| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 45 - n. 217 | 17 dicembre 2003 |
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Si è svolta il 16 dicembre scorso a Roma l’Assemblea nazionale della Confederazione italiana agricoltori con il seguente ordine del giorno: un progetto agricolo per l’Italia e l’Europa; programma politico, organizzativo e di sviluppo finanziario della Cia; approvazione del bilancio preventivo 2004. L’Assemblea è stata aperta da una relazione del presidente nazionale Massimo Pacetti e da un intervento del vicepresidente vicario Giuseppe Politi (che pubblichiamo entrambe di seguito). I lavori sono stati presieduti dal vicepresidente Mino Rizzioli ed era presente il vicepresidente Francesco Serra Caracciolo. Sulla relazione di Pacetti e l’intervento di Politi si è aperto un ampio e articolato dibattito durante il quale sono emerse indicazioni e puntualizzazioni per una nuova e più propulsiva strategia della Cia davanti ai grandi cambiamenti internazionali, in particolare nell’ambito del Wto dopo la conferenza di Cancun, della riforma della Politica agricola comune e della mancanza di un’efficace azione nazionale verso l’agricoltura, l’agro-alimentare e lo sviluppo rurale. Nel dibattito sono intervenuti: Alessandro Ghiro, presidente della Cia del Veneto, Alfonso Pascale, della Direzione nazionale, Enzo Pierangioli, presidente della Cia della Toscana, Alberto Asioli, presidente della Cia di Ravenna, Antonio Barile, presidente della Cia della Puglia, Giovanni Battista Polo, presidente della Cia di Verona, Guido Soldi, presidente della Cia di Cremona, Walter Trivellizzi, presidente della Cia dell’Umbria, Giuseppe Mangone, presidente della Cia della Calabria, Giulio Fantuzzi, presidente della Cia dell’Emilia-Romagna, Mario Lanzi, presidente della Cia della Lombardia, Attilio Borroni, presidente della Cia del Piemonte, Carmelo Gurrieri, presidente della Cia della Sicilia, Marino Berton, della Direzione nazionale, Manuela Botteghi, presidente della Cia del Friuli Venezia Giulia. L’Assemblea ha approvato all’unanimità la relazione di Pacetti, l’intervento di Politi, il bilancio preventivo 2004 e un articolato ordine del giorno (che di seguito riportiamo). La relazione del presidente Massimo Pacetti Cari amici e amiche, coltivatori e coltivatrici, è necessario ripartire dai contenuti della nostra ultima Assemblea Congressuale e dalle tesi della manifestazione del 21 marzo scorso, per poter ricentrare e attualizzare la nostra linea e il nostro progetto Confederale. Ritengo quelle tesi ancora valide. Necessitano, però, di essere sostenute da maggiore continuità nei programmi di lavoro confederale a tutti i livelli. E’ necessario farlo tanto sul piano interno quanto su quello esterno, per consentire alla CIA di essere ascoltata e rispettata. Ridare slancio e unità d’intenti alla nostra azione. Riporre sul tappeto le esigenze delle nostre imprese e dei nostri imprenditori e le nostre proposte ed elaborazioni, frutto di confronto interno, discussione e condivisione. E’ l’attività ordinaria di chi è dirigente, ma che deve dimostrare la capacità di cogliere e analizzare i mutamenti e gli scenari futuri. Per ritornare a dare continuità alle idee, rinfrescando il progetto, rispetto a ciò che è accaduto dentro e fuori il mondo Confederale. Ed all’esterno è accaduto molto. Dalla chiusura, a Lussemburgo, della riforma della PAC e alle successive proposte elaborate dalla Commissione, di ulteriori riforme per altri importanti Ocm; ai negoziati Wto a Cancun; ai lavori della Convenzione europea; agli strappi circa la interpretazione del Patto di stabilità e crescita; alle politiche nazionali e ai suoi tentativi accentratori e nazionalizzanti; alle nuove ipotesi di riforma Costituzionale; alla finanziaria 2004 e alle proposte di modifica del sistema pensionistico nazionale. Ma anche al nostro interno, dove difficoltà di ordine finanziario e sostenibilità di un rapporto tra entrate e uscite necessitano di una messa a punto. Bisogna partire da tutto ciò con una consapevolezza. Che da nessuna parte sta il primato assoluto della verità, anzi. La dialettica, il confronto, la partecipazione alle scelte debbono diventare il motore, il metodo e la sintesi del nostro lavoro quotidiano di dirigenti. Evitando strattoni e puntature ideologiche, superando una certa timidezza, che a volte noto, nel portare aventi le nostre proposte e attuare le nostre progettualità, coinvolgendo al nostro operare il più ampio sistema delle piccole e medie imprese, le autonomie locali, gli enti funzionali e quel vasto sistema di aggregazione sociale ed economico che a volte, spontaneamente, si crea sul territorio. Sarà la nostra capacità di aggregazione quella che ci consentirà di misurare la portata generale del nostro progetto. Non dobbiamo, tuttavia, correre il rischio, anche in relazione alla politica interna ed alle prossime scadenze elettorali, di ricentrare il nostro progetto in un’ottica troppo rivendicazionista o peggio assistenziale. Con il tentativo di spostare solo su altri l’onere del che fare. E’ necessario, invece, mettere in campo, finalmente, le nostre progettualità interne, in particolare in materia di servizi innovativi e di capacità di analisi sul nuovo. Portare le nostre proposte al confronto ed alla discussione potrà impedire che l’agricoltura venga sottovalutata nei prossimi dibattiti elettorali o peggio che diventi terreno in cui altri si esercitano a dettare regole, strategie e convenienze. In questa azione non dobbiamo far venire meno la ricerca di punti di convergenza e di azione comune con le altre Organizzazioni Professionali agricole e con il mondo della cooperazione. So benissimo che oggi le relazioni sono a geometria variabile, si compongono e scompongono a secondo del tema o della valenza territoriale. E’ una fase difficile, ma la nostra azione positiva va confermata e proseguita. Il tentativo in atto, nel nostro Paese è, evidentemente, quello non solo di ricollocare nel sistema di Governo nazionale pezzi della politica economica, ma anche quello di sostituire elementi e soggetti della sussidiarietà attiva con altri. L’innovazione nel sistema dei servizi diverrà fattore determinante nella capacità di rendere ancora sostenibile il nostro sistema sociale, previdenziale e assistenziale esaltando gli strumenti della sussidiarietà. Il nostro Paese ha conosciuto un’attenzione crescente ai temi del federalismo e del decentramento amministrativo, dello sviluppo territoriale e locale. Spesso più declamata che praticata. Tutto ciò non si è tradotto, per esempio, in una riduzione del carico amministrativo. Questo è un tema che va posto all’attenzione di tutti i livelli di Governo. In 10 miliardi di euro è calcolato il costo burocratico per il sistema Paese. Limita le capacità espansive, mina la competitività dell’Italia, crea nuove forme di condizionamento. La partita federale è aperta: dalla redazione degli Statuti regionali, alle forme di partecipazione alla programmazione regionale e locale, fino alla recente proposta di riforma costituzionale, con la previsione di un Senato federale. Nel disegno di legge governativo resta confusa la questione sulla competenza nel settore agricolo. Ritengo sia giunto il momento di decidere non tanto quali parti della materia agricola siano assegnate alla competenza esclusiva delle regioni o quali parti rimangano allo Stato, ma a quali livelli di governo far corrispondere la materia agricola che oggi è anche alimentazione, sicurezza, tutela