraio 2005 a pagina 12) e nella quale si chiamano in causa alcune mie affermazioni durante il recente convegno della Confederazione italiana agricoltori sul tema della competitività. Da parte mia, non intende esserci alcuna risposta polemica nei confronti di ciò che ha scritto il ministro. Voglio solo mettere in risalto aspetti che evidenziano chiaramente lo stato di profonda crisi in cui oggi si trova l’agricoltura del nostro Paese. Una premessa, tuttavia, è d’obbligo: a noi non interessano i giochi politici nè le campagne elettorali. Interessa, invece, unicamente il futuro delle imprese agricole italiane, oggi pieno di grandi incognite e incertezze. Credo, comunque, che non dobbiamo nascondere limiti e difficoltà. Non dobbiamo rinunciare al coraggio di indagare sulle cause e di proporre soluzioni non solo contingenti. Soprattutto non dobbiamo accettare alcuna logica disfattista. Questo è ciò che abbiamo sostenuto. E non vi è nulla di elettorale. Dire la verità non è affermazione elettorale. Nascondere la verità sì. Ed è pericoloso e sbagliato. E’ mancanza di rispetto per gli agricoltori e le loro rappresentanze. “Un milione di imprese agricole in difficoltà”. Il censimento agricolo dell’Istat ha rilevato 2,5 milioni di aziende; il ministro cita solo le 972.000 iscritte al registro delle imprese presso le Camere di Commercio. Con un tratto di penna si sono fatte scomparire oltre un milione e mezzo di aziende. E si accusa me di essere disfattista? Nel 2003, per il quarto anno consecutivo, l’agricoltura ha fatto registrare un pesante calo sia della produzione sia del valore aggiunto (-5,7 per cento). Sono dati dell’Inea. Nel 2004 la produzione è cresciuta del 6,5 per cento, ma a causa del crollo dei prezzi all’origine, -3,7 per cento per il complesso dell’agricoltura, e l’aumento dei costi di produzione su base annua, circa +3 per cento, il valore aggiunto in termini reali dovrebbe aumentare di non più dello 0,3/0,5 per cento. Come si fa a sostenere che il valore aggiunto del settore è in costante crescita? I prezzi. Il problema non è solo la “forbice” tra prezzi all’origine ed al consumo, già di per sé grave. Quando per alcuni comparti tipici della nostra agricoltura, l’ortofrutta, si hanno riduzioni di prezzi all’origine del 20 per cento, con punte del 50 per cento, non siamo di fronte ad un anomalo andamento del mercato, ma ad una crisi strutturale che potrà avere effetti permanenti sulla nostra capacità produttiva, se non si interviene con misure strutturali: interprofessione, reti di comunicazione, costi di produzione… Perdiamo quote di mercato. Questa -ho sostenuto- è una delle principali cause della crisi di quest’anno. Le esportazioni di prodotti agricoli nel mondo sono diminuite, in un anno, del 12,2 per cento. Perdiamo quote di mercato nell’area dell’euro e del dollaro. Negli ultimi anni la Spagna ha raddoppiato la sua quota sulle importazioni di prodotti agricoli del paesi Peco (oggi è il primo partner, con il 12 per cento); l’Italia è rimasta al quinto posto con il 6 per cento. Quando si perdono mercati, è difficilissimo riconquistarli. Le preoccupazioni per la tenuta del nostro export sono comuni a tutto il mondo imprenditoriale. È vero, siamo il primo paese in Europa per numero di Dop e Igp. Ma le sei denominazioni storiche rappresentano oltre il novanta per cento del mercato. Le altre, se non si interviene potenziando il ruolo dei consorzi di tutela, rischiano di rimanere mera testimonianza di eccellenza. Per dirla con Calderon de la Barca, quando si comprenderà la differenza tra vita e sogno?“
Il presidente della Cia Giuseppe Politi ha chiesto al ministro delle Politiche agricole e forestali Gianni Alemanno un incontro urgente per affrontare la situazione relativa alle coltivazioni di tabacco “burley” della zona di Caserta che ha assunto dimensioni preoccupanti. “Ad oggi -afferma Politi- è stato ritirato appena il 20 per cento del prodotto, mentre molte industrie di trasformazione non hanno aperto e altre hanno chiuso. Così i produttori non sanno come conferire il prodotto, né hanno alcuna certezza del prezzo, né hanno percepito l’anticipazione del premio comunitario”. “Un quadro preoccupante dove molte imprese produttrici di tabacco ‘burley’ -rileva il presidente della Cia- rischiano il collasso, con gravissime conseguenze per l’intera economia casertana”. Da qui la richiesta di una riunione durante la quale affrontare i gravi problemi sul tappeto.
