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  Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori

Direttore responsabile: Alfredo Bernardini. Direzione, Redazione, Amministrazione via Mariano Fortuny 20, 00196 Roma. Tel. 06/326871, Fax 06/3226674, e-mail NuovaAgricoltura@cia.it

Anno 53 - n. 118 10 giugno 2011
COMUNICATI
  • Agricoltura: cercasi giovani disperatamente. Solo il 3,4 per cento delle imprese è guidato da “under 35”. Ma sono le aziende “junior” le più competitive
  • Batterio killer: ora la Germania paghi i danni
  • Caro-gasolio: Aziende agricole in crisi per gli alti costi. La Cia sostiene le proposte del ministro Romano e del presidente della Commissione agricoltura della Camera Russo per reintrodurre l’accisa zero.
  • Cibo: in Italia il salato batte il dolce
  • Conferenza economica Cia: Pac post 2013 e nuova politica agraria nazionale, due sfide decisive per il futuro dell’agricoltura italiana
  • Consumi: gli italiani non hanno più i soldi per fare la spesa. In tre anni ridotto di 350 euro il budget per gli alimentari
  • Pil: l’agricoltura traina la ripresa del Paese. Ora la politica si decida a investire sul settore
TERRITORIO
  • Il rilancio del Chianti decisivo per la viticoltura toscana
  • Olio Toscano: Cia, promozione e innovazione per ridare reddito ai produttori
  • Taranto: domani conferenza stampa sulla stagione irrigua 2011

 

COMUNICATI


Agricoltura: cercasi giovani disperatamente. Solo il 3,4 per cento delle imprese è guidato da “under 35”. Ma sono le aziende “junior” le più competitive

 

La metà delle imprese agricole italiane sono condotte da “over 65”. Burocrazia, costi e assenza di politiche efficaci frenano il ricambio generazionale. Ma un fenomeno nuovo fa ben sperare: neo-laureati scelgono la vita dei campi, portando dinamismo e innovazione in azienda.

 

L’agricoltura italiana è tra le più vecchie d’Europa. Nel 2010 per ogni imprenditore agricolo “under 35” ce ne sono 15 con più di 65 anni di età. Nel 2005 erano “solo” 11. Il fatto è che la burocrazia, la mancanza di agevolazioni per l’acquisto della terra e per il subentro in azienda, il credito oneroso non favoriscono certo il ricambio generazionale. E il risultato è che ad oggi, nel comparto agricolo, ci sono soltanto il 3,4 per cento di giovani conduttori sotto i 35 anni e meno del 7 per cento sotto i 40. È quanto evidenziato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori in occasione della quinta Conferenza economica in corso a Lecce.

In pratica, solo 112 mila aziende agricole -rileva la Cia- sono guidate da giovani su un totale di 1,7 milioni di imprese del comparto sparse su tutto il territorio nazionale. All’opposto, il 44,7 per cento dei titolari di aziende (quasi uno su due) ha un’età pari o superiore a 65 anni, mentre il restante 52 per cento si colloca tra i 35 e i 65 anni.

Una situazione allarmante, dunque, per cui siamo tra i “fanalini di coda” in Ue. Sebbene anche in Europa le percentuali di giovani agricoltori sono bassissime, e nel 2010 sono ulteriormente diminuite passando dal 7 al 6 per cento, il Belpaese fa peggio di tutti o quasi, collocandosi in fondo alla classifica sull’indice di ricambio generazionale. Siamo quart’ultimi su ventisette. Dopo di noi solo la Gran Bretagna, Cipro e il Portogallo. Primi in graduatoria, invece, gli stati dell’Europa dell’Est, come Polonia e Repubblica Ceca, entrati a far parte dell’Ue più di recente.

Eppure in Italia sono proprio i più giovani a “fare” l’agricoltura più innovativa. Diversificazione produttiva e originalità nella conduzione aziendale sono le priorità delle realtà agricole condotte dagli under 40. Nel Centro Italia -rileva la Cia- quattro aziende su dieci praticano agricoltura multifunzionale, mentre si passa a 5 casi su 10 se si guarda alle attività di aziende giovani. Allo stesso modo, tra gli agricoltori “junior” il 5 per cento pratica un’agricoltura più innovativa, rispetto al 3 per cento di over 40.

