Stampa il documento

Invia un commento sul documento

Chiudi la finestra

  Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori

Direttore responsabile: Alfredo Bernardini. Direzione, Redazione, Amministrazione via Mariano Fortuny 20, 00196 Roma. Tel. 06/326871, Fax 06/3226674, e-mail NuovaAgricoltura@cia.it

Anno 47 - n. 107 8 giugno 2005
ATTUALITÀ
  • Biocarburanti: il Consiglio dei ministri approva il D.L. di attuazione della Direttiva europea. Parziale soddisfazione della Cia
  • I lavori del convegno Cia a Policoro sulle produzioni del Mediterraneo
  • Insediata la nuova Presidenza dell’Associazione nazionale pensionati: impostate le prime iniziative e assegnati gli incarichi di lavoro
COMUNICATI
  • Frutta e ortaggi dalla Cina: più 250 per cento l’import in un anno. I mercati italiani invasi da mele, pere, agli, cipolle e pinoli
  • Grandine, temporali e vento devastano le campagne. Distrutti ortaggi, frutta, oliveti e vigneti
  • “Parmesan”: importante la decisone Ue sulla Germania. Un deciso intervento contro i “pirati” di Dop e Igp
TERRITORIO
  • Avviato dalla Cia di Bari il progetto "Qualità grano duro"
  • Cia di Ascoli: chiarezza sui prezzi dal campo alla tavola
  • La Cia di Alessandria contraria all’ampliamento della zona di produzione del Brachetto
  • La Cia Marche sulla decisione di riformare la struttura organizzativa regionale
APPUNTAMENTI
  • Il 22 giugno a Roma l’ottava Assemblea nazionale di Turismo Verde
  • “Per Borghi & Fattorie”, assaggi e paesaggi delle campagne umbre da domani al 26 giugno

 

ATTUALITÀ


Biocarburanti: il Consiglio dei ministri approva il D.L. di attuazione della Direttiva europea. Parziale soddisfazione della Cia

 

Il Consiglio dei ministri del 27 maggio scorso ha approvato  il decreto legislativo di attuazione della direttiva 2003/30/Ce del Parlamento Europeo sulla promozione dei biocarburanti e di altri carburanti rinnovabili nei trasporti.

Come è noto, la direttiva europea al fine di favorire lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, rispettare gli impegni in materia di cambiamenti climatici e contribuire alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico salvaguardando l’ambiente, indica una percentuale minima di biocarburanti da immettere nei mercati dei paesi membri, pari al 2 per cento di tutta la benzina e del diesel entro il 31 dicembre del 2005 e del 5,75 per cento entro il 2010.

Il Governo, dopo aver ricevuto una lettera di diffida dalla Commissione europea per i ritardi nella attuazione della direttiva che risale al 2003, ha finalmente provveduto al suo recepimento. La Confederazione italiana agricoltori, nell’accogliere positivamente il provvedimento di attuazione, evidenzia alcune lacune.

Il Decreto legislativo del governo -afferma la Cia- applica solo parzialmente gli obiettivi della direttiva europea. Infatti, gli obiettivi indicativi nazionali per il 2005 vengono dimezzati all’ 1  e al 2,5 per cento per il 2010. Inoltre, il Decreto prevede il parere consultivo della commissione di cui al D.L. 387/2003 non ancora costituita.

Biodiesel, bioetanolo, olio vegetale puro e biogas, tutti combustibili prodotti da materie prime agricole, possono rappresentare -rileva la Cia-  una concreta opportunità per le imprese agricole e una risposta significativa agli obiettivi di riduzione delle emissioni in atmosfera. Gli stanziamenti previsti nella legge finanziaria per l’abbattimento delle accise su biodiesel e bioetanolo non hanno ancora generato tangibili vantaggi per le imprese agricole.

Nel nostro Paese -conclude la Cia-  vi sono grandi potenzialità per far decollare l’intero settore agrienergetico in tempi brevi, ma è necessario che da parte del governo e del Parlamento si punti con decisone a politiche di sviluppo per le fonti energetiche rinnovabili di origine agricola e forestale e di supporto alle imprese agricole che si organizzano per coltivare, produrre e vendere energia.


I lavori del convegno Cia a Policoro sulle produzioni del Mediterraneo

 

Importante convegno a Policoro (Matera) per affrontare gli innumerevoli problemi legati all’area del Mediterraneo. Promosso dalla Cia sul tema “Le produzioni mediterranee. Competizione e cooperazione nel mercato globale. Costruire processi di integrazione nel Bacino del Mediterraneo” si è tenuto il 6 giugno scorso con la partecipazione del presidente nazionale della Confederazione, Giuseppe Politi, il quale nelle sue conclusioni ha affermato che la Cia, fin dalla sua costituzione, ha sempre avuto una particolare attenzione ai problemi dell’area del Mediterraneo.

“L’obiettivo della nostra organizzazione -ha detto- è stato quello di innestare strategie comuni per consentire all’area del Mediterraneo di valorizzare un modello agricolo che può giocare un ruolo determinante per lo sviluppo economico e sociale, per la democrazia e per la convivenza pacifica fra i popoli.

“La Cia -ha poi continuato Politi- vuole porre il Mediterraneo al centro di un grande progetto di sviluppo. Un progetto che parta dall’idea che il sud del nostro continente non è più semplicemente serbatoio di manodopera per la crescita e l’espansione del nord, ma rivendica soprattutto per sé la possibilità di una svolta nelle scelte di politica agraria.

“E’ necessario -ha concluso Politi- che i paesi del bacino del Mediterraneo trovino i necessari punti di incontro per costruire un’area integrata capace di salvaguardare le biodiversità e consentire il mantenimento di una agricoltura sana e con un forte ruolo multifunzionale, attraverso la tutela dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia delle culture e delle tradizioni”.

La relazione, svolta dal presidente regionale della Sicilia, nonché membro della presidenza nazionale, Carmelo Gurrieri, (che pubblichiamo a parte integrale) si è soffermata principalmente sulle potenzialità produttive del Mezzogiorno d’Italia e sulla necessità di stringere rapporti sempre più costruttivi con l’intera area del Mediterraneo.

Numerose le comunicazioni, svolte da Sergio Vellante, ordinario di economia dello sviluppo rurale all’università della Basilicata, e da Ernesto Fornari, responsabile prodotto area sud Apofruit. E' intervenuto anche Donato Scavone,  presidente della Legacoop della Basilicata.

Ai lavori hanno partecipato,  tra gli altri, Enzo Mastrobuoni, responsabile nazionale dell’Area produzione e mercato e di Donato Di Stefano, presidente regionale della Cia della Basilicata il quale ha sottolineato che il Mediterraneo deve la sua forza alla sua diversità. “Da qui -ha detto- bisogna partire per trovare la risposta ai suoi problemi di cooperazione e armonizzazione, puntando non solo all’integrazione tra un nord sviluppato e un sud più arretrato, ma anche all’integrazione tra gli stessi paesi del sud, per creare nuovi mercati e nuove possibilità di sviluppo”.

Di Stefano ha puntato l’attenzione anche sui rischi di un’Europa allargata che potrebbero assottigliare il peso dei paesi mediterranei e delle loro produzioni tipiche.

“Partendo dal Mezzogiorno d’Italia e dalla Basilicata -ha detto poi Di Stefano- occorre creare le condizioni per futuri assetti produttivi e di mercato sia sul piano commerciale che logistico”.

All'incontro ha portato il saluto il presidente della Giunta regionale della Basilicata Vito De Filippo.

 

La relazione di Carmelo Gurrieri

 

Con questo convegno la Cia ritorna a riproporre un dibattito e un confronto su alcune  problematiche che sono sempre state al centro dell’attenzione della Confederazione Italiana Agricoltori e delle politiche che la stessa Cia ha elaborato in materia di sviluppo, ruolo e funzione dell’agricoltura nel Bacino del Mediterraneo e dei rapporti tra i vari Paesi delle due sponde a cinque anni dalla apertura dell’area di libero scambio. L’appuntamento del 2010 se governato con senso di responsabilità, con intelligenza e lungimiranza può certamente rafforzare la coesione tra i Paesi gravitanti nel bacino, la loro centralità sociale, economica e produttiva in un’area dove l’agricoltura può realmente svolgere un ruolo di principale soggetto dello sviluppo. Nel caso in cui, invece, dovessero ancora prevalere politiche di basso profilo e, quindi, non all’altezza della complessità che rappresenta oggi, nel contesto geo-politico internazionale, lo snodo del Mediterraneo, si correrebbe il rischio di causare e alimentare contrapposizioni, tensioni e il permanere di uno stato di incertezze e di precarietà per centinaia di migliaia di agricoltori delle due sponde.

