| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 53 - n. 178 | 10 settembre 2011 |
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Il presidente della Cia Giuseppe Politi ribadisce l’esigenza di un impegno comune tra le organizzazioni professionali. La volontà c’è, bisogna continuare il cammino fin qui intrapreso. Confronto a Torino, nell’ambito della VI Festa nazionale, con i presidenti di Coldiretti Sergio Marini, di Confagricoltura Mario Guidi e di Copagri Franco Verrascina. “L’agricoltura sta vivendo un momento molto complesso. Le difficoltà in questi ultimi mesi si sono aggravate ulteriormente. Una situazione pesante. I produttori sono alle prese con un aumento drammatico dei costi produttivi, contribuitivi e burocratici, con redditi falcidiati, con prezzi sui campi non certo competitivi. Per questo motivo è indispensabile ‘fare squadra’ tra le rappresentanze degli agricoltori per poter sviluppare un impegno forte e comune al fine di dare valide risposte agli imprenditori”. Così si è espresso il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi nel corso del confronto a Torino tra i presidente di Coldiretti Sergio Marini, di Confagricoltura Mario Guidi e di Copagri Franco Verrascina, tenutosi nell’ambito della VI Festa nazionale dell’agricoltura. “Quello di Torino -ha rilevato Politi- è un incontro importante che rafforza il cammino che in questi ultimi tempi è stato avviato dalle organizzazioni professionali agricole. Un percorso che ha visto la stesura di documenti unitari sulla Politica agricola comune e sull’ortofrutta, settore che è piombato in una profonda crisi”. “L’impegno comune e le azioni condivise -ha rimarcato il presidente della Cia- sono elementi fondamentali per rendere più incisivo il ruolo primario del mondo agricolo. I fatti, comunque, dimostrano che c’è la volontà delle organizzazioni -senza nascondere le diversità e le difficoltà che tuttora ci sono- a portare avanzi iniziative collettive tese a cercare di risolvere i gravi problemi che incontrano i produttori agricoli nella loro attività imprenditoriale. Un impegno per accrescere la pressione sul governo affinché vengano adottate politiche che tutelino e valorizzino la nostra agricoltura in ambito europeo, soprattutto in vista della riforma Pac post 2013, e per accelerare sviluppo e competitività”. “In questi ultimi tre anni -ha rilevato Politi- abbiamo registrato purtroppo una sconcertante disattenzione del governo nei confronti dell’agricoltura. Basti dire che è stato l’unico settore che ha visto il cambio di tre ministri. A questo si devono aggiungere tutti i provvedimenti varati che non hanno tenuto affatto conto delle questioni che comprimono e ostacolano l’attività delle imprese agricole”. “Per tale motivo, come Cia, lanciamo -ha concluso il presidente confederale- un vibrante appello al governo affinché nel suo insieme guardi con occhio diverso e più attento al mondo agricolo. I problemi del settore non possono riguardare soltanto il ministro delle Politiche agricole e gli assessori regionali all’agricoltura. E’ tutto l’esecutivo, come del resto avviene negli altri paesi Ue (vedi, in particolare, Francia e Spagna), che deve scendere in campo per dare reali certezze al futuro degli agricoltori italiani”.