Queste cifre -come sottolinea l’Agia (Associazione giovani imprenditori agricoli della Cia)- riflettono un fenomeno nuovo che sta cominciando a farsi sentire nel panorama agricolo italiano. Oggi molto spesso i giovani si avvicinano all’agricoltura “per scelta”, e non più solo per tradizione familiare. Uno degli effetti della crisi economica, infatti, è stato quello di portare neo-laureati a scegliere di investire le loro competenze specifiche in un’agricoltura competitiva, innovativa e di qualità. Ignari dei segreti del mestiere, sono però forti della propria preparazione settoriale, un “know how” prezioso per un settore arretrato e restio all’iniziativa imprenditoriale creativa e diversificata.

Attratti spesso più dalla qualità della vita dell’ambiente agricolo che dalle prospettive offerte dal settore, questi giovani si reinventano agricoltori. A modo loro però. La parola d’ordine è diversificazione produttiva: agronomi che fanno ricerca e impiegano le tecnologie più all’avanguardia; biologi che puntano sulla sanità e la qualità dei prodotti; esperti della comunicazione che gestiscono il marketing e la promozione telematica dei prodotti; esperti di economia che amministrano l’azienda; educatori che si dedicano all’agricoltura sociale o ai progetti educativi in fattoria; erboristi e farmacisti che scommettono sulla fitoterapia e sulla cosmesi naturale. La propensione alla multifunzionalità di questi nuovi agricoltori si traduce -ribadisce la Cia- in una maggiore sensibilità ambientale, nella predilezione per le energie alternative e nel continuo aggiornamento.

Questi nuovi “dottori dell’agricoltura” sono solo il 35 per cento degli “under 40”, che a loro volta rappresentano il 7 per cento dei nostri agricoltori. Nonostante si tratti di una minoranza, i nuovi brillanti agricoltori riescono a incidere sulla qualità delle nostre aziende, e soprattutto sono tra i primi artefici di un’importante tendenza al cambiamento socio-culturale delle nostre zone rurali. È in questo capitale umano, pronto all’innovazione e sensibile alla tradizione, che sta il futuro del settore.

Ma se le cifre di questo fenomeno sono ancora contenute, notizie incoraggianti vengono dai dati complessivi sull’occupazione in agricoltura, unico settore -afferma la Cia- a crescere nel 2010, facendo registrare un incremento dell’1,6 per cento rispetto all’anno precedente e in particolare un rialzo dello 0,9 per cento per la fascia di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Sintomi di un comparto vitale, ma ancora fortemente condizionato dai troppi ostacoli allo “svecchiamento” come la limitata mobilità fondiaria e l’accesso al “bene” terra, gli alti costi di avviamento e l’incertezza sulle prospettive economiche, la scarsità di formazione e i servizi di consulenza adeguati. Intoppi e freni a cui si aggiungono gli oneri amministrativi connessi all’esercizio dell’attività agricola, gli elevati prezzi di affitto e di acquisto dei terreni, gli alti costi dei macchinari, e in generale, degli investimenti. Non solo. Barriere fiscali e legali e in alcuni casi il forte rischio di “marginalità” delle aree rurali, la carenza di infrastrutture, di logistica e di mobilità dei servizi civili e socio-sanitari, che condizionano la qualità della vita, completano il quadro dei problemi dei giovani che intendono intraprendere l’attività agricola.

Un buon esempio di semplificazione burocratica che ha avuto, non a caso, un grandissimo successo in agricoltura è costituito dai “buoni lavoro”. In soli tre anni sono stati venduti ben 15.334.521 voucher, di cui quasi la metà utilizzati nel settore primario. Si tratta di lavoro occasionale, che tuttavia può costituire una buona forma di integrazione al reddito, ma è comunque una prova riuscita di snellimento burocratico.

Adesso, però, serve una svolta reale a favore dei giovani, tanto più che proposte e opportunità per agevolare il ricambio generazionale in agricoltura non mancano. Tra le misure auspicabili (evidenziate anche dal progetto “Agricoltura futuro giovane” dell’Agia) ci sono: i sostegni finanziari al primo insediamento (legato a un progetto aziendale sostenibile); la realizzazione diffusa di uno “sportello giovane”; percentuali di finanziamento più elevate sui vari bandi e sul Psr per i giovani imprenditori agricoli; la riduzione dell’alto costo di avviamento; agevolazioni fiscali sulle assunzioni di personale e per i giovani imprenditori post-insediamento; l’incentivazione alla nascita di forme di collaborazione tra giovani o a maggioranza di giovani imprese (società miste); facilitazioni per l’accesso al credito. Sul fronte della pubblica amministrazione, il “fascicolo aziendale” come banca dati per tutte le richieste e per le prestazioni pubbliche all’impresa stessa. Ma soprattutto semplificazione burocratica.