del territorio, sviluppo locale. Bisogna ripartire dai seminari sul tema fatti a suo tempo e aggiornare le nostre elaborazioni. Nel riconiugare i “pezzi” del nostro progetto dovremo renderlo aperto e relazionale con altre realtà ed interessi. Chiedere e sostenere politiche pubbliche e di macrofattori per l’agricoltura, dare centralità all’impresa ed alle sue relazioni di sistema, specificare peculiarità che determinano vantaggi relativi e specifici, nel fisco, nel lavoro, nel credito, nelle assicurazioni, implica la necessità di caricare e arricchire di nuovi valori e significati l’attività agricola. Significa migliorare il nostro progetto con elementi che facciano perno sulle valenze ambientali e territoriali del fare agricoltura; unire il fare impresa con caratteristiche etiche e di solidarietà intersociale; far comprendere che l’impresa agricola ribalta il concetto negativo delle esternalità delle attività economiche in positività nell’agire; che l’attività agricola coniuga i processi intergenerazionali e di continuità sociale e culturale. Non in maniera nostalgica anzi, innovativa. Che è propria del fare impresa moderna e adeguata ai bisogni della collettività. Poi dovremo metterci del nostro. Se chiediamo al pubblico politiche fiscali, creditizie, strutturali, di servizi, assicurative, dovremo essere sempre più capaci di creare tensioni attive che siano da stimolo all’aggregazione interna di sistema. Potremo chiedere politiche assicurative adeguate fin quando si vuole, ad esempio, ma se non organizziamo al nostro interno le premesse per gestire pezzi della gestione della solidarietà finanziaria attiva non avremo svolto appieno il nostro compito. Negli ultimi tempi la Cia è cambiata e questo cambiamento può aver procurato traumi. Ogni cambiamento necessità capacità di rinnovarsi, anche culturalmente, di rimettere se stessi in gioco e di verificarsi. E’ la quotidianità che offre sicurezza, il cambiamento no. Ma guai a noi se facciamo della sicurezza la banalità dell’agire quotidiano; se chiudiamo gli occhi di fronte alla realtà. Così come nel recente passato, hanno fatto esponenti del nostro Governo. Siamo davvero sicuri che Tutti fossero concordi nello sposare i contenuti del compromesso a Lussemburgo, o è stata l’insistenza nostra, e della Coldiretti, a farlo accettare? Chi non vede nel concetto nostrano del ministro Tremonti una negazione della globalizzazione? Un rinchiudersi in una cittadella nella quale la rete del globale, come dice Mattelart, attraverso cui passano sia i flussi del sapere individuale e collettivo, ma anche quelli delle multinazionali e dei macrosistemi tecno-finanziari, impedisca di interagire con i comportamenti individuali e collettivi del nostro sistema paese? Come non sorridere rispetto alla continua giaculatoria dei richiami alle caratteristiche della “qualità” del nostro Paese, intese come effetto difensivo, dissuasivo e che maschera l’incapacità di dirigere i nuovi processi economici? Se la qualità non produce ricchezza e crescita, sviluppo e benessere diventa affermazione vuota. Nel frattempo, la chiusura alle innovazioni, la continua diminuzione della spesa pubblica e privata in ricerca provoca effetti devastanti nel sistema sociale ed economico, impoverisce la classe media, esclude le categorie più povere dalla ipotetica ripresa e vanifica gli sforzi finanziari e sociali compiuti nel recente passato nel nostro Paese. Le tensioni internazionali, intanto, delineano nuovi percorsi della democrazia e della partecipazione. La guerra preventiva in Iraq, fallimentare nelle sue opzioni e risultati, che fa riecheggiare negli Usa sindromi vietnamite, accentua il terrorismo su scala internazionale. La sua attualità va letta nell’ottica del risultato del rifiuto di un approccio multilaterale al dopo 11 settembre, ma anche come incapacità di registrare la fine definitiva di qualsiasi categoria conosciuta e nota della guerra. Gli stessi strumenti economici per gestire l’economia internazionale non reggono più l’onere della prova. Il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale, L’Organizzazione Mondiale per il Commercio, per alcuni versi la stessa Banca Centrale Europea, non hanno retto la rete che la globalizzazione ha tessuto sotto e sopra le loro regole, sempre più incapaci di governare le crisi, con la replica di vecchie metodologie economiche risultate negative nell’orientare le politiche nazionali di sviluppo. Com’è lontano dalla realtà il motto del Fondo Monetario Internazionale: ” Sogniamo un mondo senza povertà”. Eppure non dobbiamo pensare che Istituzioni sovranazionali non siano più funzionali all’obiettivo e alla ricerca di sicurezza comune, pace e benessere. Per questo vanno rilanciati gli sforzi multilaterali in sede Wto per ricercare soluzioni allo sviluppo equo del commercio e del progresso di tutti Paesi ed in sede Onu per la soluzione di crisi locali che possono aiutare la democrazia e la pace. Pace che abbiamo messo da sempre al centro dei valori della nostra azione. La globalizzazione quale fattore non ineluttabile, ma reale, da gestire e governare. Il contrario, il suo rifiuto aprioristico, diventa elemento che scatena guerre e punizioni. La nuova sfida che abbiamo di fronte è quella di regolamentare le forme della globalizzazione. E’ un compito a cui, anche come mondo agricolo, non possiamo sottrarci. Bene ha fatto la Ue a rilanciare, con un proprio documento, il ciclo dei negoziati. Rivendicando la giustezza del già fatto e offrendo nuovi spazi di trattativa. Eppure la globalizzazione mina interessi personali, quali la privacy, mette in secondo ordine i fattori etici del lavoro, esclude i deboli e i marginali. Di converso le aperture, le innovazioni, vengono accompagnate da valutazioni etiche negative. Lo stesso fare commercio è denunciato come un male. Lo fecero già Martin Lutero nel 1524, denunciando ogni forma di commercio e San Paolo, quasi duemila anni fa, con la denuncia dell’avidità del denaro, ma non del denaro in sé. Nel nostro Continente, nell’Europa Unita, rischiamo di veder crollare un decennio di speranze. Ma se fare dell’Europa un gigante politico oltre che economico significava farsi partecipi e portatori di un modello di democrazia e di tolleranza; dotarsi di istituzioni di natura rappresentativa, esecutiva e giudiziaria, separate nei poteri, significa anche condividere e allargare le esperienze di partecipazione, non possono essere le attuali difficoltà a frenare questo processo. Non erano solo le condizioni favorevoli del recente passato che ci spingevano a creare un’Europa più larga, una sola moneta e una sola Banca Centrale e più in là una sola politica estera e di difesa comune. Ne siamo ancora convinti. Purtroppo, il fallimento della Conferenza intergovernativa che doveva approvare la Costituzione europea lascia incognite che ci riguardano sia come cittadini che come rappresentanza di interessi. Quale sarà la composizione della Commissione? A rotazione per i piccoli o con un commissario per Stato? Il Consiglio dei ministri agricoli avrà ancora un ruolo? Le modalità di decisione in seno alla Commissione e al Consiglio dovranno essere orientate ad aumentare le materie per le quali basterà la maggioranza qualificata. Tuttavia, esprimiamo soddisfazione per la scelta di Parma quale sede dell’Autorità per la sicurezza alimentare, che la Cia aveva più volte sostenuto. L’agricoltura offre occupazione e dovrà offrire reddito a quasi metà della popolazione mondiale. Ecco perché era necessario