Per questo motivo, preoccupati delle inadeguatezze delle politiche messe in campo dall’Unione Europea e dal governo nazionale in questi anni e successivamente alle decisioni adottate con il Trattato di Barcellona, e del rischio che tali gravi inadempienze politiche e di governo di importanti e storici appuntamenti possano continuare fino, ed anche oltre, il 2010, abbiamo deciso di promuovere un convegno internazionale sul Mediterraneo da tenersi nel mese di settembre a Bari con la partecipazione dei rappresentanti delle Organizzazioni Agricole dei Paesi del Mediterraneo aderenti alla Fipa, dei rappresentanti delle Istituzioni Comunitarie, nazionali e regionali e del mondo della ricerca e dell’Università.

In preparazione dell’appuntamento di Bari, per meglio mettere a fuoco le diverse problematiche che riguardano il settore agricolo, la presidenza nazionale della Cia ha deciso di promuovere tre iniziative preparatorie: la prima sulle questioni riguardanti le produzioni agricole mediterranee, la seconda sulle problematiche riguardanti le infrastrutture e la logistica nelle regioni meridionali del bacino del Mediterraneo e la terza sulla gestione e l’uso delle risorse idriche.

Con il convegno di oggi, che riguarda appunto il tema della competizione e della cooperazione nel mercato globale per le produzioni mediterranee e la costruzione di processi di integrazione nel bacino del Mediterraneo, abbiamo voluto avviare il confronto e il dibattito proprio su questi argomenti perché riteniamo necessario affrontare i nodi che interessano lo sviluppo e la competitività delle nostre produzioni mediterranee che, in questa fase di grande difficoltà, sono costrette, già oggi, a fare i conti con i profondi processi di cambiamento che si richiamano, principalmente, alla capacità di competizione nel mercato globale ed anche alla concorrenza nei mercati europei con le altre produzioni dei Paesi del bacino del mediterraneo. Una doppia sfida a cui non possiamo nè dobbiamo sottrarci. Una sfida ardua ed impegnativa che può essere vinta se ognuno, istituzioni europee, istituzioni nazionali e regionali, agricoltori e tutti gli attori della filiera agro-alimentare, faranno bene e fino in fondo la propria parte.

Per autorevoli economisti il vantaggio competitivo di un settore produttivo si afferma su due principali fattori: uno sulla leadership di costo e l’altra sulla differenziazione, specializzazione e/o innovazione di prodotto. Sul primo punto per l’intera economia italiana, e quindi anche per il settore agricolo, la battaglia appare già persa. Tutti gli elementi del costo di produzione (dal costo delle materie prime a quelle per il lavoro) dimostrano l’impossibilità di puntare su questo elemento come fattore di competitività nel mercato globale. Questa è una condizione che accomuna molte agricolture dei Paesi mediterranei dell’Unione Europea, anche se occorre portare, con urgenza e celerità, nel nostro Paese, i costi di produzione alla media di quelli europei, così come richiesto dalla Confederazione italiana agricoltori.

Come fattore decisivo di competitività rimane quindi la differenziazione e/o la specializzazione e in alcuni casi la innovazione produttiva. Una differenziazione e una specializzazione che a mio avviso possono essere identificate nella tipicità, nella tradizionalità, nella unicità organolettica, nella qualità e salubrità, nella professionalità, nella storia e nella cultura di un territorio, di una popolazione, di una civiltà che ogni prodotto porta con sé. Caratteristiche queste che per poter esprimere al meglio le loro potenzialità non possono fare a meno di una diversa e migliore logistica capace di mantenere e valorizzare, durante tutta la fase commerciale e nella filiera, la qualità, che esalti la presentazione, la identità, la riconoscibilità e quindi l’immagine stessa del prodotto, che aumenti la quantità e qualità dei servizi incorporati, fattori questi, indispensabili a dare visibilità alle caratteristiche dei nostri prodotti ed efficacia e incisività alle azioni relazionali, di comunicazione e di promozione dei prodotti.

Questi fattori di differenziazione e di specializzazione riguardano l’intera produzione agricola nazionale ma, a maggior ragione e in particolar modo, quella mediterranea, che comprende ortofrutta, agrumi, vino, olio e tabacco e che caratterizza prevalentemente la realtà produttiva delle regioni del Mezzogiorno d’Italia.

In queste regioni, dalla Sicilia fino all’Abruzzo, che in questo contesto viene, per comodità di ragionamento, incluso nell’area meridionale, infatti, si produce oltre il 60 per cento dell’ortofrutta.  Si arriva ad oltre l’80 per cento dell’intera produzione ortofrutticola nazionale quando si aggiunge quella dell’Emilia Romagna, del Veneto e del Trentino. Oltre alla produzione ortofrutticola dobbiamo tenere conto della grande produzione di olio d’oliva, che nelle sei regioni meridionali assomma ad oltre l’80 per cento dell’intera produzione nazionale, del grano duro pari al 68 per cento della produzione nazionale, del vino che è pari al 60/65 per cento e del 58 per cento della produzione di tabacco.

Queste cifre dimostrano come la realtà produttiva meridionale non solo è una grande ricchezza per queste regioni ma anche per tutto il Paese, e come questa può essere una vera e concreta risorsa su cui costruire una forte e specifica identità dell’area del Bacino del mediterraneo, in cui le realtà meridionali della penisola possono e devono starci a pieno titolo. Si tratta di una posizione di privilegio, non certamente di una limitazione o peggio ancora di una mortificazione. Nel corso della storia, infatti, il Mediterraneo è fondamentalmente sempre stato luogo di sviluppo e confronto delle culture, delle civiltà, di relazioni e di scambi commerciali. Da esso discende l’humus che ha favorito la costruzione della grande casa europea. Il Mediterraneo porta dentro di sè una forte tradizione di incontro e di specificità produttiva, ecco perché questa peculiarità deve diventare sempre più un punto di forza, un valore aggiunto in più, e non una debolezza. Ecco perché noi riteniamo di fondamentale importanza approcciare le questioni che riguardano l’agricoltura del Mediterraneo con una visione di apertura, di cooperazione e di integrazione per farne una grande realtà produttiva capace di fare sistema nel mercato globale, capace di dare una propria identità e specificità di area geografica nel contesto globale. Solo con la collaborazione, la cooperazione e l’integrazione si può contribuire a evitare lo scontro di civiltà, di culture, di religione fattori questi che alimentano il fanatismo e il terrorismo internazionale, le guerre e le tensioni mondiali. Collaborazione, cooperazione e integrazione possono invece contribuire fattivamente alla costruzione di un’area di pace, di progresso e di sviluppo nell’interesse di tutta la collettività mondiale.

Se è questo l’obiettivo da perseguire, e  noi riteniamo che sia questo l’obiettivo da conseguire, allora sono necessarie politiche nuove, diverse, adeguate e funzionali al percorso da seguire. A soli cinque anni dall’apertura dell’area di libero scambio, non è più rinviabile l’esame e la trattazione di questi temi. Non è più possibile relegare la questione del Bacino del Mediterraneo a mera problematica regionalistica e di esclusivo interesse commerciale. Questo storico processo che coinvolge la sponda Sud dell’Europa e quella Nord dell’Africa non può essere gestito come una normale e semplice liberalizzazione dei mercati e degli scambi perché in questa area oltre al confronto di civiltà, culture e religioni diverse si fronteggiano anche situazioni socio-economiche assai distanti la cui armonizzazione non può fondarsi esclusivamente sui processi produttivi che possono essere stimolati dal libero scambio. Se così venisse affrontato l’appuntamento del 2010,  infatti, non  solo si produrrebbero elementi di contrapposizione e di reciproca e negativa concorrenza, ma soprattutto si fronteggerebbero in modo insufficiente, lacunoso e inadeguato i processi di ristrutturazione del commercio mondiale oggi in atto. Processi che vedono, inoltre, altre realtà produttive – ricordo quella cinese ed asiatica e quella dei paesi del Sud America – irrompere in modo prorompente nell’economia mondiale e che le stesse trattative WTO, per la regolazione e regolamentazione del Commercio mondiale, sicuramente accentueranno.