Durante la Festa nazionale dell’agricoltura a Torino la Cia ribadisce le pesanti difficoltà nel rapporto tra agricoltori e la Pubblica amministrazione. Un costo che per il settore primario supera i 3 miliardi di euro l’anno. Per un giovane è sempre più arduo aprire un’impresa. Due euro ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7.200 euro l’anno. Tanto spende in media un’azienda agricola italiana per pagare i costi della burocrazia, dei suoi adempimenti, dei suoi ritardi. Non basta. Occorrono otto giorni al mese per riempire le carte richieste dalla Pubblica amministrazione centrale e locale. In pratica, cento giorni ogni anno. Un compito che difficilmente l’imprenditore agricolo può assolvere da solo e, quindi, nel 58 per cento dei casi è costretto ad assumere qualcuno che svolga tale attività o a rivolgersi nel 42 per cento dei casi a un professionista esterno, con costi facilmente immaginabili. Un dato emblematico, che conferma le difficoltà dei produttori davanti al “mostro” burocratico, e ribadito oggi dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori nel corso della VI Festa nazionale dell’agricoltura a Torino. La burocrazia rappresenta ormai un fardello molto pesante per l’intero settore agricolo che ogni anno si vede sottrarre da questo vero e proprio “divoratore” di risorse più di 3 miliardi di euro, il 30 per cento dei quali addebitabile ai ritardi, disservizi e inefficienze della Pubblica amministrazione. Cifre che diventano ancora più mascroscopiche se si prende in considerazione l’insieme dell’imprenditoria del nostro Paese, che spende in burocrazia -i dati sono relativi al 2010- la bellezza di oltre 21 miliardi di euro l’anno. Insomma, più di duemila euro a impresa. E così la burocrazia si mangia in media ogni mese uno stipendio. E questo nonostante negli ultimi anni ci siano state delle semplificazioni a livello amministrativo, unitamente all’avvento di Internet e della digitalizzazione. Una situazione, quindi, allarmante che crea insormontabili problemi all’imprenditore. Sta di fatto che proprio nel settore agricolo si riscontrano palesi difficoltà per le aziende. Basti pensare che, secondo un sondaggio della Cia tra gli agricoltori, la “malaburocrazia”, subito dopo i costi produttivi e contributivi, è considerato l’incubo maggiore (ha risposto in questo senso il 64 per cento degli intervistati). Sempre secondo l’indagine della Cia, il 6 per cento degli imprenditori agricoli chiede una semplificazione amministrativa in quanto la ritiene fattore indispensabile per lo sviluppo. Proprio a causa di questa “zavorra”, il 34,3 per cento delle aziende agricole del nostro Paese ha rinunciato, nel 2010, ad assumere nuovo personale, il 25,5 per cento ha messo da parte progetti di ammodernamento, innovazione e ricerca, il 21,5 per cento non ha compiuto alcun tipo di investimento, il 18,7 per cento è stato costretto a ridurre le coltivazioni. Per le imprese, comunque, l’ammontare delle spese burocratiche è da addebitare per il 46 per cento a costi esterni e il restante 54 per cento a costi interni all’azienda. Oltre al costo economico, l’aspetto più denunciato dalle imprese è costituito dalle lungaggini e dai tempi “scandalosi” richiesti per una semplice pratica di carattere amministrativo, per la quale sarebbero sufficienti solo poche ore, se non minuti. Difficoltà che incontrano soprattutto i giovani imprenditori agricoli. Avviare un’azienda in Italia costa, infatti, 18 volte in più rispetto alla media europea. Stesso discorso per ottenere le autorizzazioni per costruire una struttura aziendale: bisogna espletare più di venti pratiche, aspettare mediamente circa 300 giorni (negli Stati Uniti ne bastano 60) e spendere il triplo rispetto ad un paese come la Spagna. E ancora: per pagare imposte e contributi, divisi in più di venti diversi versamenti nel corso dell’anno, il titolare di un'impresa agricola italiana perde complessivamente 360 ore, contro le 203 della media europea. Da rilevare inoltre che l’impatto per gli adempimenti amministrativi è oscillato in media, nel 2010, tra il 22 e il 28 per cento sui costi sostenuti delle imprese agricole. Eppure basterebbero poche misure per garantire un effettivo risparmio economico. Un esempio per tutti: una riduzione del 25 per cento del carico dell’apparato burocratico, che nel nostro Paese pesa per il 4,5 per cento sul Prodotto interno lordo (contro il 3,5 per cento dell’Unione europea), determinerebbe un risparmio di quasi 31 miliardi, pari all’1,7 per cento del Prodotto interno lordo. Una somma considerevole con la quale si possono mettere in moto interventi a sostegno della ripresa economica e, dunque, dei vari settori produttivi. La semplificazione