 

 

 

 


Batterio killer: ora la Germania paghi i danni

 

La Confederazione italiana agricoltori commenta le ultime notizie sull’origine dell’epidemia: i germogli di soia. Frutta e verdura “innocenti”, ma intanto le conseguenze per i produttori sono disastrose.

 

Se le notizie che vengono dalla Germania sono vere, il governo tedesco è chiamato a rispondere direttamente del gravissimo danno causato all’ortofrutta di tutta Europa, in particolare Italia e Spagna. È quanto afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito alle novità sulla vicenda E.coli che sta preoccupando l’Europa da settimane.

L’annuncio dell’Istituto Robert Koch, secondo cui la causa dell’epidemia batterica sono i germogli di soia prodotti in un’azienda tedesca, fa finalmente chiarezza e scagiona frutta e verdure europee che, in poco più di due settimane, hanno subito un crollo verticale delle vendite e i produttori hanno pagato pesantemente la psicosi che si è sviluppata sull’onda di notizie frammentarie e confuse.

La completa disinformazione -sottolinea la Cia- ha messo in ginocchio -complice l’opacità e la lungaggine con cui è stata gestita la vicenda dalle autorità sanitarie tedesche- le imprese ortofrutticole di tutta la Ue. Solo in Italia i danni ammontano a 150 milioni di euro, con una flessione dei consumi di oltre il 30 per cento in sole due settimane.

È giusto -rileva la Cia- che a pagare non sia solo l’Europa, ma anche e soprattutto la Germania, che ha delle responsabilità enormi. Vanno stanziati aiuti di gran lunga superiori ai 210 milioni previsti dalla Commissione di Bruxelles. Finanziamenti che coprono realisticamente solo un terzo del disastro causato all’intero settore dell’ortofrutta.

 

 


Caro-gasolio: Aziende agricole in crisi per gli alti costi. La Cia sostiene le proposte del ministro Romano e del presidente della Commissione agricoltura della Camera Russo per reintrodurre l’accisa zero.

 

Il “caro gasolio” ha determinato una grave crisi per le imprese agricole. I continui aumenti del carburante hanno avuto effetti devastanti nel settore. Per le serre i danni più pesanti, ma anche le altre aziende sono in emergenza. C’è il rischio che a fine 2011 l’intero mondo agricolo sia costretto a sostenere un ulteriore pesante “fardello” da oltre 2 miliardi di euro, determinato proprio dai rialzi del petrolio. E’ quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori plaudendo le proposte annunciate, in queste ore, dal ministro Romano e dal presidente della Commissione agricoltura della Camera Russo sulla reintroduzione dell’accisa zero.

Infatti -ricorda la Cia- la stagione invernale ha lasciato il segno. Soprattutto, da parte delle serre è cresciuto il ricorso al riscaldamento delle strutture e ciò ha determinato un incremento di consumi di carburanti, con il relativo aggravio nella gestione aziendale. Per questa ragione, la Cia auspica  non solo la reintroduzione, ma anche l’estensione del “bonus gasolio” per tutte le aziende agricole, in considerazione dei gravosi oneri produttivi e contributivi che sono costrette a sostenere.

 

 

 


Cibo: in Italia il salato batte il dolce

 

Un sondaggio promosso dalla Cia sui principali social network del web svela la classifica degli alimenti più amati dagli italiani. A sorpresa, i dolci sono solo al quarto posto nella “Eat-Parade”.

 

Gli italiani non possono rinunciare alla pizza e alla pasta e sono più golosi di pesce che non di dolci. Insomma, nel nostro Paese il “salato” batte il “dolce” 3 a 1. E’ quanto rivela un sondaggio realizzato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori, utilizzando i principali social network presenti sulla rete, e i cui risultati sono stati resi noti nel corso della quinta Conferenza economica in svolgimento in questi giorni a Lecce.

Ma oltre a questo aspetto legato al gusto -spiega la Cia- il sondaggio evidenzia un dato preoccupante: solo per il 2 per cento delle persone il cibo preferito è la verdura, e ancor più bassa è la percentuale di chi non rinuncerebbe alla frutta. Questo dato -sottolinea la Cia- fa purtroppo il paio con quello relativo ai consumi. Infatti, in 20 anni la spesa degli italiani per frutta e verdura è scesa di oltre il 18 per cento. Tornando al sondaggio, il fanalino di coda nelle preferenze degli italiani è “la carne bianca”, forse ritenuta “troppo piatta”, in termini di sapidità. All’ottavo posto di questa “Hit-Eat parade del cibo” si piazza l’olio extravergine d’oliva, che ha raccolto molte preferenze, concentrate prevalentemente al sud del Paese. Tra salumi e formaggi, la spuntano di qualche manciata di voti i secondi, quindi, rispettivamente collocati al settimo e al nono gradino della classifica. Primo tra gli esclusi nella “top ten” è il miele, in tutte le sue declinazioni. Questo ha raccolto i consensi, prevalentemente, delle donne, mentre al dodicesimo posto si è piazzato il vino che ha diviso il suo elettorato perfettamente al 50 per cento, tra i voti al maschile e quelli al femminile.