Siamo, quindi, obbligati a guardare all’insieme degli elementi in campo: da quelli relativi alla globalizzazione dei mercati e alla loro regolamentazione, a quelli che ci riguardano più da vicino come area regionale del Bacino del Mediterraneo. Grave ed inaccettabile sarebbe se le politiche comunitarie e quelle del governo nazionale, non tenessero in debito conto questo scenario. Altrettanto grave sarebbe se il mondo agricolo italiano e quello meridionale, in particolar modo, non assumesse questa complessità come elemento di analisi e situazione già in atto con cui confrontarsi e fare i conti.

Come può, quindi, l’ importante realtà agricola del Meridione d’Italia, fortemente indebolita dalla crisi che l’ha recentemente investita, reagire e riorganizzarsi per superare le cause strutturali che ne condizionano negativamente ogni possibile prospettiva? Quali obiettivi ci poniamo e quali scelte politiche sollecitiamo, ma anche quali scelte riteniamo di dovere portare avanti per adeguare il nostro sistema produttivo aziendale e quello che riguarda l’intera filiera agro-alimentare? Questi interrogativi e le consequenziali scelte non possono riguardare soltanto il mondo agricolo. Esse chiamano alle loro responsabilità anche gli altri soggetti della filiera, perché il “Made in Italy” non può derivare dal luogo della trasformazione, ma deve essere sempre più legato all’origine del prodotto. Esso è strettamente legato alle caratteristiche di tipicità e tradizionalità, alle qualità organolettiche che sono indissolubilmente legate al luogo di produzione ed espressione delle specifiche condizioni pedoclimatiche dei territori.

Tutto ciò ci porta ad affrontare altri due nodi di primaria importanza: il primo è la valorizzazione delle nostre produzioni, la loro identificazione, il nostro potere contrattuale con gli altri soggetti della filiera agroalimentare e agro-industriale; il secondo, è la individuazione dei mercati per i quali vogliamo produrre, quanto valore aggiunto viene riconosciuto alle aziende agricole dal ruolo multifunzionale che l’agricoltura svolge nel contesto territoriale e ambientale e come tutto ciò garantisce un giusto e dignitoso reddito all’agricoltore.

Dobbiamo avere pertanto la piena consapevolezza che se i processi in atto e propedeutici a costruire l’apertura dell’area di libero scambio nel bacino del Mediterraneo costituiscono certamente un fronte con cui misurarci per realizzare un grande processo di integrazione e di rafforzamento della specificità mediterranea, va detto con estrema chiarezza che ancora oggi gli elementi di concorrenza commerciale sono maggiormente allocati nelle produzioni mediterranee dei principali paesi agricoli europei, in primo luogo dalla Spagna, Grecia e dalla Francia, nonché dalle produzioni ortofrutticole, vitivinicole e, ora per una parte anche olivicole, provenienti dall’area del Sud America, Brasile, Argentina, Cile e dal continente australe.

Da alcuni dati elaborati dal nostro Osservatorio Economico si evince come nei primi dieci mesi del 2004 l’Italia ha esportato nel mondo 3 milioni e 500 mila euro di prodotti agricoli, il 10 per cento in meno del 2003, ed ha importato prodotti agricoli per un valore di 6 milioni di euro, meno uno per cento. Il divario tra export ed import ha visto un aumento di quasi il 15 per cento. Il 93 per cento dell’esportazione di prodotti agricoli italiani nel mondo avviene nel continente europeo. Una percentuale che ha visto una riduzione di circa il 10 per cento, con una riduzione significativa di oltre un quarto, cioè il 26 per cento, verso l’Europa centro-orientale. Della rimanente quota di export vi è da considerare con favore il nostro spostamento di direzione commerciale verso i paesi africani (+ 24 per cento Africa settentrionale, + 23 per cento altri Paesi africani), l’Asia centrale (+28 per cento) e orientale, compreso la Cina (+8 per cento), nonché Oceania (+55 per cento). Si restringe invece il nostro mercato nel Centro e Sud America. Le importazioni provengono per il 56 per cento dai Paesi del Continente europeo, anche se registrano una diminuzione del 9 per cento. Significativo l’incremento, però, dell’import agricolo dall’America centro meridionale (+24 per cento), che in valore risulta pari a un terzo del nostro import dall’Europa, oltre che dall’Asia orientale (+15 per cento).

E’ del tutto evidente quindi che il nostro paese non ha saputo adeguarsi velocemente ai mutamenti in atto, nell’ultimo decennio, che il nuovo scenario competitivo ha determinato. Uno scenario che soprattutto negli anni più recenti, 2003 e 2004 ha visto una significativa riduzione delle esportazioni ortofrutticole, soprattutto in Europa, che per alcuni prodotti ha raggiunto livelli assai preoccupanti; - 19 per cento uve da tavola, - 16 per cento carote e barbabietole da insalata, - 22 per cento pesche noci, - 17 per cento kiwi, - 4 per cento pomodori freschi, per citare alcuni dei principali prodotti. Nello stesso tempo in Europa le importazioni di ortofrutta, nel periodo che va dal 1997 al 2004, sono aumentate del 16 per cento per i pomodori freschi, 15 per cento per le clementine, dell’8 per cento delle arance e del 40 per cento per le ciliegie. Se guardiamo poi ai paesi dell’Europa a 25 che sono stati i tradizionali e prevalenti partner commerciali dell’Italia agricola vediamo come nel corso del 2004 abbiamo perso quote di mercato in tutte le aree, compreso i mercati dei nuovi Paesi aderenti all’Ue. Da questi Paesi importiamo di più ed esportiamo di meno. Anche se questi Paesi nell’ultimo decennio hanno aumentato del 47 per cento le loro importazioni dal mondo. Nel 1994 l’Italia era al quinto posto come esportatrice in questi Paesi con una quota del 4,8 per cento. Oggi è sempre la quinta con il 6,4 per cento, ma è la Spagna che è diventata la prima esportatrice con il 12 per cento scalzando i Paesi dell’America latina. Stiamo assistendo, infatti, in questi ultimi anni a una graduale erosione delle quote di mercato, sia interno che europeo, della nostra produzione ortofrutticola e a una continua crescita di importazioni dalla Spagna che detiene la maggiore fetta con il 29 per cento  ( di cui il 66 per cento per le arance, il 53 per cento per i limoni e il 47 per cento per i pomodori) senza tralasciare il 45 per cento detenuto dalla Francia e dai Paesi Bassi. La Francia continua ad essere il primo fornitore italiano di patate con il 51 per cento e di cavolfiori con il 33 per cento. Per quanto riguarda l’uva da tavola il 66 per cento delle importazioni provengono ancora dalla Spagna e dall’Olanda. I Paesi Terzi mediterranei detengono invece una fetta molto limitata: il 5,6 per cento. Essi però rappresentano circa il 50 per cento della quota di importazione nei mercati europei di legumi e ortaggi freschi in modo particolare patate e pomodori. Per quanto riguarda la frutta fresca oltre il 40 per cento proviene dai paesi del Centro Sud America. Malgrado l’Italia sia il primo produttore europeo di legumi e ortaggi (29 per cento) e di frutta (30 per cento circa), detiene solo il 9,4 per cento del mercato ortofrutticolo europeo. Una ridotta fetta di mercato che, come abbiamo visto, negli anni 2003-2004 si è ulteriormente ridotta.

Per questo motivo non possiamo limitare il nostro orizzonte alla concorrenza e competizione che provengono dai paesi della sponda Sud del bacino del Mediterraneo. Nessuna politica protezionistica potrebbe mai garantire una vera prospettiva alla nostra agricoltura mediterranea, sia per i comparti dove non siamo autosufficienti, penso all’olio d’oliva che registra una importazione di circa il 50 per cento, di cui il 35 per cento proveniente dalla Spagna, che per i comparti eccedentari rispetto all’autoconsumo nazionale, e cioè agrumi, vino, ortaggi in serra e a pieno campo il cui surplus produttivo non può che essere orientato ai mercati esteri. E poi, è indubbio che nessuna politica protezionistica potrebbe prevedere il blocco di importazioni da una parte del mondo e la libera commercializzazione nel mercato globale.