amministrativa, lo snellimento delle procedure e la riduzione degli oneri burocratici rappresentano un’esigenza fondamentale per una società che deve crescere. Gli orientamenti dell’Europa vanno tutti in questa direzione, mentre l’Italia, purtroppo, è ancora di gran lunga indietro su tale particolare versante Per la Cia le priorità per la semplificazione sono: domanda unica per l'accesso ai benefici della Pac; il fascicolo aziendale digitale e l'unificazione dei registri gestionali; dichiarazione unica per l'accesso alle prestazioni sociali; lo sportello unico per le attività produttive e la sussidiarietà; le procedure in materia di lavoro; la legislazione sulla sicurezza alimentare; la razionalizzazione dei controlli; semplificazioni amministrative in materia ambientale. I principali punti di criticità della attuale gestione burocratico-amministrativa sono, secondo la Cia, l’“ipertrofia normativa”, talvolta non giustificata o sproporzionata rispetto agli obiettivi dichiarati di politica agraria; la moltiplicazione delle date di intervento e conseguente duplicazione degli iter istruttori, anche per informazioni congruenti o correlate, con incremento ingiustificato di costi sia per i produttori che per la pubblica amministrazione; la duplicazione degli iter istruttori comportano, inoltre, un incremento del rischio di errore amministrativo sia da parte del produttore che dell’amministrazione, con ulteriori perdite di tempo e di fiducia nel rapporto imprese-pubblica amministrazione. L’”ipertrofia normativa” comporta, infine, il forte rischio (in parte già verificato per il primo pilastro della Politica agricola comune) di un utilizzo delle risorse comunitarie molto inferiore a quanto potenzialmente disponibile per l’agricoltura italiana. Per la Cia, pertanto, è assolutamente necessario non derogare dall’indicazione della domanda unica modulare e flessibile, che raccolga con una sola data di presentazione tutte le richieste e le dichiarazioni dell’imprenditore. Per quando possibile la domanda deve essere semplificata e pluriennale con semplice conferma annuale, valorizzando appieno il fascicolo aziendale. L’accoglimento delle proposte della Cia comporterebbe, soprattutto, una riduzione media del 30 per cento (per alcune aziende anche molto di più) dei tempi impiegati dai produttori nella predisposizione delle diverse domande Pac. Altri importanti benefici verrebbero dalla riduzione significativa dei costi di sistema da parte della Pubblica amministrazione; da un migliore utilizzo delle risorse comunitarie; da una riduzione di vincoli alla libera iniziativa imprenditoriale; da un miglioramento del clima relazionale tra imprese, Pubblica amministrazione e decisori politici.
Nell’ambito della VI Festa nazionale dell’agricoltura, l’Anp ricorda il contributo della categoria alla ricostruzione del tessuto socio-economico e culturale del Paese. “Le polemiche che ci sono state in questi mesi sull’Unità d’Italia sono totalmente sbagliate, poiché l’Unità è un valore assoluto, che andrebbe sempre più condiviso, anche attraverso il maggior coinvolgimento delle autonomie locali nelle scelte strategiche del Paese. Lo stesso vale per la Costituzione, un patrimonio ideale ereditato dai Padri Costituenti per un futuro di pace e di giustizia sociale. E’ fondamentale tutelarla dai continui tentativi di stravolgerla: si tratta di un bene comune che, come ci ricorda continuamente il capo dello Stato Giorgio Napolitano, può essere sì modificata e aggiornata con un largo consenso parlamentare ma senza metterne in discussione i principi fondativi”. Lo ha detto Vincenzo Brocco, presidente dell’Anp-Cia, l’associazione pensionati della Confederazione italiana agricoltori, introducendo i lavori della Conferenza nazionale di categoria dedicata a “Lo Stato Unitario, La Costituzione, La Repubblica”, tenutasi a Torino ai Giardini Reali nell’ambito della VI Festa dell’agricoltura. “Questi valori -ha continuato Brocco- sono ancora più fondamentali per una categoria come quella dei pensionati, che attraverso il lavoro hanno contribuito negli anni a ricostruire il tessuto democratico, socio-economico e culturale dell’Italia e che oggi rappresentano un punto fermo nella difesa dei principi cardine della Costituzione repubblicana e della coesione nazionale”. Ai lavori della Conferenza nazionale dell’Anp sono intervenuti anche Sergio Soave, docente di Storia contemporanea dell’Università degli studi di Torino; Diego Novelli, presidente del Comitato piemontese per la difesa, la conoscenza e l’attuazione della Costituzione; Alberto Giombetti, coordinatore della Giunta nazionale della Cia. Ha presieduto l’incontro il presidente nazionale della Cia, Giuseppe Politi.