arrivare a Cancun con una proposta europea, ecco perché si è fatta la riforma della PAC, ecco perché siamo favorevoli ad ulteriori concessioni in tema di restituzioni all’export e degli altri aiuti che falsano il commercio, in particolare nei confronti dei paesi più poveri e di quelli in via di sviluppo. Ecco perché dobbiamo rilanciare il negoziato, sapendo che accordi regionali, quali quelli Euromediterranei non sono in contraddizione con un negoziato multilaterale e di scala planetaria. Il partenariato euromediterraneo deve creare le condizioni di vantaggio per tutte le agricolture dei paesi del bacino e in questo senso valorizzare sui mercati le nostre produzioni tipiche e di qualità del Mezzogiorno d’Italia. Oggi la PAC è riformata. Si è conclusa una fase, con i giudizi che tutti conosciamo. Si è chiusa una situazione di incertezza, anzi si aprono nuove ipotesi di lavoro. Non concordo con chi la considera un fallimento. Esiste, però una forte problematicità nella sua futura applicazione. Il nostro Paese, e quindi il Governo in prima persona, ora debbono scegliere, decidere poi progettare. Dobbiamo cogliere al massimo le potenzialità che la flessibilità lascia agli Stati membri. I ritardi non sono più ammissibili. Altri Paesi stanno già lavorando in questo senso. E’ necessario costruire, sulla base delle scelte, una politica nazionale di sostegno alla PAC. Come gestire i nuovi aiuti aziendali senza impoverire ulteriormente le aree meno vocate? Come non diventino freno allo sviluppo dell’uso del contratto di affitto, come moderno rapporto tra proprietà e impresa? Ritengo, ad esempio, che dovremo applicare subito l’aiuto unico aziendale, dal 2005. Di questi temi, delle scelte nazionali, da tempo, si parla nel corpo confederale, così come fatto il 2 dicembre scorso a Bologna sui temi della zootecnia nazionale. Affineremo le nostre riflessioni e potremo proporre al Ministro Alemanno le nostre opzioni. E’ necessario abbandonare le incertezze. Esse generano ostacoli, impediscono l’elaborazione di progetti imprenditoriali e di sistema, frenano le relazioni, favoriscono atteggiamenti speculativi. Il Governo ed il Mipaf debbono favorire i momenti per giungere a soluzioni vantaggiose per i nostri sistemi agricoli. A tale scopo è necessario giungere ad un momento comune di riflessione agricolo e più largo coinvolgendo gli altri soggetti delle filiere. Ma la Pac non è tutto. Essa va completata con Politiche nazionali e regionali adeguate. Agricoltura è sicurezza alimentare, salubrità degli alimenti, qualità, conoscenza dell’origine e della provenienza, è attività che si svolge in forme e maniere condivise al territorio, all’ambiente, alla sua salvaguardia e gestione, al governo ottimale delle acque. La qualità delle produzioni assume una dimensione sempre più economica nella competizione sui mercati, ma si arricchisce di valori e di contenuti etici. Il sociale, nelle campagne, nelle aree rurali ed interne, assume la dimensione della rivendicazione di diritti, di servizi, di comportamenti del pubblico e del privato. E però possibile pensare all’agricoltura italiana ed ad una sua proiezione di scenario solo come entità di servizio collettivo? Il primato ambientale dell’agricoltura e del sistema diffuso delle imprese è solo quello nel quale la sostenibilità si declina con Dop e Igp? Con il biologico? Qualità non è solo rispondenza criteri e leggi. E' come le altre politiche positive del fare impresa, compenetrazione, quasi identificazione con le più vaste politiche di sviluppo regionale, ed in particolare con quelle relative allo sviluppo rurale. Che più di altre esaltano il legame tra agricoltura e territori. La stessa riforma della Pac ne ha rafforzato gli obbiettivi, anche se con risorse inferiori a quelle sperate per effetto di una modifica del concetto di modulazione degli aiuti. La previsione di utilizzare una quota del 10% degli aiuti aziendali a favore di politiche legate alla qualità forse comporterà una riflessione sui Por e i Prs, che sarà utile per dare un giudizio sui risultati delle azioni individuate e finanziate, rispetto alle nostre proposte e alle attese dei produttori. Facciamo del nostro progetto della qualità un elemento essenziale e non solo un dogma per iniziati; facciamo della tracciabilità una regola di relazione, oltre che di rispetto di norme, e non un esercizio politico-culturale. E’ vero, nel recente passato, su queste e altre questioni abbiamo ricercato di più la visibilità della posizione rispetto alla funzionalità delle stesse rispetto al progetto. Ora, dobbiamo accettare la sfida di relazioni e accordi più alti. Come inserire le produzioni delle nostre imprese nei canali della Gdo e come rafforzare le modalità di vendita tramite filiere corte, nelle relazioni con il mondo dell’agroindustria. Esercitare la nostra funzione nelle filiere e nelle interprofessioni. Dobbiamo evolvere concetti legati alla tutela e alla protezione come strumenti a sostegno gestiti dal sistema delle imprese: il sociale, le assicurazioni, il credito, la patrimonializzazione, le nuove forme di società. Dovremo fare degli strumenti giuridici gli elementi per orientare l’agricoltura. Dobbiamo comprendere che agiremo in uno scenario sempre più concorrenziale, nel quale gli agricoltori saranno più esposti alla volatilità dei prezzi, nel quale gli interventi della Pac non costituiscono più reti di sicurezza, a differenza di quanto avviene negli Usa, e come chiedono i Paesi in via di sviluppo. E’ necessario creare un ambiente giuridico, di regole più favorevole al fare impresa. Creare le condizioni per competere, per dare forza al sistema delle imprese. Così come è necessario un salto di qualità della Pubblica Amministrazione. Non solo per quel che ci riguarda, per la Pac, ma per il cambiamento dello scenario istituzionale, per le nuove e maggiori competenze che le regioni hanno. In ciò non c’è solo la Pac e le politiche per lo sviluppo rurale, ma anche le politiche territoriali, i parchi, le politiche territoriali legate alla qualità. Federalismo è diversificazione. Un sistema federale di rappresentanza, in particolare nei confronti dei poteri pubblici, non può uniformarsi e divenire una sorta di “carta verde” per un accreditamento in chiave riformista e, poi, di converso, tentare di rendere cogente un modello che diventi valido per tutte le realtà territoriali. Il federalismo penso sia, per accezione, valorizzazione delle diversità, all’interno di una cornice di regole generali e condivise, che evitino sperequazioni, assicurino solidarietà, unitarietà e, soprattutto, assunzione piena delle responsabilità delle scelte territoriali conseguenti all’esercizio del potere federale articolato a tutti i livelli di governo del paese. Per noi, per il nostro modello di rappresentanza, è giunto il momento di chiarirci su quest’aspetto. Penso sia necessario ricomporre lo stato delle diversità e delle elaborazioni senza perdere di vista la strategia generale del nostro progetto. Possiamo pensare ad un federalismo che non sia solo esercizio di controllo? Il federalismo, al contrario, è equilibrio nelle funzioni. E’ governo centrale forte ed autorevole e capacità di agire localmente. Una prossimo appuntamento sarà quello di confrontarci con le istituzioni regionali per assicurare ai modelli regionali e locali di sviluppo le necessarie risorse finanziarie nei bilanci regionali, sapendo che dovremo lottare con altre esigenze che rischiano di ingessare le capacità di spesa del sistema delle