| Agenzia di informazione della Confederazione italiana agricoltori | |
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| Anno 54 - n. 23 | 2 febbraio 2012 |
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La neve caduta in questi giorni sul Piemonte consente di ripristinare le scorte idriche in montagna, nei terreni e negli invasi che erano a livelli minimi dopo un 2011 straordinariamente asciutto e un inizio anno senza precipitazioni. Le abbondanti nevicate, però, insieme all’ondata di gelo siberiano, hanno reso impraticabili molte strade rurali e interpoderali, particolarmente in collina e in montagna, rendendo difficoltosi gli spostamenti di merci e gli approvvigionamenti aziendali. Anche la viabilità generale della regione è a rischio. La morsa del gelo sta mandando in tilt i trasporti e quindi la logistica. Ciò rende problematica la corretta distribuzione degli alimentari, particolarmente di quelli freschi, come gli ortofrutticoli e il latte. Gli agricoltori associati alla Cia sono in queste ore impegnati su tutto il territorio regionale sia per rimuovere la neve da strade provinciali e comunali, sia per spargere il sale per scongiurare la formazione di ghiaccio. La Cia si appella anche a tutti quei produttori che, pur non svolgendo queste attività abitualmente, sono comunque attrezzati, affinché si rendano disponibili per offrire il loro supporto alle amministrazioni comunali di mezzi ed esperienza maturata nella manutenzione e nella tutela di terreni e strade. Il gelo non solo rende difficoltosi gli spostamenti delle persone e delle merci, ma è anche un terribile nemico dei frutteti. Gran parte delle piante sono fortunatamente ancora “ferme”, ma alcune si sono già "mosse" a causa del caldo fuori stagione dei primi venti giorni di gennaio. Soprattutto albicocche e kiwi. Il gelo, infatti, potrebbe comportare danni alle gemme. L'arrivo del freddo ha fatto crescere anche il ricorso al riscaldamento delle strutture serricole e ciò sta determinando un forte incremento di consumi di carburante. La voce “energia”, già in salita costante in quest’ultimo anno, sta diventando insostenibile. Per molte aziende esiste il fondato pericolo di uscire dal mercato. E’ indispensabile, come ha proposto la Cia, la rapida reintroduzione del “bonus gasolio”, senza il quale le aziende italiane difficilmente possono ritornare a essere competitive sui mercati internazionali.
La nuova Imu può avere effetti disastrosi per il settore agricolo. La Cia e la Confagricoltura provinciali hanno incontrato i rappresentanti delle amministrazioni locali, oltre che diversi esponenti del mondo della politica, per sensibilizzarli ai gravi problemi che il comparto dovrà affrontare, anche a causa delle pesanti misure del governo Monti. Le due organizzazioni professionali si sono confrontati con il viceprefetto vicario dr. Vito Cusumano, la senatrice Leddi, il dr. Riccardo Lombardi in rappresentanza della senatrice Boldi, gli on. Fiorio, Stradella e Lovelli, il vicepresidente della regione Cavallera, i consiglieri regionali Botta e Muliere, per la provincia il presidente Filippi, il Vicepresidente Rossa, e l’assessore all’Agricoltura Rava, numerosi sindaci e assessori comunali. A fronte delle proiezioni presentate dalle associazioni agricole, in cui si è evidenziato il pesante aggravio fiscale derivante dalla manovra che, in alcuni casi, rischia di far chiudere le aziende, i politici presenti hanno assicurato il loro impegno per interventi correttivi, purché le condizioni di bilancio lo consentano. La folta delegazione agricola era guidata per Confagricoltura dal presidente Paolo Coscia e dal direttore Valter Parodi, per la Cia dal presidente Carlo Ricagni e dal direttore Giuseppe Botto. Ai politici e rappresentati delle istituzioni è stato consegnato un documento: “l'Imu, la nuova imposta municipale unica, colpirà direttamente gli agricoltori e il prezzo da pagare sarà salato, il governo Monti ha deciso di intervenire con la scure anche sul settore agricolo, in particolare per quanto riguarda la tassazione sui beni immobili delle aziende agricole. I fondi agricoli e i fabbricati rurali sono strumenti di lavoro, con l'introduzione della nuova imposta municipale non sarà la proprietà a essere tassata, ma la produzione. Il governo Monti ha così volutamente ignorato due consolidati principi, l'uno tributario e l'altro economico. Varie sentenze hanno sancito che gli edifici, in quanto strumentali all'attività fondiaria, sono già tassati allorquando vengono pagate le imposte (Irpef e Ici) sui terreni. L'introduzione dell'Imu sui fabbricati rurali rappresenta quindi una doppia tassazione. L'agricoltura è poi un settore notoriamente ad alta patrimonializzazione ma a bassa redditività, ovvero serve un alto capitale in immobili per produrre un piccolo reddito. E' quindi chiaro che spostare l'imposizione dal reddito al patrimonio, così come nei progetti del governo Monti, rappresenta un grave danno per l'agricoltura senza sostanziali correttivi all'intero sistema fiscale e contributivo del comparto. L'aliquota di base dell’imposta è pari allo 0,76 per cento. I comuni con deliberazione del consiglio comunale, possono modificare, in aumento o in diminuzione, l’aliquota di base sino a 0,3 punti percentuali. Per i fabbricati iscritti in catasto, il valore è costituito da quello ottenuto applicando all'ammontare delle rendite risultanti in catasto rivalutato del 5 per cento, i seguenti moltiplicatori: - 160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10; - 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D; L’aliquota è ridotta allo 0,4 per cento per l’abitazione principale e per le relative pertinenze. I comuni possono modificare, in aumento o in diminuzione, questa aliquota fino a 0,2 punti percentuali. L’aliquota è ridotta allo 0,2 per cento per i fabbricati rurali a uso strumentale. I comuni possono ridurre l’aliquota fino allo 0,1 per cento. Per i terreni agricoli, il valore è costituito da quello ottenuto applicando all'ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, rivalutato del 25 per cento, un moltiplicatore pari a 130 ridotto a 110 per i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali. Questa riforma fiscale conferisce, quindi, alle amministrazioni comunali la facoltà di dimezzare l'aliquota prevista per i fabbricati rurali e di ridurre sensibilmente l'aliquota prevista per i terreni agricoli. Nelle loro mani è stata messa una buona fetta del destino dell'agricoltura del loro territorio. Non stiamo chiedendo di essere esentati; stiamo chiedendo un atto di buonsenso in difesa di tutto ciò che l'agricoltura rappresenta e produce per il nostro territorio. L'agroalimentare, primo settore produttivo italiano di cui il sistema agricolo è base, corre il pericolo di collassare. Il rischio tangibile è che molte aziende siano costrette a chiudere non solo per i costi insostenibili, ma anche per i vincoli imposti dalla burocrazia