E’ proprio in questo ambito che, invece, le produzioni mediterranee debbono giocare un ruolo. Un ruolo che sia a tutto campo perché la nostra agricoltura rischia di non avere alcuna prospettiva se non spostiamo in avanti la nostra strategia che deve ambire a costruire nell’area del Mediterraneo un sistema produttivo integrato, cooperativo che faccia sinergia per difendere -  in questa fase - e diffondere successivamente il consumo e il mercato delle produzioni mediterranee. Questo deve essere il nostro traguardo e per raggiungerlo dobbiamo, già oggi, individuare delle proposte e un  percorso capaci di costruire un processo e un sistema produttivo indispensabile a mantenere le produzioni agricole delle regioni italiane ricadenti nel bacino del mediterraneo.

Se quindi la sfida non può avvenire sulla base dei costi di produzione, può e deve essere accettata sulla base della specializzazione, della innovazione tecnologica del sistema produttivo, della esaltazione della differenziazione delle nostre produzioni di qualità, della loro riconoscibilità, della conoscenza della provenienza e delle caratteristiche di tipicità e di stretto rapporto con il territorio dei nostri prodotti che rimane l’elemento fondante della tipicità e della diversità.

In questi anni si è imposta nei paesi ricchi, e in quelli dove si sta registrando un rapido arricchimento di una parte significativa di alcuni ceti sociali (mi riferisco ai paesi dell’ex blocco sovietico, Peco, ma anche alla Cina e all’area asiatica) la cultura e il valore della dieta mediterranea e del made in Italy. Un modello alimentare sinonimo di qualità e tipicità e soprattutto di salubrità che non può essere abbandonato alla mercé della grande distribuzione organizzata e all’agropirateria. Riteniamo quindi indispensabile procedere alla costruzione di un sistema integrato e di cooperazione  tra le realtà del bacino del Mediterraneo, per costruire un sistema produttivo forte, capace di penetrare e consolidarsi nei mercati mondiali, che valorizzi le produzioni mediterranee e, per quanto ci interessa, salvaguardi la specificità delle produzioni made in Italy.

Tutto ciò necessita di una diversa politica comunitaria per il bacino del Mediterraneo che vada oltre alla individuazione di contingentamenti e di calendari produttivi, a mio avviso, impossibili da programmare e quindi da realizzare e che vada oltre la semplice costruzione di relazioni commerciali ma promuova un vero e proprio “Progetto agricoltura per il Mediterraneo”. Un progetto che chiami l’Unione europea alle sue responsabilità politiche nel Mediterraneo che non possono limitarsi soltanto alla liberalizzazione del commercio e delle transazioni. C’è bisogno di una rinnovata attenzione dell’Unione europea verso il suo Sud, che sembra sempre più marginalizzato dalle politiche comunitarie il cui spostamento di asse a Nord è sempre più evidente anche a seguito del recente allargamento. Si tratta di un problema di vitale importanza per la nostra realtà nazionale ma anche per le politiche internazionali che riguardano questa nevralgica area del mondo.

Il Mezzogiorno potrà essere protagonista di questo processo, potrà essere davvero piattaforma attiva e non passiva, come purtroppo molti segnali sembrano confermare, se sarà attore principale del suo cambiamento, del suo sviluppo e della sua crescita sociale, economica e produttiva. In questa direzione molto possono fare i nostri governi regionali che devono costruire una loro sede di coordinamento per orientare le scelte politiche del Governo nazionale e della Unione Europea e per accelerare gli investimenti necessari al superamento della marginalità economico-produttiva di queste regioni e per lo sviluppo dell’agricoltura. E’ in questo contesto che si colloca la problematica relativa al futuro dell’agricoltura che nel Mezzogiorno rappresenta il perno principale dell’economia e della ricchezza. Se guardiamo, infatti, il Pil agricolo vediamo come nel Mezzogiorno esso rappresenti quasi il 9 per cento dell’intera produzione interna lorda, quasi quattro volte maggiore, quindi, di quello nazionale che si attesta al 2,3 per cento. E se l’apporto della produzione agricola nazionale contribuisce a un Pil agroalimentare del 12 – 15 per cento, nelle regioni del Sud esso raggiunge quote che vanno oltre il 30 per cento. E’ evidente quindi che le sorti del settore agricolo condizioneranno irrimediabilmente ogni possibilità di risoluzione dei problemi di sviluppo delle regioni meridionali. Stanno tutte in questi dati le ragioni del richiamo al governo nazionale e all’UE di una particolare attenzione verso l’agricoltura del Mezzogiorno e verso le problematiche che riguardano questo settore nel contesto del bacino del Mediterraneo e nel contesto del mercato globale. Per questi motivi riteniamo necessaria una nuova politica per il settore che favorisca, incentivi, sostenga e promuova un profondo e indispensabile processo di riorganizzazione e ammodernamento del sistema produttivo agricolo e dell’intero sistema produttivo della filiera agroalimentare e agro-industriale. Va sostenuta la crescita e il rafforzamento della cooperazione e dell’associazionismo sano, attivo e orientato alla commercializzazione dei prodotti dei propri associati; va promossa e incentivata la nascita di nuove forme associazionistiche; va affrontato il nodo della verticalizzazione dell’offerta del prodotto per aumentare il potere contrattuale del mondo agricolo nei confronti degli altri soggetti della filiera e della Gdo. Occorre promuovere, aggregare e commercializzare al meglio le produzioni Doc, Dop, Igt, Igp realizzando strutture espressione del mondo agricolo necessarie alla realizzazione delle masse critiche per affrontare i mercati e per lo sviluppo delle azioni di promozione e di marketing. Va favorito l’ampliamento della dimensione aziendale attraverso nuove politiche di accesso al credito agrario e di defiscalizzazione degli investimenti fondiari. Vanno maggiormente sostenute le aziende condotte da giovani agricoltori e il ricambio generazionale. Va rilanciata la stagione della concertazione tra le parti sociali e le istituzioni per ridare slancio agli investimenti in agricoltura e favorire gli accordi di filiera. Vanno superati i ritardi nella attuazione dei contratti di filiera e soprattutto devono essere favoriti gli investimenti per la innovazione delle aziende agricole. Va incentivato il rapporto diretto con le università e sviluppata la ricerca applicata finalizzata alla salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio genetico e della biodiversità. Va qualificata l’assistenza tecnica e il ruolo degli enti strumentali che operano nelle diverse direzioni, dai consorzi di bonifica agli enti di sviluppo agricoli regionali.

La crisi di mercato che ha investito buona parte della produzione mediterranea che è stata caratterizzata dalla riduzione dei consumi e dell’aumento incontrollato dei prezzi al consumatore è figlia di un insieme di fattori che hanno messo a nudo le cause strutturali di tale crisi, così come la situazione dell’export ed import stanno a dimostrare, e che la situazione congiunturale dell’economia italiana ha ulteriormente aggravato. In questi ultimi anni, infatti, alla mancata crescita dell’economia italiana e la recessione oggi in atto, che hanno fortemente ridotto il potere d’acquisto delle famiglie e di quel ceto medio attento alla qualità e tipicità dei prodotti agroalimentari e che oggi preferisce o è costretto ad orientarsi verso prodotti a più basso costo, si aggiunge la perdita di una parte considerevole di mercato internazionale che ha contribuito a determinare un eccesso di offerta nei mercati regionali e nazionali determinando una ulteriore caduta del potere contrattuale del mondo agricolo e una riduzione dei prezzi all’origine.