All’Assemblea dell’Agia-Cia si lanciano idee e proposte per favorire il ricambio generazionale nel settore agricolo. Credito più ” facile” per impiantare un’azienda. La relazione del presidente dell’Associazione dei giovani imprenditori agricoli Gianluca Cristoni. Il presidente della Cia Giuseppe Politi: dare nuove opportunità a chi sceglie l’attività nelle campagne. La “nuda proprietà” diventa una concreta realtà anche nel mondo dell’agricoltura. A differenza dell’acquisto di un immobile di cui è proprietario una persona anziana, nel settore primario c’è oggi la possibilità che un giovane possa entrare da socio in un’impresa agricola e gestirla insieme con il titolare pensionato. Questo, oltre a favorire il ricambio generazionale, permetterebbe di rendere più efficace e multifunzionale il ruolo dell’azienda. E’ quanto emerso oggi durante la prima giornata della seconda Assemblea congressuale dell’Associazione giovani imprenditori agricoli (Agia) della Cia-Confederazione italiana agricoltori che si è aperta a Roma con la relazione del presidente Gianluca Cristoni e con il tema di fondo “Innovare conoscendo la storia. Fare impresa in modo originale” Giovani e pensionati -è stato affermato nel corso dei lavori ai quali è intervenuto, fra gli altri, il presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi- da oggi possono lavorare in collaborazione, garantendo contemporaneamente esperienza e spinta innovativa. Il che potrebbe aprire nuovi interessanti scenari economici, dando la possibilità a tanti giovani di entrare e lavorare in agricoltura. D’altra parte -come ha rilevato il presidente dell’Agia Cristoni- in Italia dal 1990 al 2000 la superficie agricola utilizzata si è ridotta di circa 1,8 milioni di ettari. Ciò è una conseguenza della fuoriuscita dal settore di circa 430.000 imprese, che non ha determinato né l’aumento della superficie media aziendale né l’ingresso di giovani. In sostanza, non c ’è stata correlazione tra l’incremento della superficie media aziendale e la riduzione degli imprenditori agricoli. Fino ad oggi, molti hanno assunto la riduzione delle imprese come unica strada per migliorare l’efficienza aziendale; purtroppo, la realtà assume un aspetto molto diverso da quello atteso e le conseguenze di questa evoluzione sono da ritenersi, semplicemente, preoccupanti. E a farne le spese sono i giovani che non sono stati messi in condizione di scegliere l’attività agricola. Con le nuove normative, invece, al pensionato si possono associare i giovani disposti a fare impresa e in tal modo si potrebbero vedere realizzati obiettivi diversi e storicamente divergenti. Per loro stessa natura, i giovani potrebbero dare il proprio contributo, nell’ambito della società agricola, alla realizzazione di quelle attività che l’imprenditore anziano ha meno propensione a svolgere. Inoltre, se, per ipotesi, il giovane gestisse il punto vendita aziendale, darebbe a se stesso un’opportunità occupazionale e all’impresa la possibilità per aumentare il livello di competitività, accorciando la filiera. Volendo estremizzare, poiché l’impresa agricola può aprire un punto vendita aziendale su tutto il territorio nazionale, il giovane potrebbe anche risiedere ad operare in un territorio diverso da quello dell’impresa. In questo scenario, ad esempio, si possono immaginare soprattutto giovani cittadini che diventano soci di società agricole insieme ad imprenditori agricoli pensionati. Questa rivoluzionaria partnership consentirebbe di vincere distanze fisiche e culturali storicamente insuperabili. Nuovi modi d’interpretazione del binomio città e campagna, urbanità e ruralità si offrono così allo scenario economico. In un momento di grandi difficoltà per l’agricoltura, bisogna creare le opportune condizioni -ha sottolineato il presidente della Cia Politi- perché i giovani possano sviluppare le loro energie e grandi potenzialità nel settore agricolo. Si tratta di portare avanti politiche mirate con provvedimenti e misure che consentano alle imprese di competere sul mercato. Nell’Assemblea dell’Agia si è parlato anche di tutela ambientale, di ruolo multifunzionale dell’azienda agricola e soprattutto di credito e di interventi finanziari. Le imprese agricole, ed in questo caso, le imprese gestite da giovani imprenditori, hanno bisogno -è stato detto- di strutture in grado si supportarle e di consigliarle nelle scelte legate alla gestione del credito e della finanza, sempre più strategiche nei nuovi senari di mercato.
