| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 53 - n. 250 | 15 dicembre 2011 |
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Per dare una dimensione stabile, condivisa e universale a una gestione programmata del territorio, compatibilmente con le esigenze delle aziende, il Comune di Modena ha sottoscritto la Carta di Matera della Cia. Il documento è stato condiviso nei giorni scorsi e firmato dal sindaco di Modena, Giorgio Pighi, dopo un incontro con il presidente della Cia di Modena, Cristiano Fini. Stipulare accordi, definire indirizzi di lavoro e concordare programmi di attività per l’attuazione di politiche sul territorio a favore di tutta la collettività. Sono solo alcune proposte contenute nella ‘Carta di Matera’, un documento elaborato dalla Confederazione italiana agricoltori e così chiamato in quanto elaborato dalla Cia nella città dei Sassi in occasione della Festa nazionale dell’agricoltura. Il contenuto della ‘Carta’ prevede che agricoltori e amministrazioni locali, ciascuno nel proprio ambito, possano contribuire allo sviluppo e al benessere del Paese, partendo da un utilizzo razionale del territorio agricolo, sempre più oggetto di ‘aggressioni’ o utilizzi smodati, con conseguenze nefaste sull’ambiente e sulle popolazioni che risiedono nelle aree urbane e rurali. L’attività agricola, in questi anni, si svolge in un contesto particolarmente difficile, che si presenta con peculiare complessità nel nostro Paese. “L’erosione della superficie agricola utilizzata è costante e irreversibile e non può non suscitare allarme e preoccupazione -ha spiegato Fini nell’incontro-. Occorre quindi porre un freno a un uso dissennato e confuso del suolo agrario”. La ‘Carta’, inoltre, descrive come preservare l’agricoltura, il peculiare e inconfondibile paesaggio agrario, oggi più che mai identificabile con il bene ambientale di tutto il Paese. “Le imprese agricole sono dotate di attrezzature e macchinari e dispongono di professionalità che possono essere impiegate dalle Amministrazioni in attività e servizi”, ha detto ancora nell’incontro Fini, riferendosi alla manutenzione del verde pubblico nonché gestione di aree a demanio forestale. “In questo contesto rientrano anche quelle iniziative che riconoscono nell’agricoltura una funzione sociale di accoglienza, tutela della persona e didattica ambientale -ha aggiunto Fini- come le fattorie sociali, gli ‘agriasili’, le fattorie didattiche ed altre forme di accoglienza”.
L’indagine presentata dalla Cia in occasione del convegno a Montecitorio con il presidente della Camera Gianfranco Fini. Qualità, salubrità ed ecosostenibilità i motivi alla base del gradimento del comparto. Ma soprattutto la stragrande maggioranza dei cittadini confida in quella logica “rurale” che è alla base dell’agricoltura, fatta di lavoro e produzione e non di Borsa e finanza. Nove italiani su dieci hanno fiducia nell’agricoltura italiana. Una fiducia diffusa che parte dal valore delle coltivazioni e dalla qualità indiscussa del “made in Italy” per poi allargarsi al ruolo strategico che il settore primario ha nella tutela del territorio e nella sfida energetica in chiave “green”. Ma una fiducia che affonda le sue radici anche nella storia del Belpaese, nella consapevolezza che la vitalità e la tenacia della società italiana risiedono fortemente nelle sue origini rurali. E’ quanto emerge da un’indagine della Cia-Confederazione italiana agricoltori, presentata in occasione del convegno “L’agricoltura nei 150 anni dell’Unità d’Italia” che si è tenuto oggi a Montecitorio alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini. Ben il 91 per cento degli italiani -spiega la Cia- considera l’agricoltura un comparto cruciale per il Paese, sia dal punto di vista economico che ambientale, tanto più in questa fase di crisi dove i valori della terra assumono una rilevanza anche sociale rispetto alla finanziarizzazione galoppante dell’economia. Nelle convinzioni degli italiani, cioè, torna a galla quello “scheletro contadino del Paese” di cui ha parlato recentemente il Censis, mettendo in luce il bisogno forte dei cittadini di ritornare a una logica “rurale” fondata sulla concretezza del lavoro e della produzione. Una logica di cui l’agricoltura è l’interprete migliore, producendo ricchezza vera e visibile, non come quell’economia “di carta” che ha portato alla situazione di crisi attuale. E che fa volare lo spread, ma certo non il Pil dello Stivale. E