Se da una parte bisogna promuovere con urgenza profondi processi di riorganizzazione del sistema produttivo, dall’altra è necessario attivare una azione di governo dei processi in atto che anzitutto si impegni a evitare la riduzione della quota di partecipazione dei Paesi europei al bilancio comunitario perché una simile ipotesi determinerebbe un considerevole abbassamento degli stanziamenti per le regioni a ritardato sviluppo. E’ necessaria, invece, un’azione di governo che porti l’Unione Europea, la Commissione Europea ad operare affinché vengano superate antiche storture proprie della politica agricola comunitaria che ha sempre penalizzato le produzioni mediterranee. Bisogna, pur anche qui in un quadro di mutamenti qual è quello venutosi a determinare con la recente riforma della Pac, invertire una tendenza per determinare una diversa politica che porti al riequilibrio produttivo e territoriale. La riforma dell’Ocm ortofrutta e quello del settore vitivinicolo possono essere una utile occasione da non mancare. Purtroppo non sembra che la Commissione europea vada in questa direzione. Dal documento predisposto sul rafforzamento del partenariato euromediterraneo, non solo non si trova nulla di tutto ciò, ma i problemi  dell’integrazione e cooperazione riguardanti il settore agricolo nemmeno vengono accennati. Occorre pertanto mettere in campo una forte iniziativa anche da parte del governo nazionale e dei governi regionali affinché la Commissione modifichi i propri indirizzi e dia il giusto peso alle problematiche che noi riteniamo indispensabili affrontare con determinazione e con urgenza. E’ indispensabile che con gli interventi previsti per lo sviluppo rurale - il cosiddetto secondo pilastro - siano previste misure specifiche per le regioni interessate dagli effetti che derivano dall’apertura dell’area del libero scambio e per rafforzare le politiche della qualità agroalimentare. Il governo nazionale deve anch’esso fare la sua parte: non solo portando a Bruxelles le istanze e le proposte del mondo agricolo, ma operando per costruire una autorevole sede euromediterranea dove non solo i governi ma soprattutto le rappresentanze degli agricoltori di questa area possano confrontarsi e coordinare le loro strategie produttive e di mercato. E’ una proposta ambiziosa ma che ritengo indispensabile se si vuole davvero creare un forte sistema di relazioni e di rappresentanza dei reciproci interessi. Il governo nazionale, inoltre, deve concretamente lavorare per aggredire anche i nodi strutturali della crisi che colpisce l’ortofrutta, il vino, la produzione olivicola. Bisogna pertanto andare oltre gli interventi previsti dal decreto sulla crisi di mercato e dalle modifiche apportate in sede di conversione e quelli inseriti nella legge sulla competitività che non soddisfano assolutamente il settore agricolo e che non intervengono sulla riduzione dei costi di produzione (a partire dai contributi agricoli che devono essere allineati a quelli medi europei, visto che in Italia sono tra i più alti d’Europa). Così come occorre ridurre i costi dei carburanti agricoli che nel corso del 2004-2005 sono aumentati del 30-35 per cento. Bisogna con urgenza riorganizzare il segmento della commercializzazione e della transazione dove si registra la presenza di un numero considerevole di operatori di piccole dimensioni, incapaci di mettere in campo politiche di marketing, adottare  nuove tecnologie, ma anche soluzioni logistiche necessarie ad aggredire il mercato estero; in questo contesto diventa necessario qualificare le strutture dei mercati, favorendo la presenza e un ruolo attivo del mondo agricolo e la professionalità degli operatori commerciali, approvare norme, così come chiesto, anche attraverso una petizione popolare, dalla Cia sulla trasparenza dei prezzi e per ridurre i troppi passaggi dal produttore al consumatore, causa questa che contribuisce anche all’aumento dei prezzi al consumo finale e alla conseguente riduzione dei consumi e porta alla riduzione dei prezzi alla produzione. Bisogna, ancora, impegnarsi per evitare la “colonizzazione” delle grandi catene di distribuzione da parte dei francesi e spagnoli la cui proprietà determina quasi sempre un drastico ridimensionamento delle quote di prodotto italiano in questi centri commerciali.

Inoltre gli svantaggi competitivi sui mercati internazionali delle produzioni agricole e in modo particolare di quelle del Mezzogiorno vanno oltre ai rapporti e ai problemi della filiera, essi discendono anche dallo stato del settore dei trasporti e della logistica. La rete infrastrutturale soprattutto nel Mezzogiorno è insufficiente, così come penalizzante è la frammentazione dell’autotrasporto, l’eccessivo peso del trasporto su gomma, che com’è noto, è tra i sistemi più costosi, della inesistenza delle aree attrezzate per l’intermodalità, dei ritardi nella costruzione delle autostrade del mare. La problematica delle infrastrutture viarie e di collegamento è diventata anch’essa un fattore strategico di sviluppo che condiziona negativamente anche il settore agricolo. Così come quella legata all’uso e alla disponibilità delle risorse idriche, ma su questi argomenti, come dicevo all’inizio ci ritorneremo, successivamente, con due specifiche iniziative che terremo entro il mese di luglio.

Un impegno di buon governo dei processi è quello che si rende indispensabile. Perché ciò avvenga è necessario assumere le problematiche riguardanti il settore agricolo come punti imprescindibili della politica economica e sociale del nostro paese. Questo è il senso della proposta che la Cia avanza con il “nuovo patto tra gli agricoltori e la società”. Perché l’agricoltura riveste oggi un ruolo che va oltre quello strettamente economico-produttivo di soddisfazione della domanda alimentare e di produzione di ricchezza, essa contribuisce alla salute dei consumatori, alla valorizzazione dell’ambiente e del territorio e quindi al benessere sociale e alla qualità della vita, alla difesa della biodiversità, allo sviluppo e alla coesione sociale nelle aree interne e in quelle rurali. Un nuovo patto che ridisegna, quindi, il ruolo multifunzionale dell’agricoltura nel mutato contesto socio-economico del nostro Paese ma anche nel contesto geo-politico internazionale.

Con questa proposta noi vogliamo coinvolgere tutta la società e le istituzioni tutte, affinché l’agricoltura ritrovi quell’attenzione che merita, affinché l’agricoltura possa continuare ad essere elemento di identità di un’intera collettività, perché essa possa essere strumento di costruzione di nuove politiche comprese quelle che riguardano il riequilibrio tra l’Europa continentale e il Mediterraneo.

Le questioni, quindi, che fanno riferimento alla costruzione dell’area di libero scambio non possono che essere strettamente legate alle problematiche relative alla capacità della nostra agricoltura di competere nel mercato globale. Un mercato che non può svilupparsi senza regole, che non può fondarsi solo ed esclusivamente sul governo dei più forti ma che deve salvaguardare l’etica d’impresa, la salvaguardia delle regole della democrazia economica, la difesa dei diritti delle società e degli individui, dove non ci sia una omologazione delle produzioni ma dove il locale, il regionale possa realmente valorizzare la sua tipicità, la sua tradizionalità; un mercato dove non prevalga la selezione selvaggia delle aziende e dei prodotti. In sostanza occorre un mercato che sia governato da regole certe e da processi trasparenti, dove venga garantita la identità di ogni prodotto, la sua provenienza e la sua rintracciabilità. Un mercato sostanzialmente che rispetti la libertà di scelta e la responsabilità dei consumatori.

In questo mercato noi possiamo starci a pieno titolo, bisogna accettare la sfida e lavorare con impegno e intelligenza ricercando i fattori che ci possono rafforzare, che ci possono aiutare a crescere attraverso la cooperazione, l’integrazione, la collaborazione, l’innovazione e la riorganizzazione e ristrutturazione del sistema produttivo agricolo. Per le produzioni mediterranee l’area di libero scambio può e deve essere una di queste occasioni, spetta a noi agricoltori, ai governi regionali e nazionali fare in modo che ciò avvenga.

 

 

 


Insediata la nuova Presidenza dell’Associazione nazionale pensionati: impostate le prime iniziative e assegnati gli incarichi di lavoro

 

Mercoledì 18 maggio la nuova Presidenza dell’Associazione pensionati ha svolto la prima riunione dove ha impostato le prime iniziative, peraltro gia in programma, ed si è data un metodo di lavoro, distribuendo tra i suoi componenti una serie di incarichi per contribuire a superare, nelle realtà maggiormente in difficoltà, i problemi di radicamento dell’Associazione.