Più impresa, più cultura, Internet e passioni sportive. Questo l’identikit del giovane agricoltore che emerge da un’indagine curata dall’Associazione giovani imprenditori agricoli (Agia) della Cia-Confederazione italiana agricoltori che è stata presentata oggi a Roma durante la seconda Assemblea congressuale nazionale. L’indagine, condotta su un campione che copre l’intero territorio nazionale, evidenzia che oltre il 70 per cento dei giovani imprenditori agricoli è diplomato (in particolare Istituti agrari, sono in crescita anche quelli che escono da licei scientifici e classici), mentre il 35 per cento è laureato (agraria, ma anche indirizzi economici e informatici). Il 65 per cento dei giovani utilizza Internet ed è crescente l’interesse per le moderne tecnologie, per i mercati telematici. Sta di fatto che moltissimi giovani agricoltori sono pronti ad investire nell’innovazione e nell’informatica. Hanno aziende agricole di media dimensione (10-30 ettari) che conducono direttamente o da coadiuvanti. Conoscono almeno una lingua straniera, in particolare francese e inglese. Amano la musica, la lettura, il cinema, l’arte. Trascorrono volentieri le ore di svago nei pub e in discoteca. Lo sport preferito è il calcio, ma non sono da meno il ciclismo, il basket e il nuoto. Gran parte dei giovani imprenditori agricoli è impegnato socialmente, dedicandosi al volontariato. Frequentano corsi formativi, specie sulla gestione dell’impresa, fiere e convegni. I giovani agricoltori guardano con attenzione all’Europa e ai nuovi scenari internazionali; chiedono, però, le condizioni necessarie per poter operare con efficacia e competitività in un’economia sempre più complessa. Sollecitano politiche che permettano un facile insediamento giovanile nell’attività imprenditoriale agricola e che consentano alle imprese di sviluppare le loro grandi potenzialità e di superare il pressante problema fondiario. Puntano sulla sanità e la qualità dei prodotti, di cui difendono la tipicità legata al territorio. Molti integrano il reddito aziendale attraverso lo sviluppo di attività agrituristiche e di valorizzazione dell’ambiente. Aziende per classe di età del conduttore
La neve blocca le aziende. Il gelo distrugge campi di ortaggi e alberi da frutta. Danni per decine di milioni di euro. Difficoltà per gli allevamenti zootecnici
La Cia traccia un bilancio delle conseguenze provocate dalle intemperie di questi giorni. Danneggiati anche vigneti, oliveti e colture floricole. Stalle, serre e capannoni crollati sotto il peso delle abbondanti nevicate. Anche per l’agricoltura è emergenza maltempo. Le eccezionali nevicate che si sono abbattute in queste ultime ore hanno praticamente bloccato le aziende agricole che sono rimaste isolate, mentre l’ondata di gelo ha distrutto coltivazioni di ortaggi e molti alberi da frutta (pesche, mandorle, albicocche, susine), danneggiando anche oliveti, vigneti, colture floricole, mentre numerose strutture (stalle, serre, capannoni) sono crollate sotto il peso della neve. Questo il primo bilancio tracciato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori secondo la quale il colpo di coda dell’inverno ha provocato danni al settore per decine di milioni di euro. La situazione generale -avverte la Cia- è assai difficile anche perché per molti allevamenti c’è il rischio di carenza di foraggi e mangimi in quanto la non praticabilità delle strade impedisce la regolare circolazione dei mezzi e, quindi, il trasporto degli approvvigionamenti. Numerose aziende zootecniche stanno, infatti, esaurendo le scorte. Stesso discorso per il latte. In alcune zone, in particolare del Centro-Sud, il ritiro del prodotto dalle stalle non avviene da tre giorni. Danni -afferma la Cia- si registrano in quasi tutte le regioni, in particolare quelle che si affacciano sul litorale adriatico. Pesanti conseguenze si sono comunque avute anche in Basilicata, in Calabria, in Campania, in Umbria, nel Lazio, in Liguria. A provocare danni -sottolinea ancora la Cia- non è solo la neve e il freddo. In alcune zone le copiose piogge e le grandinate hanno provocato smottamenti dei terreni agricoli e hanno seriamente compromesso i raccolti. Anche gli allagamenti hanno causato perdite di colture. La Cia ha organizzato sul territorio centri di assistenza per gli agricoltori e sta portando avanti un’attenta attività di monitoraggio. Si cerca di valutare le varie situazioni al fine di chiedere lo stato di calamità per venire incontro agli imprenditori agricoli duramente colpiti.