autonomie locali. Possiamo pensare a leggere un nostro modello nazionale federale senza liberismi ipocriti e senza forzature istituzionali? E’ questo il tema all’attenzione delle forze politiche del Paese e gioco forza anche alla nostra attenzione. Il federalismo deve mantenere gli elementi fondanti dello Stato unitario e della Repubblica diventando valore, per tutti, solidale, unitario, di unica politica estera, che assicuri diritti sociali, previdenziali per la persona e la collettività. Come costruiamo una nostra proposta per aggiornare il quadro giuridico nazionale, per creare un ambiente favorevole alle imprese, aiutando a superare una arretratezza culturale nel concepire l’imprenditoria agricola alla pari di altre attività e per consentire all’agricoltura di stare al passo con gli altri settori in materia di fisco, finanza, credito, diritto societario, fino a quello fallimentare? Le deleghe che il Mipaf ci propone, al di là delle pezze messe in materia di fisco non ci soddisfano. Per niente. Per gli strumenti assicurativi contro le calamità, per il nuovo status dell’imprenditore agricolo, per la composizione fondiaria e l’agevolazione all’ingresso dei giovani, per l’utilizzo del bene acqua e le sue strutture di distribuzione. Ma non ci soddisfano le risposte, anche quelle contenute nella Finanziaria, in materia di innovazione, difesa della qualità, promozione, infrastrutture, lavoro e immigrazione. Stridono, rispetto agli impegni assunti le assenze di qualsiasi riferimento alla qualità, salvo presentare nuove forme di gestione nazionale; alla costituzione dell’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, al trasferimento di risorse per il funzionamento degli Enti pagatori regionali, alla soluzione definitiva della questione delle “cartelle pazze”. Il giudizio che diamo all’azione di Governo, per quel che ci compete, è di una incapacità nell’affrontare i nodi che limitano lo sviluppo. Il Patto siglato, per l’Italia, nel luglio 2002, è, in larga parte inattuato. Sulla manovra di bilancio per il 2004, se necessario, ripetiamo il nostro giudizio. Poco incisiva per ridare slancio all’economia, penalizzante nei confronti del sistema delle autonomie locali, ispirata ad un neocentralismo, basata essenzialmente su interventi una tantum. Abbiamo rilevato interessanti aperture per l’agricoltura. A partire dal fisco, con i riconoscimenti delle attività connesse. Ci siamo mossi per cercare ulteriori miglioramenti. Le proroghe su Iva, Irap, carburanti, proprietà coltivatrice devono essere rese strutturali. Sul fronte della riforma pensionistica siamo convinti che il tema dell’aumento dell’età lavorativa sia attuale. Esprimiamo forti perplessità rispetto alla proposta governativa. E’ necessaria maggiore gradualità e non rileviamo adeguata attenzione al tema della previdenza complementare. Rigettiamo in ogni caso ogni ipotesi di aumento a carico dei lavoratori autonomi. Nella legge finanziaria il Mipaf ha raggranellato un po’ di risorse per il settore. Ma è arrivato il momento di renderle qualificanti come spesa. In direzione delle regioni nell’utilizzo del credito d’imposta, nella realizzazione dei contratti di filiera. Ci preoccupa non poco la centralità data all’Ismea, non tanto per le funzioni, quanto per la eccessiva discrezionalità che questo Istituto avrà. Denunciare i rischi di concentrazione decisionale non basta. E’ nostro compito creare strutture autogestite dai produttori nella gestione dei rischi, nel campo delle anticipazioni Pac, nella strumentazione finanziaria. Dobbiamo trovare la sede per una sintesi delle politiche nazionali e regionali e creare le condizioni per porre fine alla conflittualità tra Stato e Regioni. Nella nostra Assemblea Congressuale individuammo la sede della Conferenza dei Presidenti delle Regioni. Questa idea è necessario rilanciarla, facendola crescere dal basso, dai nostri rapporti con le regioni e con gli Assessori. Manca, oggi, un progetto pubblico per la competitività, per lo sviluppo e per la crescita del paese. Nei fattori della qualità, dei servizi, delle strutture, nel fisco, negli investimenti, nelle regole per l’introduzione delle innovazioni, a partire dagli Ogm, per l’energia e l’utilizzo di fonti alternative. Riteniamo necessario un forte intervento riformatore nell’azione dello Stato, a partire dai conti pubblici, per ammodernare le infrastrutture e le reti, nella riscrittura delle regole del diritto dell’economia, nella promozione della concorrenza in senso dinamico, anche verso gli Enti locali, nella correzione degli attuali squilibri territoriali e di distribuzione delle risorse. Nell’economia e nella strategia delle azioni a sostegno dell’innovazione, in direzione dello sviluppo territoriale. Invece, vengono meno risorse per il trasferimento agli enti locali, per la gestione di materie ad essi delegate, sono ridotte le spese per servizi essenziali nelle città e nelle campagne. Notiamo, e ciò mi lascia perplesso, non tanto il fatto che il Mipaf accentri risorse, quanto che si ponga in posizione di competizione nei confronti delle regioni. Quindi, se il punto è la competizione e non la governance è evidente che il problema si sposta su un piano più politico che può mirare a frazionare e ricomporre schieramenti, alleanze ed intese. Il clima conflittuale rischia di diventare alibi per non governare i cambiamenti e noi dobbiamo far sì che sia evitato il crearsi di momenti di centralità regionale che si sommano a quella nazionale. Il tira e molla tra Stato e Regioni sulla coesistenza delle Ogm, sulla gestione delle quote latte, sugli organismi pagatori, sull’anagrafe bovina non è poi questo? Reggere una tale situazione non è facile. Unificare gli sforzi e ricercare le unitarietà del nostro sistema confederale. Completare e migliorare il nostro funzionamento interno, qualificare il personale, gestire al meglio le risorse interne, agevolare la funzionalità e la partecipazione degli organismi favorendo lo scambio tra centro e periferia, elaborare nuove forme di servizi qualificati ed innovativi, dinamicizzare i rapporti tra funzioni e carriere interne. Un progetto che nella sua parte più di scenario, economica e di stratega è meglio dettagliato nella parte consegnatavi, che fonda le richieste al pubblico, le nostre strategie professionali interne e una capacità di gestione della macchina Confederale. Un progetto in cui le tre categorie della moderna rappresentanza: quella politica, quella gestionale e quella organizzativa si integrino, si combinano e non si elidano e non cerchino pericolose supremazie dell’una sull’altra. Il rischio, al contrario, è la delegittimazione di un intero gruppo dirigente nazionale. Il Congresso scorso l’abbiamo costruito sulla base delle riflessioni e sulle esigenze delle nostre imprese e dei nostri imprenditori. Gli otto punti della nostra manifestazione sono validi: difendere i redditi degli agricoltori, costruire un sistema di commercio mondiale sostenibile e realizzare un’equa riforma della Pac; incrementare la competitività delle imprese agricole, favorire la semplificazione amministrativa e burocratica; sostenere l’innovazione; affrontare le emergenze, ci sono sempre, purtroppo, riformare il fisco, la previdenza, il lavoro e rafforzare la politica sociale; favorire il ricambio generazionale e consolidare la presenza femminile; realizzare l’assetto federalista dello Stato e realizzare più forti politiche agricole regionali. Era questa l’agricoltura che volevamo e vogliamo. Dobbiamo migliorare