Proprio a metà classifica si piazza la “carne rossa”, con particolari menzioni per la bistecca “alla fiorentina”, che nel dato disaggregato si collocherebbe da sola al tredicesimo posto.

Ma gli italiani -prosegue la Cia- sono stati stimolati anche sulle preferenze sui vari metodi di cottura degli alimenti, in una sorta di ballottaggio: testa a testa tra fritto e al forno, tra crudo e piastra, tra brace e lesso. Il minor numero di voti è stato raccolto dal “lesso” e il maggiore dal “fritto”. Ma medici e nutrizionisti non dovranno necessariamente storcere la bocca, perché l’indicazione è relativa ad una specifica domanda “Ti piace di più…?”, e quindi non necessariamente al metodo che viene utilizzato più frequentemente da chi ha risposto al sondaggio. Il dato veramente in controtendenza è, invece, quello relativo alle trasformazioni a crudo: negli ultimi 5 anni -secondo la Cia- sempre più persone amano realizzare carpacci di carne e pesce oltre che crudità di verdure, quando dispongono di prodotti freschi e di qualità.

Il sondaggio -specifica la Cia-, che aveva una mera finalità indicativa, ha interessato solo un campione di persone con un’età superiore ai 18 anni. Questo spiega probabilmente il basso dato relativo ai dolci e all’assenza in classifica di “must”, per i più piccoli, come gli snack (pop-corn, salatini e patate fritte). Prodotti questi, che continuano a registrare fatturati imponenti anche nel nostro Paese. Ma la lettura più sorprendente -conclude la Cia- dei vari dati analizzati, anche incrociando tendenze di spesa e di consumi alimentari, è la totale incongruenza tra la flessione generale, che interessa da anni il comparto delle verdure, e il numero sempre crescente delle persone che in Italia dice di aver sposato integralmente l’alimentazione vegetariana o vegana.

 

 

                                                            La “Eat Parade” degli italiani

 

1° Pizza

2° Pasta

3° Pesce

4° Dolci

5° Carne rossa

6° Frutta / Verdura

7° Formaggi

8° Olio extra vergine

9° Salumi

10° Carne bianca

 

 

 


Conferenza economica Cia: Pac post 2013 e nuova politica agraria nazionale, due sfide decisive per il futuro dell’agricoltura italiana

 

Il presidente Giuseppe Politi conclude i lavori del quinto appuntamento di Lecce. Apprezzamento per l’impegno annunciato dal ministro Francesco Romano sulle risorse della politica agricola comune, per liberare le imprese dagli asfissianti vincoli contributivi e fiscali e per accorciare la filiera. Ma dalle parole bisogna passare ai fatti concreti. Gli Stati generali sono l’occasione per dare risposte certe al mondo agricolo italiano. D’accordo con il ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto sull’esigenza di investire nella qualità della spesa pubblica e di creare una sinergia istituzionale tra Governo e Regioni, per la politica agricola. il ricambio generazionale resta una grande priorità. Più attenzione da parte delle istituzioni nei confronti dei problemi dei nostri produttori. 

 

“La riforma della Pac post 2013 e una nuova politica agraria nazionale sono le due sfide decisive per il futuro dell’agricoltura italiana. Ad esse è legata la stessa sopravvivenza di migliaia di imprese. Per questo dobbiamo procedere con la dovuta attenzione e incisività per far sì che ai nostri agricoltori arrivino risposte veramente efficaci che consentano di abbattere i tanti ostacoli, soprattutto per quanto riguarda i pesanti costi produttivi, che oggi condizionano il rilancio dello sviluppo e della competitività”. Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi a conclusione della V Conferenza economica di Lecce ribadisce in maniera ferma le linee che dovranno guidare la svolta per il nostro mondo agricolo: strategie mirate all’innovazione, ricambio generazionale, risorse adeguate, valorizzazione del “made in Italy”, strumenti più snelli nel lavoro, meno burocrazia e oneri contributivi, un fisco meno assillante, infrastrutture valide.