la ricchezza del settore primario è molteplice, così come i motivi alla base del suo gradimento -si legge nell’indagine della Cia-. Se il 91 per cento dei cittadini italiani crede nell’agricoltura, per quasi la metà di questi (esattamente il 43 per cento) la fiducia generale nel comparto corrisponde alla fiducia nella qualità e nella salubrità delle sue produzioni. Un altro 22 per cento degli intervistati, invece, riconosce all’agricoltura un ruolo centrale nell’immagine dell’Italia all’estero, mentre il 13,7 per cento degli italiani la considera fondamentale nella tutela del suolo e del patrimonio boschivo, anche rispetto al problema del dissesto idrogeologico. Infine, l’altro 12,3 per cento del campione ritiene l’agricoltura una risorsa irrinunciabile nello sviluppo delle energie rinnovabili. Più in dettaglio -osserva la Cia- per quanto riguarda la fetta di italiani più attenti alla sicurezza alimentare, ben l’83 per cento di questi dichiara di preferire sempre il prodotto nazionale, soprattutto se tipico e tradizionale, anche se dall’etichetta vorrebbe la garanzia dell’italianità di tutti gli ingredienti e delle materie prime. Di contro, le importazioni destano non poche perplessità: il 78 per cento del campione si fida poco dei prodotti alimentari che varcano i nostri confini, in particolare di quelli che provengono dalla Cina. Una tendenza che è stata rafforzata anche dagli ultimi “scandali” e allarmi alimentari. Naturalmente, più di otto su dieci sono anche contrari agli Ogm in tavola. Il 55 per cento del campione ritiene gli organismi geneticamente modificati dannosi per la salute, mentre il 76 per cento crede semplicemente che siano meno salutari di quelli “normali”. All’opposto, il 62 per cento degli italiani si fida soprattutto del biologico, mentre il 35 per cento fa la spesa direttamente “in campagna” attraverso la vendita diretta dal produttore e/o partecipa ai Gruppi di acquisto solidali (Gas). Quanto alla parte del Paese che ritiene l’agricoltura nazionale una delle bandiere dell’italianità all’estero -continua il rapporto della Cia- la quasi totalità (il 97 per cento) è convinta che bisogna fare di più per difendere tutta la filiera del “made in Italy” alimentare dall’agropirateria internazionale e dai danni derivanti da contraffazioni e frodi. E questo proprio perché si tratta non solo di un settore economicamente “vincente”, anche sul fronte del turismo enogastronomico (per il 48 per cento degli intervistati), ma di un patrimonio culturale e culinario che è l’immagine stessa del Belpaese fuori dai nostri confini (per il 52 per cento). Comunque, il 77 per cento degli italiani nutre molta fiducia nei controlli da parte delle autorità preposte (Nas, Guardia di finanza, Dogana) ma chiede che vengano resi ancora più stringenti, proprio per garantire al massimo i consumatori e anche gli agricoltori che contribuiscono alla produzione delle eccellenze certificate che vengono esportate in tutto il mondo. Ma l’agricoltura non è solo sinonimo di alta qualità ed elevati standard di sicurezza -prosegue la Cia-. Per due italiani su cinque il settore primario ricopre un ruolo nodale nella salvaguardia dell’ambiente: sia nel senso della tutela del territorio (per il 13,7 per cento del campione) sia rispetto al progresso delle energie “verdi” attraverso le biomasse (per il 12,3 per cento). Di questa fetta della popolazione, ben l’86 per cento ha una forte sensibilità ecologica e il 71 per cento contesta l’urbanizzazione selvaggia che ha cancellato “pezzi” interi di campagna e terreni coltivabili. Con effetti disastrosi sull’assetto idrogeologico del territorio e in particolare sulla stabilità dei versanti. Ecco perché il 69 per cento degli italiani chiede di incentivare l’attività degli agricoltori, la cui opera di presidio e di manutenzione del suolo è fondamentale, soprattutto nelle aree marginali e di montagna. In più, il 94 per cento di questa fascia di italiani si dice molto preoccupata per l’aumento delle emissioni e per le conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche per questo, ben il 77 per cento degli intervistati crede nello sviluppo delle energie rinnovabili e pensa che il settore primario possa essere uno dei protagonisti della cosiddetta “rivoluzione verde”, tramite l’uso delle biomasse legnose, pellet, cippato, potature di colture arboree e più in generale degli scarti di agricoltura e allevamento per la produzione di energia “pulita”.