sempre più su questa impostazione, interna, autonoma e non etorodiretta da nessun interesse esterno o antagonista a quello di coloro che rappresentiamo. L’ intervento del vicepresidente vicario Giuseppe Politi L’Assemblea nazionale odierna è chiamata ad approvare il bilancio di previsione 2004. Questa Assemblea, come da statuto, è stata preceduta dalla riunione della Direzione nazionale e da diverse riunioni di Giunta. Insieme abbiamo convenuto di concludere i lavori di questa assemblea con l’approvazione di un ordine del giorno finalizzato ad una chiara indicazione sul percorso politico, organizzativo ed economico-finanziario da verificare in una successiva riunione dell’assemblea da svolgersi all’inizio della prossima primavera. Le motivazioni di questa scelta trovano fondamento nella necessità di operare una sorta di messa a punto della nostra proposta politica ad un anno dallo svolgimento del congresso. Ciò anche in considerazione degli importanti avvenimenti che si sono nel frattempo verificati, quali l’esito del negoziato del Wto, la riforma della Pac, l’allargamento dell’Ue e l’avvio della trattativa per la costituzione di un’area di libero scambio nel bacino del Mediterraneo. La relazione del presidente e il documento presentato rappresentano una indicazione importante sulla quale operare un vasto ed articolato confronto che ci dovrà accompagnare fino alla prossima assemblea. Il nostro obiettivo è quello di esaltare l’agricoltura di qualità e lo sviluppo rurale allo scopo di determinare una possibilità di crescita economica delle aziende agricole e portare migliori condizioni di vita nelle aree più emarginate del paese. Sono scelte che si richiamano all’affermazione di un nuovo assetto federalista dello Stato, così come definito nella riforma del titolo V della Costituzione, con le necessarie correzioni ed integrazioni, senza, però, stravolgere i concetti e gli orientamenti di base. La strategia del riequilibrio territoriale e produttivo, deve essere ulteriormente rafforzata e rilanciata come elemento caratterizzante la nostra proposta politica. Tale strategia deve esplicarsi all’interno del settore agricolo e nel rapporto con gli altri settori produttivi. La Cia deve porre sempre di più i problemi inerenti le scelte da compiere a supporto della competitività, quali, ad esempio, le politiche fiscali, assicurativi, delle infrastrutture, ecc. Come determinanti sono gli interventi nel campo della difesa e sviluppo dei diritti sociali, con particolare riferimento alle aree rurali del paese, allo scopo di ridurre il divario tra città e campagna. Per l’attuazione di questo programma dobbiamo impegnarci con maggiore incisività e continuità, coinvolgendo, in maniera più diretta, le istanze territoriali e rafforzando ed ampliando il sistema di relazioni e di alleanze. In questo quadro è necessario procedere anche ad una verifica e ad un rafforzamento del sistema Cia, ivi compreso il funzionamento degli organismi dirigenti, allo scopo di rendere più efficiente la definizione e la realizzazione del programma politico-organizzativo, definendo, contemporaneamente un organigramma del centro nazionale, finalizzato ad esaltare le capacità professionali, le responsabilità individuali e il lavoro di squadra. Nelle scelte da compiere c’è, inoltre, l’obiettivo di rafforzare il ruolo della Giunta e della Direzione nazionale. Con urgenza è necessario affrontare anche il risanamento economico e finanziario. L’obiettivo può essere raggiunto attraverso la riduzione radicale delle spese ed accrescere l’efficienza, definendo, contestualmente un piano di sviluppo che determini nuove risorse per l’intero sistema Cia. In questo senso è necessario promuovere azioni immediate per il centro che interessino la struttura nazionale e le società collegate. Nel breve periodo l’obiettivo è quello di consolidare la situazione finanziaria; procedere alla verifica delle società (ragion d’essere, missione, struttura organizzativa), con l’obiettivo di una loro semplificazione; sviluppare le capacità progettuali autonome. Nel medio periodo è necessario definire un piano di nuovi servizi per l’incremento delle risorse, per il supporto alle azioni professionali delle strutture territoriali e per accrescere la fiducia dell’associato alla Confederazione, valorizzando i punti di forza della Cia, già definiti nella riunione della Giunta del 2 settembre: associati, rete territoriale, personale. Il piano economico-finanziario da presentare alla prossima assemblea dovrà tener conto delle indicazioni di riduzione individuate nelle linee di bilancio preventivo 2004, con una puntuale analisi dei flussi finanziari attuali, e della loro proiezione nei prossimi mesi. Alcune considerazioni finali. In questi anni abbiamo svolto un’azione da non sottovalutare per portare a conoscenza del sistema Cia la situazione finanziaria del centro e dei rapporti con il territorio. La situazione che viene evidenziata necessita di interventi strutturali da realizzare con responsabilità, tempestività, determinazione e con il sostegno dell’intero sistema confederale. Solo così le azioni proposte e quelle più dettagliate da definire, potranno determinare il possibile superamento delle difficoltà e ricreare condizioni di sviluppo. Concludendo questo mio intervento, ritengo opportuno svolgere alcune brevi riflessioni sul percorso che insieme abbiamo compiuto dall’assemblea di ottobre 2000 ad oggi. Nonostante le difficoltà, la nostra Confederazione si è ulteriormente rafforzata. Nel libro soci della Confederazione risultano ben 665.138 iscritti, con un incremento rispetto all’anno scorso di circa 17.000 nuove unità. Abbiamo sicuramente migliorato il livello del confronto interno e gli organismi, soprattutto la Giunta e la Direzione, hanno assunto il ruolo politico della Confederazione. Il franco ed articolato dibattito che si è aperto all’interno della nostra organizzazione è stato possibile anche per la volontà degli organismi dirigenti che non hanno sottratto alcun argomento alla necessità del confronto, mettendo a disposizione tutti gli strumenti possibili. Voglio confermare la volontà di questo gruppo dirigente ad adoperarsi per favorire non per impedire il confronto. Nel recente congresso molto e bene abbiamo discusso sul progetto politico e sulla definizione di strumenti innovativi che regolano la vita interna della Cia (statuto, regolamento, codice etico, modello unico di bilancio, però poco abbiamo discusso sulla composizione degli organismi dirigenti e sul come rendere effettiva la scelta della collegialità nelle azioni da compiere e su come esaltarne il ruolo di gestione politica e di rappresentanza. Fermo restando le responsabilità assegnate ai singoli organismi dirigenti, ciò su cui dobbiamo lavorare riguarda il come al nostro interno dobbiamo realizzare nei fatti quanto prescritto dallo statuto, dal regolamento e dal codice etico. Personalmente sono ottimista, nella Cia ci sono le persone, le intelligenze, la volontà, l’orgoglio di appartenenza necessari per superare anche questi problemi e rafforzare ulteriormente la nostra organizzazione. L’ordine del giorno approvato La grave situazione internazionale e la difficile congiuntura nella quale versa l’agricoltura e l’intera economia italiana richiedono una più incisiva azione politica della Confederazione. L’Assemblea Nazionale della Cia, riunita il 16 dicembre 2003, fa propria la relazione del Presidente Pacetti e le considerazioni del Vice Presidente Vicario Politi, che ha