Gli argomenti affrontati nella riunione sono stati prevalentemente:

- L’avvio del corso per dirigenti, il primo stadio, con i presidenti regionali, da realizzare in tempi brevi, assegnando l’incarico al Cipat di progettarlo ed a Danila Minel di svolgere la parte gestionale del corso;

- Il contributo dell’Anp all’organizzazione di una manifestazione nazionale dell’Area Politiche Sociali sui minimi di pensione e le altre problematiche collaterali;

- Le prime decisioni sulla Festa nazionale che si svolgerà a L’Aquila il 9-10-11 settembre 2005;

- Un ipotesi di convenzione con un’associazione D.d.l. con la quale il Patronato Inac ha stipulato una convezione per la presentazione di pratiche di patronato a clienti di studi professionali in varie città d’Italia, con l’Anp l’intento è quello di presentare le deleghe pensionati dei clienti degli studi professionali  associati a tale associazione.

La Presidenza ha, inoltre, distribuito tra i suoi componenti i seguenti incarichi per lo svolgimento dell’attività di radicamento nel territorio: 

- Enio Niccolini costruirà con il gruppo dirigente della Cia della Sardegna un progetto per lo sviluppo dell’Anp in quella regione particolarmente in difficoltà dopo il forte rinnovamento intervenuto negli organi della Confederazione;

- Giovanna Gazzetta continuerà a seguire le regioni del Trentino Alto Adige e della Lombardia, nelle province dove ancora vi sono difficoltà;

- Carlo Prudente seguirà la regione Liguria con l’obiettivo di costruire l’Anp e dare, quindi, alla Cia regionale l’aiuto necessario a tale realizzazione;

- Mauro Zaccheo si impegnerà a seguire la regione Basilicata che, dopo il rinnovo del gruppo dirigente Cia, è impegnata a ricostruire anche l’Anp;

- Gaspare Bullaro continuerà a seguire l’evoluzione in Calabria anche se in quella regione occorrerà studiare un piano straordinario specie in alcune province in forte difficoltà.

- Walter Ferrari è stato delegato a seguire la gestione della Festa nazionale che si svolgerà nella regione dove risiede e quindi ha la possibilità di meglio gestirne la pianificazione.

 

torna al sommario

COMUNICATI


Frutta e ortaggi dalla Cina: più 250 per cento l’import in un anno. I mercati italiani invasi da mele, pere, agli, cipolle e pinoli

 

Dopo la “pummarola” made in China, è boom di altri prodotti alimentari provenienti dal paese asiatico. La Cia sottolinea  anche che nei prossimi mesi potrà verificarsi una massiccia importazione di vino cinese.

 

Negli ultimi dodici mesi è stata una vera invasione  di ortofrutta “made in China”. Le importazioni sono cresciute del 250 per cento e la tendenza sembra sempre più consolidarsi. Così i nostri mercati, oltre che di “pummarola”, sono pieni di mele, pere, agli, cipolle e pinoli provenienti dal grande paese asiatico. E ora spunta anche il vino cinese, le cui esportazioni ancora non si sono riversate in quantità massicce, ma nei prossimi mesi potrebbero assumere dimensioni rilevanti. Un grande afflusso di prodotti che rischia di aggravare la situazione di tantissimi produttori che già vendono a prezzi stracciati e hanno visto un costante calo dei consumi di ortofrutticoli. E’ quanto annunciato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori.

I nostri mercati ortofrutticoli -avverte la Cia- hanno visto in questi ultimi mesi una vera e propria “calata cinese” e non solo. Alla Cina si sono, infatti, affiancati paesi non tradizionali esportatori di frutta e verdura, come il Cile, l’Argentina, l’Uruguay, il Brasile, l’Africa del Sud. Così dobbiamo fare i conti con importazioni sempre più massicce di pomodori, cicorie, cipolle, zucchine, carciofi, kiwi, mele, pere, ciliegie, nocciole, mandorle. Tutti prodotti per i quali abbiamo mantenuto per anni la leadership non solo in Europa.

Ma la minaccia cinese incombe pericolosa. Si stima -sottolinea la Cia- che la Cina attualmente, tra l’altro, possieda, per la produzione di ortofrutta, circa 350.000 ettari di serre ed 850.000 ettari di coltivazioni protette, mentre è stato avviato e sostenuto lo sviluppo di liberi mercati all’ingrosso. Ci sono, inoltre, altri programmi che prevedono l’ammodernamento della rete infrastrutturale tra province, in modo da migliorare le possibilità di commercio tra aree produttive ed aree di consumo, queste ultime localizzate prevalentemente nel Nord.

Un altro comparto -sottolinea la Cia- che è destinato ad un futuro successo è la produzione vitivinicola cinese. Le prime avvisaglie già si sono avute, ma in autunno si potranno sentire i primi pesanti effetti delle importazioni di vino “made in China”.


Grandine, temporali e vento devastano le campagne. Distrutti ortaggi, frutta, oliveti e vigneti

 

La Cia segnala danni in quasi tutte le regioni per 200 milioni di euro. Gravi conseguenze anche per serre e stalle.

 

Grandine, temporali e vento devastano le campagne e provocano (i dati sono ancora molto provvisori) danni per oltre duecento milioni di euro. Colpite un po’ tutte le regioni con conseguenze per i frutteti (pesche, albicocche, susine), per gli ortaggi (pomodori, melanzane, zucchine, insalate), per i vigneti e oliveti, per i campi di meloni e di angurie. Anche le coltivazioni di grano e di mais hanno registrato pesanti perdite. Lo sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori che ha avviato un immediato monitoraggio nazionale.

Dalla Lombardia al Veneto, all’Emilia Romagna, dalla Toscana al Lazio, alla Puglia, alla Campania, l’improvvisa ondata di maltempo e il repentino abbassamento delle temperature -afferma la Cia- hanno messo in ginocchio molte aziende agricole che hanno subito danni anche alle strutture (in particolare stalle e serre). Gli effetti più rilevanti per le colture si sono avuti, tuttavia, a causa delle abbondanti e violente grandinate che hanno distrutto interi raccolti. Anche le piogge alluvionali hanno provocato allagamenti nei campi coltivati e numerosi smottamenti. Danni che si aggiungono a quelli registrati nelle scorse settimane in molte zone della Basilicata colpite da eccezionali avversità atmosferiche.

La Cia sollecita, quindi, gli organismi preposti ad una verifica tempestiva dei danni all’agricoltura e l’avvio delle procedure per venire incontro alle esigenze dei produttori colpiti dal maltempo.

 


“Parmesan”: importante la decisone Ue sulla Germania. Un deciso intervento contro i “pirati” di Dop e Igp

 

La Cia apprezza l’iniziativa della Commissione di Bruxelles che ha chiesto alla Corte di Giustizia di condannare Berlino per violazione dei regolamenti che disciplinano i prodotti ad origine protetta.

 

La decisione della Commissione Ue di chiedere alla Corte di Giustizia europea la condanna per la Germania a causa dell’immissione sul mercato di formaggio denominato “Parmesan” viene salutata con soddisfazione dalla Cia- Confederazione italiana agricoltori.

La richiesta della Commissione europea -afferma la Cia- è di grande importanza e tutela in maniera ferma la disciplina che regola i prodotti Dop (Denominazione origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta).

Per certi versi -sottolinea la Cia- la decisione dell’Esecutivo comunitario è innovativa in quanto non chiede alla Corte di Giustizia di condannare solo i produttori che operano al di fuori delle regole Ue, ma anche lo Stato membro, nel caso specifico la Germania.

La Cia ricorda che la sentenza del giugno 2002 -con la quale si sosteneva che il termine “Parmesan” è sinonimo di Parmigiano Reggiano e, quindi, in contrasto con il regolamento su Dop e Igp- è stata continuamente ignorata e bene ha fatto la Commissione Ue a procedere nella sua iniziativa.

D’altra parte, la nostra agricoltura tipica e di qualità, leader in Europa con 149 prodotti Dop e Igp, è -rileva la Cia- costantemente sottoposta all’assalto dell’agropirateria che, a livello mondiale, provoca ogni anno danni per 2, 5 miliardi ai nostri produttori.

Ora -conclude la Cia- l’intervento della Commissione, almeno nella Ue, costituisce un rilevante atto contro i “pirati” di Dop e Igp a salvaguardia della tipicità e qualità ad origine protetta.