Uno studio della Cia racconta a Torino l’evoluzione del rapporto tra paesaggio e vita dei campi dal 1861 a oggi: una storia segnata dalla devastazione e dall’avanzata del cemento, responsabili di un danno economico di 25 miliardi di euro. Il paesaggio agricolo italiano è una risorsa. E delle più ricche. Tra il turismo rurale e l’indotto legato all’enogastronomia tipica, le nostre campagne valgono più di 10 miliardi di euro l’anno. Un patrimonio da tutelare e da difendere che negli ultimi 60 anni ha subito la sconsiderata aggressione dell’abusivismo e dell’urbanizzazione selvaggia, che hanno lentamente “rosicchiato” questo “capitale verde”, sottraendo terre all’agricoltura e creando un danno economico complessivo di 25 miliardi di euro. È uno degli elementi emersi dal convegno “Per il paesaggio più agricoltura”, organizzato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori in occasione della VI Festa nazionale dell’agricoltura, che si svolge quest’anno a Torino, capitale dell’Unità d’Italia. Dal 1861 a oggi il paesaggio rurale ha perso quasi 10 milioni di ettari, una superficie pari a 5 regioni italiane come il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia. L’avanzata del cemento ha compromesso l’integrità di luoghi meravigliosi, autentiche calamite per il “turismo verde”, come possono essere oggi le distese degli ulivi secolari nel Salento o la viticoltura coraggiosa arroccata sulla scoscesa costa ligure, il tappeto multicolore degli appezzamenti della piana di Castelluccio o le colline impervie delle sugherete galluresi: scenari unici dove il paesaggio, plasmato nel tempo dall’attività agricola, diventa motivo d’attrazione per i sempre più numerosi frequentatori degli agriturismi -in grado da soli di raggiungere un fatturato annuo di 1 miliardo di euro- e per tutti gli amanti della cucina tradizionale, tipica e legata al territorio d’origine. La sottrazione di terre coltivate ha cambiato la fisionomia dell’intero Stivale, da quando l’Italia si presentava come un paese agricolo a tutti gli effetti, con i due terzi del territorio presidiato dall’agricoltura. Oggi dai 22 milioni di ettari del 1861 si è passati a un’area di circa 12 milioni, l’equivalente di poco più di un terzo dell’estensione totale della penisola. Ma si tratta di un fenomeno che si è tutt’altro che arrestato, considerando che solo negli ultimi 10 anni sono andati persi 1 milione e 900.000 ettari, una superficie pari all’intera regione del Veneto. Un consumo di suolo, che nel 2010 ha visto la Lombardia al primo posto con il 14 per cento di superfici artificiali sul totale della sua estensione, il Veneto con l’11 per cento, la Campania con il 10,7 per cento, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9 per cento. Cifre che si traducono in un cambiamento radicale del paesaggio, che ha avuto inizio negli anni ’50 e che si è poi concentrato dagli anni ’70 in poi, quando l’urbanizzazione selvaggia ha contribuito a deturpare anche le campagne. In questa fase, il paesaggio agricolo cambia radicalmente: dall’aspetto nudo, selvaggio e completamente privo di infrastrutture dei primi anni del secolo, in cui la maggioranza del territorio era coltivato a seminativi o destinato a pascoli, si passa a una selezione colturale che segue esclusivamente i criteri della produttività. Crolla la superficie dedicata a cereali, che dai 7,3 milioni del 1910 arriva oggi ai 3,2 milioni di ettari, perdendone un milione solo tra il 1951 e il 1971, mentre conquistavano terreno altre coltivazioni, come l’ortofrutta, che da poche migliaia di ettari arriva al