Secondo la Cia, c’è bisogno di adeguati controlli sulle tariffe per evitare speculazioni. Le imprese agricole non traggono nessun vantaggio dal rincaro dei listini al supermercato, che “lievitano” nel lungo tragitto per arrivare dal campo alla tavola, mentre subiscono l’ennesimo incremento dei costi di produzione per il “caro-gasolio”. A novembre il carrello della spesa delle famiglie fa “boom”, aumentando del 4,2 per cento tendenziale. Colpa dell’ennesimo rialzo di gasolio e benzina, ma anche del rincaro dei prezzi alimentari, che registrano l’incremento più alto da inizio 2009. La conseguenza è una nuova stangata per gli italiani, che già lottano con il portafoglio vuoto e le difficoltà di arrivare a fine mese. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, commentando i dati definitivi sull’inflazione diffusi oggi dall’Istat. I consumi alimentari sono già ridotti al lumicino -ricorda la Cia- e certo non aiuta l’aumento “stellare” dei prezzi di prodotti di larghissimo consumo come zucchero (+17,2 per cento) e caffè (+16,5 per cento), ma anche come formaggi e latticini (+5,1 per cento) e carne rossa (+2,6 per cento). Vuol dire che continuerà la “cura dimagrante” a tavola (acquisti pane -8,5 per cento; pesce -4,8 per cento; frutta -2,7 per cento; pasta -1,6 per cento), mentre crescerà ancora di più la quota di italiani che si rivolgerà quasi esclusivamente ai discount e alle promozioni commerciali: era già salita al 35 per cento nel primo semestre dell’anno, giungerà fino al 42 per cento a fine 2011. E’ una situazione difficilissima per le famiglie -osserva la Cia- in cui diventa urgente avviare controlli rigorosi sugli aumenti delle tariffe, purtroppo “gonfiati” a volte da volontà di tipo speculativo. Le stesse imprese agricole, per esempio, non traggono nessun vantaggio dal rincaro dei listini alimentari al supermercato, anzi continuano a combattere con il “caro-gasolio” che aumenta notevolmente i costi di produzione (+7,6 per cento) e con prezzi sui campi che restano assolutamente non remunerativi.
Il presidente Giuseppe Politi all’Assemblea nazionale della Cia ribadisce il giudizio negativo su misure che si abbattono in modo duro sugli agricoltori. Preoccupanti le conseguenze dell’aumento delle imposte. Sollecitata l’apertura di un Tavolo di confronto. Al premier Monti le organizzazioni professionali hanno consegnato un documento unitario che contiene proposte, anche a “costo zero”, che possono, se attuate, ridare slancio all’attività imprenditoriale. “Siamo stati i primi a sostenere con grande senso di responsabilità la necessità di un’equa linea di rigore, di misure efficaci per risanare la nostra economia. Abbiamo ribadito che l’agricoltura era pronta a fare sino in fondo la sua parte con serietà. Ma davanti alla manovra del governo corretta dalla Camera, non possiamo che evidenziare tutto il nostro malcontento. Per le imprese agricole ci sono ulteriori pesanti costi. Nessun intervento mirato alla crescita. I produttori agricoli pagano un dazio molto pesante che rischia di compromettere il loro già incerto futuro. Sul fronte delle pensioni (salvate quelle fino a 1.400 euro dal blocco dell'indicizzazione fino a tutto il 2013) e dei terreni agricoli è stato compiuto un primo passo, ma occorre fare di più. Cogliamo l’occasione per rivolgere un accorato appello a Governo e Parlamento ad accantonare