illustrato le linee del bilancio di previsione 2004; prende atto del documento “Linee di un progetto per la competitività delle imprese agricole” e, sulla base del dibattito, dà mandato alla Direzione ed alla Giunta Nazionale di redigere una sua stesura definitiva da portare all’approvazione della prossima riunione dell’Assemblea, da tenersi entro il 31/3/2004. La Cia promuove un’agricoltura di qualità e di servizio fortemente legata al territorio; componente essenziale dello sviluppo rurale, in grado di dare reddito, senso e futuro agli agricoltori; sostenibile per soddisfare bisogni diversi della società attuale e delle future generazioni. Il progetto politico della Cia intende favorire lo sviluppo, la diffusione della democrazia, l’estensione dei diritti di cittadinanza - compreso l’effettivo diritto alla libera impresa economica - la riduzione delle diseguaglianze, la pace. L’agricoltura di qualità legata al territorio è compatibile con la crescita di filiere agroindustriali; mentre non è vero il contrario: visioni politiche centrate sullo sviluppo agroindustriale relegano la qualità alla nicchia e considerano l’ambiente non una risorsa, ma un vincolo. Il progetto politico della Cia richiede, sul piano internazionale, l’estensione di forme di governance multilaterale ed una profonda revisione delle logiche del Wto. I recenti avvenimenti di Cancun e l’azione determinata di nuovi soggetti politici, tra i Paesi in via di Sviluppo, modificano le logiche della globalizzazione fondate esclusivamente sulla liberalizzazione dei mercati, la stabilità monetaria e le privatizzazioni. Il mercato è efficace solo se opportunamente regolato e se accompagnato da altre istituzioni economico-sociali, in grado di assicurare il governo delle risorse fondamentali (acqua, biodiversità, suolo, energia), il controllo sociale della ricerca pubblica, l’organizzazione del credito, l’estensione dei diritti fondamentali, quali la sicurezza, la salute, formazione di base, la sicurezza alimentare, il lavoro. Le politiche attive in grado di compenetrare globalizzazione e sviluppo democratico rappresentano, inoltre, le strategie più efficaci per isolare e sconfiggere le centrali del terrorismo internazionale. L’Assemblea esprime rammarico per il fallimento della Conferenza Intergovernativa sulla Costituzione Europea e ritiene necessario incrementare gli sforzi per giungere ad un assetto di governo europeo, che privilegi un processo decisionale fondato su maggioranze qualificate. La Cia conferma la propria vocazione europeista ed esprime soddisfazione per la scelta di Parma, quale sede dell’Authority sulla sicurezza alimentare. L’Unione Europea deve trovare nuovo slancio dal processo di allargamento e svolgere un ruolo centrale nello sviluppo della multilateralità, della pace e della democrazia globale. Il progetto della Cia richiede il riconoscimento che il legame con il territorio è una componente essenziale del “modello di agricoltura europea” e comporta la necessità di procedere con gradualità, ma anche con determinazione nel percorso della riforma della Pac, con una visione strategica pluriennale orientata al riequilibrio, allo sviluppo rurale ed alla qualità. Per questo è necessaria la piena realizzazione della riforma approvata nel giugno scorso, il suo completamento nelle OCM mediterranee e la valorizzazione dei suoi aspetti più innovativi. Per la Cia i principi di eco-condizionalità e di multifunzionalità non sono escamotage per rendere socialmente accettabili i sussidi, ma fattori di riorganizzazione dei sistemi agricoli per orientarli al mercato interno ed internazionale. Sul piano nazionale il progetto Cia prefigura una politica realmente orientata alla qualità legata al territorio, alla competitività, allo sviluppo rurale e territoriale. Si tratta di una politica di sviluppo che richiede la cooperazione tra le diverse componenti della Repubblica ed il pieno dispiegamento del metodo della concertazione. In questo senso è necessario il rafforzamento del federalismo nella logica della riforma del Titolo V della Costituzione, logica che va ulteriormente sviluppata. E’ necessario contrastare le spinte neocentraliste, manifestate dal Governo, dal Mipaf ed evidenziate soprattutto dal ruolo delle tecnostrutture nazionali. L’Assemblea nazionale della Cia esprime profonda preoccupazione per la crisi dell’agroindustria nazionale, con particolare riferimento ai casi della Cirio e della Parmalat; crisi che può comportare conseguenze molto negative anche per il settore agricolo. Per la realizzazione del progetto della Cia è fondamentale sviluppare una diversa politica agraria, concertata tra Stato, Regioni, Autonomie Locali e Forze Sociali; non nella logica di una “rinazionalizzazione” della Pac, ma della piena valorizzazione dei principi della sussidiarietà verticale ed orizzontale, favorendo regole, strumenti e procedure di programmazione negoziata dal basso. In questo contesto, inoltre, la Cia è impegnata per: - una rapida e piena attuazione della riforma Pac, valorizzando i principi del riequilibrio, dello sviluppo rurale, della qualità e della multifunzionalità; - la riforma dell’amministrazione pubblica, delle istituzioni di ricerca e dei sistemi di trasferimento delle innovazioni; - la realizzazione di politiche a sostegno dello sviluppo delle imprese in uno scenario di competitività (politiche fondiarie, fisco, credito, sistemi assicurativi); - il rafforzamento delle strutture di organizzazione economica delle imprese a vario livello (Cooperazione, Organizzazioni dei Produttori, Consorzi qualità, interprofessione); la riforma del welfare in generale, ma con specifica attenzione allo sviluppo dei servizi, del welfare locale ed al dispiegamento dei diritti di cittadinanza nelle aree rurali, con logiche di sussidiarietà verticale ed orizzontale. Il progetto confederale per un’agricoltura di qualità e di servizio legata al territorio richiede nell’organizzazione un’azione politica più netta, energica e continua. Per realizzare questo programma e per raggiungere l’efficienza gestionale è necessario da un lato sviluppare e rafforzare il sistema di relazioni con diversi soggetti istituzionali e di rappresentanza; e, dall’altro, accrescere l’efficacia della struttura di governo e degli assetti organizzativi interni alla confederazione. Per quanto riguarda lo sviluppo del sistema di relazioni è da sottolineare la necessità di superare le logiche di autoreferenzialità. La Cia deve razionalizzare prima di tutto le sue relazioni istituzionali, che devono essere rafforzate e rese più efficaci e continue. Il progetto politico e professionale della Cia richiede, inoltre, relazioni con varie associazioni di rappresentanza d’interessi e, chiaramente, a diversi livelli d’intensità. Prioritario è lo sviluppo dei rapporti con il mondo agricolo: la cooperazione, il sistema delle organizzazioni economiche e della tutela della qualità, le altre organizzazioni professionali. Ma risultano sempre più strategiche le relazioni da sviluppare con altre organizzazioni di rappresentanza della piccola e media impresa, del lavoro, e con le associazioni ambientaliste e dei consumatori. La portata del progetto politico della Cia richiede, infine, una maggiore informazione e partecipazione dell’intero sistema confederale alle politiche internazionali. Oltre al rafforzamento dei rapporti già in essere è necessario sviluppare nuove relazioni con diversi soggetti nella società civile, attivi a livello nazionale ed internazionale.