“A Lecce -aggiunge Politi- abbiamo lanciato la nostra proposta. Abbiamo in particolare evidenziato la necessità di una maggiore attenzione da parte delle istituzioni nei confronti della nostra agricoltura. Governo e Parlamento, ma che le Regioni, devono guardare al settore con un occhio diverso dal passato.  E’ ora di finirla con le promesse, che in questi anni sono state tante. Occorre passare al più presto agli atti concreti. C’è bisogno di un cambiamento radicale. Altrimenti, migliaia di imprese, oggi in difficoltà, rischiano di chiudere i battenti”.

“Abbiamo accolto con piacere le affermazioni che il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Francesco Saverio Romano ha fatto durante la nostra Conferenza economica. Ha annunciato -sottolinea il presidente della Cia- di aver chiesto al commissario all’Agricoltura Ue Dacian Ciolos più risorse per il nostro Paese nella Pac, ha evidenziato l’importanza di misure efficaci per salvare le aziende agricole, afflitte da percentuali di indebitamento che le stanno costringendo alla progressiva chiusura e ha rimarcato l’importanza di accorciare la filiera coinvolgendo la grande distribuzione. Sono problemi che la Confederazione ha posto da tempo. Auspichiamo, pertanto, le soluzioni più opportune per  i produttori agricoli”.

“In tale contesto gli annunciati Stati generali a novembre a Cremona possono rappresentare -rimarca Politi- un’occasione importante per costruire un nuovo progetto per l’agricoltura italiana. Per questo motivo riteniamo opportuno sviluppare una proficua azione preparatoria, in modo da arrivare all’appuntamento con idee chiare e soprattutto con proposte realmente efficaci per dare un futuro nuovo alle campagne del nostro Paese  e ai tanti giovani che  hanno scelto di fare l’imprenditore agricolo”.

“Analogamente apprezziamo quanto sottolineato dal ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto quando sottolinea l’esigenza di fare un gioco di squadra nazionale, tra Governo e Regioni, per individuare una nuova politica agricola. Ma anche quanto lo stesso Ministro  parla dell’ esigenza di fare investimenti di qualità nella spesa pubblica”.

La quinta Conferenza economica ha costituito, quindi, un momento di grande confronto, dove sono stati affrontati ed esaminati i principali problemi che riguardano l’agricoltura: dalla Pac post 2013 al lavoro, dal federalismo ai giovani, dai mercati alle scelte di politica agraria, dai temi dell’economia ai rapporti di filiera, dall’unità del mondo agricolo all’Europa, al Mediterraneo.  

La “due giorni” della Cia ha visto la partecipazione di circa mille persone e l’intervento di autorevoli rappresentanti delle istituzioni europee, nazionali, regionali (assessori all’Agricoltura) e locali, di autorità civili, di esponenti del mondo economico, accademico, agricolo, agroalimentare, cooperativo e sindacale. Tra i tanti partecipanti, oltre ai ministri Romano e Fitto, si segnalano il commissario all’Agricoltura Ue Ciolos (in videoconferenza), il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo Paolo De Castro, il presidente della Commissione Agricoltura della Camera Paolo Russo.

La Conferenza economica ha segnato, dunque, una tappa importante nell’azione sviluppata dalla Confederazione, tesa a sensibilizzare l’attenzione nei confronti dell’agricoltura italiana e di tutti quei temi che riguardano il contesto europeo ed internazionale. Un’azione, attraverso la quale, per costruire un progetto nuovo per il nostro mondo agricolo, rilanciando con efficacia lo sviluppo e la competitività delle imprese agricole ed il ruolo sempre più centrale dei produttori.

Il successo dell’iniziativa è stato confermato dai tanti relatori che si sono alternati negli interventi durante i quali sono venute indicazioni e proposte costruttive per affrontare e cercare di risolvere le questioni sia di carattere economico che alimentare.  Dalle varie relazioni, che si sono articolate nella traccia propositiva della Cia, si è avuto un valido contributo per dare alla nostra agricoltura una svolta realmente efficace in grado di aprire prospettive e certezze per gli imprenditori.

“La validità della nostra Conferenza economica -sottolinea il presidente Politi- costituisce la base forte per  sviluppare ulteriormente un appuntamento ormai consolidato e che continuerà a rappresentare una fase di dialogo e di confronto sulle grandi tematiche dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiano ed internazionale”.

