| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
|
Direttore responsabile: Alfredo Bernardini. Direzione, Redazione, Amministrazione via Mariano Fortuny 20, 00196 Roma. Tel. 06/326871, Fax 06/3226674, e-mail NuovaAgricoltura@cia.it |
| Anno 46 - n. 66 | 7 aprile 2004 |
|
||||||||
|
Il minimaster “Formare attivando il cambiamento”, promosso e organizzato dal patronato Inac, si è concluso venerdì scorso 2 aprile con una giornata di lavoro che si è tenuta a Roma, presso il Centro Congressi Frentani. All’incontro hanno partecipato numerosi presidenti provinciali e regionali della Cia e direttori Inac. I lavori sono stati aperti da un’introduzione del presidente dell’Inac Alberto Giombetti che si è soffermato sul tema relativo al nuovo patronato. Sono seguiti gli interventi di Pietro Torresan, partner consulenza, che ha parlato sulla nuova cultura del direttore Inac, di Corrado Franci, direttore generale Inac, che ha illustrato i risultati e le finalità del minimaster, e di Enrico Vacirca, presidente del Cipat nazionale, che ha soffermato l’attenzione sul ruolo della formazione. Con l’intervento del presidente nazionale della Cia Massimo Pacetti, che ha sottolineato, tra l’altro, la rilevanza che assumono in iniziative come quella del minimaster “Formare attivando il cambiamento” e con la consegna degli attestati ai partecipanti al minimaster, si sono conclusi i lavori della giornata.
Secondo un’indagine della Cia, si consumeranno più di 350 milioni di uova e ci saranno acquisti per 400 milioni di euro per vini e spumanti. In più di 150 mila trascorreranno le prossime feste in agriturismo. Gli italiani mangeranno “tipico” anche a Pasqua e Pasquetta. Secondo un’indagine condotta dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori, si stima che per imbandire le nostre tavole spenderemo per le prossime feste circa un miliardo di euro per l’acquisto di prodotti tipici e circa 400 milioni di euro per vini e spumanti. La scelta del prodotto tipico e di qualità viene confermata anche dall’affluenza nelle aziende agrituristiche che, secondo la Cia e Turismo Verde, già registrano il tutto esaurito per il prossimo fine settimane. Saranno, quindi, più di 150 mila gli italiani che trascorreranno alcuni giorni di relax a contatto con la natura e con la spenderanno per le loro vacanze in campagna una cifra superiore ai 70 milioni di euro. Sempre secondo l’indagine della Cia, gli italiani ripartiranno così le loro spese per i prodotti tipici: 250 milioni di euro per i formaggi, 300 milioni di euro per i salumi, gli insaccati e agnelli, 150 milioni di euro per ortofrutticoli (in particolare, carciofi, asparagi, radicchio) e per i legumi, 300 milioni di euro per l’olio d’oliva. Da non dimenticare le nuova che durante questa settimana santa se ne consumeranno più di 350 milioni soprattutto per fare i classici dolci pasquali, per una spesa complessiva di 50 milioni di euro. Anche per le festività di Pasqua si rafforza, quindi, l’attenzione verso le produzioni tipiche e di qualità. La scelta alimentare, secondo l’analisi della Cia, è oggi sempre più mirata. Si guarda con più attenzione alle caratteristiche del prodotto. Sulle tavole imbandite e nelle “scampagnate” per le cosiddette gite “fuori porta” del giorno di Pasquetta i prodotti tipici faranno, dunque, la parte del leone. Si va dal prosciutto di Parma a quello di San Daniele, dal culatello di Zibello al capocollo, alla soppressata di Calabria, dallo speck dell’Alto Adige al Lardo d’Arna della Val d’Aosta, dal gorgonzola al Parmigiano Reggiano, al Grana Padano, al Pecorino Romano e Sardo, dalla mozzarella di bufala campana al caciocavallo Silano, al carciofo romanesco, al radicchio rosso di Treviso, all’asparago bianco di Cimadolmo, dall’olio di oliva di Brisighella a quelli di Canino, del Cilento della Riviera Ligure, della Sabina, dell’Umbria e delle Valli Trapanasi, al pane casereccio di Genzano e alla pizza al formaggio di Terni. I prodotti tipici -fa notare la Cia- costituiscono ormai un patrimonio economico notevole. Rappresentano più del 10 per cento della produzione agricola italiana, realizzano un giro d’affari annuo complessivo che tocca i 9 miliardi di euro e danno lavoro, tra attività dirette e indotto, a più di 300 mila persone. La Cia-Confederazione italiana agricoltori ha costituito un gruppo di coordinamento per fronteggiare i gravi problemi provocati dalla “Blue tongue”. Tale decisione è stata presa in conseguenza alla situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti che si sono succeduti per l’eradicazione del morbo, che continua a comportare danni e grandi difficoltà agli allevatori, soprattutto del centro-nord del Paese. La Cia fa notare che attualmente sussistono pesanti rischi di ulteriori ritardi nella possibilità di movimentazione del bestiame e di risarcimento dei danni subiti dai produttori. Il gruppo di coordinamento della Cia, che si riunirà nei prossimi giorni, ha l’obiettivo di valutare le azioni da proporre a livello nazionale e territoriale per cercare di superare i problemi e venire incontro alle esigenze degli allevatori. La Cia-Confederazione italiana agricoltori esprime apprezzamento per l’avvertimento rivolto dalla Commissione Ue alla Germania affinché si ponga fine all’utilizzo improprio del termine “Parmesan” e venga così applicata la piena protezione prevista dalla legislazione europea per la denominazione d’origine “Parmigiano Reggiano” all’interno del suo territorio. E’ una decisione che viene accolta con soddisfazione della Cia in quanto molte imprese tedesche continuano ad utilizzare il termine “Parmesan” provocando grande confusione e danneggiando l’immagine del pregiato formaggio italiano. L’avvertimento della Commissione Ue -sottolinea la Cia- risponde ad un’azione tesa a contrastare tutte le contraffazioni e le imitazioni che sia a livello europeo che internazionale pongono gravi problemi alle produzioni tipiche e di qualità come il Parmigiano Reggiano. La Cia fa notare, inoltre, che proprio le produzioni tipiche italiane sono quelle che più delle altre subiscono l’indiscriminato attacco dell’agropirateria, che costa ogni anno alla nostra agricoltura un danno di oltre 2 miliardi di euro.