che ogni anno ruba un centinaio di giornate lavorative. Evidenziamo che l’Imu, la rivalutazione degli estimi catastali, l'aumento delle accise sui carburanti e la rideterminazione degli oneri previdenziali si sommano ai tradizionali problemi del settore: la diminuzione dei consumi di beni alimentari, i gravosi oneri burocratici, i bassi prezzi alla produzione, le difficoltà di accesso al credito, i rapporti conflittuali con l'industria di trasformazione e la grande distribuzione organizzata, l'inadeguatezza delle infrastrutture. In questo modo si tolgono stimoli ai giovani che si vedono costretti ad abbandonare il settore perché non redditizio. Ma non avere più imprenditori agricoli significa non supportare più i nostri prodotti tipici, non poter più puntare sul “made in Italy” alimentare, non avere più figure che con il loro operato rappresentano anche una salvaguardia in merito alla tutela del territorio. Per salvare l’Italia, non si può far morire l’agricoltura. Tutti gli indicatori dicono che il settore dell'agricoltura a livello globale sarà il vero grande business del terzo millennio e per questa ragione chiediamo alla politica e al governo di ogni livello di mettere in agenda anche il mondo agricolo. Vogliamo richiamare alla stessa sensibilità tutti i primi cittadini perché non è possibile trattare un bene che produce reddito attraverso la sua coltivazione alla stregua di un bene che viene acquisito per intenti speculativi da parte di soggetti terzi rispetto al mondo agricolo. L'intervento presso le amministrazioni pubbliche è volto a scongiurare la scomparsa di un tessuto di imprese che crea occupazione, garantisce l'equilibrio idrogeologico e produce quella tipicità che rende unico l'agroalimentare del nostro paese. Il mondo agricolo non chiede particolari favori e vuole dare il suo contributo al paese, ma i sacrifici devono essere equi e sostenibili. Per senso di responsabilità abbiamo scelto di non manifestare in piazza ma la manovra approvata dal governo riserva forti iniquità al settore primario che devono essere corrette. Chiediamo al governo di valutare nuovamente le stime di impatto dell'imposta per eventuali sue correzioni, avendo riguardo alle diverse funzioni degli immobili rurali. Infine Confagricoltura e CIA ribadiscono il loro costante impegno per una completa unità del mondo agricolo, che non si è potuta concretizzare in questa occasione.”
Se non si rivede la fiscalità in agricoltura, se non si dà concretezza a un programma regionale di compensazione su carburanti, acqua ed energia, l’agricoltura lucana -e quella del Metapontino in particolare- è destinata a un forte arretramento. E’ quanto emerso in un'affollatissima assemblea di agricoltori del Metapontino promossa dalla Cia Basilicata a Policoro presso il Centro giovanile “Padre Minozzi”, a cui hanno preso parte i dirigenti locali, il presidente della Cia del Materano Nicola Serio e il direttore della Cia regionale Luciano Sileo. L’Imu sui fabbricati rurali e sui terreni agricoli, l’inarrestabile crescita dei costi di produzione, l’incremento delle accise e l’esponenziale crescita del costo dei carburanti, il costo dell’acqua e l’aumento degli oneri contributivi e previdenziali rischiano di far sprofondare in una drammatica e irreversibile crisi anche l’agricoltura più avanzata della nostra regione. A questa situazione, ha sottolineato Sileo, “è da aggiungere una specificità tutta lucana. Infatti in Basilicata, regione molto ricca di buona acqua e che ‘galleggia sul petrolio’, gli agricoltori pagano l’oro blu più dei loro colleghi di altri territori e gli stessi carburanti hanno un costo superiore dai 5 ai 10 centesimi rispetto ad altre realtà regionali”. La competizione va bene e non spaventa l’agricoltura, le imprese e l’economia lucana, purché sulla “linea di partenza” tutti i competitor siano allineati. Ma se qualcuno parte con 10 metri di vantaggio, è molto probabile -ha commentato Sileo- che risulterà vittorioso! E’ chiaro che se un'azienda agricola lucana paga il gasolio 10 cent in più, la competizione si risolverà in un “vincere facile” a favore di altri! La Cia Basilicata ha promosso una campagna di assemblee aperte in tutti i comuni lucani per informare gli agricoltori sul reale impatto della manovra “Salva Italia” sul comparto agricolo, ma anche per costruire le giuste alleanze e una concreta e reale rete di solidarietà che possa sostenere nelle sedi opportune “le ragioni degli agricoltori e dell’agricoltura”, ha aggiunto Serio, “a partire dai sindaci e dagli amministratori comunali, a cui chiediamo di avvalersi della facoltà di dimezzare con i propri deliberati l’impatto dell’Imu sui fabbricati rurali e sui terreni agricoli”. “L’Italia si salva se si salva anche l’agricoltura. E' questo che vogliamo far comprendere al governo nazionale e regionale, ai sindaci e alla società -ha continuato Serio-. Gli agricoltori non possono continuare a lavorare in perdita. Sarebbe un vero assurdo. La Cia continuerà la propria azione e, se necessario, passerà a una mobilitazione generale del mondo rurale per far comprendere la drammaticità della situazione dell'agricoltura e le ragioni delle imprese del settore”. “Non vi è alcun dubbio: gli agricoltori non assisteranno passivamente alla chiusura delle proprie aziende e all’abbandono dei territori”, ha concluso Serio.
Con una lettera inviata a tutti i sindaci abruzzesi e all’Anci regionale, Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Copagri hanno chiesto la riduzione delle aliquote per i fabbricati rurali e i terreni agricoli. Domenico Falcone, presidente della Cia d’Abruzzo, nel sottolineare la valenza politica della nota unitaria e nel ribadire che il mondo agricolo abruzzese, con senso di responsabilità, vuole contribuire al processo di risanamento del Paese, ha evidenziato però la necessità di correggere il meccanismo previsto dalla recente manovra economica, che introduce una forte maggiorazione impositiva per i terreni agricoli ed estende la tassazione ai fabbricati rurali, sia abitativi che strumentali. Norma che, se non modificata, porterà una tassazione iniqua e insopportabile, che andrà ad aggravare la già pesante crisi di un settore strategico per l’economia nazionale com'è l'agricoltura. Da ciò la necessità di procedere a una correzione della manovra per rendere l’impatto equo e sostenibile e l’invito ai sindaci, così come previsto dalla norma, ad applicare la facoltà di dimezzare l’aliquota per i fabbricati rurali e a ridurre quella per i terreni agricoli considerando che, comunque, la nuova imposta municipale comporterà un aumento di entrate per i Comuni. La Cia d’Abruzzo, come deciso nella recente riunione della propria Direzione regionale, è in stato di mobilitazione: sostegno alle iniziative promosse a livello nazionale, azioni di sensibilizzazione nei confronti dei sindaci e, attraverso assemblee territoriali, campagne di informazione rivolte agli imprenditori agricoli.