milione e 200.000 ettari di oggi. Sono gli anni del “boom economico”, quelli in cui il paesaggio paga pesantemente le conseguenze dell’impressionante sviluppo nazionale e dell’avanzata inarrestabile del cemento che devasta l’ambiente rurale, deturpandolo e sottraendogli terreno. Nelle trasformazioni del paesaggio, cartina di tornasole della storia economica e sociale italiana, è scritto soprattutto -secondo la Cia- il diverso rapporto che nel tempo ha assunto l’elemento ambientale, una volta completamente estraneo alle politiche di settore, ma negli ultimi anni divenuto giustamente fondamentale per tutelare una ricchezza di questa portata. Proprio negli anni ’60 l’agricoltura diventa patrimonio comune in Europa, con la nascita della Pac, che nelle sue prime versioni si fondava non a caso su uno spirito esclusivamente produttivistico. Solo molto più tardi l’aspetto ambientale è diventato parte integrante delle politiche agricole, quando nel 2000 per la prima volta nell’impalcatura della Pac è stato inserito il secondo pilastro sullo sviluppo rurale, che contempla una premialità diretta a un’agricoltura compatibile con l’ambiente, che sia capace di tutelare e valorizzare il paesaggio e il suo patrimonio di biodiversità agricola, in continuo pericolo di estinzione. È qui che per la prima volta -continua la Cia- il paesaggio rurale è stato considerato alla stregua di una risorsa economica, capace di produrre ricchezza, sia grazie al turismo “verde” che attraverso il giro d’affari legato alle produzioni d’eccellenza tipiche e strettamente legate al proprio territorio, per cui l’Italia vanta il primato assoluto in Europa con le sue 228 denominazioni d’origine. Il tema del legame agricoltura/paesaggio -ha ricordato la Cia- è molto sentito dalla nostra organizzazione, che da anni investe su specifici progetti di ricerca. Già negli anni ’80, infatti, promosse due importanti meeting che misero assieme l’intellighenzia di questo segmento e che si tradussero in due volumi ora divenuti dei “must”: “Spoleto 1” e “Spoleto 2”. Nell’incontro di Torino, che ha riunito allo stesso tavolo protagonisti del mondo ambientalista -la presidente onoraria del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi, il direttore dell’Expo 2015 di Milano- insieme a quelli del mondo agricolo -il presidente della Cia Giuseppe Politi-, sono stati presentati anche diversi esempi in cui paesaggio, il verde e l’agricoltura si incontrano in modo virtuoso. Oltre alla presentazione dell’esperienza di successo della “Summer School” dell’Istituto Cervi e della Biblioteca Sereni da parte direttore della scuola, il professor Antonio Brusa, si parlerà di alcuni progetti riusciti di cui la Cia è stata promotrice: dalla rivalutazione dell’area periurbana del parco sud agricolo di Milano al bellissimo esempio dell’orto di Kolimbetra, un aranceto antico ripiantato nel cuore della Valle dei templi ad Agrigento. Tutti esempi di un rapporto nuovo tra verde e città, in cui l’agricoltura spesso penetra all’interno delle mura cittadine. Sarà presente anche “l’imprenditore del verde” Gianluca Cristoni, che esporrà le ultime novità dell’arredo urbano, progetti urbanistici in cui il verde si insinua all’interno delle costruzioni in modo nuovo, penetrando negli spazi e negli interstizi interni alla tessitura delle costruzioni cittadine. I giardini e gli orti verticali, o i “garden roof” sono le nuove forme del verde nelle nostre città, ispirate allo sfruttamento di ogni minima superficie e alla verticalizzazione degli spazi.
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