Il presidente della Commissione Ue parla del futuro dell’Europa sulla rivista “Humus” della Cia-Confederazione italiana agricoltori. “Tutti gli stati membri -quelli vecchi, quelli nuovi e quelli futuri- devono sviluppare un ‘riflesso europeo’ in grado di guidare la loro azione sulla scena mondiale. Altrimenti resteremo ancora per molti anni un gigante economico e un nano politico nel mondo”. E’ quanto afferma il presidente della Commissione Ue Romano Prodi, in un articolo sulla rivista della Cia-Confederazione italiana agricoltori “Humus”, che affronta, nel suo prossimo numero, i temi dell’Europa, del suo futuro, delle radici culturali che la legano, della Costituzione e l’allargamento. “Se l’Unione vuole conquistare il ruolo che le spetta sulla scena internazionale -sostiene Prodi- è assolutamente indispensabile definire un’identità comune, trovare gli strumenti operativi adeguati e parlare con una voce sola nel mondo. Non possiamo nasconderci le divisioni, anche profonde, che hanno attraversato l’Unione nel recente passato, soprattutto sulla questione dell’intervento militare in Iraq. Queste divisioni rischiano di rallentare la marcia verso l’integrazione”. “Nutro la speranza -continua il presidente della Commissione Ue nel suo articolo- che la presidenza irlandese riesca a trovare un compromesso alto e che tutti i governi rappresentati nel Consiglio europeo lo possano usare per rilanciare il loro impegno verso l’Europa. Quello del Trattato costituzionale è un passaggio cruciale nel nostro processo di integrazione, perché l’unità europea è l’unica strada che abbiamo per affermare e accrescere la nostra influenza e la nostra autonomia nel mondo”. Sullo stesso numero della rivista “Humus” interviene anche il ministro delle Politiche comunitarie Rocco Buttiglione il quale sottolinea che “l’Italia durante il suo semestre di presidenza ha fatto un buon lavoro, si è arrivati ad un passo dall’intesa. Su un gran numero di temi tutti i 25 paesi si sono trovati d’accordo, mentre 23 su 25 non hanno trovato un’intesa sul sistema di voto. La cosa più importante, ora, è che il lavoro fatto non vada disperso”. “Humus” ospita, tra gli altri, interventi di Vincenzo Lavarra, parlamentare europeo, e di esperti economici e finanziari.
Dieci anni fa nasceva Agriform Reggio Emilia, con l’obiettivo (che si traduceva in uno slogan) di essere “uno strumento per crescere e far crescere”. In effetti, in dieci anni l’ente che si occupa di formazione in agricoltura ed ambiente ha fatto parecchia strada, com’è stato detto ed espresso in numeri stamattina nel ricordare l’anniversario, in un convegno al Centro Fiera di Mancasale: 450 corsi, 12 mila utenti, 850 mila ore di formazione è il bilancio dell’attività. Fondatori e soci di Agriform sono tutte le rappresentanze dell’agricoltura reggiana: Cia, Coldiretti, Unione agricoltori, Unione coltivatori Cisl, i settori agricoli di Legacoop e Unioncoop per il tramite dei rispettivi enti regionali di formazione. Al convegno sono intervenuti, il presidente di Agriform Carlo Fornili, il direttore Carlo Favi, gli assessori provinciali al Sapere Raffaele Leoni ed all’Agricoltura Marco Prandi, Armando Sacchetti dell’assessorato al Sapere, Carla Cavallini, del Carrefour europeo Emilia, Emiro Endrighi, dell’Università di Modena e Reggio. Punti di forza nell’attività di Agriform sono stati indicati in particolare nell’elevato numero di giovani imprenditori che hanno nell’ente un punto di riferimento costante e le molte collaborazioni, dagli Enti pubblici a scuole e università, fino agli scambi internazionali. Per il futuro ci si propone di rafforzare strutture e risorse umane, per continuare a “crescere e far crescere”.