I dati forniti dalla Cia dimostrano come le imprese agricole saranno costrette a sborsare quest’anno per l’Imu oltre 1,5 miliardi di euro. Ma una spesa del genere darebbe un colpo micidiale a un comparto che già fa i conti con costi produttivi, contributivi e burocratici ingenti e ulteriormente appesantiti dai continui rincari del prezzo del gasolio agricolo, che ha raggiunto livelli insostenibili. Servono, quindi, risposte immediate e valide sull’Imu per i fabbricati rurali e sulla rivalutazione degli estimi catastali sui terreni agricoli. I nostri imprenditori vogliono continuare a contribuire al processo di risanamento in atto del ‘sistema Italia’, ma non si può pretendere che il settore primario divenga la cassa dalla quale attingere, in modo sproporzionato, per risanare la finanza pubblica. E’ la presa di posizione della Cia del Lazio, che per voce del suo presidente, Alessandro Salvadori, dichiara: “La nostra organizzazione non può accettare l’introduzione di questa Imu vessatoria”. “Il nostro comparto, soprattutto in una regione come il Lazio, caratterizzata da una ridotta SAU media -spiega Salvadori- è da sempre strutturato su un’elevata patrimonializzazione e su una scarsa redditività. Appare dunque logico che in questo modo non si va a tassare la proprietà, ma si tassa la produttività. Ebbene, la Cia Lazio non può accettare la ratio per cui l’agricoltura diventi un salvadanaio di un sistema che negli anni ha dato sempre poco, se non pochissimo, al nostro comparto. Nella bilancia tra il dare e avere le nostre imprese sono sicuramente in credito, per questo siamo pronti a manifestare con forza e radicalità il nostro dissenso a questo scellerato piano fiscale”. Il presidente della Cia regionale aggiunge che “da qui a pochi giorni tutti i comuni del Lazio saranno invitati, attraverso una lettera dell’organizzazione, a prendere realmente posizione in difesa del ‘bene comune agricoltura’ contro questa stortura fiscale”. “I nostri imprenditori hanno bisogno di un serio piano di rilancio del settore -conclude Salvadori- che veda governo, organizzazioni e imprese protagonisti: l’operato del ministro Catania sembra andare in questo senso. Ma non vorremmo che la scelta dell’esecutivo sull’Imu ne possa condizionare negativamente l’iter”.
La Cia siciliana ha fatto i conti. Il blocco degli autotrasportatori, prima in Sicilia e poi nel resto d’Italia, è costato all’agricoltura e alla zootecnia isolana oltre 70 milioni di euro. La comunicazione della Cia, a firma del presidente regionale Carmelo Gurrieri, è arrivata oggi sul tavolo del dirigente dell’assessorato alle Politiche agroalimentari, Rosaria Barresi. La nota è circostanziata e individua nell’ortofrutta il comparto che più ha sofferto del fermo dei tir con danni per 40 milioni solo per gli ortaggi (pomodori, zucchine, peperoni, melanzane...), 15 milioni per le arance, 5 milioni per i limoni, 3 milioni per i carciofi. Il danno economico ha numerose matrici: c’è stata la marcescenza del prodotto, ma anche la distruzione per la perdita della qualità commerciale. Poi, alla ripresa dei trasporti, si è registrata la riduzione dei prezzi all’origine (meno 30-40 per cento) per eccesso di offerta. Il fermo ha provocato anche la riduzione delle qualità organolettiche per l’eccessiva maturazione, a cui è seguito il deprezzamento della merce. C’è stata poi la cascola degli agrumi che non sono stati raccolti e, nel caso dei carciofi, la sfioritura. Ai danni immediatamente quantificabili si aggiunge anche la perdita di contratti di fornitura con la Grande distribuzione organizzata che ha continuato a rifornirsi all’estero, soprattutto in Spagna. Per quanto riguarda il comparto lattiero-caseario, la stima dei danni ammonterebbe a circa 5 milioni di euro per il mancato conferimento alle industrie di trasformazione di oltre 600 mila litri di latte e per la mancata distribuzione dei prodotti caseari freschi (ricotta, provole, formaggi freschi). “Si tratta di un danno economico enorme -dichiara il presidente della Cia Sicilia- che ha certamente accresciuto le già tante difficoltà delle aziende agricole dell’Isola. Questa mazzata al reddito degli agricoltori è addirittura più pesante della stessa manovra che il governo Monti ha imposto al settore agricolo. Per questo la Cia siciliana chiede con determinazione al governo regionale e al governo nazionale un intervento risarcitorio nei confronti delle aziende agricole pesantemente danneggiate dal fermo -aggiunge Gurrieri- ma anche la revisione dei contenuti della manovra fiscale per ridurre i costi di produzione a partire da quello energetico e sostenere il rilancio dell’agricoltura, che rimane l’unico vero volano per la ripresa produttiva della regione”.
Il presidente della Cia a Verona al convegno inaugurale di Fieragricola: dalla manovra provvedimenti severi per le aziende del comparto. Ruolo del ministro Catania positivo, ma al governo chiediamo un deciso cambio di rotta o sarà mobilitazione. Nel difficile negoziato sulla nuova Pac serve una posizione forte e autorevole del ‘sistema Paese’. La proposta formulata dalla Commissione Ue non ci soddisfa: c’è bisogno di correzioni per garantire un futuro di certezze ai produttori. “La riforma della Pac è un passaggio fondamentale per il futuro della nostra agricoltura, ma ora occorrono interventi incisivi per dare una risposta alla difficile crisi che stanno vivendo le imprese agricole italiane. Ancora prima dell’appuntamento europeo, è indispensabile risolvere in tempi brevi le tre grandi emergenze del settore: l’Imu sui fabbricati rurali, l’aumento degli estimi catastali per i terreni agricoli, il caro-gasolio. Senza efficaci misure in questa direzione, sarebbe un vero disastro, con la chiusura di migliaia di aziende sull’intero territorio nazionale. Per questo motivo abbiamo lanciato un ultimatum al governo: o si guarda con più attenzione ai problemi del settore oppure scatta immediata la mobilitazione, con iniziative sindacali, anche di carattere unitario, in tutt’Italia”. Lo ha affermato il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, intervenendo a Verona al convegno inaugurale di Fieragricola, dal titolo ‘Verso la nuova Politica comune: prospettive, sfide e opportunità per un’agricoltura sostenibile’. “Da parte nostra c’è sempre stata la piena disponibilità alla soluzione dei problemi che attanagliano il Paese -ha spiegato Politi-. Siamo persone responsabili e pronte ai sacrifici, anche duri. Ma davanti all’assurda, ingiusta e pesante tassazione dei terreni agricoli e di strumenti di lavoro come i fabbricati rurali (la stalla, il magazzino o la cascina) noi non possiamo stare zitti. Si tratta di mezzi produttivi che non possono subire una tale imposizione fiscale. Allo stesso modo, non possiamo più accettare che i continui rincari del gasolio agricolo pregiudichino il domani non solo di migliaia di serre (che ne fanno largo uso soprattutto nel periodo invernale per il riscaldamento delle colture), ma anche delle altre imprese agricole”. “D’altra parte -ha aggiunto il presidente della Cia- rispetto alle considerazioni portate avanti dalla nostra Confederazione, vogliamo dare atto al ministro dell’Agricoltura, Mario Catania, di svolgere un ruolo positivo in una fase certamente difficile. In questo contesto, vogliamo ribadire con grande autonomia la volontà di sostenere coloro che nel governo hanno compreso il ruolo primario dell’agricoltura nella società e nell’economia e vogliono, perciò, contribuire alla sua valorizzazione”. Più in generale, “accanto a un’azione tesa a tutelare gli interessi degli agricoltori italiani nel difficile confronto sulla