 

 

 

 


Consumi: gli italiani non hanno più i soldi per fare la spesa. In tre anni ridotto di 350 euro il budget per gli alimentari

 

Si passa dai 5.700 euro all’anno per famiglia nel 2008 ai 5.364 euro nel 2010, con un calo record del 6 per cento. Per colpa della crisi, i consumatori “svuotano” il carrello e cambiano abitudini a tavola: il 60 per cento dichiara di aver modificato il proprio menù e il 34 per cento di aver optato per prodotti di qualità inferiore.

 

Per molti è ormai una necessità, per altri uno dei vari modi di far quadrare il bilancio familiare. Una cosa, però, è certa: risultano in costante aumento le famiglie italiane che, alle prese con il “caro-vita” e gli effetti della crisi economica, sono costrette a risparmiare sugli acquisti alimentari. E non si tratta più solo di lesinare sulla qualità del cibo, rifornendo dispensa e frigorifero di promozioni e “low-cost”: oggi gli italiani “tagliano” anche sulla quantità, riducendo i consumi di prodotti base della dieta mediterranea come pane, pasta, carne e verdura. Il risultato più immediato è che la spesa alimentare cede ancora il passo: era di 461 euro mensili a famiglia nel 2009, cala a 447 euro medi al mese nel 2010. Vuol dire il 3,1 per cento in meno in dodici mesi e ben il 6 per cento in meno da quando è cominciata la crisi. Rispetto al 2008, infatti, quando si spendevano mediamente 475 euro per cibo e bevande, le famiglie italiane hanno destinato quasi 30 euro in meno ogni mese per fare la spesa al supermercato. Lo rivela un’indagine della Cia-Confederazione italiana agricoltori, presentata in occasione della 5ª Conferenza economica in corso a Lecce.

La flessione drastica della spesa per gli alimentari diventa ancora più evidente se si mettono a confronto le cifre annue: se nel 2008 il budget riservato alla tavola era pari complessivamente a 5.700 euro per famiglia -spiega la Cia- nel 2009 scende a 5.532 euro, per poi toccare quota 5.364 euro a fine 2010. Nel giro di un triennio, quindi, gli italiani hanno ridotto di circa 350 euro la parte dello stipendio riservata a cibo e bevande. Causando un’accelerazione della tendenza alla perdita di peso degli acquisti riguardanti l’alimentazione, scesi dal 17,3 al 16,5 per cento del totale della spesa sul territorio nazionale.

Ma spendere di meno significa dover cambiare le abitudini alimentari. E infatti -continua la Cia- oltre la metà delle famiglie italiane (il 60 per cento) sostiene di aver modificato il menù rispetto al passato e il 35 per cento di aver limitato gli acquisti. Significa che oggi ben 7,7 milioni di famiglie riempiono di meno le buste della spesa e non soltanto di prodotti superflui, ma di quelli che da sempre sono ritenuti beni di prima necessità. Nel contesto dei “tagli” alimentari, viene fuori che il 40,2 per cento degli italiani ha diminuito gli acquisti di frutta e verdura, il 36 per cento quelli di pane e pasta e il 39,5 per cento quelli di carne e pesce. Indicazioni che trovano conferma nel consuntivo 2010 dei consumi alimentari: l’anno scorso, dati Ismea alla mano, sono calate infatti le quantità acquistate di pane e pasta (scesi rispettivamente del 2,7 per cento e dell’1,8 per cento su base tendenziale), carne rossa (meno 4,6 per cento), prodotti ittici (meno 2,9 per cento), ortofrutta (meno 1,8 per cento) e vino da tavola (meno 2,1 per cento).

Oltre alla quantità, i consumatori sono costretti spesso a rinunciare anche alla qualità. Complice la perdita di potere d’acquisto e la ripresa dell’inflazione -sottolinea l’indagine della Cia- il 34 per cento delle famiglie del Belpaese (7,4 milioni) dichiara di optare per prodotti di qualità inferiore e il 30 per cento (6,6 milioni) di rivolgersi ormai quasi esclusivamente alle promozioni commerciali. Sono risultati che possono spiegare in parte il successo di prodotti confezionati come le insalate in busta o il pane in cassetta, che non sono appannaggio solo delle grandi marche e su cui la Grande distribuzione applica di frequente sconti, 3x2 e promozioni tramite carte fedeltà.

Ecco quindi che nel 2010, in netta controtendenza rispetto ai cibi base del paniere alimentare, i prodotti di IV gamma hanno registrato un aumento dell’8 per cento in quantità, così come i sostituti del pane (più 4,3 per cento) e gli ortaggi e legumi surgelati e in barattolo (più 0,4 per cento). Ma la crescita di questi prodotti -aggiunge la Cia- dipende anche dal fatto che hanno una scadenza più dilatata nel tempo rispetto ai “freschi” e soprattutto c’è la possibilità di trovarli anche in veste “low-cost”.