L’agricoltura consuma mediamente il 60 per cento delle risorse idriche, ma nel predisporre i piani di bacino propedeutici alla gestione degli Ato idrici, non sono state tenute in considerazione le esigenze odierne e quelle future dell’agricoltura. “Non sono state sentite né le organizzazioni di categoria, né i Consorzi di Bonifica: non capiamo come i fabbisogni di acqua irrigua, ma anche quelli di acqua potabile necessaria alle aziende zootecniche, possano essere soddisfatte nella gestione degli Ato se le necessità non sono state seriamente prese in considerazione nei piani di bacino idrografico”, ha denunciato Carmelo Gurrieri, presidente regionale della Cia che a Palermo nei saloni di Villa Malfitano ieri mattina ha organizzato il convegno su “Le prospettive dell’agricoltura irrigua tra privatizzazione dei grandi sistemi idrici e gestione degli Ato acqua”. Il convegno, presieduto dal vicepresidente della Cia Sicilia, Carmelo Travaglia, ha visto gli interventi di Rosario Mazzola, della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, Maurizio Milone, dell’Ufficio di segreteria dell’Anci, e dell’assessore regionale all’Agricoltura, Giuseppe Castiglione. Anche sui Consorzi di Bonifica, Gurrieri è stato critico: “Oggi neanche i Consorzi di Bonifica possono realmente rappresentare gli interessi degli agricoltori perché sono gestiti da oltre un decennio da commissari che si limitano alla gestione dell’ordinarietà, eppure da anni la Cia, insieme alle altre organizzazioni professionali agricole ha chiesto che, dopo regolari elezioni, gli agricoltori potessero tornare ad amministrare queste istituzioni”. Dall’assessore Castiglione è arrivato l’annuncio che un gruppo di lavoro sta lavorando per definire una nuova legge regionale sui Consorzi di bonifica che tenga conto delle più moderne normative nazionali ed europee sulla gestione delle acque e la difesa del suolo. Secondo la Cia, l’acqua rappresenta il principale fattore di produzione e di sviluppo per il settore agricolo, ma diventa addirittura determinante per le produzioni di qualità e indispensabile per la salvaguardia del territorio e la tutela delle risorse naturali, ciò si potrà realizzare se verrà assicurata una adeguata disponibilità idrica da destinare all’irrigazione e la certezza delle forniture senza la quale è impossibile programmare gli ordinamenti colturali delle aziende. La preoccupazione della Cia è che nella grande querelle della gestione degli Ato idrici e della privatizzazione dei grandi sistemi idrici gli interessi dell’agricoltura possano diventare marginali.
La Cia d'Abruzzo non si è unita al coro festoso che ha salutato l'approvazione della legge regionale "disposizioni urgenti in materia di zootecnia - sospensione della profilassi lingua blu e deroga al divieto di movimentazione". Per Domenico Falcone, presidente regionale della Cia, l'esultanza è immotivata in quanto la legge in questione non ha i presupposti giuridici perché trattasi di intervento in materia di "legislazione esclusiva statale e, precisamente, di profilassi internazionale". La Cia d'Abruzzo esprime il proprio sconcerto nel dover supporre che un intero Consiglio regionale non abbia cognizione delle proprie competenze e dei possibili ambiti di intervento o, pur avendo queste conoscenze, adotti un provvedimento che crea momentanea illusione per, poi, far ripiombare la situazione al punto di partenza. In questo caso, per la Cia d'Abruzzo, allo sconcerto subentra l'indignazione. Per quanto riguarda la competenza legislativa, illuminanti dovrebbero essere stati i recenti ricorsi proposti da alcune regioni, in alternativa a propri provvedimenti legislativi e, più di tutte, la sentenza N° 12 del 13 gennaio 2004 della Corte Costituzionale che al riguardo, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalle Regioni Marche, Toscana ed Umbria, attribuisce la competenza allo Stato. In Abruzzo è stata invece scelta, per il presidente della Cia regionale, la posizione "populista, ingannevole e dannosa". Essendo, tra l'altro, il contenuto della recente legge regionale in stridente contrasto con l'Ordinanza interministeriale, Salute e Politiche Agricole, del 2 aprile scorso sulla “Blue tongue”, la Cia d'Abruzzo, al fine di eliminare gli elementi contraddittori che creano confusione tra gli allevatori, ha chiesto al governo regionale una doverosa sollecita pronuncia, chiara ed inequivocabile, da parte degli organismi regionali competenti. Tale atto, secondo il presidente Falcone, rappresenta un'esigenza inderogabile per fornire indicazioni comportamentali certe ed uniformi sul territorio regionale e per evitare, quindi, dannose interpretazioni che aggraverebbero ulteriormente il già pesante stato di disagio degli allevatori.
|
|
|
|
|