Pac post 2013”, ha detto ancora Politi, “è indispensabile avviare da subito un confronto concreto e costruttivo tra tutti i soggetti della filiera agroalimentare e le istituzioni centrali e locali per un nuovo progetto di politica agraria. Un percorso che deve avere il suo punto focale in una Conferenza nazionale sull’agricoltura e lo sviluppo rurale. Un appuntamento più volte annunciato, ma mai finora realizzato veramente. Lo impone l’attuale situazione del settore primario e il dramma economico e sociale in cui vivono migliaia di imprese”. “L’Italia agricola ha bisogno di una nuova strategia condivisa e di ampio respiro. Dopo il varo di provvedimenti per fronteggiare l’emergenza -ha evidenziato Politi- occorre sviluppare una strategia tesa a sviluppare ricerca e innovazione, a favorire l’ingresso dei giovani e l’aggregazione fondiaria, a rendere efficienti i mercati, a sostenere la competitività, a ridurre i costi di produzione e a semplificare i rapporti tra imprese e Pubblica amministrazione. E’ ormai giunto il momento di cambiare. Se si vuole puntare alla crescita delle aziende è indispensabile accelerare la marcia. Le misure del governo Monti non danno risposte puntuali e concrete in questo senso. Chiediamo dunque che si riaccendano i riflettori sull’agricoltura e si tenga realmente conto del ruolo fondamentale che svolgono gli imprenditori agricoli del nostro Paese”. “D’altronde -ha sottolineato il presidente della Cia- abbiamo sempre sostenuto che una posizione forte nel negoziato sulla riforma della Pac deve avere, a monte, un’idea chiara dell’agricoltura in Italia, deve essere funzionale a un progetto di agricoltura”. Più in dettaglio, per quanto riguarda la riforma della Pac 2014-2020, secondo Politi “deve avere precise priorità: efficienza del mercato, rafforzamento delle organizzazioni di produttori, diffusione dell’economia contrattuale, misure per favorire il ricambio generazionale, sostegno degli strumenti (assicurazioni e fondi di mutualità) per contenere gli effetti della volatilità dei prezzi e delle crisi di mercato”. Ad oggi, però, “la proposta formulata dalla Commissione Ue non ci soddisfa affatto. C’è bisogno di correzioni proprio per garantire un futuro di certezze agli agricoltori. L’Italia -ha ricordato il presidente della Cia- non può accettare una redistribuzione dei fondi del primo pilastro che peggiori ulteriormente la sua posizione finanziaria, con una riduzione del 6,9 per cento del budget di risorse. Per questa ragione, al commissario europeo all’Agricoltura abbiamo sollecitato un confronto sereno e responsabile sulla riforma Pac post 2013, proprio per garantire un futuro di equità e sviluppo all’agricoltura europea”. Comunque, “la futura politica agricola comune dovrà assolutamente porre al centro l’agricoltura e le imprese agricole. Il sostegno pubblico dovrà essere destinato agli agricoltori professionali e alle aziende che operano nel mercato dei prodotti e del lavoro. Vogliamo sostenere gli imprenditori agricoli, non i percettori di rendite fondiarie e parassitarie. Ecco perché -ha concluso Politi- insistiamo affinché, nel complesso negoziato comunitario sulla Pac 2014-2020, ci sia una posizione autorevole dell’intero governo in grado di far valere le ragioni dei nostri agricoltori. Una posizione del ‘sistema Paese’. E’ in gioco la sopravvivenza di centinaia di migliaia di imprese che rappresentano un patrimonio inestimabile per l’apparato economico e per l’intera società italiana”.
Il presidente della Cia Giuseppe Politi esprime apprezzamento per l’iniziativa. Importanti sollecitazioni per rivedere una fiscalità opprimente per le imprese agricole sono venute anche dalla Conferenza delle Regioni e da molti comuni italiani. “Il nostro appello alle istituzioni affinché venga rivista l’assurda tassazione sui fabbricati rurali e sull’aumento degli estimi catastali dei terreni agricoli comincia a far breccia. Dopo che molti comuni italiani e la stessa Conferenza delle Regioni e delle Province autonome hanno condiviso le preoccupazioni degli agricoltori, è arrivato anche un importante ordine del giorno del Consiglio regionale del Piemonte, approvato all’unanimità, contro l’eccessiva pressione fiscale sulle imprese agricole. E di ciò siamo soddisfatti e formuliamo il più vivo apprezzamento per l’iniziativa. Auspichiamo, quindi, che questa levata di scudi nei confronti di un provvedimento così penalizzante per l’agricoltura possa aprire un varco e far sì che dal governo arrivino le risposte opportune alle esigenze delle imprese agricole”. E’ quanto affermato dal presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi. Con l’ordine del giorno del Consiglio regionale del Piemonte -ricorda la Cia- vengono, infatti, impegnati il presidente della Giunta e l’assessore competente “ad attivarsi presso il legislatore nazionale, che già ha recepito l’importanza dell’imprenditore agricolo professionale, affinché modifichi l’attuale modulazione dei moltiplicatori prevista per i terreni agricoli di cui all’art. 13, comma 5, del decreto legge n. 201 del 2011 convertito dalla legge n. 22 del 2011 così come previsto nel testo predisposto dalle Commissioni riunite I e V del 18 gennaio 2012 relativo al ‘Milleproroghe’ (150; 120; 90)”. Inoltre, il presidente della Giunta e l’assessore competente -afferma l’ordine del giorno- si devono impegnare a sollecitare “l’Anci nazionale a intervenire verso i Comuni affinché siano adottate le delibere con le quali si applicano le aliquote più basse, così come previsto dall’art. 13, commi 6 e 8 del decreto legge n. 201 del 2011, al fine di salvaguardare l’interesse dell’impresa agricola a non essere colpita pesantemente nell’esercizio della sua attività economica”. Su questi argomenti, il presidente della Cia Politi, nei giorni scorsi, aveva scritto sia al premier Mario Monti che ai leader dei partiti politici sollecitando interventi per rivedere la tassazione. Una lettera, sempre a firma di Politi, è stata inviata anche al presidente dell’Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani) Graziano Delrio. In essa il presidente confederale sottolineava che “l’Imu è un’imposta molto pesante e rischia di accrescere le già gravi difficoltà degli agricoltori del nostro Paese. Tassare in maniera onerosa strumenti di lavoro come i fabbricati rurali (casine, stalle, magazzini) e terreni agricoli che rappresentano il bene-terra per produrre alimenti significa provocare drammatici problemi per le imprese che fanno i conti con costi opprimenti che riducono di molto l’attività imprenditoriale. Ecco perché è necessario che questa tassa venga rivista o almeno ridotta. Da qui l’appello ai comuni italiani affinché sostengano i produttori agricoli in questo momento critico e soprattutto nei confronti di misure che risultano insopportabili per il settore”. “Queste misure rischiano di compromettere la sopravvivenza di tante imprese agricole e mettono in serio pericolo -rilevava Politi- il raggiungimento del nostro obiettivo di costruire ‘un futuro con più agricoltura’ che è anche alla base dell’iniziativa della Cia attraverso la predisposizione della ‘Carta di Matera’, portata all’attenzione dell’Amministrazione territoriale del nostro Paese. Tale documento è stato siglato da migliaia di comuni italiani, partendo dall’indiscutibile presupposto che l’agricoltura è una risorsa inestimabile nel nostro Paese e ha lo scopo di creare un ‘Patto con la società’ che comporti una maggiore sensibilità anche da parte delle Amministrazioni locali nel sostenere e difendere in tutte le sedi i benefici economici, sociali e territoriali che l’agricoltura porta con sé”.