la decisone sull’Imu dei fabbricati rurali e sulla rivalutazione degli estimi catastali. Nello stesso tempo ribadiamo il nostro impegno responsabile e sollecitiamo che, comunque, venga aperto un Tavolo di confronto presso il ministero delle Politiche agricole, di concerto con il dicastero dell’Economia, per affrontare questa delicata tematica e per superare le lacune, le contraddizioni e la pesantezza del provvedimento nei confronti del settore primario”. Lo ha sostenuto il presidente Giuseppe Politi all’Assemblea nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori, tenutasi questa mattina a Roma, che ha affrontato e discusso le principali questioni con le quali le aziende sono attualmente costrette a confrontarsi. “Costi produttivi, oneri contributivi, burocrazia, imposte, gravami fiscali. La manovra -ha sottolineato Politi- riserva amare sorprese per le imprese agricole. Il maxi-emendamento ha addirittura aggravato il già pesante fardello per gli agricoltori. Le misure per i fabbricati rurali avranno riflessi devastanti. C’è il fondato pericolo di un lungo e tormentato contenzioso con i comuni sull’Imu. I produttori potrebbero essere costretti a pagare imposte a cifre insostenibili. Il che metterebbe praticamente fuori mercato tantissime aziende che già sono oppresse da spese che hanno dimezzato i redditi. Da qui il nostro vibrante appello alle istituzioni”. “Apprezziamo, comunque, quanto è stato fatto per le pensioni e per i terreni agricoli con l’emendamento che riduce a 110 il moltiplicatore da applicare ai redditi dominicali. Una misura quest’ultima con la quale -ha detto il presidente confederale- si dà pieno valore all’attività dell’imprenditore agricolo. Tuttavia, pur essendo provvedimenti importanti, restano ancora insufficienti e il percorso avviato deve essere necessariamente proseguito”. “Dalla manovra l’agricoltura esce più povera. A vedere certe misure -rimarca il presidente della Cia- possiamo con certezza affermare che gli agricoltori pagano a caro prezzo il risanamento del Paese. Lo pagano due volte, come semplici cittadini e come imprenditori, con l’aggravante di dover operare senza alcuna prospettiva sotto la ‘spada di Damocle’ della recessione. Il nostro non è pessimismo, ma semplice realismo. I fatti dicono questo”. “Gli agricoltori -ha rilevato Politi- non possono essere tartassati in questo modo. Indubbiamente sono consapevoli dell’esigenza dei sacrifici, ma questi non possono essere a senso unico. Reclamano giustamente gli strumenti indispensabili per riprendere la strada della crescita e della competitività. Ma la manovra, al momento, gli nega questa opportunità. In essa non troviamo traccia di misure finalizzate allo sviluppo. E questo ci pare molto grave”. “Per tale ragione -ha affermato il presidente della Cia- chiediamo al premier Monti di prendere in seria considerazione i gravissimi problemi delle imprese agricole. Nel corso delle consultazioni, insieme a Coldiretti, Confagricoltura e Copagri, abbiamo presentato un documento unitario in cui sono contenute richieste, anche a ‘costo zero’, per ridare vigore alle imprese agricole, per ridurre l’alto costo della burocrazia, per difendere e rilanciare l’agroalimentare ‘made in Italy’. Siamo disposti al sacrificio, ma vogliamo che le nostre legittime istanze di decine di migliaia di imprese agricole vengano ascoltate e recepite”.