In occasione dell’Assemblea dell’Agia, il presidente della Repubblica evidenzia l'entusiasmo e l’impegno delle nuove generazioni nel lavoro agricolo, nella qualità e nella sicurezza alimentare “E’ occasione per una riflessione sui risultati e sulle prospettive di un settore strategico dell’economia nazionale”. E’ quanto sostiene il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio inviato oggi all’Assemblea nazionale dell’Agia (Associazione giovani imprenditori agricoli) della Cia-Confederazione italiana agricoltori sul tema “Innovare conoscendo la storia. Fare impresa in modo originale”. “Dall’Ottocento ad oggi -afferma il Capo dello Stato- l’agricoltura ha segnato la storia economica e sociale del nostro Paese, con la ricchezza delle sue antiche tradizioni di scambio e di elaborazione che rispecchiano una parte essenziale della nostra identità”. “L’entusiasmo e l’impegno dei giovani imprenditori -rileva il presidente Ciampi- sono risposte efficaci alla crescente richiesta della qualità e della sicurezza dei nostri prodotti. Saper coniugare tradizione e innovazione vuol dire consolidare il processo di rinnovamento dell’agricoltura italiana vincendo le sfide di un mercato mondiale aperto e globalizzato”.
“Abbiamo appreso dalla stampa della risposta del consigliere provinciale Carmela Rubino a noi indirizzata, a proposito della chiusura al traffico della strada provinciale n. 12 che costeggia il fiume Lato nel territorio di Castellaneta, in provincia di Taranto”. E’ quanto afferma una nota della Cia di Castellaneta. “Ringraziamo -prosegue la nota- la professoressa Rubino per la risposta (che ancora attendiamo dal presidente della Provincia e dall’assessore provinciale ai Lavori Pubblici), ed anche per la piena condivisione delle nostre argomentazioni, da lei ripetute pedissequamente. Prendiamo atto della decisione della Commissione provinciale Territorio ed attendiamo di conoscere i concreti interventi (che speriamo siano attivati ed ultimati comunque prima della prossima estate), così come siamo ben consapevoli delle competenze derivanti anche per Regione, Genio civile e comune di Castellaneta, da noi non meno sollecitati”. “Per quanto riguarda in particolare il Comune di Castellaneta (del quale la professoressa Rubino è pure consigliere) -si legge nella nota- la nostra sollecitazione è rivolta sia alla Giunta che ai consiglieri. Invitiamo la Giunta ed i consiglieri di maggioranza e di opposizione a verificare anche come mai gli interventi di ripristino degli argini del fiume Lato realizzati dopo l’alluvione dell’8 settembre 2003 si sono rivelati inefficaci a distanza di così breve tempo”.
In Piemonte si macellano ogni anno circa 480.000 capi bovini, di questi 15.000 entrano nel circuito commerciale essendo riconosciuti come piemontesi, certificati dal Coalvi. Tutti gli altri vi entrano in forma anonima. Lo stesso discorso vale per il latte ed suoi derivati, la frutta, gli ortaggi, il riso, cioè per la quasi totalità delle produzioni piemontesi. Se si esclude il vino, non più del 6/7 per cento delle produzioni agroalimentari della Regione -afferma la Cia piemontese- è identificato come piemontese ed usufruisce del valore aggiunto costituito dall’ottima considerazione che il Piemonte ha presso i consumatori interni ed internazionali. Il volume complessivo del fatturato dei circa 400 prodotti agricoli tradizionali piemontesi riconosciuti dalla Ue (i cosiddetti Pat), di indiscussa tipicità, non supera quello di un medio negozio alimentare. I formaggi Dop piemontesi, con l’esclusione del Gorgonzola (in Piemonte è quasi cessata la produzione del Grana Padano) rappresentano poco più di una testimonianza. Il resto delle produzioni, quelle più importanti, pur essendo di qualità e pur potendo aspirare alla tipicità, non gode del vantaggio dell’origine piemontese. Su di esse -sottolinea la Cia Piemonte- aleggia addirittura una sorta di scomunica da parte dei gastronomi locali perché sono considerate produzioni “massive” e, quindi, di poca qualità, anche se la qualità di un prodotto, a ben vedere, in molti casi, è ciò che i grandi comunicatori dicono essere tale. I suini “massivi” piemontesi -aggiunge la Cia regionale- diventano miracolosamente il tipico e grande “Prosciutto di Parma” e non c’è gastronomo che si ponga il problema di come avvenga il miracolo. Non potrebbe invece essere -si chiede-che il tipico “suino piemontese” diventi il tipico “prosciutto di Parma” ? L’obiettivo primo di una saggia politica agraria in Piemonte -rileva la Cia