La Cia festeggia a “Fieragricola” il successo della sua rete nazionale di vendita diretta: acquisti in azienda cresciuti del 15 per cento tendenziale. Un piccolo “boom” che si spiega anche con la qualità delle produzioni agricole “made in Italy”. Così si recuperano sapori perduti, specialità del territorio e creazioni culinarie innovative. Vincere la crisi si può, almeno a tavola. Il segreto è nella “spesa in campagna”, che unisce la possibilità di risparmiare comprando direttamente dagli agricoltori alla certezza di mettere nel piatto prodotti di assoluta qualità. Un binomio che piace sempre di più agli italiani: solo nell’ultimo anno gli acquisti in azienda sono cresciuti del 15 per cento, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale delle più “classiche” forme distributive, ferme al palo nel 2011 con la sola eccezione dei discount. E’ quanto afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, che ha scelto la 110° edizione di “Fieragricola” per festeggiare il successo della sua rete nazionale di vendita diretta, creata nel 2008 in Puglia a partire da un sito di incontro tra domanda e offerta e ormai allargata all’intero territorio nazionale. Fra i prezzi pagati ai produttori e quelli pagati dai consumatori -osserva la Cia- ci sono rialzi addirittura di dieci volte, complici i troppi intermediari e la speculazione sui listini. Una catena che può essere spezzata mettendo in contatto diretto agricoltori e famiglie e “tagliando” di fatto gli innumerevoli passaggi della filiera agroalimentare che gonfiano i prezzi dei prodotti dal campo alla tavola. Con un risparmio fino al 30 per cento rispetto alla tradizionale catena distributiva. Secondo i nostri calcoli -spiega la Cia- su un budget medio mensile per alimentari e bevande di 467 euro a famiglia (dati Istat), la “spesa in campagna” fa spendere circa 140 euro in meno. Moltiplicato su dodici mesi, significa un risparmio annuo di ben 1.680 euro per nucleo familiare. Non poco, quindi, soprattutto se si considera che la crisi economica ha costretto una famiglia su tre a “tagliare” il carrello alimentare, mentre tre su cinque hanno dovuto modificare il menù quotidiano e oltre il 30 per cento ha scelto di rivolgersi quasi esclusivamente agli hard-discount e alle promozioni commerciali. La vendita diretta in azienda agricola non è solo sinonimo di risparmio, ma anche di qualità. Il numero sempre crescente di consumatori che sceglie di fare la spesa nei campi -continua la Cia- può dire di aver recuperato la completa tracciabilità dei cibi, con la piena garanzia della salubrità e della bontà di produzioni e trasformazioni, tutte rigorosamente “naturali” e “made in Italy”. Un valore che sempre più famiglie ricercano a tavola. Secondo un recente studio della Confederazione, infatti, ben l’83 per cento degli italiani preferisce il prodotto nazionale, mentre il 62 per cento ritiene che il biologico sia più sicuro (nel sito della Cia laspesaincampagna.net c’è anche una guida ai prodotti “bio”). Inoltre, nelle aziende agricole si possono riscoprire ogni giorno gusti genuini, sapori perduti e specialità del territorio. Perché oltre a frutta, verdura, olio, vino, latte, formaggi, conserve e marmellate -sottolinea la Cia- gli agricoltori mettono in vendita anche prodotti sfiziosi e creazioni culinarie innovative che non trovano spazio nella Grande distribuzione organizzata. Come le pappe per la prima infanzia alla mela “zitella” o “limoncella”, cultivar antichi che riportano i bambini del terzo millennio indietro nel tempo, fino agli inizi del ‘900. E poi ci sono i cioccolatini all’aglio e il passito “muffato”, senza dimenticare l’agrigelato e l’agrisalumeria, che a ciclo chiuso in azienda trasforma il maiale in porchetta. Nessun problema nemmeno per individuare l’azienda agricola più vicina a casa: basta utilizzare il Gps. Infatti le aziende che aderiscono al progetto “spesa in campagna” della Cia sono state mappate con tecnologia satellitare. Basta quindi acquisire i percorsi sul proprio TomTom e farsi guidare fino in azienda -conclude la Confederazione- rendendo la spesa sui campi accessibile in tutto e per tutto. Per festeggiare i buoni risultati raggiunti dall’iniziativa “La spesa in campagna”, presso lo stand della Cia a “Fieragricola” nella giornata inaugurale della manifestazione, sono intervenuti il presidente Giuseppe Politi, il direttore nazionale Rossana Zambelli, il direttore generale e il direttore della DG Agri della Commissione europea, rispettivamente Silva Rodriguez e Aldo Longo. ------------------------- Nella foto: il presidente della Cia Giuseppe Politi, il direttore nazionale Rossana Zambelli, il direttore generale DG Agri della Commissione Ue Silva Rodriguez e il direttore Aldo Longo nello stand della Cia alla Fieragricola di Verona
Secondo la Cia, le cattive condizioni del fondo stradale stanno bloccando il passaggio dei tir su molte arterie di comunicazione, con conseguenze dirette sulla distribuzione di ortofrutta, latte, carne. Gli agricoltori rischiano un salasso, tanto più che col freddo “gelano” le produzioni in pieno campo e sale a dismisura la bolletta energetica. A causa del maltempo, stanno rallentando e rischiano di interrompersi le consegne di prodotti deperibili, come frutta, verdura, carne, latte e formaggi. Al Centro-Nord, dove le cattive condizioni del fondo stradale hanno bloccato la circolazione di tir e mezzi pesanti, la distribuzione di prodotti agroalimentari agli stabilimenti e ai punti vendita della Gdo è diminuita fino al 40 per cento rispetto al quantitativo medio abituale, che si attesta intorno alle 50 mila tonnellate al giorno in tutt’Italia. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori. In particolare, l’ondata di gelo che sta accompagnando le intense nevicate -spiega la Cia- ha fatto diventare impraticabili moltissime strade rurali e interpoderali, soprattutto in collina e nelle zone montane, rendendo difficoltosi gli spostamenti di merci dalle imprese agricole e gli stessi approvvigionamenti aziendali, soprattutto quelli mangimistici. Ora il timore è che l’ondata di freddo polare e la neve investano anche il Sud, dove si colloca il 70 per cento del valore commerciale della produzione ortofrutticola -continua la Cia- gettando completamente nel caos le grandi arterie di comunicazione e i centri logistici più importanti, con conseguenze dirette sui campi. Gli agricoltori, insomma, rischiano un nuovo salasso. Non solo scontano i danni del blocco degli autotrasportatori, stimati in 100 milioni di euro, ora devono pagare anche gli effetti del maltempo sulla viabilità. Senza dimenticare che con il freddo esplodono le spese per il riscaldamento delle serre (+15 per cento); le produzioni orticole in campo aperto vanno in “tilt” con il pericolo di congelamento e blocco della crescita e -conclude la Cia- al di sotto dei -2° di temperatura media giornaliera cala fino al 20 per cento la resa produttiva degli animali da latte.