Il vicepresidente vicario della Cia, Giuseppe Politi è intervenuto alla seconda giornata dei lavori dell’Assemblea nazionale dell’Agia (Associazione giovani imprenditori agricoli) svoltasi a Roma il 12 dicembre scorso. Era presente, tra gli altri, il ministro dell’Agricoltura Giovanni Alemanno. Nelle sue conclusioni, Politi ha avuto parole di apprezzamento per l’impegno dell’Agia in direzione della multifunzionalità dell’impresa, delle nuove frontiere del mercato e delle specificità che caratterizzano l’attività dei giovani imprenditori. “Occorre però –ha detto- correggere gli squilibri ancora esistenti sul piano economico e sociale tra agricoltura ed altri settori produttivi, tra la città e la campagna, tra le aree sviluppate del nord e quelle emarginate e depresse del sud d’Italia”. Il vicepresidente vicario ha poi analizzato l’evoluzione dell’agricoltura italiana sostenendo che in passato al centro del problema agricolo c’era il rapporto agricoltura-terra, ossia il rapporto fondiario, mentre oggi il rapporto si è spostato verso altri settori produttivi. “Ciò significa –ha continuato Politi- che l’evoluzione e la modernità dell’impresa non sono più legate a fattori tecnicistici e produttivi, ma aperti ad una visione più ampia di relazioni sul piano economico e politico-istituzionale”. Dopo avere affermato il valore della scelta della qualità, della diversificazione e della specializzazione produttiva come mezzo decisivo per stare sul mercato e garantire redditi adeguati ai produttori, Politi ha così proseguito: ”Per dare una spinta propulsiva a queste scelte, occorre però lavorare per collocare l’agricoltura italiana in un ruolo centrale e preminente, mettendo in campo una politica di unità con le altre organizzazioni professionali ed agevolando il ricambio generazionale nelle campagne. C’è la necessità, insomma, che i giovani entrino a pieno titolo non solo negli ingranaggi produttivi, con il fervore di nuove idee e progettualità, ma anche nel tessuto istituzionale della nostra Confederazione. “Un agricoltore che svolge attività agricola senza rapportarsi alla vita politica della sua organizzazione –ha concluso Politi- è senza dubbio un agricoltore debole sul piano contrattuale e della rappresentanza politica. Oggi, invece, l’agricoltura ha bisogno di agricoltori protagonisti in grado di fornire un valido contributo alla crescita complessiva del settore e incanalare il loro destino verso la giusta direzione”. A svolgere la relazione introduttiva è stato il segretario generale dell’Associazione, Matteo Ansanelli, il quale ha passato in rassegna un anno di intensa attività dell’Agia ed ha tracciato il percorso ancora da compiere per realizzare gli obiettivi programmati. “Nei giorni scorsi –ha detto Ansanelli- è stata convocata una nostra Direzione per discutere un unico ordine del giorno: Il progetto per i giovani della Cia. In quella sede ci fu un confronto dal quale emerse che la Cia ha a cuore l’esistenza dell’Agia e vuole che i giovani possano raccogliersi attorno ad una associazione autonoma che consenta di fare emergere con più forza le loro aspirazioni e il loro desiderio di partecipazione. “E’ chiaro –ha continuato il segretario dell’Agia- che autonomia non è sinonimo di separazione. I giovani non sono portatori di valori di separazione, ma di stimolo al cambiamento e di progettualità. In tal senso stiamo lavorando, in campo nazionale ed europeo, sia per realizzare il nostro progetto denominato “Leonardo da Vinci”, sia per raggiungere una convenzione con l’Università di Varsavia per svolgere attività di stage per neolaureati in agraria delle facoltà polacche. “Credo –ha concluso Ansanelli- che la nostra capacità debba essere quella di fare sistema. Immaginando un più complesso sistema di relazioni tra la struttura centrale e le realtà periferiche in modo tale da elevare le energie isolate dei singoli ad un’unica forza”. Il ministro Alemanno, nell’apprezzare il lavoro svolto dall’Agia, ha sostenuto l’importanza e la centralità del settore agricolo ed il ruolo che i giovani agricoltori hanno per il futuro dell’economia e della società italiana. Alemanno ha altresì evidenziato che per rafforzare gli interventi sulle filiere agroalimentari è ipotizzabile la creazione di un ministero specifico ed ha annunciato agevolazioni fiscali per alcuni prodotti agricoli in finanziaria ed interventi sul credito e sulle assicurazioni per favorire l’imprenditoria giovanile.
Nel corso dei lavori è stato tracciato un bilancio dell’annata agraria 2003 che registra ancora gravi problemi. La relazione del presidente Massimo Pacetti: favorire la competitività delle imprese e portare avanti una politica della qualità e dello sviluppo rurale. L’intervento del vicepresidente vicario Giuseppe Politi. Approvato un articolato ordine del giorno. Espressa preoccupazione per le vicende Parmalat e Cirio. Il Governo deve promuovere al più presto un momento forte di riflessione comune sulla politica agricola nazionale. Un momento nel quale coinvolgere tutte le componenti del mondo agricolo e dell’agro-alimentare per delineare un’azione indispensabile per adeguare le nostre politiche nazionali e regionali alla riforma della Politica agricola comune. Un’esigenza che oggi diventa ancora più impellente davanti ai grandi cambiamenti internazionali e alle difficoltà della nostra agricoltura che quest’anno è costretta a registrare pressanti problemi dovuti anche ai danni rilevanti provocati dalle avversità atmosferiche, in particolare dalla persistente siccità estiva. E’ quanto emerso dall’Assemblea nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori svoltasi a Roma e aperta da una relazione del presidente Massimo Pacetti e da un intervento del vicepresidente vicario Giuseppe Politi. Nel corso della riunione, presieduta dal vicepresidente Mino Rizzioli e alla quale ha partecipato il vicepresidente Francesco Serra Caracciolo, è stato tracciato un bilancio di quest’annata agricola che ancora una volta deve far i conti con la carenza di una politica agraria realmente incisiva, con questioni di carattere strutturale, con difficoltà generate da un’eccessiva burocrazia, da politiche fiscali, del credito, assicurative e sociali che non rispondono alle esigenze delle imprese agricole. “Occorre -ha detto il presidente Pacetti- uscire al più presto dalle incertezze e dagli equivoci e operare perché si pensi in maniera chiara e propulsiva ad un nuovo progetto per l’agricoltura italiana. Un progetto che consenta alle imprese di stare sul mercato con la dovuta incisività.” “Oggi -ha aggiunto Pacetti- manca un progetto pubblico per la competitività, per lo sviluppo e la crescita del Paese. Un progetto che affronti i fattori della qualità, dei servizi, delle strutture, del fisco, degli investimenti, delle regole per l’introduzione delle innovazioni, a partire dagli Ogm, dell’energia, dell’utilizzo di fonti alternative. Un progetto riformatore che tenga conto dei cambiamenti e orientato all’ammodernamento delle infrastrutture, alla riscrittura delle regole del diritto dell’economia, alla promozione della concorrenza in senso dinamico, anche verso gli enti locali, alla correzione degli attuali squilibri territoriali e di distribuzione delle risorse. Un’azione dove l’agricoltura sia considerata nel suo giusto valore e sia messa nelle opportune condizioni di sviluppare tutte le sue grandi potenzialità”. Pacetti ha sostenuto l’importanza di trovare una sintesi delle politiche nazionali e regionali e cercare le condizioni per porre fine alla conflittualità tra Stato e Regioni. La sede naturale potrebbe essere la Conferenza dei presidenti delle Regioni. Un’esigenza evidenziata anche dal vicepresidente vicario Politi il quale, nel suo intervento, ha sottolineato che la grave situazione internazionale, la riforma della Pac, i problemi posti dal negoziato Wto e la difficile congiuntura in cui oggi si trova l’agricoltura richiedono una svolta radicale nella politica agraria del nostro Paese. “Serve -ha detto- una politica orientata alla qualità legata al territorio, alla competitività, allo sviluppo rurale e territoriale. Per questo motivo sollecitiamo risposte pronte e puntuali. Le imprese agricole hanno bisogno di reali certezze”. L’Assemblea della Cia, a tal proposito, ha approvato all’unanimità un articolato ordine del giorno in cui si sostiene, tra l’altro, la necessità di una politica in grado di dare senso e futuro agli agricoltori, di soddisfare i bisogni diversi della società attuale e delle nuove generazioni, di sviluppare il territorio rurale, di tutelare e valorizzare l’ambiente. Ordine del giorno nel quale si esprime anche preoccupazione per i gravi problemi che stanno caratterizzando l’’industria agroalimentare italiana, in particolare con le vicende della Cirio e della Parmalat, rammarico per il fallimento della Conferenza intergovernativa sulla Costituzione europea e soddisfazione per la scelta di Parma quale sede dell’Authority sulla sicurezza alimentare.