 

torna al sommario

TERRITORIO


Avviato dalla Cia di Bari il progetto "Qualità grano duro"

 

La Cia di Bari ed il Consorzio produttori grano duro della Murgia, in collaborazione con l'Istituto sperimentale per la Cerealicoltura (Isc) di Foggia, hanno avviato il progetto di riqualificazione produttiva e tracciabilità per il grano duro della provincia di Bari. Il progetto, patrocinato dalla Camera di Commercio di Bari, prevede un investimento di oltre un milione e mezzo di euro in cinque anni ed impegna circa 14.000 ettari di superficie investita a grano duro distribuita tra i comuni di Altamura, Gravina, Minervino, Poggiorsini, Spinazzola e Santeramo.

La presentazione è avvenuta ad Altamura, in un incontro con i cerealicoltori al quale hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Camera di Commercio on. Antonio Laforgia, il direttore dell'Isc dott. Luigi Cattivelli, la presidente della Sezione Pastai Assindustria Bari dottoressa Margherita Mastromauro, l'assessore provinciale all'Agricoltura professoressa Anna Paladino.

La Cia ha presentato i dati della produzione barese basata su oltre 70.000 ettari di superficie a grano duro e che, quest'anno, ha superato i due milioni di quintali, quasi il 18 per cento dell'intera produzione pugliese che a sua volta rappresenta oltre il 28 per cento di quella italiana.

Il prezzo di vendita del prodotto è giunto alla cifra record -in ribasso- di 12-13 euro al quintale, del tutto insufficiente a recuperare i costi di produzione.

Nella sua introduzione il presidente provinciale della Cia di Bari, Francesco Caruso, ha rilevato che "le quotazioni del grano duro nazionale si collocano oramai al di sotto dei prezzi medi internazionali di ben 3-4 euro al quintale.  Fatto 100 l'indice dei prezzi al 1995, nel 2005 siamo a quota 66, con un abbattimento quindi del 40 per cento a fronte di costi di produzione inesorabilmente in crescita mediamente del 3-4 per cento annui. Ciò mette a grave rischio la stessa sopravvivenza della coltura che, unitamente alla piccola zootecnia, costituisce il nerbo del reddito agricolo nelle aree interne della provincia di Bari”.   

“La filiera grano-pasta-pane -ha aggiunto- è una risorsa importante per l'economia barese e l'industria della pasta alimentare, pur avendo subito una momentanea battuta di arresto nell'anno 2003 dei valori esportati prontamente recuperata nel 2004, è solida anche grazie alla tenuta dei consumi interni, a differenza di altri settori produttivi agroalimentari. Negli ultimi anni in particolare ha goduto di una considerevole riduzione del costo della materia prima ed ha potenziato di oltre il 50 per cento le sue capacità di lavorazione, quasi dimezzando il numero di stabilimenti. Non si capisce, quindi, il perché della contrazione dei prezzi del grano italiano che è comunque largamente insufficiente per il fabbisogno dell'industria molitoria e che a nostro parere è il vero elemento qualificante della produzione italiana di pasta".

Secondo Caruso, infatti, "sbaglia chi ritiene che le posizioni sui mercati internazionali siano sostenibili solo con la ‘italianità’ dei processi produttivi, per quanto abili e qualificati siano.    Essi, alla fin fine, sono pur sempre imitabili. Conquistare e mantenere fasce evolute di mercato vincendo la concorrenza basata sui bassi costi di produzione è possibile solo con il valore aggiunto fornito da una identificazione territoriale -questa sì che inimitabile-  garantita dalla provenienza della materia prima".

Se la presidente dei pastai Margherita Mastromauro ha ribadito che la crescita delle importazioni di grano estero deriva soprattutto dall'insufficienza qualitativa della produzione nostrana ed ha invitato i produttori a garantire omogeneità e coerenza nell'offerta, il presidente regionale della Cia Antonio Barile ha levato il dito contro le "importazioni facili" concesse dal ministero, spesso in concomitanza con l'avvio della fase di raccolta e stoccaggio del prodotto italiano.

Il vicepresidente del Consorzio produttori grano duro Giuseppe Creanza è intervenuto illustrando nei dettagli l'iniziativa, supportato dall'analisi tecnica e dai dati presentati dai responsabili dell'Istituto sperimentale. "Se il problema è di adeguare la qualità della materia prima ai nuovi avanzati processi produttivi industriali, allora l'impegno della filiera deve essere quello di salvaguardare la produzione nazionale trovando gli accordi per garantire le quantità e le qualità necessarie remunerandole adeguatamente ai produttori. Noi facciamo il primo passo con il progetto che stiamo realizzando con l'aiuto della Camera di Commercio e la partecipazione di enti di ricerca e sperimentazione qualificati, investendo -in quanto produttori- per un miglioramento dei rapporti interni alla filiera: varietà controllate, tracciabilità del prodotto, qualità monitorata fino allo stoccaggio differenziato e garanzia dell'offerta, con un occhio particolare anche alla filiera grano-pane che può vantare un impulso straordinario con la Dop del pane di Altamura.Ci aspettiamo passi avanti anche da quelli che più che definire controparti riteniamo i nostri partner di filiera: molitori, pastai e panificatori".

Sul tema del confronto e delle alleanze è intervenuto deciso il presidente della Camera di Commercio, Antonio Laforgia, il quale ha ribadito il concetto che "le Camere sono oggi istituzioni che fanno proprio delle alleanze -della fatica delle alleanze- il metodo e il contenuto della loro attività quotidiana per lo sviluppo del territorio, spingendo a 'fare insieme' su obbiettivi specifici per passare dalla competitività individuale alla competitività di sistema, coinvolgendo in questo anche le istituzioni pubbliche che devono lavorare a vere e proprie politiche di sviluppo a favore delle imprese e del tessuto economico della nostra comunità".

Chiamata in causa, l'assessore Anna Paladino ha assicurato l'impegno della Provincia ad affrontare, in un rinnovato quadro di riferimento regionale, i temi delle infrastrutture e dei servizi logistici, dei costi energetici e dei costi creditizi, della ricerca e della sperimentazione, della promozione e valorizzazione della qualità delle produzioni agroalimentari. In conclusione, le richieste alla Regione avanzate a nome dei cerealicoltori dal presidente Antonio Barile: utilizzare le risorse derivanti dalla modulazione degli aiuti e dalla gestione relativa all'art.69 del regolamento comunitario per premiare i comportamenti imprenditoriali virtuosi e mirati alle produzioni di qualità e all'organizzazione dell'offerta della materia prima.Incentivare, ad esempio, contratti di coltivazione concordati a livello di interprofessione e le forme associate di offerta, investendo anche nel necessario ammodernamento delle strutture collettive di stoccaggio.


Cia di Ascoli: chiarezza sui prezzi dal campo alla tavola

 

La Cia di Ascoli valuta positivamente l'iniziativa dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che ha deliberato l'avvio di un’indagine conoscitiva sui prezzi nel settore della distribuzione agroalimentare. Si tratta di un intervento opportuno considerando che le quotazioni al consumo degli ortaggi continuano a lievitare in maniera smodata: in particolare, negli ultimi due mesi, si è riscontrato un aumento dell'11,5 per cento e il nuovo provvedimento appare utile per stroncare possibili manovre speculative e dare trasparenza al mercato.

La Cia di Ascoli ha infatti denunciato che anche i produttori agricoli della provincia vendono a prezzi sempre più stracciati. Nella filiera, però, i rincari sono ingiustificati. Basti prendere come esempio il prezzo delle ciliegie che, secondo le quotazioni della Borsa merci di San Benedetto, quest’anno hanno subito addirittura un calo alla produzione rispetto al 2004 di circa un euro (2 euro secondo le quotazioni dello scorso 27 maggio contro i 3 euro dello stesso periodo del 2004), aumentando però in maniera spropositata nella vendita al dettaglio.  La frutta e le verdure sono, quindi, diventati quasi “beni di lusso” e, di conseguenza, ne vengono drasticamente ridotti i consumi. Il consumatore medio non guarda più alla qualità del prodotto, ma unicamente al prezzo acquistando, purtroppo, prodotti che provengono nella stragrande maggioranza dall’estero e penalizzando l’acquisto dei prodotti tipici.