“Esprimiamo soddisfazione per la disponibilità espressa dal sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, a promuovere sul tavolo tecnico un approfondimento sugli effetti dell’Imu in agricoltura, al fine di valutarne le iniquità denunciate dalle organizzazioni agricole in considerazione delle peculiarità del settore”. Lo hanno affermato i presidenti della Coldiretti, Sergio Marini, della Cia, Giuseppe Politi, e della Confagricoltura, Mario Guidi, nell’ambito del convegno di apertura della Fieragricola di Verona.
Dalle praline di finissimo cioccolato aromatizzato all’aglio ai mattoni di argilla e paglia, passando per la cosmesi al latte di pecora e le fritture di gerani: sono oltre 500 le nuove ghiotte “invenzioni” che la Cia porta alla luce ogni anno grazie al progetto “La Spesa in campagna”. Anche il “Lupo cattivo” rimarrebbe a bocca aperta nello scoprire che la casina di paglia non va più in frantumi con il suo poderoso soffio. È la stessa sorpresa che proverebbe un’elegante signora nel ricevere un bouquet di fiori fritti nella pastella o un bambino nel rendersi conto che i cioccolatini all’aglio non sono uno scherzo di carnevale ma una prelibatezza tutta da gustare. Per non parlare della delusione di Poppea nell’accorgersi che il suo elisir di bellezza al latte d’asina non vale quanto quello di latte di pecora o di olio extravergine. Uno stupore che invece non coglie quegli agricoltori che fanno della creatività e dell’innovazione il loro lavoro e reddito quotidiano. Sono più di 500 i prodotti che ogni anno nascono nelle aziende agricole e che generano un fatturato complessivo quantificabile in più di 150 milioni d’euro. Tutte novità a grande valore aggiunto che non hanno trovato ancora una collocazione nel grande mercato organizzato, ma che si possono comprare direttamente nelle aziende agricole. A mettere in luce questo segmento del settore è la Cia-Confederazione italiana agricoltori, che nel corso di “Fieragricola” 2012, in svolgimento a Verona, ha rilanciato l’ambizioso progetto “La spesa in Campagna”: una rete di aziende geo-referenziate, facilmente rintracciabili grazie a un agile portale web (www.laspesaincampagna.net) e da un semplice software pensato per i navigatori satellitari in uso nelle auto. Nelle oltre 2000 aziende -specifica la Cia- già presenti nel circuito è possibile trovare praticamente tutto quello che può offrire l’agricoltura italiana, quindi, non solo produzioni esclusive, rare o millenarie ma anche alimenti tradizionali, tipici e a denominazioni protette. Oli, vini, cereali, confetture, distillati, liquori, dolciumi, formaggi, carne ma anche ortofrutta, tinte e tessuti naturali. Un’enorme banca dati che va dagli omogeneizzati di frutta antica al “baccellone” e all’aglio affumicato. “La spesa in campagna” svela in questo modo un’agricoltura che -continua la Cia-, pur tra mille difficoltà, è viva e vitale e anche molto innovativa. Così si scopre che in Umbria c’è un giovane imprenditore che produce materiali per la bioedilizia, utilizzando tutti prodotti naturali al 100 per cento, principalmente argilla e paglia. In Toscana c’è chi si è specializzato nella trasformazione di nuovi formaggi ovini come la “tricotta divina”, oltre a realizzare una linea di alta cosmesi utilizzando solo latte di pecora e olio extravergine. Nelle Marche c’è addirittura uno chef-agricoltore che cura le sue serre di fiori per poi proporli a tavola in deliziose fritture dorate in pastella. In Piemonte, invece, un’azienda tutta al femminile produce e trasforma l’aglio di Caraglio in mille modi: oltre a un’intera linea di prodotti come creme, mousse e cioccolatini, l’azienda piemontese ha inventato un’originale metodo di affumicatura, eccezionale per la conservazione del prodotto. In un’azienda agricola del Molise, invece, si trovano omogeneizzati e “pappette” biologiche realizzate con antiche varietà di frutta, nel totale rispetto della tutela della biodiversità. Nel Lazio un’agricoltrice realizza mix di erbe officinali e aromatiche per condire pane e carne come nessun altro. Insomma -conclude la Cia- non c’è angolo del Paese dove non ci sia qualcosa di veramente interessante da scoprire, assaggiare e acquistare. La “Spesa in campagna” nasce proprio con l’obiettivo di “indirizzare” i consumatori verso queste aziende agricole, attivando così una connessione virtuosa.
L’ondata di maltempo che sta imperversando nella nostra provincia ha visto il mondo agricolo mobilitato per fronteggiare questo evento meteorologico. Oltre cento agricoltori associati alla Cia sono impegnati da diverse ore su tutto il territorio per fronteggiare queste abbondanti precipitazioni sia nel rimuovere la neve da strade provinciali e comunali sia per spargere il sale onde evitare la formazione di ghiaccio. Gli agricoltori si sono sempre dimostrati sensibili alle problematiche della collettività, intervenendo per rendere agibili le strade e per la difesa del territorio e mettendo in pratica quella multifunzionalità introdotta da poco per legge, ma che il mondo agricolo professa da tempo. La Cia, però, si appella anche a tutti quegli agricoltori che non svolgono abitualmente queste attività, ma che sono ugualmente attrezzati, perché si rendano disponibili nei confronti delle amministrazioni comunali per offrire il loro supporto di mezzi ed esperienza nella manutenzione e tutela di terreni e strade.