D’altronde, proprio la scelta del basso costo oggi sta facendo la fortuna dei discount e delle catene più economiche. Per risparmiare, infatti, le famiglie italiane cambiano non solo la composizione della spesa, ma anche la tipologia di esercizio commerciale a cui rivolgersi. Nel 2010 -ricorda la Cia- i piccoli negozi e le botteghe tradizionali hanno perso il 5,7 per cento, mentre iper e supermercati si sono dovuti accontentare di un misero più 0,2 per cento. Di contro, gli unici punti vendita a segnare un balzo in avanti sono stati appunto gli hard-discount, con un aumento netto dell’1,3 per cento.

E purtroppo anche il 2011 non promette grandi cambiamenti sul fronte alimentare. Il rialzo dell’inflazione, spinto su dal “caro-energia” e dal boom delle commodity, i redditi bassi e le vendite al palo, non sembrano poter spingere in avanti i consumi a tavola. Già il primo trimestre dell’anno, d’altra parte, ha messo in evidenza lo stesso trend del 2010: acquisti in calo di oltre il 3 per cento, flessione pressoché generalizzata di tutti i canali di vendita, orientamento a comprare meno prodotti e di qualità inferiore. Tutti elementi che portano a ritenere impossibile una vera ripresa dei consumi domestici prima del 2012. Secondo le stime della Cia, invece, nel 2011 i consumi alimentari non si discosteranno dall’andamento stagnante dell’anno precedente e resteranno ancora in territorio negativo, in una forbice compresa tra il meno 0,2 e il meno 0,5 per cento. Ma con un calo della domanda più marcato nel Mezzogiorno che nel resto d’Italia.

 

 


Pil: l’agricoltura traina la ripresa del Paese. Ora la politica si decida a investire sul settore

 

Il presidente della Cia, Giuseppe Politi, mette in evidenza il contributo positivo del settore primario alla crescita del Prodotto interno lordo nel primo trimestre 2011. Ma avverte: ancora troppi problemi gravano sulle imprese, a partire dai costi produttivi. Serve un nuovo progetto di sviluppo

 

“E’ l’agricoltura a trainare la crescita del Pil italiano nel primo trimestre 2011, dimostrando di essere un comparto ancora vitale. L’aumento del valore aggiunto del settore primario, che mette a segno un rialzo congiunturale del 2,3 per cento contro lo 0,1 per cento di industria e servizi, è un risultato importante che la politica non può più ignorare. Ecco perché chiediamo al governo di investire davvero sull’agricoltura, dopo averla lasciata nell’angolo per anni e anni, e dare vita a una vera politica di sviluppo del comparto che oggi non c’è”. Lo afferma il presidente nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, commentando i dati diffusi oggi dall’Istat.

“Sono ancora tanti, infatti, i problemi che condizionano le imprese agricole -continua Politi- a partire dai costi produttivi record, che solo ad aprile sono saliti del 5 per cento. Ora servono interventi mirati, anche perché gli operatori del settore continuano a combattere con redditi sempre più ‘tagliati’, prezzi sui campi non ancora remunerativi e con una burocrazia lenta, inefficiente e ‘salata’. Senza contare l’allarme ‘batterio killer’, che sta mettendo in ginocchio i produttori ortofrutticoli di tutto il Paese”.

“In questa prospettiva -conclude il presidente della Cia- riteniamo importante la proposta del ministro Romano sugli Stati Generali dell’agricoltura, che noi avevamo sollecitato fin dal 2004 con la Conferenza nazionale. Si tratta dell’occasione giusta per pianificare non solo un’azione condivisa sulla Pac post 2013, ma per realizzare una nuova politica agraria nazionale”.

 

 

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TERRITORIO


Il rilancio del Chianti decisivo per la viticoltura toscana

 

“E’ la denominazione più estesa e con il nome più prestigioso e conosciuto nel mondo.  Rilanciare il Chianti nell’immagine del vino di qualità legato al territorio, significa valorizzare l’intera viticoltura Toscana”. Lo ha sottolineato Giordano Pascucci, presidente della Cia Toscana, in occasione degli Stati Generali del Chianti che si sono tenuti oggi a Firenze. “Bisogna partire da questa occasione - ha aggiunto- per ridefinire una strategia che serva a dare maggiore valore al prodotto e reddito ai produttori”. 