Alla Camera dei Deputati il convegno nazionale della Confederazione. Il presidente Politi: rimodellare l’impresa alle esigenze del presente, ma custodire e valorizzare la ricchissima eredità delle tradizioni contadine nazionali. L’Italia è un paese agricolo di nascita. E dal 1861 a oggi la sua storia si intreccia continuamente con le trasformazioni del settore primario, tanto che anche adesso, dopo 150 anni, la ruralità è parte integrante del nostro “corredo genetico”. È per questo che nel convegno “L’agricoltura nei 150 anni dell’Unità d’Italia”, svoltosi oggi a Montecitorio alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini, la Cia-Confederazione italiana agricoltori ha voluto raccontare l’Italia attraverso la vita nei campi. “Nell’evoluzione del mondo rurale italiano -ha affermato il presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi, intervenendo al convegno- sono scritti tutti i più importanti cambiamenti economici, sociali e territoriali del nostro Paese: dalle lotte per la terra alla nascita delle organizzazioni contadine, dai rapporti feudali alla conduzione diretta, fino al passaggio da società rurale a industriale e alle trasformazioni degli assetti produttivi, del paesaggio agrario e dell’uso del territorio”. Le tradizioni e i modelli sociali della ruralità -spiega la Cia- hanno lasciato il segno nella nostra società, mentre la progressiva marginalizzazione di questo settore, una volta davvero primario nell’economia italiana, racconta perfettamente il suo radicale mutamento. E oggi “la più grande sfida per la nostra agricoltura -ha detto il presidente della Cia- è trovare la strada dello sviluppo senza disperdere la propria identità sociale e culturale. Quindi rimodellare la struttura dell’impresa secondo le mutate esigenze del mercato, senza perdere la ricchissima eredità delle nostre tradizioni agricole, che continuano a costituire il valore aggiunto della nostra agricoltura, e quindi un’eredità unica da valorizzare, non solo per il suo spessore culturale, ma soprattutto per le potenzialità economiche”. Gli agricoltori italiani sono depositari di una cultura e una conoscenza che possono fare la differenza rispetto ai nostri competitor. Ed è per questo che “la Cia -ha continuato Politi- si è sempre impegnata in questa doppia direzione: da un lato lo la competitività e dall’altro la tutela dei saperi antichi che oggi rendono unico il ‘made in Italy’ agroalimentare nel mondo. Un patrimonio che, però, va continuamente aggiornato se non si vuole che una grande ricchezza si trasformi in un handicap di fronte alle esigenze dell’economia moderna”. Nel convegno a Montecitorio, quindi, la Cia ha deciso di dare un ulteriore contributo alle celebrazioni per l’Unità d’Italia dopo la Festa nazionale dell’Agricoltura che si è svolta a settembre a Torino. E questa volta ha deciso di farlo “riscrivendo” la storia del Belpaese dal proprio punto di vista, e costruendo un affresco nuovo di questi 150 anni visto da quattro punti di vista fondamentali, affrontati da altrettanti interventi di alto valore scientifico. Con la relazione del professor Adolfo Pepe dell’Università di Teramo è stata approfondita la storia delle organizzazioni agricole, mentre il professor Augusto Marinelli dell’Università di Firenze è intervenuto sulle “trasformazioni delle strutture e le politiche agrarie”. La professoressa Maria Cristina Treu del Politecnico di Milano si è soffermata sulla storia dell’evoluzione del paesaggio agrario, che ha continuamente ridisegnato il volto dello Stivale. Infine, la relazione del professor Sergio Givone dell’Università di Firenze ha approfondito un tema più specifico: “dalle trasformazioni idrauliche al riso nella storia d’Italia”. Ha presieduto i lavori il presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi.
“L’Abruzzo incontra la Puglia” è il titolo della manifestazione svolta nei giorni 9, 10 e 11 dicembre a Teramo. Un’occasione di scambio culturale ma soprattutto gastronomico, dove i sapori tipici pugliesi si sono incontrati con quelli abruzzesi. La delegazione pugliese, rappresentata dalla provincia di Bari e guidata dal presidente provinciale Vito Nicola Scalera, è stata presente con una delegazione di 10 aziende rappresentative del territorio. Gli istituti Alberghieri di Bari e di Teramo, utilizzando i prodotti dei nostri agricoltori hanno preparato piatti tipici esaltando le tradizioni e le produzioni locali. I prodotti per la preparazione dei piatti sono stati offerti dagli associati della Cia di Bari e della Cia di Teramo. La manifestazione è stata caratterizzata dal “mercatino delle tipicità” che si è svolto nel contro commerciale “Gran sasso Shopping” di Teramo, dove le aziende hanno potuto promuovere e vendere le tipicità baresi. Inoltre nel salone convegni dell'Ipssarct “L. Di Poppa” di Teramo, personalità del mondo agroalimentare d'Abruzzo e Puglia si sono confrontati durante il seminario intitolato “Pane e Pasta. Nella varietà l'unità di gusti”. Per la rappresentanza pugliese oltre al presidente Scalera è intervenuto Giuseppe Barile, Presidente del Consorzio per la Valorizzazione e la Tutela del pane di Altamura a Dop.
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