Si è svolta il 25 gennaio, presso la sala Consiliare del Comune di Sarzana, l’assemblea costitutiva dell’associazione Donne in Campo di La Spezia. Ivano Moscamora e Alessandro Ferrante, presidente della Cia Liguria e della Cia provinciale di La Spezia, sono intervenuti a questa assemblea, a cui ha partecipato anche il sindaco di Sarzana Massimo Caleo e la presidente nazionale dell’associazione Donne in Campo Mara Longhin, che ha concluso i lavori dopo l’approvazione dello Statuto e la nomina degli organismi. Barbara Fidanza, già vicepresidente di Cia La Spezia, è stata eletta Presidente Donne in Campo provinciale, mentre per la giunta sono state elette Annalisa Lagomarsini (vice), Giulietta Mulini, Stelitano Olimpia, Panei Elena e Botto Roberta.
Il presidente provinciale Daghetta ha incontrato il prefetto di Pavia per manifestare l’esigenza di modificare la nuova Imu. Daghetta, insieme al vice Carlo Crescimbini, accompagnati dal direttore provinciale Elena Vercesi, hanno espresso alla dott.ssa Peg Strano Materia il proprio dissenso su alcune misure della manovra Monti, chiedendo di trasmettere al governo il documento che verrà consegnato nei prossimi giorni. In particolare la contrarietà degli agricoltori e delle imprese agricole per il provvedimento che introduce la tassazione sugli immobili rurali, (cantine, stalle, terreni, capannoni, fienili, ecc.) strumenti di lavoro indispensabili per lo svolgimento dell’attività, con un costo aggiuntivo che rischia di mettere in difficoltà un settore già in crisi. L’agricoltura mette a disposizione delle economie e delle comunità locali tutto il patrimonio professionale, ambientale, delle produzioni di qualità e della multifunzionalità, di cui dispone, ma con questo provvedimento viene indebolito se non pregiudicato l’impegno del sistema agricolo provinciale e la sua capacità di sostenere il sistema agro-alimentare. Se consideriamo inoltre le ripercussioni negative di altri provvedimenti come l’aumento delle aliquote contributive e le accise sui carburanti, si può ben comprendere la preoccupazione degli agricoltori, la loro contrarietà al decreto “salva Italia”. Nell’incontro è emersa anche la forte preoccupazione in merito ai blocchi stradali che rischiano di recare all’agricoltura e alla produzione agricole danni insostenibili, dal latte ai prodotti ortofrutticoli. La Cia di Pavia oltre a ringraziare il Prefetto per l’attenzione ai temi posti dagli agricoltori, ha consegnato un documento da inoltrare al Governo, e continuerà nel lavoro di sensibilizzazione delle istituzioni locali, preparandosi in assenza di risposte concrete dal Governo alla mobilitazione.
Quella avanzata dal Commissario Ciolos è una proposta di riforma della Pac che non sembra contenere una visione strategica e una coerenza con gli obbiettivi generali dichiarati, quasi non avesse alle spalle scelte chiare di politica agraria. Ma è anche una proposta pericolosa: tra incoerenze e contraddizioni, per come è stata formulata, porta con sé il più che concreto il rischio che possa creare un notevole danno all’agricoltura nazionale. E’ allora fondamentale fare quanto necessario per cambiarla, introducendo le modifiche che la rendano non solo meno penalizzante per l’Italia ma anche più equilibrata e funzionale agli obbiettivi su cui si era raggiunto un faticoso accordo in comunità. Questo in estrema sintesi il giudizio emerso dal workshop sulla futura Pac, promosso dalla Cia provinciale Pavia, che si è svolto venerdì 27 gennaio nella prestigiosa sala convegni della Certosa di Pavia. I lavori sono stati aperti dal presidente della Cia, Giovanni Daghetta, che ha spiegato le ragioni che hanno portato all’iniziativa: “La proposta così com’è per noi è inaccettabile. Siamo però convinti che si possa migliorare. Bisogna che, tutti assieme, si formulino proposte concrete da rappresentare adeguatamente a Bruxelles. E a Pavia, con particolare riguardo alla risicoltura, abbiamo delle responsabilità che non sono solo territoriali”, ha dichiarato Daghetta. Nel suo intervento di saluto, il Presidente della provincia sen. Daniele Bosone ha illustrato il punto di vista e le aspettative sulla riforma Pac di una provincia a forte vocazione agricola, mentre il vice presidente della Commissione agricoltura della camera, on. Angelo Zucchi, ha chiarito il percorso istituzionale che sarà necessario avviare per portare a casa le modifiche che interessano il nostro Paese. Di fronte a un folto pubblico di agricoltori, che ha seguito con estrema attenzione i lavori del convegno, si sono poi alternati Roberto Scalacci, dell’ufficio Cia di Bruxelles, Pino Cornacchia, della Cia nazionale, Massimo Ornaghi in rappresentanza della regione Lombardia e Roberto Magnaghi, direttore dell’Ente Risi, e Mario Lanzi, presidente regionale Cia. Scalacci, pur con una sintesi costretta dai tempi del convegno, ha fatto una lettura critica della proposta Pac evidenziandone gli aspetti più contraddittori; Cornacchia ha illustrato l’analisi e le proposte correttive avanzate dalla Cia, a partire dalla necessità di cambiare il concetto di ripartizione, basato unicamente sulla superficie: cosa che penalizza unicamente l’Italia. “Non solo è sbagliato il criterio, che non tiene conto di elementi qualitativi (Plv, lavoro ecc), ma anche il calcolo fatto è per noi inaccettabile, considerando solo le superfici a premio negli anni di riferimento, escludendo una grande superficie (viticoltura, ortofrutta ecc) che vale circa il 4 per cento in più rispetto a quella presa a base per il calcolo”. Un lavoro di approfondimento delle possibili ripercussioni delle proposte Ciolos sul nostro territorio è stato avviato dalla regione Lombardia, che vuole -ha dichiarato Ornaghi- dare un supporto più scientifico, basato su dati concreti e proiezioni, alle proposte di modifica che, anche la regione Lombardia, considera indispensabili e sulle quali sollecita l’impegno anche degli agricoltori e delle loro organizzazioni. Infine Magnaghi ha tracciato un quadro preoccupante sul futuro della risicoltura: “dobbiamo trovare, tra pagamenti diretti e strumenti di gestione dei mercati e di sviluppo rurale, il modo per sostenere concretamente la risaia, riconoscendole nei fatti il ruolo che ha da sempre, non solo sul piano economico, ma anche ambientale. Diversamente rischiamo di avere una contrazione pesante nell’ettarato investito a riso, tale da mettere a rischio l’intera filiera con gravi ripercussioni sull’economia reale delle quattro province e due regioni in cui si produce più della metà del riso europeo. È un sistema economico che rischia di essere, se non proprio travolto, certamente fortemente ridimensionato dalla nuova Pac”. “Il convegno è stato interessante -ha concluso Daghetta- perché ha dato spazio a un confronto anche tra gli stessi relatori. Ne usciamo tutti un po’ più consapevoli, sapendo qualcosa in più. Di nuova Pac dovremo discutere ancora molto E’ solo l’inizio di un dibattito impegnativo che non dovremo abbandonare fino alla partenza della Pac 2014-2020”.