“Il Chianti ha bisogno di ritrovare le ragioni di fondo della sua missione, ovvero, qualità e legame con il territorio, -ha proseguito Pascucci- le misure di sostegno dell’Ocm (Organizzazione comune di mercato) devono servire a sostenere gli investimenti dei viticoltori, rafforzare l’aggregazione del prodotto e dei produttori, a trovare nuovi mercati e consumatori soprattutto verso i cosiddetti paesi emergenti”.

“Il modello toscano del vino ha dimostrato di essere vincente, anche nei momenti di crisi -ha concluso Pascucci-, qualità, territorialità, innovazione, trasparenza fanno parte della strategia toscana, condivisa con i soggetti della filiera e le istituzioni, a comunicare dalla Regione Toscana”.

 

 


Olio Toscano: Cia, promozione e innovazione per ridare reddito ai produttori

 

“I problemi che affliggono il settore dell’olio sono evidenti. Tutte le analisi possibili sulla crisi sono state fatte: adesso è il momento di agire». E’ quanto ha sottolineato Alessandro Del Carlo, della Cia Toscana, intervenendo all’Assemblea generale del Consorzio per la tutela dell’olio extravergine Igp, che si è tenuta quest’oggi a Cerbaia (Scandicci - Firenze) presso la cooperativa Olivicoltori Toscani Associati.

“La principale priorità, oggi, è quella di ridare una prospettiva di reddito ai produttori altrimenti ci sarà l’abbandono degli oliveti, -ha detto Del Carlo- e intervenendo contestualmente sui costi di produzione, in particolare quelli della raccolta, e su quelli della trasformazione, che finiscono per gravare pesantemente anch’essi sugli olivicoltori. E’ necessario adeguare la normativa -ha proseguito Del Carlo- per favorire l’uso sia agronomico che energetico dei residui dei frantoi, mentre sul fronte commerciale è necessario un impegno più forte e incisivo per trovare nuovi mercati più sensibili ai contenuti della qualità”.

Il Consorzio di Tutela dell’olio Extravergine di Oliva Igp sta facendo un lavoro importante in termini di tutela e promozione del prodotto toscano – afferma la Cia Toscana -, che ha consentito di mantenere e anzi incrementare le quote di mercato in una fase difficilissima di crisi generale, così com’è stato importante l’aumento dei produttori che nel 2010 hanno utilizzato il Consorzio Igp per certificare il prodotto. Resta tuttavia da risolvere il problema più importante – aggiunge la Cia -, cioè quello dei prezzi dell’olio ai produttori, perché 4-4,5 euro al Kg vuol dire essere abbondantemente al di sotto dei costi di produzione.

“E’ importante che, su nostra sollecitazione, l’assessore abbia già convocato il tavolo regionale di filiera -, ha aggiunto Giordano Pascucci, presidente Cia Toscana -, per iniziare una discussione utile a definire le iniziative e gli interventi più urgenti per il settore. A questo proposito -ha proseguito- sollecitiamo ancora il Consorzio di Tutela Igp dell’olio, ad intensificare le iniziative di promozione e di tutela del prodotto e a svolgere di più una funzione di collegamento e cerniera fra tutti i soggetti della filiera, così come rappresentata dalla composizione del proprio corpo sociale”.


Taranto: domani conferenza stampa sulla stagione irrigua 2011

 

Domani sabato 11 giugno, alle ore 10.30, nell’aula consiliare del Comune di Castellaneta è convocata una conferenza stampa dei sindaci della zona Occidentale della Provincia di Taranto.

La conferenza stampa è stata organizzata a sostegno del documento unitario delle tre organizzazioni di categoria Cia, Coldiretti e Confagricoltura sul Consorzio dei bonifica Stornara e Tara e la stagione irrigua 2011.

Nel corso dell'iniziativa i sindaci esporranno le ragioni del sostegno alla battaglia che le organizzazioni di categoria hanno intrapreso a difesa delle pregiate produzioni agricole della zona.

La proposta presentata dalle associazioni di categoria, prevedeva il pagamento dell’acqua per irrigazione a 20 centesimi a metro cubo per l'impianto San Giuliano e 25 centesimi al metro cubo per l'impianto del Sinni; nella loro proposta le organizzazioni degli agricoltori chiedevano un prezzo trasparente, stabilendo a priori l'eventuale conguaglio che non doveva superare più o meno il 10 per cento del costo base.

I comportamenti del Commissario del Consorzio di bonifica Stornara e Tara, Vito Latorre, e della dirigenza del Consorzio di bonifica, stanno andando nella direzione diametralmente opposta, caricando sul costo dell'acqua oneri impropri che fanno lievitare notevolmente il prezzo pagato dalle aziende.

 

 

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