“Più di 400.000 aziende sono un patrimonio immenso dell’agricoltura italiana”. Con queste parole, Massimo Pacetti, presidente nazionale della Cia, ha aperto i lavori dell’Assemblea regionale della Confederazione italiana agricoltori delle Marche che si è tenuta presso la Fiera della Pesca di Ancona. “Purtroppo –ha continuato Pacetti- il settore primario risente del clima di confusione politica che si sta vivendo in questo momento. Il nostro obiettivo, comunque, resta quello di lavorare per una Confederazione che sia sempre più forte attraverso la ricerca di un dibattito sereno e impegnato, sia con le istituzioni che con le aziende. In questo senso ritengo sia giunto il momento di ripensare le forme di rappresentanza all’interno dell’organizzazione”. Il presidente nazionale della Cia, se da un lato ha dichiarato che “non sempre le regioni più grandi devono necessariamente contare di più”, dall’altro ha anche fortemente sottolineato la necessità per la Confederazione locale di aprire un confronto con la Regione abbandonando atteggiamenti ideologici e precostituiti. Posizione condivisa dalla Cia delle Marche, la quale “continua a mettere al centro della sua politica innanzitutto l’azienda agricola e lo sviluppo della qualità”. Per il presidente regionale Franco Fiori, “il fulcro di ogni azione deve essere l’impresa agricola. Per questo chiediamo alla Regione un confronto aperto sui temi che più ci stanno a cuore”. In particolare, la Cia è tornata sulla questione degli Ogm chiedendo controlli a tappeto sulle sementi in commercio. “Bisogna agire affinché gli agricoltori non debbano subire delle perdite per l’applicazione delle nuove leggi”, ha chiarito Nevio Lavagnoli, vicepresidente regionale della Cia. “A tal fine -ha aggiunto- crediamo che i Consorzi agrari e le cooperative debbano per prime dare l’esempio mettendosi a disposizione affinché vengano effettuati controlli sul 100 per cento delle sementi e delle colture”.
Venerdì prossimo 19 dicembre, alle ore 18.00, a Canicattì, presso il Palazzo Stella, si svolgerà il convegno Provinciale organizzato dalla Cia di Agrigento unitamente alla SOAT/86 della Regione Siciliana, sul tema “La riforma della politica agricola comunitaria”. Nel corso dell’iniziativa, i cui i lavori saranno presieduti da Giovanni Greco, presidente provinciale della Cia e conclusi dal vicepresidente nazionale, Francesco Serra Caracciolo, saranno esaminati i temi della riforma comunitaria della Pac e le conseguenze della stessa sull’agricoltura agrigentina. All’iniziativa parteciperanno operatori del settore, Amministratori locali e le altre organizzazioni professionali
Abigeati, taglieggiamenti, furti di prodotti agricoli, attrezzature e macchinari, usura, racket, aggressioni. Si tratta di fenomeni di criminalità diffusa che condizionano la libera scelta imprenditoriale e creano uno stato di permanente insicurezza tra gli agricoltori. Sul tema della sicurezza nelle campagne la Confederazione Italiana Agricoltori, in collaborazione con la Fondazione Cesar dell’Unipol Assicurazioni, organizza un convegno che si svolgerà a Palermo domani 18 dicembre alle ore 10,00 nella sala conferenze di Villa Malfitano. Nel corso dell’iniziativa verranno diffusi i dati emersi da una indagine conoscitiva sulla diffusione di tale fenomeno in Sicilia che la Cia, da sempre sensibile ai problemi legati alla criminalità nelle aree rurali, ha commissionato alla Fondazione Cesar dell’Unipol Assicurazioni. Dai rilievi e dalle interviste condotte dai ricercatori della Fondazione Cesar presso gli operatori agricoli delle nove province siciliane, si è giunti a concludere che il fenomeno della micro e macro-criminalità è molto diffuso nelle campagne e nell’ambito delle attività agricole e che rappresenta un grave handicap per lo sviluppo dell’agricoltura e della società in Sicilia, arrivando addirittura ad influenzare il mercato fondiario sganciandolo dalle regole economiche della redditività. Il convegno presieduto da Carmelo Travaglia, vicepresidente della Cia siciliana, verrà introdotto da Carmelo Gurrieri, presidente regionale Cia Sicilia, prevede la relazione di Giancarlo Brunello, direttore della Fondazione Cesar dell’Unipol e gli interventi di Lucio Di Pietro, procuratore Antimafia nazionale aggiunto, Carmelo Incardona, presidente della Commissione Antimafia dell’Ars e Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione nazionale Antimafia. Le conclusioni saranno affidate a Massimo Pacetti, presidente nazionale della Cia.
La Cia di Agrigento unitamente alla Federconsumatori, aderisce alla Campagna nazionale “Salviamo la Tredicesima” indetta dall’Intesa nazionale dei consumatori. Sabato prossimo 20 dicembre, in piazza Cavour, ad Agrigento è prevista una manifestazione di sensibilizzazione sul tema del caro prezzi, con vendita diretta di prodotti agricoli a prezzi vantaggiosi. Nel corso dell’iniziativa, i produttori agricoli aderenti alla Cia metteranno in vendita i loro prodotti (frutta, verdura e ortaggi) direttamente ai cittadini, dimostrando come l’alterazione abnorme dei prezzi dei prodotti agroalimentari, avviene nella parte finale della filiera commerciale a danno dei produttori e dei consumatori.
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