La Cia siciliana plaude all’azione della Guardia di finanza al mercato di Vittoria, che ha messo a nudo quanto più volte denunciato. Infatti “le condotte scorrette per anni portate avanti da una parte dei commissionari del mercato, che erano contemporaneamente commercianti all’ingrosso, hanno fortemente penalizzato i produttori di ortaggi. A Vittoria -spiega la Cia Sicilia- non valeva la generale regola della domanda e dell’offerta, ma bensì un gioco al ribasso dei prezzi che, in definitiva, ha sottratto al reddito dei produttori una somma che si stima tra i 250 e 300 milioni di euro”. In quanto accertato al mercato di Vittoria si trova la conferma delle illecite triangolazioni più volte denunciate dalla Cia regionale, che consentono la commercializzazione di prodotti extra Ue sotto le mentite spoglie di prodotto siciliano. Questa circostanza ha determinato il più noto fenomeno dei falso ‘made in Sicily’. “Il meccanismo è stato per fortuna smascherato -dichiara il presidente della Cia Sicilia, Carmelo Gurrieri-. Bisogna però rivedere tutta la normativa che regolamenta le transazioni commerciali e la gestione dei mercati ortofrutticoli all’ingrosso e all’origine per garantire la totale trasparenza nella formazione dei prezzi e nell’origine dei prodotti”. Gli agricoltori siciliani sono stati regolarmente truffati, così come i consumatori: ai primi è stata negata l’equa remunerazione del prodotto, i secondi hanno inconsapevolmente foraggiato intermediazioni parassitarie e truffaldine. “Questi meccanismi, intrisi di pesanti infiltrazioni malavitose, sono purtroppo diffusi anche fuori dalla Sicilia e la Cia non ne ha mai fatto mistero -aggiunge Gurrieri- anzi, abbiamo sempre chiesto interventi e controlli più incisivi che mettessero a nudo truffe, raggiri, illegalità, condizionamenti mafiosi e taroccamenti”. Le istituzioni, però, sono sempre state piuttosto restie a dare ascolto alle denunce. Da anni la Cia siciliana chiede l’istituzione di una cabina di regia che coordini e monitori i controlli sulle merci di provenienza extra Ue. Oggi più che mai questa richiesta è attuale e deve trovare attuazione. Le vicende del mercato Vittoria e prima ancora di quello di Fondi, così come l’accertamento delle infiltrazioni mafiose nel comparto dell’autotrasporto dei prodotti ortofrutticoli, mettono a nudo la realtà di un’agricoltura troppo condizionata e dallo sviluppo frenato. “Liberarla da questi condizionamenti -conclude Gurrieri- serve a risollevare un intero comparto in crisi, con immediati risvolti positivi sullo sviluppo economico dell’intera regione”.
Olio, Cia Foggia: presentata petizione popolare per ridurre gli “alchil esteri” Questa mattina nella sede della Provincia di Foggia la Cia Puglia ha presentato in conferenza stampa la petizione popolare indetta per chiedere la riduzione dei parametri Ue degli Alchil Esteri nell’olio extravergine di oliva, abbassandone il valore da 75 mg/kg a 30, in modo da non consentire le miscele fraudolente con olio lampante e deodorato. Hanno partecipato il presidente della Cia di Foggia Raffaele Carrabba, il presidente della Cia Puglia Antonio Barile e l’assessore provinciale all’agricoltura Savino Antonio Santarella, che ha annunciato che sosterrà la petizione promossa dalla Cia regionale, affiancandola per raggiungere tale obiettivo. “Le aziende olivicole foggiane sono in profonda crisi -ha evidenziato il presidente provinciale della Cia di Foggia Raffaele Carrabba-. C’è bisogno di tutelare seriamente l’olio extravergine di oliva. La Cia di Foggia sostiene fortemente l’iniziativa indetta dalla Cia Puglia che ha avviato su tutto il territorio regionale pugliese una raccolta di firme, affinché l’Unione Europea riduca immediatamente il parametro degli Alchil Esteri per garantire la qualità dell’extravergine”. “La Cia Puglia -ha dichiarato nel corso della conferenza stampa il presidente regionale della Cia Antonio Barile-, con una petizione popolare indirizzata al presidente Ue Josè Barroso, al commissario all’Agricoltura Ue Dacian Ciolos, al presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro e al ministro delle Politiche agricole e forestali Mario Catania, chiede la modifica del regolamento Ue 61/2011, per ridurre il parametro degli alchil esteri, che individua i fenomeni fermentativi e degradativi delle olive di scarsa qualità, dagli attuali 75 mg per kg a 30 mg per kg di olio extravergine di oliva. Una riduzione fondamentale per salvaguardare i produttori di olio extravergine d’oliva e per contrastare le miscele con olio lampante e deodorato. Infatti la soglia attuale degli alchil esteri, introdotta nell’aprile scorso, è troppo alta e consente di mettere in commercio con la dicitura “olio extravergine d’oliva” anche oli extravergini ottenuti con miscele che possono contenere oli lampanti rettificati e deodorati in una concentrazione fino al 60 per cento”. “La Cia Puglia -ha proseguito Barile-, nel dare atto all’Ue dell’importanza dell’introduzione nella normativa comunitaria del parametro degli alchil esteri, chiede a Bruxelles di modificare il regolamento 61/2011 e di ridurne la concentrazione massima a 30 mg/kg. Si tratta della condizione indispensabile per dare trasparenza al mercato dell’olio extravergine d’oliva, per tutelare i consumatori e il patrimonio ambientale pugliese, che vanta 60 milioni di ulivi, di cui ben 5 milioni secolari e monumentali. L’extravergine contraffatto con olio deodorato e lampante è la rovina dell’olivicoltura pugliese che ha visto nelle settimane scorse crollare i prezzi dell’olio extravergine e delle olive -ha evidenziato ancora il presidente della Cia Puglia-. A questo si aggiunge la concentrazione della trasformazione olearia in poche mani, in grandi frantoi peraltro beneficiari di importanti finanziamenti regionali con finalità esclusivamente speculative e senza alcuna attenzione per la filiera”. “La Puglia, con i suoi 1,5 milioni di quintali di vero olio extravergine d’oliva, detiene il primo posto nel mondo tra le regioni produttrici. Da sola, supera addirittura l’intera Spagna che ne produce appena 600/700mila quintali. Infatti le stime più attendibili, non addomesticate, ci dicono che l’olio extravergine rappresenta solo il 5 per cento della produzione olivicola spagnola, e che per il restante 95 per cento è costituita da olio deodorato o lampante. Proprio per questo, gli olivicoltori pugliesi -ha concluso Barile- non temono la concorrenza leale del “vero” olio extravergine, qualunque sia la provenienza, perché la quantità disponibile effettiva è enormemente al di sotto della crescente domanda mondiale, che, purtroppo, per oltre il 50 per cento viene soddisfatta da olio extravergine mistificato e miscelato con oli deodorati e lampanti.”
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