La Cia di Ascoli ritiene pertanto opportuna un’analisi delle differenti soluzioni organizzative adottate per la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli e delle condizioni idonee ad indebolire la tensione competitiva tra gli operatori che si confrontano nelle diverse fasi distributive che si ripercuote sui consumatori e sulle imprese. ''Abbiamo accolto molto positivamente -commenta Tonino Cioccolanti, presidente della Cia di Ascoli- la decisione dell'Antitrust di avviare un'indagine che permetterà di comprendere tutte le motivazioni che hanno determinato i rincari di frutta e verdura che si sono registrati soprattutto negli ultimi due anni. Auspichiamo, dunque, che si faccia massima trasparenza nei numerosi passaggi dai campi alla tavola, tenendo conto che i listini al consumo per il complessivo comparto dell'ortofrutta hanno fatto registrare in media, negli ultimi due anni, un aumento del 35-40 per cento”.

In questo contesto, sempre più incerto, assume ancora più importanza l’iniziativa della Cia relativa alla  Petizione popolare per l’istituzione di una norma che preveda il doppio prezzo al dettaglio (origine e finale). Per questo motivo la Cia di Ascoli invita tutti i cittadini a recarsi presso gli uffici della Confederazione o presso i Comuni a firmare.

 

 


La Cia di Alessandria contraria all’ampliamento della zona di produzione del Brachetto

 

Il Consorzio di Tutela del Brachetto d’Acqui ha ufficializzato la proposta d’ampliamento della zona di produzione agli altri 62 comuni che oggi possono produrre esclusivamente il Brachetto Piemonte. Secondo il Consorzio, ciò potrebbe essere compiuto attraverso l’inglobamento dei 225 ettari di Brachetto Piemonte nella Docg dell’Acqui.

La Cia di Alessandria ha ripetuto la sua contrarietà al progetto del Consorzio, “I dubbi ­-ha fatto rilevare il vicepresidente Carlo Ricagni- su questa scelta riguardano la perdita di forza e d’identità di un territorio che ha fortemente investito su questo vitigno: non possiamo dimenticare che il Brachetto d’Acqui è un patrimonio del territorio, di questi 26 Comuni, e che è una ricchezza economica per i suoi produttori”.

Nella provincia alessandrina i vigneti di Brachetto d’Acqui hanno i più alti valori fondiari, essendo quotati tra i 90.000 ed i 100.000 euro all’ettaro, e le uve prodotte determinano il maggiore reddito ad ettaro per chi produce le uve.

Questo è un patrimonio nella viticoltura di Alessandra. Sarà ancora così quando si estenderà la zona di produzione? Troppe, a giudizio della Cia provinciale, sono le condizioni che debbono affermarsi congiuntamente affinché la procedura prevista dal Consorzio possa giungere a compimento; in ogni modo Ricagni ha ricordato nel suo intervento che “ognuno deve svolgere il proprio ruolo, il Consorzio di Tutela e le Cantine Sociali hanno certamente una funzione economica rilevante nel comparto del Brachetto, per questo la Cia pone attenzione alle loro proposte anche quando non è d’accordo”.

I produttori associati alla Cia, più volte riuniti per discutere dell’argomento, hanno ripetuto la contrarietà all’allargamento della zona, e chiedono un ampio e trasparente dibattito su questa proposta, perché, non dobbiamo dimenticare, che ad un eventuale errore non si potrà più porre rimedio.    

 


La Cia Marche sulla decisione di riformare la struttura organizzativa regionale

 

la Cia delle Marche commenta favorevolmente la volontà  espressa dal nuovo presidente della Giunta regionale Gian Mario Spacca  di riformare la struttura organizzativa regionale. "La confederazione - sottolinea il vicepresidente regionale Nevio Lavagnoli- non conosce nel merito le operazioni cui sta mettendo mano il governatore Spacca, essendone informata solamente dagli organi di informazione. Nè può parlare per quelli che saranno i risultati. Tuttavia, apprezziamo ed è significativo, secondo noi, che questo problema sia stato preso di petto dal nuovo esecutivo".

A questo punto, per la Cia marche, è importante continuare il lavoro nell'ottica di una costruttiva concertazione. "Chiediamo -conclude Lavagnoli- di essere ascoltati circa le riforme che incideranno sull'assessorato all'Agricoltura. Siamo certi che questo sia un affare non solo riservato ai sindacati, ma che coinvolge la società in generale e anche tutti i soggetti che ne verranno toccati in primis. Ci sono anche le organizzazioni agricole che devono collaborare attivamente con la Regione nella definizione delle questioni più stringenti. Come Cia abbiamo anche noi le nostre proposte da far ascoltare".

 

torna al sommario

APPUNTAMENTI


Il 22 giugno a Roma l’ottava Assemblea nazionale di Turismo Verde

 

Si terrà il prossimo 22 giugno a Roma presso l’azienda agricola Co.Br.Ag.Or. (via G. Barellai, 60) l’ottava Assemblea nazionale di Turismo Verde con la partecipazione del presidente nazionale della Cia, Giuseppe Politi, che concluderà i lavori. L’assemblea sarà presieduta da Carla Donnini, responsabile Cia dell’Area Territorio e Sviluppo locale. Dopo il saluto di Massimo Biagetti, presidente della Cia di Roma, e di Paolo Ramundo, presidente dell’azienda Co.Br.Ag.Or., sarà Andrea Negri, presidente nazionale di Turismo Terde, a tenere la relazione introduttiva.

E’ prevista la partecipazione dell’on. Giacomo De Ghislanzoni Cardoli, presidente della Commissione agricoltura della Camera dei deputati e di Daniela Valentini, assessore all’Agricoltura della Regione Lazio.


“Per Borghi & Fattorie”, assaggi e paesaggi delle campagne umbre da domani al 26 giugno

 

Da domani  9 giugno   al 26 giugno  l’Umbria, terra ricca di tradizioni legate alla sua storia millenaria, alla sua conformazione fisica, al suo territorio fatto di monti e piccole valli, apre le porte della sua qualificata offerta turistica rurale per la prima edizione della  manifestazione “Per Borghi & Fattorie”.

L’iniziativa -promossa dalle associazioni agrituristiche dell’Umbria (Agriturist, Terra Nostra e Turismo Verde) di comune accordo con la Regione, la Provincia di Terni, la Camera di Commercio di Perugia e organizzata in collaborazione con le associazioni del commercio e dell’artigianato- coinvolge complessivamente circa cento strutture di turismo rurale tra cui prevalgono gli agriturismi.

Andando “Per Borghi & Fattorie” sarà possibile fare un percorso suggestivo alla scoperta e riscoperta di una regione che si fonde in un’unica opera d’arte, ricoperta com’è di chiese, cattedrali e abbazie che ospitano quadri, affreschi, oggetti di rara bellezza, torri e fortezze, tutto abbracciato da argentei olivi.

L’evento ha, quindi, l’ambizioso obiettivo di promuovere e valorizzare la variegata e qualificata offerta di turismo rurale del “Cuore Verde d’Italia” con tutto ciò che essa esprime sia sul piano culturale, ricreativo, sportivo che in termini di produzioni agro-alimentari e artigianali tipiche.

Per rendere più facile la scelta di cosa acquistare, degustare e fare, le aziende sono state raggruppate nei seguenti 4 itinerari: la dispensa dei prodotti tipici, l’Umbria da gustare, Sapori d’Umbria e Sentieri d’Umbria.

L'Assessorato ai beni e alle attività culturali della Regione Umbria ha aderito all'iniziativa, invitando i musei locali ad un diretto coinvolgimento nel periodo della manifestazione, con l'offerta ai visitatori e agli ospiti di "Per borghi e fattorie" di facilitazioni nel biglietto d'ingresso, visite guidate, itinerari e altre forme di animazione.

L'assessore Silvano Rometti ha sottolineato come l'integrazione dei musei  locali negli eventi promozionali del mondo agrituristico e rurale dell'Umbria possa contribuire ad un migliore apprezzamento del territorio e a fornire ulteriori motivazioni di visita e permanenza nelle località interessate dall'iniziativa.

Le aziende saranno, infine, impreziosite dalla presenza di prodotti dell’artigianato artistico umbro (ceramiche, tessuti, ferro battuto, cotto), e per gli ospiti saranno organizzate visite guidate nei laboratori di produzione.

 

 

torna al sommario