regionale- dovrebbe essere proprio quello di tipicizzare la più parte delle produzioni agroalimentari della Regione, per valorizzarne l’origine onde sottrarle ad una competizione fondata unicamente sui prezzi, soprattutto in un momento di crisi come questo, in cui i prezzi all’origine sono in caduta verticale ed una competizione sui prezzi sarebbe devastante. Un marchio “ombrello” Piemonte, come proposto dall’Istituto regionale per il marketing, da applicare su tutte le produzioni agroalimentari piemontesi che rispondano a determinati requisiti di qualità potrebbe essere, se non la soluzione, una soluzione importante. La sensibilità politica del Piemonte attorno ai problemi agricoli -sottolinea la Cia regionale- deve fare un salto di qualità per uscire dalle gabbie in cui l’hanno ristretto i troppi gastronomi in circolazione i quali, pur avendo avuto il grandissimo merito di aver qualificato presso i consumatori l’immagine del Piemonte, hanno ingenerato la convinzione che solo le produzioni di nicchia e le microeconomie agricole legate al territorio abbiano il diritto di esistere. Il Salone del Gusto -sostiene la Cia- è esemplificativo delle contraddizioni entro cui si muove il Piemonte. Il Salone del Gusto ha attirato l’attenzione dei media e dei consumatori sul Piemonte come pochi altri eventi, ma dietro il Salone del Gusto ci sono stati produttori piccoli e piccolissimi che hanno avuto quasi mai come interlocutori gli operatori economici, bensì i consumatori e tante chiassose scolaresche, con molte presenze istituzionali. Il Salone del Gusto non è stata una fiera per il business, ma una gigantesca sommatoria di bancarelle rionali e di paese. Mercatini, tuttavia, di strepitoso successo, con l’indiscutibile merito di aver reso più facile l’incontro tra la sterminata buona gastronomia interregionale italiana ed estera ed il pubblico dei consumatori, bisognevole di acculturazione in un campo di cui sa poco o nulla. I giornalisti della televisione e della carta stampata, bucolicamente estasiati al cospetto di quella che è stata presentata come l’unica verità agricola, ne hanno parlato e scritto in termini entusiastici. Il Salone del Gusto -aggiunge la Cia regionale- ha fatto molta immagine per il Piemonte, ma se l’immagine non viene colta per fare affari, per fare marketing vero, allora se non si può dire che si è perduta un’occasione, si può certamente dire che la si è usata in percentuale minima rispetto alle sue potenzialità. Tutti i grandi eventi enogastronomici sono utili a pubblicizzare l’immagine del Piemonte rurale, ma se l’impegno promozionale non viene finalizzato alla creazione di un marchio per far vendere i prodotti agroalimentari piemontesi -magari nei supermercati dove attualmente ne viene commercializzata la più parte- se ne riduce di molto l’efficacia.
Olivicoltori siciliani in assemblea. L’incontro, organizzato dalla Cia della Sicilia, si svolgerà nella mattinata di domani, 23 febbraio, all’Astoria Palace Hotel di Palermo su: “L’olivicoltura siciliana tra multifunzionalità e mercato: sviluppo dell’associazionismo, valorizzazione delle produzioni”. L’assemblea sarà una utile occasione per dibattere sulle linee di politica agricola che dovrà essere intrapresa per garantire lo sviluppo di questo importante comparto dell’agricoltura siciliana. “L’olivicoltura siciliana -osserva Carmelo Gurrieri, presidente regionale della Cia- esprime un grande potenziale nei confronti del mercato. A conferma di ciò basta ricordare il gran numero di ambiti riconoscimenti che vengono assegnati ogni anno sempre più numerosi alle produzioni siciliane di olio d’oliva extravergine”. L’olivicoltura siciliana che con gli oltre 157mila ettari, riconducibili a 198mila aziende, rappresenta quasi il 7 per cento dell’olivicoltura nazionale, oltre a rappresentare un importante comparto economico del settore primario, costituisce una insostituibile componente caratterizzante del paesaggio e del territorio siciliano di cui garantisce presidio e tutela. “L’olivicoltura -sostiene Gurrieri- più di altri comparti agricoli, riesce a rappresentare un elevato, se non ottimale, equilibrio tra attività produttiva e funzione ambientale, paesaggistica e di difesa del territorio”. All’assemblea interverranno il presidente del Cno (Consorzio nazionale degli olivicoltori) Paolo De Carolis, l’assessore regionale all’Agricoltura Innocenzo Leontini. Le conclusioni sono affidate al presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi.
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